Skip to main content

Full text of "Biblioteca delle tradizioni popolari siciliane"

See other formats


Google 



This is a digitai copy of a book that was prcscrvod for gcncrations on library shclvcs bcforc it was carcfully scannod by Google as pan of a project 

to make the world's books discoverablc online. 

It has survived long enough for the copyright to expire and the book to enter the public domain. A public domain book is one that was never subjcct 

to copyright or whose legai copyright terni has expired. Whether a book is in the public domain may vary country to country. Public domain books 

are our gateways to the past, representing a wealth of history, culture and knowledge that's often difficult to discover. 

Marks, notations and other maiginalia present in the originai volume will appear in this file - a reminder of this book's long journcy from the 

publisher to a library and finally to you. 

Usage guidelines 

Google is proud to partner with libraries to digitize public domain materials and make them widely accessible. Public domain books belong to the 
public and we are merely their custodians. Nevertheless, this work is expensive, so in order to keep providing this resource, we have taken steps to 
prcvcnt abuse by commercial parties, including placing technical restrictions on automatcd querying. 
We also ask that you: 

+ Make non-C ommercial use ofthefiles We designed Google Book Search for use by individuai, and we request that you use these files for 
personal, non-commerci al purposes. 

+ Refrain from automated querying Do noi send aulomated queries of any sort to Google's system: If you are conducting research on machine 
translation, optical character recognition or other areas where access to a laige amount of text is helpful, please contact us. We encourage the 
use of public domain materials for these purposes and may be able to help. 

+ Maintain attributionTht GoogX'S "watermark" you see on each file is essential for informingpeopleabout this project andhelping them lind 
additional materials through Google Book Search. Please do not remove it. 

+ Keep il legai Whatever your use, remember that you are lesponsible for ensuring that what you are doing is legai. Do not assume that just 
because we believe a book is in the public domain for users in the United States, that the work is also in the public domain for users in other 
countries. Whether a book is stili in copyright varies from country to country, and we cani offer guidance on whether any speciflc use of 
any speciflc book is allowed. Please do not assume that a book's appearance in Google Book Search means it can be used in any manner 
anywhere in the world. Copyright infringement liabili^ can be quite severe. 

About Google Book Search 

Google's mission is to organize the world's information and to make it universally accessible and useful. Google Book Search helps rcaders 
discover the world's books while helping authors and publishers reach new audiences. You can search through the full icxi of this book on the web 

at |http : //books . google . com/| 



Google 



Informazioni su questo libro 



Si tratta della copia digitale di un libro che per generazioni è stato conservata negli scaffali di una biblioteca prima di essere digitalizzato da Google 

nell'ambito del progetto volto a rendere disponibili online i libri di tutto il mondo. 

Ha sopravvissuto abbastanza per non essere piti protetto dai diritti di copyriglit e diventare di pubblico dominio. Un libro di pubblico dominio è 

un libro che non è mai stato protetto dal copyright o i cui termini legali di copyright sono scaduti. La classificazione di un libro come di pubblico 

dominio può variare da paese a paese. I libri di pubblico dominio sono l'anello di congiunzione con il passato, rappresentano un patrimonio storico, 

culturale e di conoscenza spesso difficile da scoprire. 

Commenti, note e altre annotazioni a margine presenti nel volume originale compariranno in questo file, come testimonianza del lungo viaggio 

percorso dal libro, dall'editore originale alla biblioteca, per giungere fino a te. 

Linee guide per l'utilizzo 

Google è orgoglioso di essere il partner delle biblioteche per digitalizzare i materiali di pubblico dominio e renderli universalmente disponibili. 
I libri di pubblico dominio appartengono al pubblico e noi ne siamo solamente i custodi. Tuttavia questo lavoro è oneroso, pertanto, per poter 
continuare ad offrire questo servizio abbiamo preso alcune iniziative per impedire l'utilizzo illecito da parte di soggetti commerciali, compresa 
l'imposizione di restrizioni sull'invio di query automatizzate. 
Inoltre ti chiediamo di: 

+ Non fare un uso commerciale di questi file Abbiamo cotìcepiloGoogìcRiccrciì Liba per l'uso da parte dei singoli utenti privati e ti chiediamo 
di utilizzare questi file per uso personale e non a fini commerciali. 

+ Non inviare query auiomaiizzaie Non inviare a Google query automatizzate di alcun tipo. Se stai effettuando delle ricerche nel campo della 
traduzione automatica, del riconoscimento ottico dei caratteri (OCR) o in altri campi dove necessiti di utilizzare grandi quantità di testo, ti 
invitiamo a contattarci. Incoraggiamo l'uso dei materiali di pubblico dominio per questi scopi e potremmo esserti di aiuto. 

+ Conserva la filigrana La "filigrana" (watermark) di Google che compare in ciascun file è essenziale per informare gli utenti su questo progetto 
e aiutarli a trovare materiali aggiuntivi tramite Google Ricerca Libri. Non rimuoverla. 

+ Fanne un uso legale Indipendentemente dall'udlizzo che ne farai, ricordati che è tua responsabilità accertati di fame un uso l^ale. Non 
dare per scontato che, poiché un libro è di pubblico dominio per gli utenti degli Stati Uniti, sia di pubblico dominio anche per gli utenti di 
altri paesi. I criteri che stabiliscono se un libro è protetto da copyright variano da Paese a Paese e non possiamo offrire indicazioni se un 
determinato uso del libro è consentito. Non dare per scontato che poiché un libro compare in Google Ricerca Libri ciò significhi che può 
essere utilizzato in qualsiasi modo e in qualsiasi Paese del mondo. Le sanzioni per le violazioni del copyright possono essere molto severe. 

Informazioni su Google Ricerca Libri 

La missione di Google è oiganizzare le informazioni a livello mondiale e renderle universalmente accessibili e finibili. Google Ricerca Libri aiuta 
i lettori a scoprire i libri di tutto il mondo e consente ad autori ed edito ri di raggiungere un pubblico più ampio. Puoi effettuare una ricerca sul Web 
nell'intero testo di questo libro da lhttp: //books. google, coral 



Homdb, Google 




Homdb, Google 



BIBLIOTECA 



TRADIZIONI POPOLARI SICILIANE 



Homdb, Google 



Homdb, Google 



USI E COSTUMI 

CEEDENZE E PEEGIUDIZI 

DEL 

POPOLO SICILIANO 

KACCOLTI E DESCRITTI 
aiUSEFPE PITRÈ 



VOLUME PRIMO 



PALERMO 
LmHERiA L. PEDONE LAURIEL di Cablo Cuusbn. 



Homdb, Google 



Proprietà letteraria 



Tipografia del Giornale di SieUia 



Ho^tedby Google 



A 

SALVATORE SALOMONE-MARINO 



]Srel Giijgiio ael 1S65 noi c'inoontraiamo la urima 
"volta e oi artiaiimio : tu eri stuilente d.i Liceo ed. au- 
tore a.'iTia bella canzoxxe a Caute; io laureato dapooo, 
e intento a preparare la mia raccolta di proverbi sioi- 
liani. Ooiminanza d.i studio d.i oooupaziom,ooiifbniii- 
tà d'idee a di propositi oi strinse nella più salda, nella 
più. sobietta amicizia, oenaentata non pur dall'amore 
della scienza, ma anobe e piQ. da gioie e da dolori obe 
noi oondi-videmmo sempre come fratelli e da aspira- 
zioni ohe entrambi avemmo comuni per ojpii cosa 
buona ed onesta. Tu mi sei etato compagno nella TH- 
rezione dell' ° A.rchivio delle tradizioni popolari ,.; tu 
hai seguito con intelletto d'amore il corso e le vicende 
della mia " Biblioteca delle tradizioni popolari sicilia- 
ne „ ed bai goduto delle benevole accoglienze ad essa 
fatte come di accoglienze fb,tte ewI opei'e tue. Cbi più 
di te ba diritto alla parte di essa, obe meglio armoniz- 
za coi tuoi studi prediletti P 

lEocoti dunque la presente raccolta di ' Uni e Oostu- 

nostro popolino; ed eccotela, col cuore ohe tii mi co- 



Homdb, Google 



Homdb, Google 



AVVERTENZA. ' 



1 quasi vent'amii ed in proporzioni molto 
modeste , viene ora alla luce in quattro volumi que- 
st' opera, che dal 1870 in qua ò stata sempre il mio 
pensiero continuo, l'oggetto dei miei appunti giornalieri 

Essa è per le usanze e le superstizioni in Sicilia quello 
che per la poesia popolare sono i tre volumi di Cafiti 
e di Studi, per la novellistica i cinque di Fiabe, Novelle 
e Eacconti e di Mabe e Jaeggende, per la paremiologia 
i quattro di Proverbi : e si completa con gh Spettacoli 
e Feste, che io riguardo parte integrante ed anticipata 
del presente lavoro, come quelli che per le sacre rap- 
presentazioni e pel calendario che illustrano fanno ri- 
scontro con le rappresentazioni profane delie Tradizioni 
cavalleresche e del Carnevale, 

Una distinzione di usi e costumi e di credenze e pre- 
giudizi non è facile quando voglia illustrarsi, come io mi 
son proposto, la vita fisica e morale del popolo. L'uso 
molte volte si confonde e si perde nella credenza , e 
la superstizione è spesso il risultato ultimo d'una co- 
stumanza. Provatevi a descrivere gli usi nuziali, i na- 
talizi, i funebri, e vi troverete di fronte ubbie che non 
potrete da quelli staccare senza renderle monche e 
sfigurate, E come è talora malagevole il deiineare i ca- 
ratteri distintivi dello fiabe e delle novelle, così torna 



Ho^tedby Google 



vili AVVERTENZA 

diffìcile lo stabilire i limiti d' un' usanza schietta e di 
una semplice superstizione, salvo che io scrittore non 
si rassegni a ripetizioni frequenti. 

Maìgi'ado tanta difficoltà, una tacita distinzione potrà 
scorgersi nel corso di quest'opera : ed il lettore si vedrà 
passare mano mano sott'occhio il Carnevale con tutte 
le sue stranezze e pazzie, il teatro delle marionette, i 
contastorie, gli svariati ricordi paladineschi, i sonatori 
e i balli , i costumi nel vero significato della parola , 
gli utensili d'ogni genere, e le pratiche e le abitudini 
dei zolfatai, dei marinai, dei pescatori ; e sentirà gri- 
date di venditori e voci nelle quah si traducono suoni 
di campane è rulli di tamburi : materia tutta de! primo 
volume. , 

La vita domestica nei suoi vari periodi, nei fatti più 
importanti e nelle occasioni più solenni di essa va 
descritta nel secondo ; e però le nozze, la nascita , la 
morte, comparatico, anello, per via del battesimo, tra 
la nascita e la mafia e l'omertà; a cui con istretto le- 
game psichico vanno dietro i gesti, i soprannomi per 
lo più ingiuriosi, le imprecazioni, i giuramenti, i sa- 
luti. Nel terzo le pratiche sì alternano con le credenze 
che illustrano la scienza del popolo in ordine all' a- 
stronomia, alla meteorologia , all' agricoltura, alla bo- 
tanica , alla zoologia e zooiatria ', e quindi intorno 
al cielo, agli astri, alle meteore,- alla terra, alle piante, 
agli animali. Credenze e superstizioni puro e schiette 
sono nel quarto ed ultimo volume j dove non più il 
materiale ed il concreto dei primi volumi, ma si illu- 

' La Medicina popolare, che avrehbc dovuto far paz'te di questa) 
gruppo, uscirà prossimamente ia un volume. 



Ho^tedby Google 



AVVERTENZA IX 

stra lo spirituale e l'astratto ; ed al regno vegetalo ed 
animale subentra il soprannaturale ed il raaraviglioso, 
le persone e le cose credute fauste ed infausto, i tesori 
incantati , le credenze dei fanciulli.. Così il lettore ha 
un quadro di ciò che fa, di ciò che pensa, di ciò che 
crede il popolo siciliano , e può ben capire com' esso 
vesta e mangi, quali norme tenga nella condotta pra- 
tica della vita, quali siano i suoi voti, le sue credenze 
nella terra che abita e nel mondo a cui aspira; come 
esso intenda la famiglia , la società , la legge, la reli- 
gione : un quadro, a dir vero, largo e particolareggiato 
ad un tempo, nel quale troveranno molta copia di do- 
cumenti umani, come oggi si dicono, etnografi e folk- 
lorlsti, penalisti e sociologi, moralisti e scrittori profani 
dì varia ragione. 

Agitato incessantemente dal desiderio di tutto rac- 
cogliere quel che giovi a far conoscere la Sicilia da un 
punto di vista inesplorato e nuovo, io non ho trascu- 
rato nessuna , per quanto in apparenza meschina ed 
insignificante, manifestazione del suo popolo : ed ora, 
non senza un intimo compiacimento per la materia 
che offro, dico fiducioso ai nostri governanti ed ai no- 
stri legislatori : " Ecco il popolo siciliano : studiate e 
provvedete „; e con una certa trepidazione ai lettori 
poco benevoli verso la Sicilia; " Non abusate delle mie 
rivelazioni ; pensate a quel che lasciò scritto Quinto 
Curzio (IV, 34): Nulla res effieacms multitudinem regit 
quatti superstiiio „. Ma ai cultori del Folk-lore e della 
Etnografia io mi rivolgo specialmente con questo u- 
sanze superstiziose; nelle quali vivono e palpitano vec- 



Ho^tedby Google 



X AVVERTENZA 

ehie generazidaì, parlano dominazioni diverse, avanzano 
civiltà già spente e miti e leggende di teogonie che la 
storia non è riuscita fin qui a cogliere e fissare. Che se 
vero è, com' è vero difatti , che , al dir di Wace , oc- 
corrono 

Pur remonbrer des ancessurs 
Le» diz et les faiz et les murs, 

io credo di rispondere degnamente ai bisogni della 
giovane scienza del Folk-lore facendo parlare il popolo 
minuto — il solo depositario delle sue tradizioni — della 
Sicilia con le sue costumanze, i suoi pregiudizi, le sue 
leggende, i suoi proverbi, indovinelli, scongiuri, canzo- 
nette, formole, motti e parole : vere sopravvivente, se- 
condo E. Tylor. 

Il metodo da me tenuto è siato quello di raccogliere 
intorno a un dato argomento tutto quanto ad esso si 
riferisca o lo illustri. La tradizione orale e l'uso vivente 
però non ho mai disgiunti dalla tradizione scritta, in' 
guisa da fare scorgere, quanto sia possibile, che tradi- 
zione ed uso non sono di recente introduzione tra noi, 
ma hanno un addentellato nella storia sacra e profana 
dell'Isola. Et sta gettare gli occhi sopra i vari capitoli 
dell'opera, per sincerarsi dell'antichità della tradizione 
vivente. Avrei potuto, come molti fanno, dar sempli- 
cemente, aridamente— il che non è certo un difetto — 
la materia raccolta; non credo di non ingannarmi rite- 
nendo che avrei fatto opera meno utile di quella che 
fo rafforzando col passato il presente o questo con 
quello lumeggiando. A tanto non sarei riuscito senza 



Ho^tedby Google 



una lunga preparazione e un corredo dì ricerche e di 
letture siciliane clie solo l'amore del mio paese e degli 
studi mi ha dato animo di sostenere. 

Com'io abbia messo insieme questa curiosa e dispa- 
rata materia parrà strano a chi non mi conosca al- 
trimenti, e non sappia delle mie occupazioni ordinarie. 
Palermitano e medico, io ho avuto sempre occasione 
di vedere e di sentir cose che non tutti vedono e sen- 
tono, perchè non tutti si è disposti a scendere nei più 
bassi fondi della società; e dal settembre del 1870, in 
cui principiai a scrivere, man mano che mi capitassero, 
pratiche ed ubbie, nulla dies sine linea : non è passato 
giorno senza una nota, senza un appunto. Facile quindi 
il supporre che la parte mf^giore delle mie tradizioni 
debba essere di Palermo e della provincia: e la sup- 
posizione è giusta, poiché di censettantadue comuni 
rappresentati in quest' opera , cinquantuno son della 
provincia di Palermo , mentre venticinque sono della 
provincia di Messina, ventiquattro di quella di Cata- 
nia, altrettanto di quella di Girgenti, diciassette della 
provincia di Siracusa, sedici di Trapani, quindici di 
quella di Galtanissetta. Come si vedrà dalla lista dei 
" Paesi nei quali sono stati raccolti gli usi e costumi , 
tutte le province della Sicilia, dalle più alle meno stu- 
diate, tutte le colonie fin qui esistenti in essa (alba- 
nesi, lombarde o gallo-italiche), quasi tutte le isolette 
siciliane minori (Favignana, Lipari, Pantelleria, Ustica) 
figurano in quest' opera. Tuttavia s' ingannerebbe a 
partito chi ritenesse esclusivo dfl comune qua e là in- 
dicato l'uso e la tradizione orale da me descritta: avendo 



Ho^tedby Google 



io voluto con quelle indicazioni solo autenticare la esi- 
stenza della tradizione e dell'uso. 

Nel lango intervallo passato dalla stampa dei primi 
due volumi a quella degli altri due, io pensai di fare 
un pubblico appello agli amatori delie cose siciliane, 
perchè volessero concorrere ad accrescere la mia rac- 
colta, già mollo innanzi per se stessa '. Molti promi- 
sero, ma pochi mantennero , pochi e buoni , come a! 
Manzoni parvero i versi del Torti; e questi pochi sono 
i medesimi che già prima della mia circolare mi aveano 
spontaneamente , amorevolmente aiutato con indica- 
zioni d'ogni genere. E qui- ricordo con gratitudine af- 
fettuosa il Barone Serafino-Amabile Guastella, che nel 
novembre del 1883 mi apprestò censettantasette su- 
perstizioni e pregiudizi del Modicano, territorio da lui 
studiato ed illustrato con sapienza amorosa; il profes- 
sore Mattia Di Martino , che di tempo in tempo mi 
venne fornendo indicazioni diverse della sua nativa 
Noto; il prof. G. Crimi-Lo Giudice, che del comune dì 
Naso sua patria mi ha favorito notizie curiosissime; il 
giovane sig. Mariano La Via, lieta speranza degli studi, 
che unico fin qui tra' suoi concittadini mi ha messo 
in grado di far conoscere tradizioni e leggende della 
sua Nicosia ed anche un po' di Nossoria. Ai quali ag- 
giungo, per varie comunicazioni, quando scritte e quando 
orali, il prof. S. Salomone-Marino per Borgetto, il prof, 
Vincenzo Di Giovanni per Salaparula, il comm. G, Di 
Giovanni, a cui devo anche l'intiero capitolo sui zolfatai, 

' Ai miei Amiai ed a quanti amano le tradizioni popolari 
in Sicilia. Palermo, Tipografia del Giornale di Sicilia, 1886. 



Ho^tedby Google 



AVVERTENZA XHI 

per Cianciana e Casteltermìni, il prof. Carlo Simiani ed 
il signor Giuseppe Patiri per alcuni degli appunti di 
Mazzara e di Termini, 1' avv. Gaetano" Vullo per Bu- 
tera, il signor Emanuele Cultrono per Vittoria, il com- 
pianto prof. Giuseppe Bianca per Avola. La materia di 
quasi centoventi comuni è frutto delle mie ricerche 
personali. 

Avrei potuto largheggiare di frequenti note compa- 
rative; ma, fedele al metodo da me tenuto nelle varie 
raccolte della Biblioteca, mi son limitato a semplici in- 
dicazioni bibliografiche alla fine di ciascun capitolo o 
parte di capitolo. Gli studi relativi al contenuto del- 
l'opera, che, secondo ho usato fin qui nelle singole mie 
raccolte, dovrei mettere innanzi all' opera medesima, 
formeraimo argomento d' un lavoro speciale di non 
lontana ])ubblicazÌone. Bensì, a rendere agevoli le ri- 
cerche degli studiosi ho aggiunto alla iìne del quarto 
volume, oltre il solito Glossario speciale, un largo Indice 
delle eose notevoli. 

E qui licenzio r opera mia invocando l'indulgenza 
de' buoni e ripetendo con un antico scrittore : Si desini 
vires, tamen est laudanda voluntas. 
Palermo, 19 Marzo 1889. 

Giuseppe Pi tré. 



Ho^tedby Google 



Homdb, Google 



PAESI NEI QDALl SONO STATI RACCOLTI 



USI, COSTUMI ecc. 



(Prav. d[) Caltaiiissetta 


Lieodia 




Mangano 


Aidone 


Mascali 


Barrafranca 


Mascalucia 


Butera 


Mineo 


Galtanissetta 


Nicosia 


Gastrogiovanni 


Nossoria 


Piazza-Armerina 


Paterno 


Pietraperzia 


Ragalbuto 


Resuttano 


S. Michele 


Riesi 


Vizzini 


S. Cataldo 


Zaffarana-Etnea 


8". Caterina 




Sutera 


Girgenti 


Terranova 




Vallekin^a 


Alessandria 


ViUalba 


Bivona 


Catania 


Caltabellotta 
Cammarata 


Acireale 


Casteltermini 


Adeniò 


Castronovo 


Agira Agirò 


Gattolica-Eraclea 


Assoro 


Gianciana 


Belpasso 


Favara 


Galatabiano 


Giarratana 


Caltagirone 


Girgenti 


Castiglione-Etneo 


Grotte 


Catania 


Licata 


Catenanuova 


Mentì 


Giarre 


Monterago 


Leonforte 


Naro 



Homdb, Google 



XVI PAESI NEI QUALI SONO STATI RACCOLTI GLI USI 



Palma 



Ragalmuto 

Ribera 

Sambuca 

S*. Margherita Belice 

S ciacca 

Siculi ana 

Messina 

Barcellona 

Capo dì Milazzo 

Cesarò 

Faro 

Forza d'Agro 

Franca villa 

Ganzirri 

Gioiosa-Marea 

Itala 

Lipari (Isola di) 

Lon^ 

Messina 

Milazzo 

Mistretta 

Naso 

Novara 

Patti 

S. Marco 

S. Pietro di Patti 

Sant'Agata di Militello 

Santa Lucia di Mela 

S. Fratello 

S, Stefano di Camastra 

Taormina 

Ucria 

Palermo 



Bagheria 

Balestrate 

Baucina 

Bompietro 

Borgctto 

Caccanio 

Calta vuturo 

Capaci 

Carini 

Cast eli amare 

Ccfalù 

Gerda 

Giminna 

Contessa 

Gorleone 

Ficarazzi 

Gratteri 

Isnello 

Lercara 

Maiineo 

Mezzojuso 

Misilmeri 

Montelepre 

Montem aggi ore 

Monreale 

Palazzo Adriano 

Palermo 

Parco 

Parlinico 

Petralia 

Piana dei Greci 

Polizzi 

Porticeìlo 

Frizzi 

Roccapalumba 

S. Giusepppe Jato 

S. Mauro 

S'. Flavia 

Sciara 

Solante 



Ho^tedby Google 



t NEI QUALI SONO STATI RACCOLTI GLI USI 



Termini 


Scicli 


Terrasini 


Scoglitti 


Torretta 


Siracusa 


Trabia 


Spaccaforno 


UsUca (Isola di) 


Vittoria 


Valledolmo 




VenUmiglia 


Trapani 


Vicari 




VÌIlabate 


Alcamo 


Villafrati 


Calatiilimi 




Castellamare 


Siracusa 


Castelvetrano 




Erice 


Augusta 


Favignana (Isola di) 


Avola 


Gibellina 


Ghiaramonte 


Marsala 


Goraiso 


Mazzara 


Francofonte 


Paceco 


Lentini 


Pantelleria (Isola di) 


Modica 


Partaima 


Noto 


Sa^paruta 


Palazzolo 


Ragusa 


S». Ninfa 


Roso lini 


Trapani 


S^ Croce 





Homdb, Google 



Homdb, Google 



SPIEGAZIONE Bl ILCUNE YOOI DI DIFFEREHTE SIGNIFIOSTO MELI* FEKSEHTE OPERH 



A, a; 'a la; d, alla. 

Ddu, quello; ddu' due. 

Ca , cne (pron, e congiun.) ; 

perchè, poiché. 
Cd, gli, ne, le, lo, li, loro, a 



Ini, 



Mii,da',ii 
6 al; d-é, 
Pò, può; 
Siddu, ~ 



Cu, ceti, con; _.. , _ 

Fora, faon; faro, fórra, sarebbe. 

Sa, ha, è; ha' hai, sei. 
Sé, ho; é, ai, agli, alte. 
•Ji, li, le; ■• ^- 



Me, r 










TÒ, tuo, tua; to' tuoi, tue. 

Un, un, uno; 'un, non. 

Va, va (verbo), via, su via; va' 

Vó' vuoi; vò', vuole; voi, bue. 
Foia, volta (nome); vota, volta 
(verbo). 



Ho^tedby Google 



Homdb, Google 



IL CAKNEVALE 



Homdb, Google 



Homdb, Google 



Tutti dicono e tutti ripetono clie ìt Carnevale se ne 
va, se pure non se n'è già andato; se ne va, pereliè i 
tempi non sono più da ciò, se ne va, perchè i giovani 
vogliono esser presto uomini, e perchè gli uomini non 
possono occuparsene con lo entusiasmo leggiero di una 
volta. 

Vedremo nel corso di questo lavoro quanto ci sia di 
vero in siffatta proposizione; frattanto cerchiamo di 
raccogliere e conservare a documento di storia quel che 
tuttora ci avanza delle feste carnevalesche; e prendiamo 
le mosse dai secoli passati , de' quali il nostro , sotto 
questo aspetto, è una pallida immagine. 

Certo, chi volesse farsi un'idea dell'antico Carnevale 
siciliano, non potrebbe, senza cadere in grossolano er- 
rore, guardare al Carnevale presente, perchè ben poche 
feste periodiche dell'anno furono più caratteristiche, 
più clamorose di queste, nelle quali la innata passione 
del popolo pel divertimento e pel sollazzo trova pa^ 
buio e sviluppo. 

Storicamente parlando, il Carnevale, meglio che qual- 
sivoglia altra festa e spettacolo popolare sacro o pro- 
fano, ci rappsesenta le condizioni civih e politiche dei 



Ho^tedby Google 



4 USI E COSTUMI 

tempi, avendo di essi seguito, o piuttosto subito le vi- 
cende e !a fortuna. Però lo incontriamo ora lieto e 
chiassoso, ora triste e silenzioso, ora frenetico e pazzo 
ed ora caimo e riflessivo. L'antica massima che per go- 
vernare ci vogliono tre F: Feste, Farine, Forche, attribuita 
a questo od a quel principe , applicata a questo o a 
quel popolo, sorge spontanea aila mente di chi per poco 
riguardi queste vicende, e consideri la ragione di esse. 
Un sol fatto basta qui richiamare: il Carnevale del 1648, 
Palermo, come si sa, usciva dalla rivoluzione che sì 
personificò nel battOoro Giuseppe D' Alesi (1647) , e 
avea bisogno di tranquillità e di oblio. Il Viceré pensò> 
ottener l'nna e l'altro eccitando , più o meno aperta- 
mente, a feste e sollazzi d'ogni genere. Nessuna occa- 
sione pili acconcia ed opportuna del Carnevale; ed ecco 
nobili e signori aprire a questo flne le loro botse e le 
loro sale dorate. Favorendo l'idea de! Viceré, essi fa- 
cevano il loro interesse per le ragioni che son facili a 
comprendersi da chi non ignori lo spirito ed il movente 
di quella rivoltura. Dal 19 gennaio al 17 febbraio fit 
un mese di carri, spettacoli, maschere, cavalcate, e per- 
fino di cuccagne, alle quali il popolo, benché con una certa 
diffidenza, prese molta parte; ma quando " conobbe il 
velen dell'argomento „ e vide che ii Viceré contanti ap- 
parati divertiva l'attenzione e l'animo dai tumulti che 
altrimenti sarebbero nati in continuazione a quelli del 
D'Alesi (come diceva un diaiista del tempo) ', allora 

' Biblioteca storica e letteraria della °iiAha o sia Raccolta di 
opere inedite o rare di scrittori sictìianì dal secolo XVI al XIXl 
j)iv cura di Gioacchino Di Marzo voi ni p SS8 (Palermo, L. Pe— 
doiie-Lanrie] edit,). 



Ho^tedby Google 



fl^ssando dai tripudi, rimase freddo spettatore del fit- 
tizio ufficiale entusiasmo. Da' 20 a' 25 di quel mese, gio- 
vedì di berlingaccio e ultimi giorni di Carnevale, ne' quali 
tutta la città avrebbe dovuto più che mai infiammarsi e 
pazzeggiare, " pochissime maschere (aggiunge il diarista 
■citato) per iscoramento che il popolo cominciò ad avere „. 
Guerre, sollevamenti, pestilenze, carestie aveano la loro 
necessaria influenza su questo come sugh altri popo- 
lareschi divertimenti ': Per la peste del 1575 fu dato 
bando in Palermo " con proibizione di farsi maschere, 
-corrersi quintane, farsi tornei, et tutte altre feste so- 
lite nel tempo del Carnevale cosi a piedi come a ca- 
Tallo, tanto con maschere, coma senza, massimamente 
■con le maschere, che travestiti , et come i nostri vol- 
:gari dicono stracangiati, potrebbero tutti, harreggiati et 
infetti, disseminarsi, et praticando con hbertà secreta, 

' Proibiffloni di maacliere negli anni I5M e 15i9 sono negli Atti 
■del Senato di Palermo. Vedi Villabiahca, JDiariJ, t, 13, pp. tS-Tg. 

Negli stessi Diaria , voi. 10 , p. 17 (ms. Qq D 102} il Villabianca 
lasciò scritto: « 11 febbr. mS-Giovedi. Le feste del CamevaJe di que- 
st'anno ITTSluronofreddissimetanto dalia parte della nobiltàe gente 
facoltosa, quanto da quella del popolo minuto. Non vi furono giuochi 
d'oca, castelli, maestri di campo. Soltanto vi furono aperti li due 
teatri uno pel ridotto delle masclierc in S. Cecilia, e l'altro per le co- 
medie in musica in S. Caterina, ma non opere eroiche. Tutto di ef- 
fetto delia povertà del paese cagionataci dallo scarso raccolto dei grani 
«he fti deplorato nell'anno acorso 1T78, Quando vi sono angustie di 
vìvere, dall'umor melanconico è predominato il core ». 

B l'anno appresso, 1780, p. 315: 

« Vi furono aperti li due teatri di S. Cecilia e di S. Liicia per opere 
in musica. Vi fu il ridotto di maacliare in S. Caterina, non carroz- 
zate di niascliere, né quelle di giuocM popolari. Più freddo dell'anno 
passato. Effetto della poveilà ». 



Ho^tedby Google 



Homdb, Google 



IL ■ CARNEVALE ,7 

medie se ne recitava anche in quella lingua, salvo poi 
a farle seguire dalla celebrazione di molte messe can- 
tate alla patrona della chiesa alla, cui porta la com- 
media s'era recitata '. Colali rappresentazioni erano pre- 
scritte dal Senato di Palermo, nel cui Cerimoniale si legge 
che il Senato stesso " per servizio del Rettore o per 
contenlo o allegrezze de' suoi cittadini ha costumato 
far qualche giostra e rappresentar alcuna tragedia spi- 
rituale, o comedia o altra festa publica „ *. 

II popolino non aveva quasi mai agio dì prender parte 
a siffatti spettacoli, non di rado costosi ^; né tampoco 
ai halli ed ai ridotti teatrali, che pur erano una salsa 
piccante in simili ricorrenze; potea bensì godersi, sempre 
che gli riuscisse di trovar posto , le giostre e i tornei, 
e i cavalieri riccamente vestiti, ed i carri pieni di mu- 
sici e CEintori *, e il giuoco dello staffermo e quello 
dell'anello e l'altro dei Saracino ^, 

' G febbraio 1663. «11 Viceré d'Ossuna fece recitare una comodi» 
spagauola innanzi la porta di N. Signora di Piedigrotta, presente il 
Big. Cardinale ed altri signori. E Ja mattina fece dire molte messe 
cantate innanzi detta Madonna ». Pabuta, Diario cìt., p. 186. 

' Tavola iXelli Capitoli del Cerimomale dell' Ill,<^ Senato pa- 
lermitano fatto da Baldassabb Bolosna tra gli anni 1610 e l'ili, 
eap. S8. Ms. dell' Arehiv. Coniijn. di P^ermo. 

s MoNGiTOBB, Diario, nella Biblioteca star, e leder., voi. IS, p. 146; 
ViLLABiANCA, Diaria palermitani, ms. Qci D 102, li febbraio llTS, 
p. 17; 1780, p. 215. 

I PiRUTA, Diario cit,, pp. 45, 84, 258, 2T9, 292 e seg. e Memorie 
diverse intomo al Viceré Duca (''Ossuna, nella Biblioteca star, e 
lete., V. n, p, 76. 

s Biblioteca sior. e leti., v. II, p. 76; v. Ili, p. 387 e seg. (Diario 
di V. AURIA). 



Ho^tedby Google 



8 USI E COSTUMI 

I nostri diaristi dal cinquecento all' ottocento non 
difettano di notizie intorno a questi spettacoli caval- 
lereschi, e fanno notare come attori ne fossero soltanto 
i nobUi e la gente facoltosa del tempo, -spettatori nobili 
e plebei. Parlano di più di ventìcinquemila persone pre- 
senti ad una giostra, e del gusto matto cbe vi si prendea '; 
parlano della festa che faceasi a' vincitori, i quali a guisa 
di trionfatori percorreano tutto il Cassaio, anche dopo 
d'aver cavato un occhio ad un cavaliere *, Innumere- 
voli, curiose, bizzarre le maschere a piedi , a cavallo, 
sui carri: ricche se di signori, e con tutto il sussiego ad 
essi conveniente. 

' 1001, 18 febbraio. « La sei» di questo giorno, ad ore 22, sì fece 
la generai giostra della città nella pianura di mare, in presenza del 
'^^oe^è, del Pretore ecc. Quattro furono i maestri di campo, otto i 
^osti-anti, elle con insegne eil imprese beUiaairaa si rappresentarono 
in campo. Si cominciò con sparo di maschi. L'ora tarda fece riman- 
dare al lunedi, domani, la continuazione ». 

2S febbr. Domenica ài Sessagesima. Seconda giostra, come sopra. 
Molte migliaia di persone v'intervemiero, 

3 marzo. Domenica di Quinquagesima, Altra giostra, « do^ e nelli 
catafalchi e nel circuito vi concorsero più di venti iiuiue milia per- 
sone d'ogni sorte e condizione». Si fecero giuoelii di coi da Da un 
padiglione comparve un carro trionfele tirato da quattro cai allì n- 
gualmente posti, dove erano drca dodici musici travestiti da sirene, 
Nettuno in chocoiola ecc. Andarono davanti il Viceré e cantarono 
e sonarono. Cosi comincia la giostra , Anita la quale calò uno AaX- 
V Osteria {oggi yaiasza dei Trìiunali in Piazza Marina) con un 
fuoco nelle matù e diedilo ad un carro, sparando alcuni folgarelli ». 
Bib'ioteca stof, e letìer., v. 1, pp, 292 e seg. 

* 1503, 25 febbr. « Giovedì dì Lardaloro (Berlingaocio). Si fece la 
seconda giostra della città, e prese il premio maggiore il sig, D. Ber- 
lingliieri Ventimigiia, per aver levato un occhio al sig. D. Francesco 
M. di Bologna ». Siblioteca stor. e lett., v. I; p. 131, 



Ho^tedby Google 



Gran dilettante di maschere, il Viceré Duca d'Ossana, 
a' 5 marzo del 1611 " ordinò prima che si mettessero 
in ordine per detto giorno amraascararsi, e si concer- 
torno da trentaqnattro cavalieri in circa. E Testiti, detto 
dì se ne andorno a palazzo , dove trovorno a S. Ec- 
cellenza vestito di colore, con la sua maschera in faccia. 
E cavalcò, e e si pose in mezzo del Generale, che al- 
lora era il marchese della Motta , e deUi Consiglieri 
Mario Cangiatosi e Baron di S. Giacomo. In quattro 
andorno per insino all' Ottagono {Quattro Cantoni di 
città), e tomorno per la piazza Bologna a palazzo, dove 
si corse ad «no staffermo et un Saracino, che v'era in 
ordine. Doppo S. E. sbarcò, e spettò a! piedi della scala 
per insino che seavaleorno tutti i cavalieri, et acchianò, 
(salì) e si ballò per insino a notte. Sopra si trovò il Cardi- 
nale {Gianndtino Daria), il qnale sedeva con sedia sotto 
il tosello a '. 

Cinque anni dopo, nel 1616, " buttò bando l'ultimo di 
Carnevale, che ogn'uno s'avesse di vestire mascara, con 
certa pena; di sorta che s'andava in cocchio con donne 
amascarato, e li cocchieri e sigitteri e tutti altri sorte 
di genti; che si vittiro cose rare e belle. E lui aveva 
fatto fare quattro carri, portati alcuni da boi et alcuni 
da cavalh, pieni di quartalori di vino, et appisi quarti 
di geneo di porco, carne salata, prisutti, salsizoni e cose 
simili; che partitisi dal palazzo con mascari appresso, 
e gionti all'Arcivescovato, fóro dai popolo saccheggiati; 
che si vide una gran festa, come si può considerare „ \ 

' Biblioteca suor, e lelt., v. li, p. 76. 
' Biblioteca star, e lett., v, II, p. 2Q1. 



Homdb, Google 



10 USI E COSTUMI 

Cotesto bando è singolare, e credo che abbia pochi ri-r 
scontri nella storia dei baccanali. 

Nel Carnevale del citato 1648, ai 19 gennaro " s'in- 
cominciarono molte mascherate , fatte da cavalieri ed 
altre persone, conforme era costume. Le genti ordinarie 
comparvero vestite alla turehesca facendo nelle piazze 
castelli di legno, dove s'esercitavano a suo tempo nelle 
battaglie ed assalti di guerra, I cavalieri si fecero a ve- 
dere a cavallo, vestiti sott'una stessa divisa, cioè di tela 
d'argento, una maschera di velluto nero in faccia, ed 
una piccola banderuola in mano con due aquile nel 
mezzo, che eerto furono di giocondissima vista, si perchè 
molto tempo era che non se ne vedeano , così anche 
per la bizzarria delle loro vesti. Sahrono al numero di 
dieciotto, e fu loro capo D. Cesare del Bosco. 

" 22 .... La domenica passata i cavalieri gettarono 
uova e dolci con entrovi alcune cartucce dov' erano 
scritti alcuni versetti, come si suol fare, a guisa di motti 
e proverbii piacevoh. 

" 26 Domenica. Questo giorno passò con molta festa, 
esercitata da molti artigiani mascherati con finte bat- 
taglie di castelli ed altre piacevoh invenzioni. Si mot- 
teggiò molto dalla stolta plebe (è il dottore D, Vincenzo 
Auria che scrive) contro la nobiltà, che a loro {come 
ignorantemente dicea) paravano con varie maniere in- 
sidie alla vita. 

' 30 gennaio. Torneasi grandemente in questo mentre 
di qualche grave disordine facOe a succedere dalla fre- 
quenza delle mascherate e dei castelli, che dalla plebe 
in diverse piazze si componeano per la futura dome- 



Ho^tedby Google 



-IL CARNEVALE 11 

nica: imperocché col pretesto di quelle unioni del po- 
polo a quei ridicoli spettacoli, poteano i malvaggi spi- 
riti, sotto le reali e non fìnte maschere, col gioco e col 
riso, suscitar qualche nuovo tumulto... La plebe bef- 
fandosi cleg-li apparecchi festevoli da farsi dalla nobiltà, 
per la sua popolaresca malvaggità disturbati , andava 
gonfia e superba della libertà con la quale quasi a suo 
scherno andava procedendo con danno della repubblica; 
ch'era il mantenere sotto quelle antiche usanze dì bat- 
taglie il popolo tutto nel suo fiore dell'arme.... 

" 2 febbraio. Domenica. Passò tutta in feste ed al- 
legrezze per diverse mascherate degU uomini, quasi tutti 
plebei, esercitati nei castelli ed altre sùnighanti ma- 
niere da burla. 

" 5 febbraio. Mercoledì. Cresceano le allegrezze della 
città per le diverse mascherate di varii artigiani ed altre 
persone private „. Le accompagnavano suoni di trombe 
e taìnburri. 

" 9 febbraio. Domenica. Passò questo giorno in gran- 
dissima allegrezza e festa per diverse ridicolose ma- 
scherate, che si vedeano passeggiare per tutta la città, 
con castoUì saracineschi ed altre invenzioni solite farsi, 
" 17 febbraio. Lunedi. Fra l'altre bizzarrie a mezzo- 
giorno comparve una galea con li suoi remiggianti ed 
altre cose necessarie, con quattro rote , tirata da due 
boi; la quale era precorsa da una buona quantità di 
soldati che givano innanzi variamente vestiti, li quali 
andarono poscia a dar l'assalto ad un castello di sa- 
racini nel piano dell'abbatia di Valverde „ '. 
' Biblioteca stor. e letter., v. Ili, pp. 245-46; 218, 250, 254, 258. 



Ho^tedby Google 



12 OSI E COSTUMI 

Evidentemente qui si tratta di quei carri di maschere, 
che il nostro popolo da secoli chiama carruzzaii, e dei 
quali sarà detto nel cap. II. 

Che cosa fossero e che rappresentassero le maschere 
tradizionali, vedremo piii innanzi. Qui vuoisi notare il 
numero straordinario di queste maschere, e gli abusi 
a' quali s'abbandonavano così pazzamente ' che non v'è 
bando senatoriale che non le proibisca o, pur permet- 
tendole, non minacci pene corporali e pecuniarie ai 
trasgressori. A piedi o a cavallo le maschere portavano 
.sempre qualche arme offensiva in mano : una frusta, 
uno staffile ; e nell' andare menavano botte a destra 
e a sinistra senza guardare a chi ed a come. Era tm 
divertimento più che salato anche come scherzo ; fi- 
guriamoci come ragione di malevoglienza. Spesso delle 
nerbate da orbo fioccavano inattese sul postione d'uno 
spensierato spettatore, e pareggiavano i conti tra due 
nemici a compimento d'una vendetta lungamente ago- 
gnata. 

Il travestimento era una bella occasione per pene- 
trare impunemente nelle case, e permettersi ciò che 
uè la rigidezza dei costumi del nostro popolo permet- 
teva mai, né la severità delle leggi lasciava mai im- 
punito ^, 

' Anche e forse più ne" piccoli comuni. Verso la metà del see. XVI 
:in Bivona i Gesuiti non seppero più elle fare per correggere la afre- 
aata licenza del popolo sotto le maschere del Carnevale. V, Alberti, 
DelVIstoria della Compagnia di Gesii in Sicilia, lib. I, e, IX. In 
Palermo, MDCCn. 

' Un antico proverbio dice: A l-u li'aàì'isi la mascara si canusri 
iu Tnascarahi. 



Homdb, Google 



IL CARNEVALE 13' 

Uno dì questi bandi ai tempi der Viceré Ettore Pi- 
gnatelli Duca di Monteleone (29 dicembre 1519) per- 
mette le maschere a piedi o a cavallo a muli senz'armi 
d'ogni sorta , pena la relegazione o qnatti'o tratti di 
eorda. " E chi, avendo armi, li {sic) tirasse fuori, avesse 
tagliata la mano; e chi ferisse, pena la vita „. Consi- 
mile proibizione prima e poi fu fatta anche alle donne V 
e perchè nessuno pretestasse d'ignorarla ed anticipasse, 

' Di questa disposizione, estesa anche slìe donne, do una spiega- 
tone mia, alla quale tengo per le applicaxioni' ctie essa può avere. 

L'uomo del nostro popolo, che non può, per divieto della Giustizia,, 
poi'tare armi addosso, uscendo «in tempi sospetti» con donne, ed 
essendo in pericolo d'averle trovate adddosso, o le butta per terra,. 
o le porge alla donna che ha a lato, la quale, com" è e fu sempre 
abitadine delle donne siciliane ", se le nasconde in seno. In questo- 
Benso io saprei spiegarmi la proibizione anche alle donne. 

Nella storia del Vespro Siciliano a me non ha potuto mai andar 
0ù che Droghetto, cosciente della eaasperaaione d'animo dei Paiei^ 
mitani, solo per libidine avesse osato di metter disonestamente le 
mani addosso alla giovane sposa in presenza dello sposo e di altri 
uomini, in mezzo a un popolo manesco e fremente per ira mal re- 
pressa, lo credo, « e creder credo il vero », che la cosa andasse in- 
vece diversamente, 11 governo angioino avea ordinato il disarmo; e^ 
lo avea ordinato perchè sapea quali correnti di simpatia fossero tra 
Mei Siciliani. Ma i Palermitani, ridotti, come si suol dire, con le 
spalle al muro, non pqteano stare senz'anni; e non allora soltanto,, 
ma sempre, perchè, senza le cotidiane provocazioni, senza la sete di 

■ Nella Lisabetia, leggenda popolare siciliana, ta quale canta uji 
fetto del 1510, una ragazza manda per ima vecchierella una lettera 
segreta al suo fidanzato; ed essa, 



(Vedi Salomone-Mìrino, Leggende popol. in poesia sicil,, n. XII 



Homdb, Google 



14; USI E COSTÌIMI 

come soleasi, il travestimento , la si pubblicò qualche 
mese innanzi il Carnevale (28 nov, 1520), e sì ripetè 
anche con maggiori restrizioni, vietando non pur le armi' 
offensive e difensive '; ma altresì le maschere stesse*; 
e lo " stracanciarsi in alcuna maniera d'armi: con ba- 
stoni, sferze, nervi, cavalcar cavallo, vestirsi dopo l'ave, 
■entrar nelle case ecc. pena di fiorini 1000, o di quattro 
tratti di corda , ^. 



l aveano ed hanno sempre l'uso di trovarsi a cavallo 
■(arroati). Ecco U 31 mano 1282, anoivei-sario della consacratone della 
chiesa di S. Spirito fuori Palermo. I Palermitani vi andavano nume- 
rosissimi e festanti come oggi vanno alla Zisa il 25 marzo, a Mon- 
reale il 3 maggio^ a Montepeilegrino il 4, ad Altavilla l'S settembre. 
Eva tra essi la coppia di sposi che tutti sappiamo; e certo lo sposo 
non sarà stato da meno degli altri nel tenersi ben armato. Chi sa, 
«he visto la mala parata, non avrà egli pòrto nascostamente alla 
sposa l'arme, e la sposa se la sarà nascosta in seno o altrove 1 La 
cosanon sai-à stata fatta cosi delicatamente da non accorgersene o 
da non M'eme sospetto un soldato angioino; e da qui Droghetto che 
caccia le mam addosso alla aposa, con quel che segue. 

Questo 10 penso: e se la cosa non è vera, è almeno molto veri- 
aimile, perche in tutto conforme al'indole ed alle abitudini del po- 
pohno sicdiano, 

' Bandi degh almi 1522, 1^5, 1528. 

' Bandi senatoriali del 10 dicembre 1517; 28 novembre 1520; 8 gen- 
naio 1521, 1523 (e questo, viceregio del Monteleone), 1530, IMO, 1631, 
1611 ecc. ecc. 

> Forse contemporaneamente, ma certo qualche anno dopo , tro- 
viamo nel Carnevale di Roma i medesimi abusi e le medesime proi- 
bizioni, n 1 febbraio 1556 ed il 7 febbraio l'iOO e proibito agli « im- 
maseherati di accompagnarsi eoi religiosi per le sttade e di portare 
AToà tanto offensive quanto difensive, baatom, baochetti" e sassi», 
■ed ■ estende la pena « etiam Ano alla morte mclusi\ e ad aijntrio di 
Monsignor Rev.™o Governatore ». A. Adbmollo , Il (arnevale di 
Poma mi secoli XVJl e XVIII, p. 13. Roma, Sommaruga 1883. 



Ho^tedby Google 



IL CARNEVALE 15 

Quest'uso del travestimento dovette essere, specie nel 
secolo XVI, uno degli abusi più deplorevoli anche in 
altri tempi dell'anno fuori del Carnevale, poiché più di 
un bando senatoriale, ed uno, sopratutto, viceregio diDon 
Ettore Pignatelli Duca di Monteleone dei 12 ottobre 
dell'anno 1513, e più ancora un altro dei 30 luglio 1518, 
di piena pienissima estate, lo proibisce senz'altro, sotto 
le solite pene dei 1000 fiorini o de' quattro tratti di 
corda; il quale decreto non lascia dubbio, che sotto le 
mentite spoglie ed i travestimenti se ne facessero di 
tutti ì colori. Ed il dubbio diventa certezza quando sì 
svolgano i sinodi diocesani. Quello di Patti del 1584 ha 
un articolo su questo proposito ', ed un altro il eata- 
nese del 1668 \ 

E giacché, parlando di maschere carnevalesche, mi 
vengono ricordati i sonodi, non senza grave meraviglia 
rilevo la sconfinata licenza degli ecclesiastici in cosif- 
fatta ricorrenza ed anche in altri tempi defi'anno. Per 
tre secoli, dal cinque al settecento, non v' è quasi si- 
nodo , non vescovo che non deplori e condanni la 
condotta sregolata de' chierici nel Carnevale. La dio- 
cesi di Siracusa nel 1553 ci dà la misura di colali a- 
busi; ed una deUe costituzioni di quel smodo in un la- 
tino molto anzi troppo chiaro rivela turpitudini inere- 
dibih ''. 

' P. IV, e VI 

' Decteta m pr-mciìit, dw eiaipx in min etc IWiS 'wit HI de- 
creto X\II, 11 18 

' « Cum in omnes acerbe ait am[niì\eitendura qui peisonati ba- 
ehantes pei civitatem efagiem Dei obumbrant, ut niàimi po^a li- 



Ho^tedby Google 



16 USI E COSTUMI 

In Monreale, nel 1554, la pena a' chierici mascherati 
è di due mesi di carcere '; e forse peggio nel 1584 in 
Patti \ e in Messina nel 1588 ^ Nel sec. XVII l'abuso è 
inaherato, ed in Gefalù, In Catania, in Patti i chierici, 
a marcio dispetto di. vescovi e di slnodisti diocesani, 
se la sbirbano mascherati facendo, dicendo e rappre- 
sentando le più sciocche scurrilità di questo mondo *, 

Ma già non dee far meraviglia tanta licenza in un 
tempo in cui non è bruttura che i Chierici non si per- 
mettessero , compresa quella di recitare in teatro , di 
assistere a commedie oscene, di far notturni e sere- 
nate d'amore, di prender parte a poco onesti ritrovi, 
di tener bische, di operar ricatti ed altre simili infamie ", 

D'altro genere, ma egualmente brutte, certe usanze 



a quaeque attentare non erubescant. In illos vero 
acerbissime, qui clericalìs obliti decoris , sic peraonati , miilieribus, 
choreis, pompisque intersunt, quique ludis lUieitiB operam dant., et 
per mbem et vicoa, musica instrumeiita pulsare et cantare praesu- 
maat.... volumus iiremiaibiliter, quoscunque et qtiascimque dignità!* 
fUlgentes, si personatos, seu mascaratos reperiri , aut qiiod ita ia- 
ceaserint , probari contigerit , per mensem in carcere permanere >. 
Synod. Constit, Siracits. Eccl. età. promKlgatae die Vili mensis 
a^tmiòris 1553, tìt. SXIX, cap. xm. 

' Const. synod. ìMtroff. Eccl. ciolt. Moni., t. XXV, 25. 

* P. IV, 0. VI. «Ebrietatem fugiant: pei-sonatì. nullo modo inee- 
dant, sicut in dìebus ante quadragesimant Aeri solet ». 

' P. I, 6. 

' Sinodo diocesano di Cefalù, an. 1618, p. IV, e. U; 1627 , p. UI , 
e. I; — di Catania 1623, p. in, n. 17; 1668: sesa. Ili, deci-. XXII, 
a. 18; — di Patti 1687, pag. 253. 

» Documento, gli stessi sinodi diocesani. Vedi per l'ultiaia quello 
di Catania dei 1668, sess. lU, deor. XXII, n. 49. 



Ho^tedby Google 



IL CARNEVALE 17 

carnevalesche di alcuni paesi dell'isola venivano an- 
nualmente a turbare la pace delle famiglie gettando- 
sospetti sull'onestà delle donne. In Trapani una turba 
di sfaccendati e di buontemponi giravano per le viuzze 
ed i vicoli della città, e fermandosi qua e là gridavano, 
chiamandola per nome, la tale o tal'altra donna, dan- 
dole i peggiori titoli e raffacciandole colpe infami e 
vergognose: usanza barbara per se stessa, pericolosa, 
per l'ordine pubblico, della qnale, come " abbomiha- 
biii et contra l'honore de Deo „, divette occuparsi nel 
Carnevale del 1545 il Presidente del Regno di Sicilia 
minacciando il carcere a chi tali brutture si permet- 
tesse '. 

Altro passatempo graditissimo era pur quello di but- 
tare qualche cosa addosso alle persone, massimamente 
nelle vie principali della città, nel Cassare specialmente,, 
e, da! XVIl secolo in qua, nella'Via Macqueda, dal po- 

1 Ecco i' documento quale lo ha tratto dal reg. 231 del Ppotono- 
taro del Regno, an. 1544-45, foi. 5 r. il dott. Pei-dinanilo Lionti Icfr. 
Archiaio per lo studio delle tnid, poji,, v. IV, i>p. 283-S9), 

« Carolua. — Ioamia. 

« Magtiifice vir regie fldelis dilects. Tcnem') informafione in questa 
C5ta de Trapane esseri una abusione et pessima eomiptela ne li giorni 
di carnilivari, ciò ohe molti pera uni eoadunatìloBemi in diversi squatri 
et compagnii solino andare cosai di giorno come di notti in quiDì 
ultìmi giorni dì carnilivari drouendo la cita, gridando inaemi ad alti 
vochi, con molti paroli inhoneati clamando li donni di una in una 
per nomo, coni portamenti et signi inhonestissimi, intrando nelli cor- 
tìgli di li donni honesti et <Ii bona aonditiom, qùilli provocando pa- 
blicamenti dichendoli li loro difecti et infamandoli con falsità lo pio 
di li volti, intanto che per questi occasione è successa alcuna volta, 
la morte di idcuni donni ammazzali da li proprii mariti, et easendof 

G. PiTBÈ —Usi e Costumi, voi. I. 2. 



Ho^tedby Google 



18 USI E COSTUMI 

polo chiamata sempre " Strada Nuova „, Era questo 
«n giuoco molto antico nel quattrocento, comunissimo 
nel cinquecento, nel seicento e forse anche dopo. Uo- 
mini e donne, adulti e fanciulh ci si divertivano male- 
dettamente, facendo a lanciarsi cruscherella {canigghia), 
polvere bianca, che voleva essere polvere di gesso (^ru- 
mgghia),ed era quasi sempre calce polverizzata, ed acqua. 
Dico acqua, e vorrei significare un liquido qualunque 
tutt' altro che odoroso , che il galateo carnevalesco di 
allora {Monsignor della Casa non trovò modo di farsi 
intendere) credea di poter utilizzare a rmfresco degli 
abiti di chi. meno se lo aspettasse. Si ricordi l' annaf- 
fiata di Socrate fattagli dalla fastidiosa Xantippe, E 
'Convien credere che il giuoco non durasse poco e non 
fosse molto semplice benché gradito, se più e più volte 
■dovette dar da fare alla Giustizia, che come ultima con- 
cessione onesta permise, che è quanto dire autorizzò, 

questi caai tanti abbominabili et centra l'honore de Deo principal- 
mente et in dampno gravissimo delle animi et in multo dishonori 
■ della cita. Ni ha parso si habia di estirpare cossi enormi consuetu- 
dini, et con la presenti vi ordinamo et espresse comandamo, che di 
fiubito vogliati fare promulgare bampni penali, ehi persuiia alcuna 
■di qualsivoglia gradu, statu et conditioni se sia, non presumma con- 
dannare questi actì cosai dishoneati et pessima consuetudine; et contra 
li ti'asgressori prochediriti a la eiecutione de li peni et ad carcira- 
tione, prendendo li debiti informationi e quilli transmettendo a la regia 
(thesaui'aria ad effecto chi per noi ai poza provedere a la condigna 
punitioni comò conveni in cosi et et esceasi di tanto malo esemplo, 
■certiflcandone die quando per vui non si usassi la debita dihgentia 
narriamo forzati provedere con li oppoituni remedu. 

« Datum panhormi die XXXI lanuaru HI Inditionis 1545. 

« El marchese de Terranova , vidit thesauranus. — Alfonsus prò 
^rothonotario. —Dirigitur magnifico capitaaeo civitatis drepani». 



Ho^tedby Google 



IL CARNEVALE 19 

.al sesso gentile di buttar dalie finestre solo acqua schietta. 
■Con uno dei soliti bandi il Capitan Giustiziere della 
■città, il 1 febbraio 1499, vietava che " alcuna persona 
«osi cittadina come forestiera presuma giocare a Gan- 
nalivari con arangi e acqua o altro modo „ sotto pena 
di onza una da applicarsi alle marannne della città \ 
Con un altro dei 25 gennaio 1518 proibisce che si giuo- 
chi " a Gamalivari tanto dai grandi quanto dai ragazzi, 
.ad arangi, a canigha o ad altro giuoco; eccetto le donne 
4alle finestre con acqua pulita , ^. 

In tempi men feroci e più leggiadri, anzi in piena li- 
bertà, non- si buttò più dell'acqua addosso alle persone, 
ma uova piene d'inchiostro, d'olio, dì petrolio, di gesso, 
di calce d'altra materia, e con maggior successo ancora 
uova di pietra e ciottoU gessati; e quanti ci han per- 

' Atli, Blindi e Provoisto bell'anno 1499-1500, indizione IH, 
aeir Archivio Comuiiaie di Palermo. 

' Quasi lo itesio fu in Rama. Un Tiando, sotto Siato V,.(lel 1586, 
■che diventa poi la maggia charta del Carnevale poniimo , proibisce 
* di traipe, ne avventare a persona alcuna dalle finestre per strada, 
o qualsivoglia altro luogo, ova con acqua guasta, melagnoli, aranci, 
rapi, mele o qualsivoglia altra ccaa simile ». Aoemollo, op. cit., p. 14. 

Nel Diario inedito del governatore di Roma Monsignor Spada, ci- 
tato dallo stesso Ademollo, p. 16, si legge che i V iH.mo Barberino 
volse che, se bene era solito di proibire di tirar l'ova, s'usasse par- 
ticolar diligenza a far osservare tal proibizione, giacché per addietro 
*ra andata in dissuetudine, talché ogni persona per vUe che fosse 
:si faceva lecito tirarle e n'erano poi nati degl'inconvenienti, essendo 
state macchiate vesti di valore a gentildonne e cavalieri, et anche 
cavati gli occhi ad alcuni ». 

In Genova « ne" portici cUe s'appellano di Sottoripa, tengono buona 
provvista di buccie di agrumi, e ne percuotono il capo ?.' mercantL 



Ho^tedby Google 



20 USI B COSTUMI 

duto qualche occhio o qualche dente dovranno ricor- 
darsene. 
E le arance come ci entravano ? » 

C'entravano come c'entrava la crusca e l'acqua; anzi 
erano oggetto principaìe di divertimento per gli uomini," 
i quali se ne servivano per far la sassaiuola. Sullo 
scorcio del secolo passato il marchese di Villabianca dava 
di questa sassaiuola qualche notizia utile per noi. 

" Negli orti nostri e giardini si nobili e rusticani del 
contado di Palermo anticamente si potean dire bo- 
schetti di aranci semplici, detti perciò da spremere e 
pulire vasellame di rame '. Con questi alanci i! popolo 
spesse volte nei tempi carnovaleschi si battagliava nei 
pili gran piani della città. Formavasi allora la batta- 
gha da piti corpi di guerrieri che si facevan compagnia 

che per di là si recano a' loro uflìeiL ». E ciò nei secoli passati. Ebj.- 
anANO, Vita privata dei Genovesi negli Aiti della Società Lifjitre 
di moria patria, voi. IV, fase. II, p. 262. 

In Milano « In onta al divieto gettavansi uova ripiene alcune volte 
di acque nanfe, talvolta di bau aln^ liquido che non era clezzante ». 
M BBNM.NUTI Milano Vie ( o'-tu ni vi, hi e niiom p HI Mi- 
lano l'm 

L abuso fu anche in Catalogna II 'V cano di Bircellona al b teb- 
braio 1402 il 10 febbraio 1423 e in iltii anni seguenti pioibiva 
che durante il Carnevale nessuna [crsona di qualsivoglia legge o 
condizione osiate (arare né dare ad alcuna j alesamente o travestita 
taiotjade o pul/ndei o altro che potesse dameggiare o insozzare 
le persone o le * esti o altri abila di quelle Vedi A Bii agi eb \ Me 
BINO Im Cnrnestoltet a Barcelona en lo ìegle X\JI p 21 Bai- 
celona, Estampo de la Renaisensa l'HH 

' Intendi the gli aiin i erin di (julII 1 it ci i, se \onj ìlk \i~ 
litura del rame 



Ho^tedby Google 



Il CARNEVALE 21 

senza punto di ordinanza militare. E pereliè tai corpi 
idi combattenti eran molteplici, la battaglia perciò a 
momenti più s'ingrossava e sortiva calda. Motivo per 
«ni si procacciava ella un numero prodigioso di spet- 
tatori. Le carrozze che in gran numero vi concorrevano 
si mettevan nei piani a circolo, e senz'avvedersene for- 
mavano il campo di questa guerra. Era in sostanza sif- 
fatto giuoco uno dei più soddisfacenti, e divertimento sì 
che dava gusto e piacere piìi d' ogni altro alla cittadi- 
nanza inclinata per altro alla guerra per genio di nazione? 
" Or questa sì bella battaglia aranciale è andata af- 
fatto in disuso in Palermo e né {«' è) stata la ragione, 
la triplice sorte. Net piano solamente della Gonzatia ' ai 
tempi nostri qualche volta celebrato venne dai concia- 
pelle, che sono li più valenti d'animo ^, La prima causa 

' Oggi Piazza Xiiava o, co:ue ia cMania il popolo, Vucciria Kova, 
* per. la sua celebre fonte, Ifuntanedda. 

' Difatti i cojicialjjri (bi'iisan.otij non erano dei meno arditi e in- 
deine dei meno facinorosi in Palermo, e gli ultimi e più famosi di 
questa risaia furano gli Anello. Il Di Marzo-Ferro ìn una nota alia 
Guida istrutrioa per Palermo e suoi dintorni riprodotta su quella 
del cav. D. Gaspahb Palbsìmo, pp. 130-21 {Palermo, Pensante 1859) 
dice; « Coaoacìutoà dal R. Governo eie i! detto locale f^a Conceria^ 
in molte congiunture serviva di asilo ai perturbatori deE'ordine pub- 
blico, dopo l'ultima esperienza avutane nel luglio del detto anno (1820) 
con roccaaione di fare il disai-mo, fece chiudere tuttì i sotterranei, 
che ivi tra loro comunicavano, e d'allora ordinò, che non più in luogo 
particolare, ma in diversi punti della città ei stabilissero i concia- 
Imi di pelli, che da più secoli ivi dimoravano. Non può ricordarsi 
jenza ammirazione la fermezza di cui fece mostra il fu Tenente Ge- 
nerale D. Vito ^'^n^iante, il quale affl'oiitaiido intrepidamente i pe- 
ricoli, dava gli. ordini coavenientì, fermato con pochi uffiziali del suo 
ignito nella piazzetta avanti la parrocchia di S. Mai^gherita ». 



Ho^tedby Google 



22 USI E COSTUMI 

credesi il seguir delle risse e con esse delle ferizioni e 
omicidii che la gara e l'ardor della pugna frai com- 
battenti offesi dal disavantaggio soìea partorire. Dalla 
parte dei nobili venendo contrapuntati da tal aranciati 
si muovevano carcerazioni per le persone di quei plebei. 
E governo quindi ne decretò l'abolizione. 

" La seconda causa, che è la più efficace, è che ora; 
manca siffatta abbondanza di aranci semphci, perchè 
guasi tutti si son fatti passare e scambiare coH'innestO' 
di aranci in portogallo, che son ora di sommo gradi- 
mento. 

" La terza causa finalmente considerasi in che avendo- 
oggi presa assai man forte la Giustìzia, non si vogliono- 
esporre le minute genti agli assassini della Giustizia ^ 
che infallibilmente per ordinario si devono attendere 
nel maneggio di questo tanto bellicoso giuoco „ '. 

Codesti divertimenti, un po' pericolosi per le pos- 
sibili e non di rado tristi conseguenze, erano comuni 
e molteplici un po' per - tutto , comprese le colonia 
lombarde ed albanesi della Sicilia. Giuseppe Grispi ha 
in proposito una pagina, che dimostra fin dove s' an- 
dasse in questi giorni dai suoi concittadini siculo-al- 
banesi. 

" In Palazzo Adriano nel carnovale di ogni anno si 
vestivano da pastori i giovani piìi spiritosi e forti ma- 
scherati; e con grossi bastoni alle mani correvano per 
le piazze e le strade maestre, ballando a brigata, e fa- 



' Giuochi popolareschi di Palermo descritti dal Vii. 
ms. Qq K 89 delia Comunale di Palermo da me pubbEcato nelle ìY 
JSffemeridi sioiliane, serie IH, voi. I, pp. 223-24. 



Ho^tedby Google 



IL CARNEVALE 23 

cendo schiamazzi, accompagnati da gridi camovaleschi 
della plebaglia, che andava presso di loro. Inveivano 
contro gli alienigeni, lasciando senza molestare gli Al- 
banesi. Sì conficcava nella piazza una trave, alla punta 
della quale s'affi^eva un fantoccio camovalesco, che> 
doveva venir baciato dalla persona alienigena; e questi 
cavalcalo sopra un travicello, posto a traverso a forza 
di una corda a carruca, s'alzava sino a quella punta.. 
Baciato il fantoccio, sì faceva scendere, e poteva libe- 
ramente passeggiare senza essere più molestato, da che 
riceveva in fronte un segno di tinta nera, che teneva 
pronta un uomo dentro una pentola. Senza cotesto se- 
gnale non poteva camminar persona, che non fosse 
greco-albanese. Se taluno reluttava ad arrecarsi alla 
trave al bacio del fantoccio, veniva a forza tuffato nella. 
conserva , esistente nel mezzo della piazza , o nel fm- 
micino, che ivi scorre, e il fatto cavalier bagnato , si 
lasciava andare tra le risa, ed il batter di mani della, 
ciurmaglia , '. 

L'uso sapea molto del barbaro e fu abolito nei primi 
del corrente secolo , o forse nello scorcio del secolo 
passato. 

Avendo toccato delle maschere, vediamo un po' come 
fossero esse in Palermo Chiediamone al cennato mar- 
chese di Villabianca, ed egli, che parecchie ne vide, e- 
di parecchie altre, recentemente andate m disuso, udì 
a parlare, ce ne saprà dire qualche cosa. 

< Giuseppe Crispi, Memone stoncJw di tnlunp coftum-'ìize ap- 
porlenenli alle colonie greco-alb/inesi di Sicilia, p. 59-60. Palermo,. 
MopviUo 1853. 



Ho^tedby Google 



ai USI E COSTUMI 

Eccomi dunque a riprodurre parecchie pagine della 
sua memoria sui Giuochi popolareschi di Palermo, clie 
io, anni fa, diedi alla luce. Le maschere qui illustrate 
son sette. 

ATTO DEL CASTELLO E MASTRO DI CAMPO. 

" Piantandosi in un largo di strada un ampio palco 
di taTole fatto a forma di teatro, qui fìngesi essere un 
Castello Piazza d'armi, che deve battersi e difendere 
dai nemici. Vi stanno sopra personaggi teatrali vestiti 
da Be e Regina del paese carnevalesco con damigelle, 
«d a lui attorno , e molti altri pure figuranti schiavi, 
che ne fonnan ìa guarnigione. Qui tutti danzano e tre- 
scano allegramente per dar spettacolo di godimento al 
popolo, prendendosi spasso al tempo istesso d'un altro 
fantoccio dì loro congrega mascherato di donna vecchia, 
che imbocca del pane cotto, e che dall'alto se la fa a 
filare. I suoni ordinaidamente che si fan sentire dai 
strumenti per li^balH che tengono le sudette maschere 
diconsi deila Tubiana, della Faeola, della Capona, tutti 
quanti di usi e termini di gente plebea. 

" Verso, poscia, la tardi del giorno, ecco sentirsi ve- 
nire il nemico ad assaltare quel fìnto forte, E questi 
è un superbo Mastro di Campo in %ura dì furioso uf- 
iìziale, che marciando alla testa di una piccola armata 
di guerrieri a tamburi battenti, formata per Io piìi da 
schiavi e da aìtri personaggi, frai quali per Io passato 
frammezzato vedevasi qualcuno procedente in maschera 
di furia, sì dà il piacere di fare per le strade fastosa 
mostra del suo valore coi gesti di pantomino, che sono 



Ho^tedby Google 



II. CARNEVALE 2& 

grati non poco al popolo. Arrivato egli Analmente al 
castello , quasi stracco del suo camino ,. vuol conqui- 
starlo. Per via di messi fa chiamare la resa al re, for- 
tificato in quel luogo, e trovandolo in istato di difesa 
si prepara al conibattimento. Vì fa del fuoco colla sua 
truppa, e fuoco riceve dagli assediati. Vi tira a brec- 
cia pel diroccamento delia muraglia, e vedendone la 
resistenza si risolve afi'assalto. Salisce quindi il primo 
le scale, ma i difensori gionto veggendolo a certo se- 
gno a bastante altezza non ve lo fanno arrivare, arai 
lo sbalzano di botto a terra , con che egli vi prende 
alle volte delli buoni stramazzoni, e il giuoco fìnto poi 
si fa vero, mentre ha bisogno quel folle attore di gua- 
ràsi delle ferite. 

' Volendosi poi tutti i giuoeatori franchigiar di spese 
introdussero far atteggiare il Mastro di Campo colla 
sola sua soldatesca senza pensare al Castello, che non 
ne fanno, la cui macchina invero costava qualche da- 
naro. E perchè nel giuoco guerriero dell' assedio del 
castello, la migliore scena era quella di salir la scala 
il Mastro di Campo e rotolar dalla medesima al suolo, 
perciò quest'azione la festeggiano ora i Mastri di Campo 
senza castello , ma colla sola scala portatile a mano 
nella quale facendo il giuoco la salisce in istrada, e 
gionto all'ultimo gradino fa finta di cadere, e con ef- 
fetto si stramazza in terra, accogliendolo in una tenda 
li suoi compagni; cosa questa che fa molto ridere, e il 
popolo l'ha finora acclamato assaissimo. 

" È bene intanto avvertire per atto di carità, quei gio- 
catori che, si mascherano di corpo di Bovi o Tori, per- 



Ho^tedby Google 



che stanno in pericolo d'aver mangiate le gambe dal 
cani corsi, che da incessanti e inconsiderati giuochi gli 
si fanno avventar di sopra. Li mastini credono quella 
maschera per un corpo di vero toi-o, cui si attaccano 
tosto alle orecchie , che è la naturale lor presa , ma 
perchè le trovan di carta, e non saporando altra carne 
che quella delle gambe, su questa mettono fondo. Li 
morsi che vi scagliano quasi da arrabbiati perchè si 
veggono quasi delusi , sono tanto micidiali , che son 
■capaci di consumar l'uomo e fargh perder la vita come 
altra volta nel Carnevale del 1792, ove giocando simili 
maschere era avvenuto a un pover uomo mascherato 
da Bue, contro il quale era per scagliarsi un cane corso 
se a tempo fosse stato fermato e acconcio stato di ba- 
stonate dalla spettatrice gente. 

" Questo giuoco finalmente di Mastro di Campo non 
è altro in sostanza che un giuoco teatrale, che mette 
in iscena e rinnova il fatto medesimo che fu a rappre- 
sentare il famoso Bernardo Cabrerà conte di Modica 
nei tempi dell'interregno di Sicilia dopo la morte del 
Re Martino, dando l'assalto al castello di Scianto presso 
Palermo, dove se ne stava impaurita e annidata la Re- 
gina Bianca di Navarra colle sue damigelle scampata 
già penosamente la notte dalla sorpresa del Palazzo 
dello Steri nella stessa Capitale fattavi da quel frene- 
tico innamorato Conte. Egli è un capo bello e buono 
dei più strani e memorabili della nostra illustre na- 
zionale storia '. 

' Ekico come andù il fatto; 

Nel gennaio del 1412 Bernardo Cabrerà conte di Modica intendeva 



Ho^tedby Google 



IL CARNEVALE 27" 

' Sul caso che può darsi al mondo di fare prigioniera. 
Tina Regina al proprio suo Castello o Palazzo un Ge- 
nerale d'esercito con stretto assedio espugnandone le- 
fortezze colla forza dei suoi guerrieri in tamburo bat- 
tente e di schiavi; sta fondata questa rappresentante 
festa popolaresca , per la quale si vede marciare per 

ad ogni costo diventare signore di tutta Sicilia e sposo deJIa bella, 
regina Bianca di Navarra, la quale in Siracusa avea avuto il co- 
raggio di riflutarne in modo reciso la mano. Però partitosi notte- 
tempo da Alcamo con la sua gente In arme venne in Palermo colla 
intenzione di sorprendere e far prigioniera la Regina , allora resi- 
dente nel palazzo dei Chiaramonte (poi palazzo della Inquisizione, oggi, 
dei Tribunali}, detto Io Steri. La Regina nel più grande scompiglio, 
riusd a fuggire colle sue dame, salvandosi, sopra una barca, nel suo- 
castello di Solante. Racconta Fazbllo, (JJe Re6. Sic., dee. Il, lib. IX, 
e. 8) e con lui Caruso (ITam. stor. p. Ili, voi. I, lib. I) clie entrato- 
li Cabrei'a nello Steri, e non trovata la Regina, facesse cose da paazo ;, 
e elle inoltre toccate il letto tuttora tepido di lei sclamasse: « Se ha- 
perduta la pernice mi resta il nido I » e subito spogliatosi de' suol 
abiti vi si uacció dentro (lutando, come uu segugio , in mezzo alle. 
lenauola, « Subinde, dice il Maurouco, {Sic. Hist, lib. V) spii'itunv. 
per nares tratens signìflcabat, obganniens more venatià canis , ad' 
lustrum ferae seae odore deiectari ■». Al Di Blasi (Storia del Regno- 
di Sic. iib. IX, e, XV) « sembra inverisimile che Tin uomo di età pro- 
vetta, di cui fatto avevano tanto conto i nostri sovrani, ed in isped.e' 
Martino il Vecchio, e che era investito della suprema magistratura, 
di gran Giustiziere di tutte il regno abbia potuto cadere in simili de- 
bolezze ». Ma quando si guardi all'indole fiera, prepotente ed orgo- 
gLosa del Cabrerà, agli scorni da lui subiti per ragione della regina. 
Bianca, al costante disegno di lui di farsi padrone di tutta Sicilia^ 
disegno osteggiato dalla Regina, mandato a male dai Parlamento, 
di Taormina, e compromesso da ultimo dalla città di Palermo, che- 
gh sì era voltata contro, io credo poco serie le osservazioni del Dfe 
Blasi, e più che verisimila il fatto. 



Ho^tedby Google 



la città il comandante d'armi con maschera di Mastro 
■^ìi Campo secondo la ordinanza di Spagna, e che mar- 
ciando buona pezza di tempo per la città finalmente 
pianta l'assedio al Real Forte e con farvi la scalata , 
che vi stava dentro fortificata. 

" Gredesi questo cosa ed atto di maschera una inven- 
zione ideale del popolo per dar natura di verità alla 
scena, e perciò spargono ciò aver successo in forza di 
prisca erudizione. Il Re di Prussia, per altro, Federico 
il Grande, ci fece provare ir fatto quando per le mani 
d'un suo comandante fece prigioniera la regina di Po- 
lonia nelle ultime guerre del 1740 rappresentando la 
tragedia nel gran teatro delle umane cose, 

GIUOCO dell'oca, DELLA PAPERA. 

" Dal noto ucceUo dell'oca prende questo giuoco car- 
novalesco la SLia denominazione, avvengachè, alla sola 
oca solea rendersi la testa dai giocatori nel principio 
della sua primiera introduzione. Non è egli in verità 
tal giuoco dei nostri tempi che quello stato un dì del- 
l'anello, solito festeggiarsi dai nostri antichi. Né con- 
siste solo la diiferenza che il giuoco trasandato dell'anello 
passar vedevasì per mani di persone nobili che facean 
mostra nei tornei, e quello dell'oca or farsi avanti per 
la mano so! dei plebei. Nella lizza, nel cui centro stava 
l'anello , non solo vi son pendenti presentemente le 
oche, ma anche altri volatili qualunque vogliansi, come 
~a dire dì anitre, galline, colombi, e con essi insieme a- 
nimali quatrupedi , come di vitelle , capretti , porci ed 
^Itrì. Gli attori che han luogo in questo spettacolo sono 



Ho^tedby Google 



IL CARNEVALE 29' 

tutti cavalieri, cioè persone andanti a cavallo, figuranti 
vari caratteri, che tutti fanno una ambulante scena e com- 
parsa teatrale. Chi la fa da mihtare, chi da cittadino, chi 
da dottore, chi da pulcinella, chi da bandito, chi da bar- 
rigello, e flnalniente accedendosi da mascherata di carat- 
tere chi di Morte armata d'arco, chi da Furia infernale,, 
colle fiamme in esso riccamando l'abito. In questa forma, 
godendosi prima la lor cavalcata per le più cospicue 
strade della città e sotto il rimbombo per lo più di festini 
di bari (sic) di quei che han fucili. Finalmente giungono' 
al punto ove bassi da giocare. Or qui, alla lizza tutti 
eorrendo, fanno strage di quei miseri innocenti animali 
sull'atto esposti alla lor barbarie; e chi ne fa la testa, 
sente fare il colpo della dama, cioè dei punto d'onore, 
con cui a sé traggesi la gloria dei più bravo corritore.. 
Estinto che viene l'ultimo animale, termina il giuoco e 
le carni degh scannati animali si portano correndo dai 
giuoeatori alle osterie, ove con quelle che vi cucinano, 
e coi vini che vi tracannano si danno il tempo dì darsi 
ubbriachezza. e saperla quanto mai si possa , e così 
professare più-vivamente le leggi del carnovale che sta. 
regnando nel punto della lor festa. Or questo stesso 
giuoco dell'oca fra la gente volgare è stato da' qualche 
anno in qua proibito dal governo, per le risse, che fre- 
quentemente accadevano, e che spesse volte termma- 
vano con ferite e con uccisioni. È cosa ottima che se 
necontmjvi ! diviet per non avvezzar la gente a guar- 
dar con mdifferenza h carnifìcina '. Bisogna che chi 
D tt ig . 



Ho^tedby Google 



So OSI E COSTUMI 

tiene le redini del governo nelle mani procuri tutti i 
mezzi per addolcire i costumi dello ignorante popolo 
•e gl'insinui l' orrore alla vendetta e allo spargimento 
Miei sangue. 

GUERRA DI LAZZARI. . 

' Due quadriglie di Lazzari con montura militare di 
^rmi bianche fatte di carta di color acciaio e armati 
«gnuno dei fanti d' una buona sferza vi fanno la lor 
parata e qualche evoluzione maestra soldatesca sotto 
il comando di un di essi che la fa da Generale. Do- 
nano essi con tale mostra non poco piacere al popolo 
■cattandosi dalle case dei nobili e benestanti mediocri 
mance in denaro, che la sera tutto va e colare per le 
taverne. 

" Finisce il giuoco poi colla battaglia. Una quadrigha 
•combatte l'altra e consister fassi in tutto la guerra con 
piogge di sferzate che a tutto potere di alzata mano 
si fan piovere sulle spalle. Queste però rendonsi leg- 
■^ere senza tanto sentimento di chi le riceve perchè 
nell'atto, colui che dà la persona si mette artilìciosa- 
mente il bastone dietro le spalle per ricevere senza do- 
lore il colpo dovuto dall'avversario, 

" E questi giuochi guerrieri, sempre dico una cosa, 
fanno sempre attestato del genio naturale belhcoso che 
jn sé tiene la nazion nostra siciliana '. 

BALLO DI SCHIAVI. 

■" Un ballo egh è questo che suol farsi dai Lazzari ma- 
" Di questa mascherata non si !ia più memoria in Palenno. 



Ho^tedby Google 



IL CARNEVALE 31 

scherati da schiavi. Il piccolo tamburro, piffera e cir- 
chetto con sonaglie intorno, strumenti questi tutti e tre 
turcheschi, sono quei appunto che ne formano il suono. 
E cosi del pari insieme alla turca dalla parte d'Africa, 
ove trovasi la gente mora, va ad intrecciarsi galante- 
mente quell'africano ballo. Colle danze ancora gl'istessì 
Lazzari meschian le burle , che fanno al popolo per 
festa pubblica. Si tingon di fumo di pasta d'olio e di 
fuhgine il volto, le braccia e mani, e con essa danno 
abbracci amorevoli con occhi in faccia a chi lor fa 
plauso in quelle pazzie. Anneriti (sic) restano intanto tali 
persone che vengon bollate dalli danzanti, e così de- 
formati vanno ad aspergersi di limpid'acqua per can- 
cellarsi le portate impronte. Poi è bello il vedere darsi 
di piede chiunque accorgesi venir lo schiavo a fargli 
quei uffici veri e fetenti, e di qua chi fi^ge, e chi di 
là, co! schiavo appresso, che le vuol cogliere, crepando 
di risa acciò intanto e sollazzandosi assai largamente 
la curiosa folla dei spettatori. Compiti i balh e i giuo- 
ghi cattansi i Lazzari, già fatti stanchi delle allegrie, 
buona pecunia dall' astante popolo compiaciutosi di 
quelle scene, quale spendono poi alla taverna ove fi- 
niscono di ubriacarsi '. 

DUELLI DI LAZZABI. 

° Vagabonda batte le strade della città in tempo di 
carnovale una coppia di .Lazzari vestiti alia antica da 

' Nei primi (le! nostro secolo esisteva quasi inalterato questo ballo. 
Di maschere come quelle qui desciitte l'icordo averne viste in Pa- 
iermo dopo il 1818. 



Ho^tedby Google 



32 USI E COSTUMI 

Spagnuoli con altri a lati di loro congrega procedenti 
iu abito di donne. Col tocco del tamburo chiaman le 
genti a seguirli e godere del loro spettacolo. Qui in- 
tanto fingono gli uomini d'ingelosirsi delle lor donne, 
fra ior si rissano, e si caricano di contumelie. Vengono 
finalmente all' armi , e si duellano con spade e broc- 
chieri all' Ispana usanza. A ciò gridan le donne che 
hanno terrore di quel duello, e mettendo7Ìsi nel mezzo 
li dividono e eolle risa del popolo danno termine al 
finto certame. Domandano intanto qualche denaro, e 
lo cattano dai spettatori di quella scena , con cui la 
sera vanno a trescare a crepapancia nelle taverne, e 
ubriacarsi di buoni vini '. 

MAMME LUCIE. 

" Non costa d'altro il noto giuoco camovalesco detto 
delle Mamme Lucie m Palermo, che dei salti festivi in. 
istrada di alcuni Lazzari, che van vestiti di donne pu- 
bliche. A suono di tamburi e tamburelli, che son stru- 
menti femminili, vi son dei giuochi e delle danze con 
ridicolosi bei pantomini. Il popolo vi va dappresso, e 
si diletta della lor festa. Stanchi essi attori finalmente 
delli strapazzi tenuti di questa tresca, vanno tutti 
eglino a finir la scena alle osterie, e delle servite le 
più galanti , ciò che è delle loro allegrie il principale 
scopo, cura ed impegno. 

BALLA-VIRTICCHI. 

* Non è altro il giuoco dei Salla-vhiicchi che un ball» 
' Anche di questa maBchcra s'è pe)-<liita la n 



Ho^tedby Google 



IL CARNEVALE 33 

(li mascherati" pantominì fatto a tuon ai tamburo da 
alcuni ragazzoni Lazzari nei giorni testivi di carnovale. 
Le lor maschere sono di pigmei, ma di pigmei tanto 
deformi, che orrore infringono, e fanno guasta la fan- 
tasia. Dalla testa viene occupata quasi tutta la loro 
persona, e siccome ella enormente è grossa, così enor- 
memente sproporzionate o piccole sono le membra del 
^uo vii corpo. Appena han pancia, braccia e gambe e 
con tutto ciò connesse fanno dei balh e vi trattengono 
di festa il popolo. La sera poi alla taverna si spogliano 
di quel mostruoso carattere , e danno agio alla loro 
stanchezza, col mangiar lauto, e tracannar vino , *. 

' \ìr,r, SBIANCA , Giuochi popolareschi di Palermo, pp. 119-122, 
^17-22^ lielle cit. Nuova Effeme:-. sic. 



- Usi e Costuiìù, voi. I. 



Ho^tedby Google 



Chi vive in mezzo al popolo e non fugge gli angusti 
ed eccentrici vicoletti e chiassuoli di Palermo non 
ignora che la tradizione conserva quando l'uso, quando 
la memoria di queste maschere; uso che andrà a per- 
dersi, memoria che si va dileguando, e presto o tardi 
sarà del tutto dimenticata. 

La maschera del Mastru di Campu fu da me veduta 
fino al carnevale del 1859 nel Borgo, e si rivede di 
tanto in tanto là e nel rione dell'Albergheria, dove la 
civiltà progrediente non ha saputo, né saprà ancora per 
anni, penetrare. Un uomo vestito alla spagnuola con 
maschera gialio-arancina, con enormi baffi; si arram- 
pica sur una scala sostenuta da altre maschere, sulla 
quale uno schiavoftino , fanciullo in costume moresco, 
con una spada sguainata in mano gl'impedisce di sa- 
lire. Il Pappirihella, che cosi anche dicesi da alcuni il 
Mastru di campu, s'arrabbatta in tutti i modi per dar 
la scalata; ma quando per gli atti minacciosi del mo- 
retto a piò della scala ne è impedito o ritardato , sì 
morde le mani, si contorce mostruosamente, con in- 
dicibile soddisfazione del popolo spettatore. La ma- 
schera si riproduce annualmente dai mascherai (ma' 



Ho^tedby Google 



IL CARNEVALE 35 

sóarara), e si vende e sì compra sempre, I nostri fan- 
ciulli, senza la rappresentazione mìmica, si camuffano 
in " Mastri dì campo „ e son contenti di attaccarsela al 
pìso, e di tenersi per tali. 

Non so se anche la Guerra di lazzari e ì Duelli 
di lazzari sì facciano ancora, almeno quali lì descrive 
il Villabianca, fuori Palermo; affermo bensì che il Ballo 
di schiavi^ ie Mamme-Lucie, il BaUa-mrUcchi, inalterati 
o solo con lievi modifleazìoni, si fan sempre. L'uso di 
queste maschere di andar questuando per vieulos et 
plateas e di altre maschere simili , che in frotta con 
esse costituiscono un corpo di attori , i quali poi la 
sera se la vanno a scialare alla taverna, è molto co- 
mune in Sicilia. Ricordo specialmente le Carnalivarati 
di Catania e di Mascalucia. In Catania una compagnia 
di comici improvvisati, per le varie piazze della città 
viene rappresentando farsette in poesia siciliana. An- 
drea Pappalardo, poeta popolare illetterato, è l'au- 
tore dì alcune di esse, come Lu matrimoniu rabbiusu^ 
probabiknente sceneggiato sopra la nota poesia-prosa 
che corre stsimpata in Milano ', e Lu Saltimhancu. In 
una di queste farsette che potrebbe intitolarsi Don 
Sncaturi, composta di otto personaggi, l' Omu vulantì 
fa da prologo, D. Sumturi, vecchio innamorato, vuole 
sposare Viulina, buona e bella ragazza, e ne parla 
alla gnura Cicigghia, che da paraninfa va a parlarne 
a Mastru Atanasiu e a Donna SpiticcMa, genitori di Viu- 
lina. Il partito è accettato , ma quando la ragEuzza si 

' n matrimonio rabbioso. Scuola per i vecchi ed 
per i giovani. Tip. Tamburini. Iii'-foglio volante. 



Ho^tedby Google 



36 USI E COSTUMI 

dispone aUe nozze, se la batte con D. Suspirti, giovane 
che va pazzo per Jei, lasciando quel vecchio sdentato 
di D. Sucaturi nella disperazione, li prologo, cioè l'omu 
vulantì, prende licenza con questa ottava: 

La mascarata vinili a tirminari 
L'aviti 'ntisu tutti li tinuri, 
Ca 'il vecchia non si divi maritari: 
Pri la so facci è 'n grannì russuri. 
A lu pueta l'aviti a se asari, 
Anniria Pappalardu e l'in venturi, 
Ca fa ati cosi pri Camalivari, 
E ìicenza pigghiamu a ati Signuri. 

E 1 Signori, che hanno assistito alla rappresentazione, 
danno quattrini, vino, carne, salsiccia agli attori '. 

1 Raccolta amplissima di canti popolari sicUiaHi, p. 609 e seg. 

In Sicilia, la, questua mascherata più comune è quella de' Pulci- 
nella, come ai potrà vedere n^V Appendice al presente lavoro. 

Rappresentazioni camevaleBche con questua si riscontrano in Italia. 

In Sora, fino a trent'anni addietro, gli artigiani eseguivano di Car- 
jiQvale Sa Zesa, Il Vecchio e la morte. Il paverù ed il ricco, La 
fiera del Gattai ecc. Notevole era quella de* Dodici i 
«la Vincenzo Simoncelli nel Preludio di Ancona, an. VII, n.5, pp. 
16 marzo 1S83. La stessa rappresentazione drammatica carnevalesca 
«i fa negli Abruzà con dodici persone rappresentanti i dodici 
e ciascuna con un simbolo che la distingue dall' altra, ed il padre 
da tutti i mesi l'anno (Db Nino, Usi e Costumi, v. Il, p. 193 
FlNAMOBB, I Dodici mesi, aelV Archivio per lo studio delie trad. 
pop-, V. IV, p. Ì3S e seg.); in Benevento (Cobazzini, Componimenti 
minori della letteratura popolare, p. 375), e in Veneria, benché non 
ci sia per questo una maschera speciale {Bbrnoni, Trad. pop, venez^ 
p. 45), Vedi in proposito il bel lavoro del D'Ancona naW Archivio, 
V. II, p. 239: I dodici mesi dell'anno nella traditone popolare. 



Ho^tedby Google 



IL CARNEVALE 37 

Lo Stesso in Mascalucia (prov. dì Catania). " In quel 
vago, gentile e pittoresco comune, è costume nel Car- 
nevale recitarsi dal popolo commedie satiriche in ma- 
schere nelle pubbliche piazze, e Sciddica-sapuni (so- 
prannome di un Vito Mangano [1807-1870]), poeta po- 
polare estemporaneo, le componea anno per anno... 
Nella Donna Natala è sceneggiato e messo in mostra 
il modo con cui procuratori, fattori, massari ecc. spo- 
gliano i proprietari, e la moralità è evidente e proficua „. 
Eccone li licenza- 

Cidii S gnut 1 iviti su tut i 

iu ut e hdil ni Ili piiticui 

\i està sbr ugnatu e d bbu! il i 

i d tatt 51 fi nurmuniri 

LoiQU oneslu di tutti è benvuluiu 

Non e e pirsuna ehi 3u pò bpariaii 

Ppi mia viva 1 onim 1 e vi aalutu 

Mmaliditta la lobba e li dinaii ' 
Vi sentu a tutti as^i rmgraaiaii 

Di quanta onuii ca m aviti datu 

Si e e mancanzn m aviti a scusari 

La Comica un lavemu studiatu 

Nui non sintemu h &enti spaiiaii 

&i qualchedunu si «enti lagnatu 

Sti miscirati si solinu tan 

Picchi ogn annu stu stili ci ha ^tatu 
Cainahvan si senti lagnatu 

Ca na carizza nun t ha vistu faii 

Sihbem aguamnu ppi tutti ingustiatu 

Ca tutti sema !>caisi di dinaii 

Oggi 11 mancia sa&izza e stufatu 
rumi tutu V hati a fan 



Ho^tedby Google 



A la fiiiuta poi eh' hatì manciatu, 

'N brinnisi si cci fa a Camalivari '. 
L'uso di queste poetiche carnevalate è molto antico, 
e fu molto diffuso in Sicilia. Quando altri documenti 
noi comprovassero, basterebbe a dimostrarlo il " Cu- 
rioso stranimotto quale fu cantato da la honorata ma- 
stranza di Ghiaramonte nel Lune di Carnovale VI Ind. 
anno Domini 1667, Il niedemo fu composto da mastro 
Natale Lo Gatto „ *; e in sedici ottave , talora un po' 
sboccate, dice plagas de' vari paesi dell'isola '■'. Tanta 
licenza in quei tempi e in una terra della Contea, fa 
maraviglia; ma la maraviglia cessa quando si pensa che 
non ostante i bandi e i decreti non era cosa che non 
si lasciasse dire e fare in questi giorni di malintesa 
libertà. 

Tutta una mascherata è quella de' Jardinara (giar- 
dinieri), tradizionale quanto la precedente, sebbene non 
periodica com'essa. Vestiti da giardinieri, ortolani, cam- 
pagnuoli, tutti fiori, foglie e verde, una mezza dozzina 
o poco più di uomini vengono divertendo i popolani del- 
l' Albergheria del Boi^o cantando una canzoncina 
un po' furbetfa, che tutti sappiamo a memoria. Eccola: 

' liaccolta atytplissiiìia. p. 6tS. 

* « Questo Mastro Natale e (è) optìino calctìolare e lia composto 
multe hiatorie in poesia, ma la meliore e {è) quella di Thomasi Ma- 
rino, quale ucliise la molile e lo garzo, e la notte medema more im- 
piombi si preoipitoe da lo campanaro di S. Jeanne Baptista». Così 
uà Malto Guaatella, che copiava J'anno stesso, 1667, la poesia anno- 
tandola. 

° S. A.GUASTBLi-A, Unapoesiapop. cafnescialesea del sec. XVII; 
a^VC Ari'Mvio, V. n, p. 383, e seg. 



Ho^tedby Google 



IL CARNEVALE 3J 

Accussi vosi Ddiu: 
Patri e matri mi muriu; 

Accussi vosi la Sorti: 
D'airistari 'rreri li porti. 

Li me' parenti mi cunsigghiaru 
D' iri a fari lu jai'dinam. 

Io sacciu fari im'arti nova: 
Ga ì' aranci v' 'i viiinu a prova; 

E 'mmenzu hi me jardinu 
Gei haju ehiantatu lu pitrusinu; 

E a lu latu di k funlana 
Gei haju ehiantatu ìa majurana; 

E cchiù 'nninti'a chi trasiti 
Beddu eiàuru chi sintittl 

E pi vuàtri 'mbriacuna 
Gei haju ehiantatu U carduna. 

E pi vuàtri pieeiriddi 
Gei haju ehiantatu li nuciddi; 

E pi vuàtri maritati 
V' haju purtatu li vastunachi. 

Picciotti schetti nu nni purtati. 
Gà su' diavuli scatinati '. 

La maschera degli Adddara (uccellatori, ma qui ven- 
ditori d'uceelli) con gabbie da uccelli cantano: 



I Su questa maschera in Venezia e sui versL clie le si mettono in 
bocca, vedi Raa^nii faceti sugli usi e costumi degli ultimi giorni 
di Carnevale di varie milioni, p. 6. Palermo, dalla Stamperia Ca- 
rini 1847; in Trento, Albino Zbnatti, liappi-ei 
Trentino, p. 28. Roma Artero 1883. 



Ho^tedby Google 



40 USI E C;OSTUMI 

Haju purtatu li cardiddi 
Pi ghiucaji li picciriddi; 

Gei mintiti la scagghiola, 
L' acidduzzu eanta e vola; 

Gei mintiti l'acqua frisca 
L'acidduzzu eanta e ftisca '. 

In Messina V Aciddara sono Li Cardiddara, 
di essi canta: 

Giuri e di pipi I 

Sugnu 'nta 1' acqua e nii moi'u di siti. 



E un altro: 



Sugnu un poyiru giardiiiaru 
E di casa staju 6 Fara, 



1 Dettata ioaieme con la precedente dal sig. Pieti'o Livigni. 

Una lunga poesia iwpolape carnevalesca, messa in bocca agli Ue~ 
celiai di Mt^ssina, è nella citata Raixolta amplissima, n. -4388; e<t 
un'altra sopra Zu saifariddarii, al n. 4369. 

In quella sono i seguenfi versi: 

Filli ralneddi talacqualì. 
Vi viirrivu annamui-ai-i. 

Beddi aceddi v' lié pm*f atu 
fri paasai-vi lu fliatu, 

N h^a piociuli e grannetti 
Ppi li viduvi e li solietti, 

Cà lu stari senza ac«ddu 
Non sta beni, non è beddu. 

'Ntra la casa di 'na donna 
C è la pica ca la chiama; 

'Ntra U gradi e la batia 
Lu canariu pizzulìa. 

L" aciddozzu In ogni locu 
Si cci aggiucca a pocu a poou, 

Quannu è misu n festa e gana 
Fa lu nidu 'iitra la tana.,,. 



Ho^tedby Google 



IL CARNEVALE 41 

Mi nni oalu ccà a Missina 
Cu na bettuleddi china 

Mi chiamo na signiruiza. 
Gei sdivàcai dda bettuluzza 

A ciiaU mi parii bedda 
Cci sdivaea tutta a bettidedda. 

Godeste ed altre ma-jcherp simili richiamano a quelle 
antiche di Firenze de' tempi di Loren?.o de' Medici, non 
già per Io splendore e la pompa delle maschere , ma 
SI per la natura dello spettacolo , consistente in una 
rappresentazione cantata. Altre sono invece mute, come 
quelle della Varca (Palermo) e de' Briganti (Catania). 
La barca era proprio una barchetta di cartone, sfondata, 
per dare agio alle maschere di camminare coi loro 
piedi e condurla innanzi. E facean le viste ora dì 
vogare per andare avanti, ora di siare per dar dì volta 
o girare, e fermarsi qua e là, e far qualche manovra. 
Frequentissime le fermate innanzi le botteghe dei ri- 
venditori. Un pescatore allora mettea mano ad una fio- 
cina {friseina), e agganciava da un panettiere una pa- 
gnotta, da un verdumaio un mazzo di finocchi, da un 
fruttivendolo una rotella di fichi secchi, da un macel- 
laio un tocco di carne, e via di questo andare. I vecchi, 
che sanno tante cose che i giovani non curan di sa- 
pere, dicono che un tempo questi pescatori cantava no 
a coro, ma il canto io non l'ho sentito mai. Se io son 
bene informato,una medesima maschera dev'esser quella 
catanese de' Piscaturi, dove con una canna da pescare 
(cimedda), dalla cui cima peade una ciambelletta dolce, 
{taralla, taralluccia, cudduredda), un pescatore burla 



Ho^tedby Google 



42 OSI E COSTUMI 

chi presume mangiarla quand'egli gliela cala sul muso 
e sulla bocca, tirandola in aJto subito che è per ad- 
■dentarìa, e sbuffandogli sul viso una boccata di ca- 
stagne masticate quando vi ha attaccato i denti. 

La maschera de' Briganti va a sparire, ma si potrà 
ancora riprodurre per circostanze occasionali di luoghi 
e di tempi, S' ingannerebbe di grosso chi la suppo- 
nesse recente. La nostra storia ha pagine sanguinose 
sul brigantaggio in Sicilia; non «no né due sono i bandì 
e le costituzioni viceregie, nominatamente al secolo XVI, 
■contro i banditi, né poche le storie e- le leggende popo- 
lari in prosa e in poesia di questo o di quel facino- 
roso che per conto proprio scorrazzava per ie campa- 
gne, e più che per hbidine di oro, per sete di vendetta 
o per istrano desiderio di togliere ai ricchi affln di dare 
ai poveri '. 

Una compagnia di maschero rappresentava mia ma- 
snada, ia quale scorgendo da lontano una comitiva, an- 
ch'essa mascherata, di passeggieri, l'assaliva, la basto- 
nava, la svaligiava affrettandosi a mettersi in salvo con 
la fuga. Èra una scena tutta muta, che si godea in vari 
posti della città. V'è poi nella stessa Catania La banna di 
li mascarati, mascherata di musicanti improvvisati, cia- 
scuno con un suo strumento, e tutti insieme conten- 
toni di assordare il popolino. 

I Maghi in Gratteri sono uomini vestiti di foglie di 
alloro con cappellacci pur essi d'alloro, lunghe barbe, 

' Vedi specialmente i miei Canti pop. sic, v. Il, ii. 913 e 915; Sa- 
lomone-Marimo, Leggende pop. sicil., nn. XXXIX-XLIV. 



Ho^tedby Google 



IL CARNEVALE 43 

con libracci, verghe, pertiche e. compassi per misurare, 
far circoli, segnar linee. La notte del lunedì vanno a 
seppellire un pitale pieno di maccheroni conditi. Il mar- 
tedì, a buon'ora, entrano in paese seguiti da gran 
folla; e misurando e calcolando e segnando, si riducono 
al posto della travatura; e scavando e frugando, tro- 
vano... i maccheroni e li divorano, È una parodia dei 
cavatesori. 

Contadini sono i Greci e marinari di Barcellona Pozzo 
dì Gotto, ì quaìi sotto quelle spoghe ballano con vio- 
lini e chitarre. Ed ecco un cacciatore tra essi, che con 
uno schioppo di canna vuoto e carico solo di pruvig- 
ghia, lo soffia addosso a questo ed a quello. 

Quattro popolani in Mentì fanno un'altra mascherata, 
reggendo colle spalle due stanghe, con grosse funi come 
per trasportare un enorme peso, che, in sostanza, sa- 
pete un po' che cosa è P... un uovo ! Sotto qae! peso 
le maschere tentennano, ansano, vengon meno; e dietro 
a loro una lunga tratta di gente che grida e schiamazza. 

Tutte queste maschere procedono , come ho detto, 
a partite, ciascuna da sé e per sé. Ma quante non ve 
sono che vanno alia spicciolata, o tutte insieme nella 
twbhiana ? La tubbiana o tuhbajana è bensì un suono 
da ballo carnevalesco, ma è anche preso per l'insieme 
di una mascherata , dove i più strani e diversi per- 
sonaggi baUano disordinatamente , saltano , sgambet- 
tano, folleggiano '.L'orchestra è ambulante: un gran- 

' 0. Romeo da Messina, in. una sua cicalata pel Carnevale del 1798, 
ricoMa questa mascheia; e l'editore messinese nota: « Tiibbajana, ma- 



Ho^tedby Google 



44 USI E COSTUMI 

dissimo tamburo, rimasto in Palermo solo pel Carne- 
vale, ma in pieno dominio in quasi tutta l'isola per ì 
bandi municipali, le gridate piìi pelebri di nuovi come- 
stibili, o-per le feste de' santi; un piffero (friscalettu) 
ed un paio o due di castagnette (scattagnetti) '. Questa 
orchestra, stata pagata o accaparrata dalle singole ma- 
schere, seguita da una folla immensa di monelli e di 
curiosi, tra' quali si distingue il siminzaru, il caìami- 



Bohera siciliana, d'origine aaracena, composta da pai-ecclii individui 
vestiti alla rinfusa, sucidi e scomposti, allusiva ai venditori delle in- 
terioi-a cotte degli ammali macellati e delle zeppole; quale maschera 
andava per le strade ballando al suono assordante e spiacevoìe di un 
tamburo senza bordoni. Da qui ne derivò l'espressione che si rivolge 
alle donne vestite scomposte, indecenti e luride ». Raccolta di cica- 
late di Don Pippo Rombo, p. 316. Messina, D'Angelo MDCCCLXXXV; 
Placido Arena-Primo da Messina, l'anno 1^5 cantava (.Raccolta 
di cicalate sopra cit., p- 4i0): 

Nacque da' Mori antica, e in ver non tanto ati'ana 
La prima fra le maschere detta La Tiìbba Jana; 
E in vece di esser nobile ricca di perle e d'ori. 
Colà che tanto abbondano fra gl'Indiani e L Uori 
Maschera di gran lusso, che ctì carro cammina. 
In. Tubba Jana povet'a si converti in Messina. 
Coperti d'orridissimi cenci li più schifosi, 
Tintì di nero llimo, facchini i più nojMi 
Con un tamburo stìidulo percorron la città 
G chiedon relemosina ballando qua e là. 

Il MoBTiLLASO, Nuovo Dizion. siri/, ital,, alla voce: « Tubifuta, 
s. r., nome di nna mascherata pleliea composta di molle persone va. 
l'iamenle vestite che ballano a suono di tamburo senza bordone, che 
riesce basso, ed é simile alle sillabe tu U, tu bi, donde il nome ». 

I In alcuni paesi, come in Oratteri, le maschere del popolino vajmo 
attorno con un contrabba^o, «k violino e una chitaira. 



Ho^tedby Google 



Il, c:arnevai.e 45 

laru, il venditore di vozzi \ il venditore di zuccaru », va 
in giro per ]a tale o tal'altra strada, e sonando chiama 
a sé la mascliera; quando le maschere son tutte rac- 
colte (e se ve n'è qualcuna estranea, fuori convenzione, 
non si tarda a respingerla o ad avvertirla che si allontani 
ò paghi) la mascherata è compiuta e va p^j luoghi pre- 
cedentemente stabiiiti tra maschere e sonatori, ma per 
lo più pe' posti ove abita la famiglia o la promessa 
sposa del mascherato- Vedete quella mezza dozzina di 
maschere che hanno un berretto in capo, una " man- 
tellina „ siiOe spalle, un corpettino cinto alla vita , e 
calzoni strettì fino alla gamba ? essi sono Spagnuoli, 
puliti, eleganti , gentih, che con un panierino piccolo 
pìccolo e grazioso in mano, coperto da una pezzuola, 
vi offrono dei confetti. Gradite 1' offerta , e ringrazia- 
teli. Quei quattro o cinque, dal cappelle a larghe tese 
avvolto da nastri di seta di tutti i colori dell'iride, che 
coi nastri delle braccia alternativamente mosse fanno 
un contrasto vago e bizzarro , sono de' Mayi.iari. — 
Non V 'accostate troppo a quella maschera brizzolata 
di sangue, dai calzoni bianchi, dalla bianca camicia a 
lai^o collare rovesciato sulle spalle, e dal cappello ro- 
tondo, perchè egli fa l'ubbriaco, e potrebbe pestarvi 

' Siminzaru, venclttora di agmo di Kucca tostato; catamilaru, ven- 
ilitoro di caramelle; uozzi (b. f, plur., al aing. vasta), gozai di polli, 

' K- dì lito questo lueohero in Carnevale e proprio all'ora delle ma- 
schere spicciolata o in tubbiana. Esso è in foi'ina di biscottini bianchi 
e grato a. mangiare benché, pel mieJe ond'è impastato, sìa molto attac- 
caticcio alle mani ed a' denti. Lo ai grida; Znccaru è, succaru è .' 
Viri quant'è un ffinnu ! (Zucchero è ! Vedi quant'è un gi-ano !), 



Ho^tedby Google 



46 USI E COSTUMI 

i piedi; bensì bevete un sorso, del liquore che egli vi 
offre in unaboccetta.— -Largo a quell'uomo tutto bianco 
vestito da Pulcinella, ma col capo coperto da una specie 
di cappuccio, e con una maschera a bocca aperta ! Egli 
è VAmmueca-baddòttitli (l'aftèocca-pallottole), e benché 
non vi faccia male con quella grossa vescica gonfia 
di maiale che tiene legata ad una mazzuola, pure zom- 
bando a diritto e a rovescio potrebbe intronarvi le o- 
recchie o far ridere alle vostre spalle. Vedete come, 
al pari di quell'altro mezzo giallo e mezzo turchino 
che fa da Foddi, agambetta e sguiseia tra la folla, la 
quale non ha tempo di mettersi in salvo iìaììuvescicate 
che le scarica addosso ! — Che frastuono, che rimbombo 
di campanacci ! Non vedete ? è un IHcuraru pur ora 
sceso dal monte, da capo a piedi coperto di pelle di 
capra, con iscarponi da dieci chilogrammi l'uno, e con 
tutte le campane di bronzo e di ferro delle suo capre 
e delle sue vacche attaccate alla cintura. Se vi uria. Vi 
ammacca le costole: con tant' impeto e cosi bestial- 
mente si muove o vi tocca col suo nodoso bastone. Meno 
male che egli non fa parte della tuhbiana, e vi rimane 
pochi istanti; se no, metterebbe lo scompiglio da per 
tutto. — Non fa bisogno di mettersi in punta di piedi 
per vedere lo ScaUUaru. Questa maschera, di im co- 
stume non proprio, diverte il pubblico regalando alle 
donne affacciate alle finestre ed ai balconi fiori, lomie,. 
mandarini, piccoli cartocci di confetti, che lega ad una 
sohda e lunga scaletta, la quale egli, dai capi che tiene 
in mano, allunga fino ai primi ed ai secondi piani delle 
case e poi subito ritira a sé confondendosi tra la folla» 



Ho^tedby Google 



IL CARNEVALE 47 

Dove eg'li non giunge con la sua scaletta, ecco lì i suoi 
amici reggeteli una scala e farvelo salire '. 

Ma che vado io descrivendo le singole maschere 
della tuhbiana! Se volessi tutte cennarle, finirei nel ca- 
talogo. V'è il Zannu, v'è il Dutturi, v'è il Sarum, v'è 
l'Abbati, il Cavallaccm , il Pisaturi, Ìl Mortu-porta-lu- 
mmi, la Morti, la Vecchia, e poi la Mamma-Cucchiara, 
Va CappucdnUj l' Ursu, li Bautti avvolti entro lenzuola 
(Cefalù) ', lu Turcu, lu 'Nglisi. Sono riproduzioni, paro- 
die, satire delie varie condizioni sociali e de' vari po- 
poli, secondo il concetto popolare siciliano, dei vari me- 
stieri, e persino di qualche animale domestico e selvag- 
gio *. Nella Contea di Modica v'era il Don Sirpintinu, 
V AUampacucci o Massdu 'Buppiddu e ' U xw" Eusà' , 
tipi originali che rappresentavano il ceto dei villani e 

> « Scaletta, arnese usato per lo più in Carnevale dai masclierati da 
strada, composto da una sarie di. regoli impematì in forala di X e 
poi inipemati tra loro nell'estremità mobilmente, che maneggiato con 
arte pei due manubrii obbliga a limarsi tutti quanti i pezzi, e por- 
gere o aa nei balconi, o ne! piano in distanza cartoccini di confetti, 
fiori, e più fVequeiitemente lomie, a .capriccio del porgitore ». Mob— 
T1IJ.AE0, JVmobo Disionario, alla voce. 

' Si ricordi che in ital. bautta- è , come in. sicil. bautta o bautta, 
un mantellino O un retino con piccolo cappuccio nero a uso di ma- 
schere. 

' L'AasNA-PitiMO, loc. cit. scrivea: 

Ci sunnu certi mascliiri, ehi su di carni umana; 
Non eira, carta e tìia, ma 'a facci l'haniiu sana, 
Sebtieni di una menza pari chi cu una stanga 
Purtasmru 'na cascia, ma non è cascia, è ^ai^a. 
Oc'è un antiquariu, poi tuttu impulviricchiatu. 
Va caminandu rjttu di l'unu e 1 autru latu, 
Cu. la quasuna niura e la quasetta janca, 
Bonn pi Camalivari, dottu di Salamanca. 



Ho^tedby Google 



48 TISI E COSTUMI 

■quello degli operai in continua e disonesta gnerra ira 
ìoro; in Modica la Vecchia di li fusa. 

Dentro o fuori la tubUana ì Bai-uni di Carnilivari 
raf%urano gli antichi Signori: e in qualche comune, 
«ome Castcltermini, fino ad aìcunì anni fa, ventiquattro 
dì essi, sopra asini sellati e con briglia, rappresenta- 
vano in caricatura i ventiquattro baroni che vantava 
la comarca di Gastronovo '. Questa maschera, gradita 
quasi dappertutto, non ha nelle grandi città il valore 
ed il significato che nelle piccole, dove non parve vero 
dopo il 1812 di poter levare »n po' la fronte in faccia 
al padrone della tetra, e contraffarlo in maschera. Il 
cavallacciti è ignoto in Palermo , ma , come in buona 
parte dell' isola, è anche conosciuto in Catania, nella 
maschera di nobilotto che si ferma qua e là impettito 
ed in sussieguo, niente curante delle bucce d'arance, dei 
torsi di broccoli e pastinache, delle ciabatte rotte che 

I In un opuscolo da me visto e non pubblioato, anzi forse distrutto, 
col titolo: Il Hisentiinento eli Ciancinita conti-o uno ili Castronimeo 
•per Salv, Mamo ed Isidoro Ouica, a pp. 38-39, la 51' ottava de Lu 
RìsenU/nentu di Cianoiana cantra un Casii-anunisi. Ottave del 
sae. Salv, Mamo (Girgentì, Stamp. provine commerciale ài Salva- 
tore Montea, 18T9, in-S") dice: 

E pri chiatu midè 'un è maraviggliia 
Gli 'a Camivali 'ntra burgM e citati, 
Comu cuntanu, ce' è gran parapigghia; 
VesUiLu vlutiquattm mascarati 
Cu tanti scoccili' cu la sedda a brigg'hia, 
E tutti ntì pirsuni cu' agghimmati, 
O cu caricatura aasai importuna, 
Rapprìsintavanu a tutti sii baruna. < 

S segue una nota: « Storico, specialmente in Caateltermini negli 
«iltimi anm della prìma motfi di questo secolo». 



Ho^tedby Google 



Il, ORNEYALE 49 

gir piovono addosso '. Il Barone ed il Cavallaccio son 
due maschere sociali. Il DuttuH veste poco dissimile 
dai Barone: nicchio in capo, colletto che nasconde le 
orecchie, cravattone che copre il petto, panciotto che 
scende lino alle anguinaglie, livrea, calzoni a g'amba< 
{causi a gammigghia), scarpine. Se vuol guardare, due 
grandi anelli a larghi cerchi saldati insieme fan da lenti; 
se vuol sapere che ore sono, gli serve d' oriuolo uno 
.9eatolino di latta, attaccato ad una specie di catena da 
cane. Qualche volta porta alle mani un paio di tanaglie, 
per le quali appare zannu (cavadenti) , o una sferza 
(ferra), e picchia alla cieca fìngendo l'antico mastro dì 
scuola (Catania). lì Dì4turi o Medieu è un miracolo in 
persona; lo dicono in tutti i toni i suoi lacchè ed ammira- 
tori, lo ripete egh stesso, e ne dà prova cavando un dente 
fìon tutta la mascella ad uno degli astanti, rompendo 
una gamba che vuol raddrizzare ad mi altro, slogando 
xm braccio indolenzito a un terzo. Questo Santu Scmu 
umanizzato ^ si chiama Giancorrao, e parla per con- 

' Cavallacciu in molti jiaesi deiriso'a, meno che neEe grandi città, 
À il galantùmu, cioè quelifi della classe civile. Molto spesso ò voce 
diapregiaUva, e in. questo senso iit Barcellona p sinonimo di Don 
Spillicohia-patati. 

' Pant%i So,nu è un santo abbastanza curioso. Secondo la leggenda 
popolare, chi si raccomanda a lui può esser sicuro die le cose gli 
andranno proprio a rovescio. 

Un mm-atore in pericolo, invocandolo, fé' un capitombolo da una. 
loggia; un certo manovale perdette la mano solamente pregandolo che 
lo guarisse d'un dito ammalato; un detenuto andò aUe forche ; un 
venditor di broccoli crepò dopo averlo supplicato di guarirgli l'asino- 

Vedi i miei Canti pop. sioil., voi. Il, n. 97G. 

O.' PiTRB — Ugi e Costumi, voi. I. i 

Ho^tedby Google 



.50 USI E COSTUMI 

tradizioni recitando alle comitive in mezzo alle quali 
si ferma il Medicu riversu, tema rima ridicuìa di An- 
toni Zaccu catanisi, uno dei soliti libretti popolari, che 
godono il fasore di frequenti ristampe palermitane come 
lo godette di catanesi '. 
Egli comincia cosi: 

Miu patri fu riccuni faeultusu. 
Chi sempri tinni la casa abbuiinata 
D'acqua assai, forti fami e friddu ciiìusu. 

Bambino (egU prosegue) io feci cose grandi; a 10 
anni mi ressi in piedi, a scuoia 

Nun appi mai parmatì uè cavaddi, 
Ma cu la ferra lu mastra mi fiei 
'Ntra li manu e li nàtìchi li caddi. 

A 20 anni imparai a leggere e scrivere; a 30 uscii 
di scuola; a 60 mi addottorai in medicina, ed ho tanta 
dottrina e scienza quanti non ha granelli l'arena. Chia- 
mato qua e là a medicare, feci prodigi, mandando gua- 
riti al camposanto quando una ragazza, quando un no- 
bilotto, quando una principessa, un duca ed altri tali, 
e ricevendo sempre mercedi e ricompense preziose, (che 
in sostanza, sono le cose più strane e più volgari),— E 
così curiosa è la sua maniera di diagnosticar le malat- 
tie, e cosi pazza quella di curarle, che presenti ed as- 
senti ne strabiliano. Tra le altre, eccone una da fare 
spiritare i cani : 

'■ Ce n'èediàoni del secolo iias^ato. hi Paici'rao lo iktamiia seiiipiv 
Ignazio Mauro. 



Ho^tedby Google 



IL CARNEVALE 51 

, pri la nomina, a chiamari ' 
Lu Marchisuzzu di Straililatu, 
Gh'avia uq duluri, e nun putta cuitari. 

Arrivaniiu, lu fici cunsulatu 
Di ]a sua 'nflrmità, quali m'ha dittu 
'Nti'a un ginocehiu patia d'ugnu 'ncarnatu. 

iu ci rispusi: " Siati binìdittu 1 
Patiti di st'oirenna 'nfirmitati 
0i tantu tempu, e nun m'aviti scrìttu,. 

Caminava cu diri a li criati, 
Chi prestamenti fàzzanu circari 
Ova di babbaluci 'nlussieati, 

Cutugna ancora di mènnuli amari, 
E rugiada di stereo di sumeri, 
Chi, li fici 'ntra uo bùmmulu pistari. 

Poi dì lu sueu ci fici un cristeri 
Pri l'oricchi, e librài dì inalatia, 
Chi cantatu ci fu lu mlureri. 

So patri onnÌDamenti mi vuUa 
Sei mila ducati arrigalari 
Pr^ànnumi, davanti mi chiaacfa. 

Ci dissi; ' Patrun m u, lassati stari ,; 
Ed iddu nun pri chissu ha tralasciati! '■ 

Li mei fatìghì di nun s idisfarl: 

'Ntra un vacili d' aranciu m'ha niaiinatu, , 
Cosa chi mai a lu munnu visto avia; 
Ova di tunnu di pipi salatu. 
La poesia, piena di contradiKioni e controsensi spi- 
ritosi o insipidi, piace tanto che quando uno la recita, 
tutta intera (son liei terzine) attorno a lui s'arrotano e 
fanno ressa per sentirlo quanti sono, presenti e vicini. 
' AtUt-al') dalla mia rìnomantia (nominai man<l'>mn)i a c-hiamai'e. 



Ho^tedby Google 



52 «SI E COSTUMI 

Van fuori della tvhUana i! Mortu porta-lu-vivu , un 
uomo alto ed aitante della persona, che s'attacca alla 
vita, davanti, la testa mascherata d'un morto (Catania) 
o d'una vecchia (Palermo) e di dietro le gambe dì essa, 
cosicché rappresenta due persone , una a cavalluccio 
all'altra '. Maschera serotìna di donna è l'Oca, in Ca- 
tania Pàpara (papera), tutta bianca, per una sottana 
cinta .alla vita, e una specie di sambenito, che però da- 
vanti i! viso si allunga a forma di becco, il quale si apre 
e chiude a mezzo di cannucce mosse alternativamente 
dalla bocca della maschera. L'oca, che non va mai sola, 
si reca di casa in casa, cheta e silenziosa, imitando il 
verso della sua specie. 

Altra maschera, della quale non ricordo il nome, va 
con uno strumento molto primitivo e materiale can- 
tando una canzone burlesca, e facendo ad ogni parola 
mille smorfie. Lo strumento è la caccamella (Palermo) 
■o ckijnucàpki (Noto) , una pentola dì latta, sulla cui 
bocca si tende la pelle di una vescica di bue o un 
foglio di spessa pei^amena, nel eentro del quale, forato, 
<.m pezzo di le^o bagnato, stretto fortemente dalla mano 
della maschera, con un movimento dì va e vieni, entra 

' Satini, La Grammatica ed il Lessico del JHaletto Teramano, 
p. 149 (Torino, Loeseher, 1881) scrive: 

< Lu 'Italie de Jajùne, ai ballava in Carnevale cosi a Teramo, 
Unatiersotta masdierata si attaccava sul dorso un fantoccio di stoppa 
anolie questi, niasLlieiata, le cui gambe 'a incrocjavano sul venti p 
di chi Io portava, onde il fantoccio pare\a che fosse come un altra 
perwna portata in toUo Mentie -a ballila fa4.eva ndeiL il donlo- 
Ur^i de! lantoccio che palesa id tgni iiomento loltgsp ca'.c'ire m 



Ho^tedby Google 



IL CARNEVALE 53 

ed esce dalla pentola producendo un suono cupo e pro- 
fondo. È il Puti-puti dei Napoletani ', il RummelpoU dei 
fanciulli girovaghi di Danimarca, HolsteÌn,Niedersach- 
sen, Judholland *. La canzone è quella che comincia: 
E la luna a meozu mari 
— Mamma mia, m'ha' a maritari. 
— Figghia mia, a cu' l'hè dari ? 
Si ti dugnu 6 muraturi, 

'U muraturi 'un fa pi tia. 
Sempri va e sempri veni. 

La cazzola 'n manu teni; 
Sì cci afferra 'a fantasia, 
Caziulfa la flgghia mia. 
E così prosegue pel calzolaio, pel pescatore, pel sarto, 
pel carrettiere, pel fallegname e per molti altri mestieri ''. 
Sotto il n. 905 dei miei Canti popolari siciliani pub- 
blicai la Storia di Ut maatru syerf (seggiolaio), che qui 
cade opportuno riferire: 

E età ce è u nnstru ^ijenl 
'N tegnu figghi ne migghieii 

,FiiTiaiinu Qa matmata 
'Un he vutu na chiamata 

Pimannu tanti citati 
'Un he vistu seggi sfasciati 

' De Boubcard Vsi e Cosfu ni l Napoli e contoi-m, v. 1, p, 306. 
Vapoh Nobile l'^SS 

' DI Rei\sbbiig-Dui»ng8pbld, La Festa del Natalo in Dani- 
mii,t Versione di Mattia Di Martino p. "!. Firenze 1875. 

' Vedi 1 miei fanti, i yp. sicil, voi. n, n. 903, e la nota di p. ^. 
ra la nipoletina in Molinabo Del Chiaro, Canti del poj. napol., 
p a. n ÌZ Napoli Atgenio 1880. 



Ho^tedby Google 



54 USI E nosTUMi 

— Signiruzza LCa d-. ttata 
L' aviti tutta «fassCiata 

Sta seggia eh av £ sutt» 
Vu' ItMti tutta lutta 

La vulemu b n oun in 
La vulemu bainaii 

Gei mttPmu li spadd ii 
Comii ali arti sl cummen 

E 10 legnu i cauli, fm i 
Travagghiala di canna ' 

La jmeheittu a tra^i f ne&c 
Comu ali autri donili onesti 

E 10 tegnu la viirni 
Teg M chiov i B II \nt ria 

E IO tegau i sw i e lasui 
'N'he cuiizatu nudda cascia 

E 10 tegau lu mirtf ddu 
Tegnu ancoia lu scarpeddu 

E 10 tpgnu lu chiinoizu 
Signuuzza Cv,hiu m.in po^u 

Gchiu nun pozau di Cintavi... 
Gcbiu nun pozzu i tr-ivagghiari... 

Sugnu st^ncu tiii poz? i cchiù !.., 
SigniruzzT moru pi \u ' 

Pel C irnevale di Palprnio ubava e forse usa a 
di cantale questi veit,! una maschera 
Confoime al costume, egli portava in capo un vecchio 
cilindro, che eia un bel pezzo archeoSogico , una seg- 

' La niTscliwa Oel sejgioiiio ^i ìivolge ad una donna che vede 
ceduta mnan7i 1 uacio di uni casa 
' Funiceih di ceilughono 



Ho^tedby Google 



IL CARNEVALE S-j 

gioia rotta sulle spalle, giacchetta e calzoni sdruciti; e. 
ad ogni crocevia, o presso a qualche bella donnina con 
la quale potesse permettersi lo scherzo , declamava 1 
versi finendo per isdilinquìrsi agli ultimi due '. 

Parlando della mascherata de' Jardinara ho detto 
che essa richiama alle mascherate fiorentine dei tempi 
di Lorenzo de' Medici. Qualcosa di analogo è qui , se 
non per il numero delle maschere,. che nel Mastru sijeri 
è di una sola, certo per ii genere della maschera é pei 
versi che essa canta. 

Della camescialata dei Pulcinelli io dicevo nel 187^J 
che ° delle basse canzoni onde Lorenzo de' Medici la 
spenta libertà studiavasi colle notturne orgie far dimen- 
ticare ai Fiorentini non giunse fama al vostro popolo. 
Nulla _di osceno, nulla di poco men che onesto hanno 
codesti allegri canti * ,. Questo non può dirsi de' canti 
carnescialeschi sopra" riferiti, dove 1' equivoco rasenta 
l'osceno, che è un carattere del canto carnescialesco, 
nella forma e nel concetto anteriore allo stesso Lorenzo. 
Il genere è vivo anche nello province meridionali di 
Italia, sebbene talvolta con altro nome, ed è opera di 
poeti pseudo-popolari; onde ìe poesie che corrono sotto 
i -titoli di Canzona de lo reeottaro, Lo PuUiero (il pol- 
laiolo), il Maccaronaro, VOvajola, la Nevajola di Fro- 
nda ed altre simili, roba, tutta o quasi tutta napolita- 

' Consimile, ma con equivoci e doppi aenai meno velati, è Lii so- 
lichianeddu, poesia popolare palermitana compresa ne* Siàìianisch^ 
Vol/isliedef itiid FoiAsrtì/ftsB?, pubblicati daLiBBiÌECHT nel Afti-fiucfi 
fùr rom. m. en{}l. Literatar, Xll, p. 313. 
' Canti pop. sicil. v. I, p. 39. 



Ho^tedby Google 



56 OSI E COSTUMI 

nesca, per lo più in ottonari come le canzoni siciliane^ 
e poi mai ridotta a parlate calabresi ecc. Nulla o quasi 
nulla di drammatico, come il Boti SuctUuri di Catania 
e i Pulcinelli di Palermo , in mezzo a' quali però sta 
una specie di farsa in versi, protagonista Pulcinella, che 
fa lo spaccone, e vuole sposare la figlia del re pretesa 
da un duca, che rimane con un palmo di naso '. 

Qualche intermittenza hanno le cari-uzzati , ossia il 
corso; ma, in generale, ie si fan sempre e, suppergiù^ 
alla medesima maniera. 

li cenno precedente del secolo XVII ' può valere pel 
nostro e pei di nostri. * Le ultime domeniche, il gio- 
vedì grasso dopa pranzo vi è lungo la bella e reale 
strada di Toledo, il convegno , il brìo , lo sfarzo della 
intiera popolazione; carri trionfali in figura di vascelli, 
capanne di pastori, muhnì a vento, grotte simbole^ianti 
scene popolari tutti tirati da superbi cavalli con ricche 
gualdrappe, la prima nobiltà vestita in vario costume., 
spargendo confetti ai popolo e lanciando alle signore 
che si spassano sopra le grandi ringhiere J e mazzetti 
di fiori, e eestolini di dolci, l'incontro poi dei carri trion 
fall reca, e mostra il vero baccanale gettandosi vice- 
versa ogni sorta di confezioni, e chi pifi ne lancia, co- 
strìnge l'altro a fuggire; l'occhio gode vedere la minuta 
, plebe affollarsi, raccogliere e strapparsi l'un l'altro di 
mano i confetti di cui la terra è coperta ,. 

Così scrivea jin anonimo nel 1847 *, così potrebbe rì- 

' A. LuMiKt, Le sacre Il'ippreseiiiasioni ila'iane: It DmutiHi't 
jj.^ji, in Calabria. Palermo, L, Pednne-Lauviel 1877. 
' Vedi a il. 11. 
' Racconti faceti, p. li;. 



Ho^tedby Google 



ir, CARNEVALE 5?. 

petersi oggi dopo più che trentacinqae anni, nei quali 
solo il corso Toledo ha barattato il suo nome viceregio 
con queOo regio di Vittorio Emanuele, e il giovedì grasso 
è seguito o sostituito da altri giorni creduti acconci alle 
carruszati. 

Non è sempre né dappertutto che gli amanti del di- 
vei-timento possano darsi il lusso delle carrozzate, perchè 
esse, quando si fanno, costano un occhio del capo a 
chi ha la vanità o i! piacere o il capriccio- di farle ', 
ma chi non può far come vuole, faccia come può, dice 
il proverbio; e moltissimi usano montare sur una vet- 
tura, sur un carro qualunque, cJDme a Gefalii *, e gettai' 
coriandoli, che vanno sotto i nomi di cunfetti, panuzzì, 
eannillini, cìciri cunfittati (Catania) e far tra loro, come 
gli spiritara ' di Barcellona, a' sassi. 

' Di onrroivtce nello scoi"Oio del passato secolo in Messina fé' cenno 
P. Abgna-Pbimo in una sua cicalata rapyresentata nel R. TeatfO' 
della Muniziono in Messina nel Caraevale del 1825. In una di queste 
masolierate nacque tal gara tra" signori che 

Per due raaaclienj i debiti contratti 
Puroii si grandi, e l'ipoteelie taate, 
Cile i Jiotiri rìempirano 1 lor atti 
Di laatui, ad a,:tn imbrogli uacii-o innante. 

£1 a conto di quel debim taluno 
Paga gli attirassi (arretrati! ancor, già lo sapijiamo, 
Pai'lo di centinaja, non pai'lo d'uno. 
Scritti son molti a' libri di Laudamo. 

Così mascheve apparvero brillanti, 
Ma gli eifetti da quel lusso lasciati 
Furon le brevi risa e i luiigiii pianti, 
BM i debiti ancoi; non son pagati. 

(Raccolta di Cicalate di Do.n Pippo Rombo, ecc. p. 414). 

' Poesie Siciliane di Caeminb Papa iappaiore di Cefalà, p. 139. 
Cefalo, Guasio 1880. 

> Sono colà i piccoli negozianti di limoni , i quali estraggouo lo 
spirito, cioè l'essenza, dal limone. 



Ho^tedby Google 



Ma. prima di andare avanti con le maschere, tomianiL- 
uiì poco indietro a vedere come cominci e proceda il 
■Carnevale. Ne vedremo delie curiose. 

Un antico proverbio dice: Ddoppu ìi Tri-Brè, tutti ole, 
*ioè: dopo la festa della Epifania (Tri-Brè) comincia il 
baccano del Carnevale. E cosi fu sempre; ma dopo lo 
.spaventevole tremuoto dell' 11 Gennaio 1693, che di- 
.strusse mezza Sicilia, nessuno veste maschera prima di 
quel giorno. L'ole comincia il 13 Gennaio, Un tempo, 
■come oggi, a tutti era dato avviso dell'entrata del Gar- 
jievale coi suono di trombe, o di comi, o di conche di 
tritone {bi-ogna) ' da giovani e da monelli ', Ed era un 

' Briìgna, sorta di crostaceo in forma di cono: buccina, triton no~ 
tlifentni di Linn. 

' < Li popolani in Palermo vogliono con impazienza il tempo di Cai-- 
nevaie, e in fatti nello bI«sso giorno della Epifania de' 6 gennaro 
isuonano il coi'ìio e la brojnia per la città dando i! segno da potersi 
-festeggiare i! Carnevale ». Villabiancà, Dìai-ij mss., f. 13, v, i, p. 61. 

Merao secolo piuma, nel 1743, il Mongitorb, Della Sici/. ricer~ 
caia, t. I, p. 1(Sl « I ragazzi se ne servono (della brogna) sonandola 
per trastullo le sere ultime di Carnevale»; ma è un fatto che la brogna 
s\ sonava dal principio alla fine del Carnevale. 

Tln canto popolare di Baglieiia cosi iìnkscc: 



Ho^tedby Google 



ir. CARNEVALE 5t> 

chiasso indiavolato, un tramestio per tutti, ma più per 
chi avea da fare gli apparecchi e le pratiche necessarie 
per mascherarsi. Ci voleva il permesso della Polizia,, 
e lo si otteneva pagando un tautp; ci voleva il costume, 
e lo si accaparrava al magazzino di Settimo Cane, ce- 
lebre anche oggi dentro e fuori la provincia di Palermo. 
Mascarara (fabbricanti o venditori di maschere), frua- 
riddara (fabbricanti di razzi) mettono, come mettevano, 
in mostra le mascari o facceri (Modica) di cartone da 
un bajocco (ceiit. 4 di lira) l'una, i cappelli di carta, i 
hirrittuna da PulcineUa, i birriuna (turbanti), i iricchi- 
tracchi (razzi), i botti, li voezi, ìpittiddi ecc., roba tutta 
indispensabile al popolino che vuol divertirsi da vero. 
Si sa che il Carnevale crescit eundo, e diventa, o al- 
meno diventava, tripudio, entusiasmo, furore, pazzia 
negli ultimi tre giorni. Carnalivan tutti li festt fa tur- 
jiari, dice il proverbio; e davvero che un po' di tutte 
le feste principali dell'anno si raccoglie in queste, che 
ne sono il maximum. L'importante è d'aver quattrmi da 
spendere: ma se pure non se ne ha, si procurano facendo 
un pic/nu , prendendoli a ddettu ' , pur di sbirbarsela 
quanto è possibile, 

I Vedi a p. 73 i versi del Bracconeri. 

II nostro popoHuo non rinunzia volentieri a questi e ad altri sciali 
simili: e por essi, mancando de' quattrini necessari, va a mettere in 
pegno uno o più pezzi di roba alle Case private di prestanza. Più comu- 
oemente però contrae dei debiti fdeitj con dotine che usano darl 
dinctri a li 'ntressi, L^ detta ai sconta a tanto il giorno o la set- 
timana, ed è 'saltuì^ (eaattute) la sborsante stessa o persona sua. 
Il computo si fe quaw sempre m oiize taii e gi-am, secondo l'antica 
moneta siciliana. Quel che diventi 1 onza (L 12 75) m capo a un anno 



Ho^tedby Google 



W USI E COSTUMI 

I quattro giovedì che precedono il Carnevale propria- 
mente detto hanno ciascuno un nome proprio allusivo 
a!la cucina ed aUa pappatoria. Il primo è JòdìH (o jovi) 
di li cummari, nel quale era di uso un desinare tra le 
comari di S. Giovanni. L'uso si va perdendo, ma rimane 
il proverbio: 

Lu Jòviri d' 'i eummai'i 
CIu' 'un havi dinari si 'mpigca lu fadali, 
ovvero: 

Cu' nu nii'ba, s' 'i fa 'mpnstari, 
perchè, giusta il galateo del comparatico, d'un invito 
alla comare non si potrà fare a meno in questo giorno ': 
ed è risaputo che nessuna parentela, nessuna amicizia 
sta a! di sopra della parentela e dell'amicizia tra com- 
pari e comari ^ 

11 secondo è il Jòviri di li parenti, forse per un de- 
sinare che faceasi tra' congiunti: e si dice che 

in mano di queste feroci usui'aie, non eì riesce a sapoi'e; è certo yeió 
•ihe in poolii anni, con un centinaio (!i lire di capitale si formano le 
migliaia. 

' Altra sarebbe la ragione spagnuola del Juàoes de coiìtadres, elio 
in Badajoz è il giovedì di llerlingaccio; cioè che in quel giorno e 
nei giovedì precedente l'JuiBes de comp.'iib-esj le ragazze Bcrivono 
tftnti nomi in tante polizzine quanto sono esse, ed altrettanti nomi 
di giovani scapoli della contrada, e le mettono in due urne differenti; 
poi le eeti-aggono ad mia per volta dalle due urne, fomiando così cop- 
pie di compari e comari. {Vedi L. R[oìaBRo]yBr8Pi.vosA], Fol/z-Lore, 
Catendai-io popular para i8S5, p. 46. Fregenal 1884): un quifisi- 
raile del mazìuni di Vicari (cft". i miei Spettacoli, p, 297) e della 
befana di Caprese (Corazzini, Mazzetto di poesie pop. di Caprese, 
p. 14. Sansepoloro 1883). 

' Vedi in quest'opera di t'si e Coslumi:R Conijaraiico, 



Ho^tedby Google 



IL CARNEVALE 61 

Lu Jòvlri d' 'i parenti 

Cu' 'un havi dinari si munna lì denti, 
cioè si ripulisce i denti, non avendo nulla da spendere, 
e da mangiare. Jòmri zuppiddu è il terzo, e guai a 
chi in esso non abbia tanto da mangiar di grasso ! 

Lu Jòviri zuppiddu 

Cu' nun si càmmara, è peju pr' iddu ! 
Questo giorno del zuppiddu, del zoppotto, è comu- 
nemente il giovedì, ma per alcuni il mercoledì, e per 
molti altri anche il venerdì che precede il Berhngaccio, 
donde una variante del proverbio citato; ' 

Lu Vènnari zuppiddu 

Cui nun si càmmara, sàcusa è pr' iddu, 
ovvero: 

Cui nuli havi dinari, mali è pr'iddu, 

che pare più conforme a' tempi in cui dovette nascere, 
perchè il mangiar di grasso (catmnaràrist) ài giovedì 

non ha nulla di strano (salvo che non voglia alludersi 
alla povertà, alla impotenza di spendere per mangiare 

un po' di carne); è bensì nuovo, e da vero Caxnevale, 

il fare uno strappo alle prescrizioni ecclesiastiche man- 
giando carne in giorno di venerdì. 

" Non so, e pure l'ho ricercato sul serio, da che de- 
rivi l'appellazione di mercoledì, o giovedì, o venerdì del 

zuppiddu.... Ho interrogati sul proposito molti vecchioni 
del mìo e dei paesi vicini; ma tutti hanno alzato le 
spalle, tutti hanno curvata la testa all'indietro, ener- 
gico gesto, che tradotto a parole, significherebbe : Po- 
tete spararci, ma non ne sappiamo proprio il belnuUa ! „. 



Ho^tedby Google 



t>2 USI-E COSTUMI 

Così scrive il Guastella nel suo prezioso studio sul- 
VAntico Carnevale di Modica, che avrò più volte occa- 
sione di citare in questo mio; e fermandosi un po' sul- 
ì' argomento rileva che nella Contea di Modica " il 
giorno del zupiyiddu era destinato per la distribuzione 
dei Yermìcelli a tutta quanta la poveraglia, come il Ve- 
nerdì gnoecolaro, che tuttora-è in uso in Verona; e sembra 
che il nostro proverbio si riferisca a quella distribu- 
zione „; rileva certe cavalcate per festeggiare !a nascita 
di Bacco , e con esse certe cascarde calabresi, cioè 
balli, probabilmente cantati; e mette avanti i' ipotesi 
che quel zuppiddu possa essere un avanzo di diavolo, 
divenuto un essere a parte, metà mitologico, metà reale, 
quasi un tipo di satiro , forse conservato anche come 
maschera ', 

Viene ultimo il Jòviri grassu o lardaloru *, o lu Jovi 
di li sdirri (Catania) ", cioè il -Berlingaccio, e 

Lu Jòviri grassu 

(o Quannu veni lu Jòviri grassu) 

Cui nuli ha dinari s'arrùsica l'uossu, 
ed anche: 

Lu Jòviri lardaloru, 

Cui nun havi dinari si 'uipìgaa lu tìgghioìu *. 

' I.' nnUrit €irrii''.-}a/c Iella Contea di IoMm, pii. S-S. lindi- 
uà, 18T7. 
' In Barcellona P^vzzo lii Gotto Giooedt a lardaloru. 
■' C-iSTAGNOLi, Prnsnolosia siculo-toscana, p, 3fl8. Cataaia, 1:^. 
' In ChiaraiiLontc (v&li ì miei Pi-oc. He, v. li!, pp. 35-36): 

'U jiormi. I'' 'o lanlaluoru 

'A mamma si "mpigna 'u flgghiuulii. 



Ho^tedby Google 



IL CARNEVALE C^ì: 

La qualificazione di lardaloru data al BerlÌRgaccio> 
parmì anteriore a quella di gras3u; e, secondo il Gna- 
stella, era ed è chiamato così " per un minestrone solito ■ 
farsi in quel giorno, e che su per giù arieggia le minestre- 
di Genova. Il principale ingrediente sono grossi pezzi di 
lardo, ai quale vengon mescolati quanti più legumi,, e 
quante più erbe ortalizie si possano , '. Si ricordi che 
trecent'anni di dominazione spagnuola ci lasciarono u- 
sanze, particolarmente religiose, voci, nomi apagnuoli in., 
buon dato. Dtjous Uardér dicono ì Catalani quel che i 
Castigliani dicono Jueves larderò, cioè giovedì lardajuoìo, 
per un mangiare speciale a base di lardo che si usava, e- 
che in Catalogna dicon tuttavia^ c«sso,'a. Del resto, non. 
deve stentarsi molto a trovare in un usoproprio del Ber- 
lingaccio la spiegazione del lurdo e del (/casso, dai quali 
esso giorno prende nome: voglio dire quello di scan- 
nare il maiale, " L'allevare un maiale, scrive un sira- 
cusano che rilevò quest'uso, è una provvidenza per le- 
famiglie che anno modo d'allevarlo. Si compra un pic- 
colo porcellino che costa un cinque o sei lire, e si manda , 
in campagna, per potersi sviluppare nel corpo all'aria . 
libera e pascolando. Tre o quattro mesi prima di scan- 
narlo, si riporta in casa, e sì governa bene per ingras-- 
sarlo. Tenendolo due anni, si à un maiale più grosso,, 
è vero, ma la carne non è così tenera, come è quella 
di UH animale di un anno. Fatto è però, che nelle fa- 
miglie che allevano il maiale, si sta bene per due anni;, 
prima, col pensiero di quello che si avrà , poi con le- 

1 L'antico Camerale, p, 9. 



Homdb, Google 



64 tSI E COSTUMI 

proviste che se ne ricavano. E si che è vero il nostro 
proverbio, il quale dice: Se vuoi stare allegro un giorno, 
fatti la barba; se vuoi stare allegro tm mesi'; maritati; 
se vuoi stare allegro un anno, oh! scanna il maiale. Dal 
maiale si ricavano Jardo, strutto, salami, salsiccia in roc- 
chi, sanguinacci, presciutto, ciccioli; e nulla va per- 
-duto ' „. 

h'olla podiidit dev'essei isoieUa del cennato mine- 
strone. Si dice pui Lhe m quel giorno si 'mpigna lu fìg~ 
ghiolu, perchè s ha a festeggiare ad ogni costo, anche 
■qtfando, per com due, pei manco di danaro s'abbia a 
mettere in pegno il bunbo lattante. Un altro prover- 
bio chiaramontano sullo stesso giorno allude ad un uso, 
ignoto, al pan del proveibio, nella Sicilia occidentale: 

'U Jòvi r lardaluoiu 

J frati mmitivanu i suoru 

Ora 1 tempi su cangiati, 

E i suoiu mmitanu 'i fiati 
Quest'uso è un tie=!tnaie tia fiatelli, sorelle, cognate, 
suoceri, geneii, nuore nel quale si chiarisce un nia- 
Jinteso, si toglie uno screzio; questioni, lit^i, odii, ran- 
cori si annegano in un bicchier di vino e si dimen- 

' 0. Melodia, Il popolano. Letture proposte alle scuote pei- gii 
ndiiìti della Sicilia, p. 62, n. 5. Siracusa, Norcia 1874. A p. 61, n. 4, 
l'A.. descrive lo scannamento del maiale nel mercoledì che precede 
U Berlingaccio, in casa d'un massaro Antonio. 

Una delle Cicalate óiGAETAtioBRAcconam: Lusbamu di li pord 
da Coiaftria (1833), descrive in poesia bernesca l'iiso di ciascuna parte 
(iel insuaJe quando esso si scanna. Vedi Raccolta di Cicnlnte di D. 
-Pippo Rombo ecc., p. 479 e seg. 



Ho^tedby Google 



IL CARNEVALE 65 

ticano per sempre. È il convito della concordia, il trionfo 
dell'amore '. 

Questi quattro giovedì son tre in alcuni paesi, dove 
quello del zuppiddu non si conosce; però degli ultimi tre 
giovedì di Carnevale il terz'ultimo è quello dal giovedì 
di li cummari, il penultimo di li parenti, l'ultimo grassa 
lardaloni. 

Gii ultimi giorni di Carnevale in Trapani, Erice, Mar- 
sala, Mazzara, Sciaeca, Menfi, Catania, Ragusa, Modica, in 
quattro quinti insomma della Sicilia, compresa la siculo- 
lombarda Piazza ', son chiamati Sdirri. " Pagherei un 
occhio del capo, dice il valente Guastella, per saperne la 
etimologia, perchè confesso di non saperla „. Il proto- 
papa greco di Messina G. Vinci la va a trovare, niente- 
meno, nella lingua ebraica! * il vecchio Francesco Pa- 

' In Fabriano il Giovedì grasso è detto Ciccolaio; e percliè è uao 
di far convito a parenti e ad amici, corre questo proverbio {Marcoalbi^ 
Lfi Usarne e- i Pregiudizi dHpopolo fabriamife, p. 12, Fabriano [SS5): 

Giovedì di Ciccolaio 
Giovedì raaccheronaio; 
Ogni uccello si rinvita 
1 no il passera e la pica, 

p ti domeilica è detta dai contadini la domenica dei jici- 
rOi 'ultima la, domenica delle figliole, perchè in queJJa 

p enti tutti patemi e materni; e in questa le figlie ma- 
nta a»- genero (Marooìldi, p, 48), 

Ro E LA Vocab. della lingtia parlata in Piatta Armerinct 
fSitdliaj p. 176. (Caltagirone, Mantelli 1875). Si dice perciò in molti 
posti: EssiH 'nira li Sdirri, per essere al tempo di Carnevale. 

' Eti/^iolofficitm sicnlmn avctore Joseph Vinci, Prolopapa Grae- 
corum, S, P, Q. M, dicalum. Measanae MDCCLIX ex R. Typographia 
F. Qaipa, 

G. PiTBB— Uù e Costumi, voi. I. 5 

Ho^tedby Google 



6b USI E COSTUMI 

squalino nel latino exterus. Il figliuolo di lui Michele 
pensa che ' siccome da de retro se ne formò la voce 
darrèri, così da darreri dirrera, ex dirrera, sdirrera, 
scorciato sdirvi „ '. A la sdirrera, infatti, significa da 
ultimo, alla fine; onde ì versi d'un canto popolare: 
A la sdirrera mi ristali davanti 
La pala, la divigna e lu tradenti; 
e lu sdirri vale l'ultimo, come nel proverbio: Senti lu 
primu, e parrà lu sdirri, e nelle locuzioni A lu sdirri 
di lu misi, A lu sdirri di l'annu. Se fosse questo luogo 
acconcio ad una escursione per il campo delle lingue 
romanze, il nostro sdirri s' incontrerebbe coi suoi fra- 
telli carnali dernier 2 derrière ài Francia, Che se nel 
dialetto siculo-monferrino di Kazza ' gii ultimi giorni 
di Carnevale si chiamano iirfm' sdirri (ultimi sdirri), 
chi non vede in questo uno de' soliti pleonasmi popolari 
€ome il malatu-'nfirmu per malato grave, la vina-arteria 
per arteria, la 'murraggia di sangu per emorragia ecc. ? 
Abbiamo pertanto l' antonomastico Sdirri per Car- 
nevale, e se in Catania l'ultimo giovedì, il Berlingaccio, 
chiamasi, come s'è detto, lu Jovi di li sdirri (il giovedì 
di Carnevale), nel Medicano la domenica, il lunedì ed 
il martedì si chiamano Sdirrifmìnicaf SdirriUmi, Sdir- 
rimàrti, ed anche Sdirrisira la sera del martedì. 

' Pasqualino, Vocaholario sicil. etimologico ital, f- latino, v. V, 
p. 3. Palermo, daUa K. Stamperia, MDCCLXXXV. 

* La diagnosi di questo dialetto chiamato comunemente e tradizional- 
mente lombardo in Sicilia fu fatta anni sono dal De Gubematis. Ri- 
mando i lettori al mto volume di Studi di Poesia popolare (Pa- 
lermo, 1878): Dei Canti popolari lombardi di Sicilia, p. 303 e s&- 



Ho^tedby Google 



IL CARNEVALE 67 

Veri documenti di usanze medicane sono alcuni pro- 
serbi, che verrò mano mano dichiarando: 

a) 'A Sdirruminica 

Vàj-dati, ca 'u pueta sbuòmmica. 
Esso allude all'usanza delle satire popolari, quando im- 
provvisate da un poeta, quando prese dalla tradizione 
e sempre taglienti ed ^greasive. Non è parola , non 
frizzo, non ingiuria che il poeta non si permetta in quella 
occasione agli amministratori deUa cosa pubblica, a' rap- 
presentanti del governo, a' magnati, a' proprietari, a 
qualunque classe sociale ; e guai a ehi se ne risente 1 
Il poeta popolare è intangibile pel volgo, e può dirla a 
chicchessia purché dica la verità. Una storiella tradi- 
zionale del territorio chiaramontano dà per privilegiato 
da G. G. il poeta, ia cui missione è sacra sulla terra '. 

h) A Sdirrumìnica 

Fatti amica 'a «ionica, 
la monacella , che o per conto proprio ai parenti , al 

' La riassumo dal testo che ne diede il Guastblla, Le Parità e 
le storie morali dei nostri villani, p. 249 (Ragusa, 1884). 

Una volta G. Cristo viaggiando con gli apostoli venne ospitato da 
san villano, cte, riconosciutolo per quel che era, gli racconta la sua 
vita e le prepotenze che subiva da un cavaliere suo vicino; e io pregò 
gli volesse coQcedei' la grazia di potere svergognar senza pericolo 
l'infame cavaliere. — « Per far questo (rispose Gesù Cristo) , non ci 
-vuol altro che il poeta , pei'ché solo al poeta è permesso di dir la 
verità, senza esaer molestato da nessuno. Inginocchiati, od io ti darò 
il doofl della poesia »; e baciandolo in bocca, lo fece poeta. E da quel 
giorno in poi il i«vero viDano conùneiò a comporre poesie (errìbili 
«entro il cavaliere, il quale dovette striderei su, senza flatare, per- 
chè al poeta che dice la verità tutto è lecito. 



Ho^tedby Google 



confessore ordinario ecc. o per conto della Comunità 
all'Amnimistratore, al Procuratore, al Deputato, ai Pre- 
fetto, agli impiegati, aderenti, amici del Monastero, dovea 
preparare certi dolci particolari o propri di esso, come 
pur troppo usasi anche oggidì. " Farsi amica la mo- 
naca , vale cattÌTarsene la buona grazia, assicurarsi i 
dolci carnevaleschi, dolci non comuni, né facili ad ot- 
tenersi. 

e) 'U Sdirriluni 
Aranci a buluni. 
Le arance furono e son sempre il frutto di cui con 
quasi ninna spesa un tempo, e con pochi centesimi oggi, 
può farsi getto in Sicilia '; e tengon luogo di bucce e 
di torsoli alle maschere più goffe, piii bislacche e piìi 
strane. Ora nel lunedì di Carnevale nella Contea di Mo- 
dica usava un giuoco divertente molto, ma anche molto 
brutale, detto Toccu a la papali o a la papalina, una. 
specie di passatella , dove però i delegati dalle varie 
maestranze doveano dar prova di enorme capienza ven- 
trale, di grande tolleranza di vino, di somma agilità ed 
equilibrio di corpo dietro una straordinaria bevuta, 
di gran forza nel tranguggjare un piatto di pasta 
asciutta, di speditezza di pronunzia nel ripetere qualche 
scioglilingua, e via via di questo passo. La prova, anzi 
le prove erano l'una più difficile dell'altra, ed i perdi- 
tori, uno alla volta, uscivano dalla taverna scornati dagli 
emuli e dai giudici, e presi a torsolate e a colpi d' a- 
rance dal pubblico curioso e parteggiante quale per 

' Vedi a p. 20 e scgg. ilei presente volume. 



Ho^tedby Google 



IL CARNEVALE 69 

uno quale per un altro de' campioni '. Da noi, nella 
provincia di Palermo, si conosce il tocco alla papale , 
ma non si conosce come giuoco carnevalesco , ne ha 
la procedura e le forme bestiali che avea nel Modicano 
iìno a un secolo fa. 

d) 'U SdiiTlluni 

Rrussa r' ova n' 'o pastuni, 
■cioè pasta, per lo pili maccheroni, mescolata con le uova, 
«ibo desideratissimo, ma inusitato, tranne ne' banchetti 
nuziali, pei campa^nuoli della Contea. 

e) 'U Sdirrimarti 

Cu' nu nn'ha, ci runi 'a parti °. 
Xjuesto proverbio rivela i! principio di carità che pur non 
si scompagnava mai dal buon umore e dall'allegria in 
mezzo al Carnevale. Le famiglie di condizione agiata,o tali 
che potessero spendere qualche cosa più dell'ordinario 
senza dover pensare al domani, convitando a banchetto 
i congiunti più cari, non dimenticavano i poveri che 
non aveano da sfamarsi in quel giorno. Ed era una gara 
di beneficenza, vorrei dire inconsciente, perchè nata dal 
cuore e solo per amore degli infelici e de' derelitti. Il bor- 
ghese, il maestro, le donne particolarmente, sapeano che 
c'era una povera vecchietta a due passi dalla loro casa, 
alla quale nessuno pensava in quei giorni; che più in 
là c'era una ragazza rimasta orfana di padre e di madre, 
la quale non avrebbe che dare a' fratellini tutti minori 

' Una UeHcrizioae minuta e vivace di questo giuoco è n&W'Anfim 
'Carneoale, a. VII. 
' L'ultìmo martedì, a clii non ne ha (da mangiare) dfigli la parte. 



Ho^tedby Google 



70 USI E COSTUMI 

di lei di età; e boi^hese e maestro e donne, senza ombra 
di iattanza, di nascosto mandavano ogni ben di Dio alla 
vecchietta dimenti itt agli ortanelli derelitti MI Gua- 
slella ha su questi amorosa beneficenza una pagina 
tenerissima ' ragione pei noi di paragoni incresciosi, 
con la benefic(-nza immodesta vanitosa, ributtante che 
o^i, un quaito d oia dopo fittx o anche prima di 
farsi, si strombd^za pei tutti i giomah delle città. 
. f) Natali e Pa^qut cuu cu v6i, 

'A Sd inali tilla ccu li toi 
quest'ultimo proveibio modicano corse e corre, varia- 
mente ripetuto m tutta la Sicilia Qui si parla dell'ul- 
tima sera, ma li forma più comune raccomanda gli 
ultimi o l'ultimo giorno di Cirnevile, che poi, in fondo 
in fondo, si riduce illa seri loiur vedremo : 

Pasqua e Natali cu cu \5i 

Ma h Sdii ri cu li toi 
ovvero : 

Pasqua e Natali falh cu cu vói, 

Gamalnar fallu cu li toi 
o come in Eiiue 

Tuttu 1 mnu ^la unni \oi 

Fa' li bdini cu li toi " 

' L'applicazio e Ji questo t li vs, bo j o farsi aiiciie oggi in molti 
comuni del"isola 

' Vedine una tongenere m Melodi \ Il ijopolqno, p. 64, n. 8. 

' Cte. le vallanti certo iinctettabili notate ne' miei Proverbi siril.^ 
V. m, pp. 47-48 

In Francia invece (Le Roirx db Lincy, Le Uerc des Prouerhes, 1. 1» 
p, 94): // faut fair& Caréme-prenanf aì>ea sa femme et Pdques avea 



Ho^tedby Google 



IL CARNEVALE 71 

Fra' tre o quattro banchetti dell' anno ' quello che 
raccoglie per un momento i- membri divisi, sparsi, lon- 
tani della famiglia in casa dei genitori, o de' maggiori 
e più autorevoli, è il banchetto di Carnevale, Si tiene 
un invito in casa d'un amico, d'un parente lontano, per 
la Pasqua, pel Natale; ma pel giorno dì Carnevale non 
c'è amici né parenti lontani: i maccheroni s'hanno a 
mangiare in famiglia propria; né si sa o può derogare 
a quest' usanza anche lontani dalla casa paterna, e 
quasi impossibiUtati a recarvisi. 

E qui cade in acconcio raccontare una novellina ab- 
bastanza curiosa. 

È da sapere che agii ultimi tre giorni i contadini, i 
montanari siciliani danno l'appellativo di Tri ghioma 
di ìu piouraru; e si racconta : A tempo degli Ebrei, 
l'ultimo giorno di Carnevale cadeva dì sabato. Una 
volta un pecoraio con un capretto sui collo andava a 
passare in casa quest'ultimo giorno; ed ecco incontrarsi 
col Maestro (G. Cristo), il quale gli chiese : " Dove vai, 
buon uomo ? „ Ed egli : " Vado a passare l'ultimo giorno 

' n Viilabianca raccolse, certo dalia bouca di qualclie devoto di Bacco, 
questa variante : 



Un secolo prima, nel J663, il Catania cantava: 

Licintìusit è lu Camilivari, 
Purrai mangiari a apassu cu cui voi. 
Voghiti a Quatrageama riUrari, 
Ed a la Pasqua mangia cu li toi. 

(Tavola alfabetica di tutti li motti caoati dall'otto libri, di n 
ioni ecc. p. 83. In Palermo, per Andrea Colicchia MDCLXHI). 



Ho^tedby Google 



72 USI E COSTUMI 

in casa mia, che il padrone mi regalò questo capretto, 
e lo mangerò con la famiglia ,. — " Oh ! se questo è 
l'ultimo giorno di .Carnevale, come farai tu a passarlo 
in famiglia ? „ osservò il Maestro ; a cui il pecoraio : 
" Non fa nulla ! me ne prenderò un altro dei giorni, 
anche due, ed anche ti-e ! , — " Ti siano concessi (ri- 
spose il Maestro) : e saranno tutti per te ! „ Ed è per 
questo che gli ultimi tre giorni di Carnevale si dicono li 
tri ghiorna di In picuraru '. 

Una variante di Caccamo, del Parco ecc. dice che in 
uno de' tre giorni Gesù Cristo, avvenutosi una volta 
in un pecoraio, gli comandò che lasciasse la campagna 
e se n' andasse al paese a divertirsi con la famiglia. 
Sicché il desinare in famiglia non è soltanto un diver- 
timento che il nostro popolano desidera e si permette, 
ma anche una specie di comandamento di Dio ^ Così 
proverbio e novellina si spiegano ed illustrano a vi- 
cenda. 

' Raccontata da Domuoico lugi-asaia, domestico, di anni 81, nel 1883. 

' Una variante borgettana è in Salomone-Makino, AneddoH, Pi-o- 

ver/y e Uotteggi, n. XVII, neW Archivio, v. Ili, p, 255-256. Pai. 1884. 



Ho^tedby Google 



La cucina siciliana non conosce il Be dei cuochi; e 
per le feste in discorso è assai limitata ed esclusiva: 
non ammettendo pietanze, intingoli e manicaretti che 
non siano di rito e di tradizione. La pasta non deve 
mancare, e, pasta favorita, li macearruna di zitu '. H 
siciliano d'oggi ha un bell'ingiuriare il napoletano dan- 
dogli del mancia-maccarruna. Questa qualificazione due 
tre secoli fa l'aveva lui, e se la godeva in santa pace, 
perchè sapeva di meritarla; più tardi, forse per antipatia 
politica, 1' appiccò al napoletano , ma egli è sempre 
un gran mangiatore di maccheroni, come lo decantò 
Ortensio Landò, che non era siciliano *. E li mangia a 
' Nella sopraddetta sua cicalato, il Bìlioconeih cantfi; 



Cannati e buttìgghiuni; 
Li stisai mogghi si vannu a 'mpignari. 
(Vedi Raccolta di Cicalate eli Don Pippo Eomko, p. WO). 
Sul fatto de' p^ni in questa occasione , ricordisi il proverbio ci- 
talo, p. K; LujbviHlardaloi'u — Cui nun haei dinari si 'mpigna 
lu flffffhiolu; e più innaiià, p. 78, la poesia sul Carnevale del 1ST3 
del contadino eefalutano C. Papa. 

' Veggasi ili pi-ijpcreito le pp, ISt-IbS del voi. Ili dei miei Pro- 
oerhi siciliani. 



Homdb, Google 



74 USI E COSTUMI 

stufatu eu lu sucu di carne di maiale, immancabile 
per li Sdirri, come per Sammartino; per cui si dice che 
Ad ogni porcu veni lu so Camilivari '. Di questa carne 
è la salsiccia, che in rocchi a lunghe filze pende dalle 
botteghe dei macellai ad ornamento di una coscia o di 
un fegato di maiale, d'una testa d' agnello, d' un bel 
rocchio di mallegato, sanceli o sangunazzu '; salsiccia 
che non majica né dee mancare '. Il sangunazzu, specie 
di grossi salsicciotti ripieni di doleia e uva passa bol- 
lita ', basta esso solo a far testimonianza del Carne- 
vale. -Lo si grida per le strade e per le piazze con voce 
stentorea ed allegra, io si compra, e si crederebbe di 
non festeggiar degnamente il Nannu non mangiandone 
qualche fetta. Il fmocchìo chiude il pranzo togliendo 
il sapore de! grasso mangiato , che resterebbe altri- 

' Sui porco di Carnevale presso i contadini montalesi in Toscana, 
Vedi Gli Sciali dei Contadini del Piano di F. Franchi; nell" Ar- 
chivio, V, II, pp. 297-99: La fmigliacciata. Vedi anclie net cap. in 
di questo scritta, p. 63 del presente volume. 

' Fa ricordo del saneeti nel 1665 P. Catania, nel Teatro delle mi- 
serie humane, p. 2, n. 305. In Paleimo, 1665. 

' « A cena generalmente si cercano maccheroni e salsiccia: ed in- 
felice colui che non può provvedersi di cibi cotanto usitali: bisogna 
ch'ei sia dei più miserabili viventi; giacché n'è tanta la voglia, che 
alcuni degli stessi poveri in quella, sera cbie^ono i macclieroni per 
elemosina». Ffdbrico Cacioppo, Cenni statistici sulla popolazione 
■palermitana, p. 98. Palermo, presso Salv. Barcellona 1832. 

« I signori alle grandi cene, la plebe aJla mangiata della salsiccia 
e dei maccheroni danno l'estremo addio all'estrema convulsione car- 
nevalesca ». Racconti faceti, p. 12. 

' Se ne fa anclie dolce con Io stesso sangne di maiale bolEfo e poi 
'i cioccolata e zucca candita (cucuiMiia) tagliuzzati. 



Ho^tedby Google 



IL CARNEVALE 75 

menti in bocca. Siffatta cucina varia un po' per tutto; 
ma il fondo rimane sempre uno. Senza essere della 
scuoia di Eliogabalo o di Trimalcione, il popolino mangia 
quanto può, e perchè non può molto, essendo ordina- 
riamente frugale e temperante , prende due bocconi 
l'ultimo giorno, all'ora che dovrebbe desinare, per la- 
sciare il necessario vuoto nello stomaco che dovrà ri- 
ceveie Imbolilo ben di Dio Verso sera la famiglia è 
tutta non vi manca nesauno, neppure i capi de' vari 
merabii di essa che pure fan parte da sé. In Ragusa 
si commcia colle lavwh di psista, èntrovi una fetta di 
iicotta aiomatizzata con ierba maggiorana ', si con- 
tinua COI maccat t una ru v bucu, e poi coi maecarruna 
nciliah Cloe conditi con la ricotta, e il tutto non com- 

' Dea(,ri\enJo li pianzo di Carnevale, il Melodia {Il Popolano, 
1 W> 1 10) palla di ui certo siJierzo che btioI farsi con queste ra- 
diosi o w>i sfociatene o /■n ecc. « La Itosa, eglÌ3Crive, poi, che 
SI piwaia di cucinii bene avevi prepai'ato cou le sue mani proprio 
benedette certe sfogliatelle con delicata crema di farina di riso, latte 
e nu)tta ma nel se vir e una per ciascheduno dei commensali, ma- 
stro Vincenzo troiò la tua pena non di crema ma di cotone. Sì 
rise un pò per iuesto soheiM ma si riso ancora dì più, e si bat- 
terono le man iuando la stessa Rosa, seiuta sapere né che né come 
trovò la sua sfoi-liatella per due terzi vantaggiati ripiena pure di bam- 
ba^ a Q est b 1 es i ai« 1 p 1 ti I brigate; quando 
p ù la I n 1 nfll nza n , da prenderle 

a mal n Ito i ù p d ton j d od Ha burla uno della 
tes f li P P <I ^^^ PP"! te h. 1 aveva preparato 

p gli alt Oh h 1 b 1 j w es p ricolosi; e bi- 

gna tapi ttet hn n'Hia lesti; sono sempre 

da evitarsi quelli che sono pesanti od indecenti, e qaelli clie possono 
umiliare e mortìflcare le persone ». 



Ho^tedby Google 



76 USI E COSTUMI 

partito nei piatti, ma buttato giù nella madia del pane, 
«he in molti luoghi fa da tagliere '. 

Ma pili gradito di qualunque altro cibo carnevalesco * 
è il cannòlu, boccone ghiotto di popolani, di borghesi 
e di nobUi, desiderato da poveri e da ricchi. Il èannòlu 
è un cialdone pieno, una pasta dolciastra fritta e te- 
nerissima, accartocciata a forma di grosso cannello 
■o bocciuolo, che si riempie di una squisita crema di 
latte, zucchero o giulebbe, cioccolata, pistacchio ed 
altri simih ingredienti. Senza il cannòlu che cosa è il 
banchetto carnevalesco se non un mangiar senza bere, 
im murare a secco, lo stare al buio in una conversa- 
zione ? Penetrato di questa necessità, un verseggiatore 
del secolo passato cantava: 

A FAVORE de' Gaknoli di Carnevale; 
Beddi caDnola dì Garniliyari, 

Megghiu vuccudì a lu muncu un ci nn'è 

Su biniditti spisi ti dinari, 

Ogni eannolu è sceltru di ogni Rè; 

Arrivanu li donni a disìrtari; 

Lu eannolu è la virga di Moisè; 

Cui nun ni mancia, si fazaa ananiazzari, 

Cui li disprezza è un gran cumutu affé *. 



E scusate se è poco! — 1 cannala si trovano in ven- 

' La voctì 'nriliari sembra rimasta colà dal tempo degii Spagnuolì; 
i quali oggidì preparano una aalaa piccante detta cili o chili, con 
«ui imbrattano il pane. 

' Poesie siciliane giocose, serie e morali composte dal reo. sa- 
cerdote D. D. Stefano Beneficiale MeLCHioRaE , p. 1(B. In Pa- 
lermo MDCLXXXV, Nella Reale Stamperia. 



Ho^tedby Google 



IL CARNEVALE 77 

dita presso ì dolcieri tutti, e si mandano in regalo ad 
amici e a parenti in grandi piatti da dodici , da ven- 
tiquattro, da trenta e pii:i. Il sostrato, anzi il grosso 
del piatto è formato da una grande crosta della me- 
desima pasta dei cannoli, a forma dì turbante , detta, 
perciò testa di turcu, le cui ripiegature sono ripiene 
deOa medesima crema. 11 cannolo è l'ultima portata, 
è la corona del pranzo carnevalesco. 

Ma già le larghe e frequenti libazioni hanno accre- 
sciuto l'allegria, e portato un po' di prontezza di spi- 
rito ed un'insolita parlantina. A tavola non s'invecchia; 
e gli uomini fatti, che non hanno come i fanciulli la. 
spina sulle sedie, chiacchierano, ciarlano, discutono. A 
certo punto uno della comitiva impugnando un bic- 
chiere di vino esce in un brindisi (prlnnisi) di questo 

Clii&tu vim (^ hcllu p finu 

Hh V nutii I Caste Jduvitranu 

Un prUmiai hjzn 6 zu Bastianu ' 
ovvero o zu Qattanu 6 zu Bata^iaru Luiianii, Giv^- 
lianu o qualunque altio nome che fimscp in anu. Ed 
il zio Bastiano di ncambio 

Chistu vinu nun havi lu paiu 

Rrisuscita li morti di vintanni 

Un pnimisi fazz i a me eurapaii Vanni ' 
Gli evvivi piovono su due poeti ed im terzo, reso ar- 
dito dal facile succe'.'-o loio impiovvi-^i 

Chi&tu vmu è bella e fina 
Si pò dm na vera musja 
Un prmmsi fdz?u a tutta h cumpagiiu 



Ho^tedby Google 



78 USI E COSTUMI 

I versi zoppicano maledettamente, ma la compagnia 
batte le mani e applaudisce non altrimenti che gli sco- 
laretti d'oggi alla lettura d'una poesia realista o alEa 
recita d'un discorso sconclusionato. L'aire è preso, ed 
i brindisi si aUernano e sì succedono senza posa, e solo 
■con brevi intervalli, finché, stanchi di piìi udirne, i con- 
vitati vogliono che sì smetta \ 

Sì smette, ma per dar luogo a qualche giuoco, a qual- 
'Che burletta, o scherzo che sia. 

Comincio col giuoco del moriu, usato specialmente in 
alcuni comuni della provìncia di Caltanissetta. 

" Uno deila brigata, che la sorte ha chiamato a farla 
■da principale attore , finge di aver perduto la moglie, 

' n connato poeta zappatore di Ccfalù Carmine Papa descrive Lu 
Carnalivari di lii 1873; e, tra gli altri, ha i seguenti versi; 

Vìnni Carnalivari 1 
Sintiti sti ravogghi. 
Fri vìvii'i e maneiari 
Si fanau tanti 'mbivgghì. 

Nni Ilari 'n' alligr^za, 



Poi veni i'amarizaa 
Di vinniri e 'mpignari. 

Altra poesia sopra Lh Carnalivari di hi 1876 in Cefalii ripete 
-.upperggiu le medesime idee: ai mai^a e beve, si fanno dei brin- 
disi e banchetti tra parenti e cognati; vi sono ragazze, e a due ore 
di sera si esce mascherali all'antìca. Si baQano quadriglie, polke in 



<C. Papa, Poesie siciliane, pp. 106 e 133). 

Ho^tedby Google 



IL CARNEVALE 79 

e, tutto premure e soUecitucUni, dà opera a cercarla fra 
le donne, che stanno sedule attorno a mo' di corona. 
Dopo reiterate ricerche dispera di trovarla e si dà al 
più straziante dolore, che finalmente gh cagiona una 
forte sincope. Qui tutte le donne la fanno da nenie 
{intendi da prefiche) urlando e schiamazzando; quan- 
d'ecco la moglie cercata si presenta, e la sincope del 
marito ha termine, ed a' lai succedono schiamazzi ed 
urli, ma questa volta non figli del dolore, sibhene della 
gioia , '. 

Analogo a questo giuoco, che ne è forse una trasfor- 
mazione, è l'antichissimo giuoco del mataccinu o tnat- 
tacinu. secondo il Pasqualino caduto in disuso nel se- 



' La Sentinella Nissena, an, II, n. 9. Caltanissetta, 4 marzo Ì8T7. 

«/? Giuoco del inortol nel piccolo, ma ridente comune di Vil- 
laiba l'ultimo giorno di Carnevale si festeggia dalle persone, dirai 
quasi, d'ogni glasse con un. pranzo aerale, a cui vengono invitati dal 
patirono di casa, i parenti e di rado anco gli amici intimi. 

« Il pranzo dato dalle persone dell'infima classe è troppo frugale 
jjuanto a varietà di vivande, non costando cJie d'una sola portata 
di maccheroni misti a succo suino, ma troppo tanto quanto ad ab- 
bondanza di codeslo piatto gradito anche agli angioli del cielo, se- 
condo dice im adagio siciliano. 

« Terminato il desinare, i commensali in mancanza di musica, che 
proprio fa difetto in quel comune, si divertano con giuochi, i quali 
spesso non sono di tanto gusto. Fra questi si conta il giuoco del 
morto *. 

Qui segue la descrizione; indi continua; 

« L'ultimo giorno del Carneva'e di quest'anno {I8TJ) ia quel comune 
una brigata composta di parenti e di amici, divertivasi al giuoco di 
cui sopra ho fatto menzione. 

« Un certo Picarella di Marianopoli, uomo che non ostante i suoi 
70 anni sonati non contava un giorno di malumore e di noia , era 



Ho^tedby Google 



80 USI E COSTUMI 

colo passato; secondo me, forse non de! tutto dimenticato 
qua e là nell'isola. Era il mataccinu, al dire dello Spa- 
tafora (sec. XVI), un saltatore masclierato; al dire del- 
l' Anonimo del Diziovnrio antico ms., una specie di 
pantomimo, un sanna, ed " è il burlare alcuno con tor- 
cersi tutte le parti del corpo „. Meglio Fr. Pasqualino : 
" Mataccinu, genus ludi saltationis pluribus ab bine 
annis jam fere prorsus saltem hic Panoinu abobtum 
Erat autem, quo unus simulane se mortuum humi ji 
cebat stratus, circuio quem cieten lente -^iltantes ad 
certos tristesqae modos musicos et gestirulantes ibant 
ebori raagistrum sequentes itque imitante<i pii mnrtui 
iìlius fleti nunc unam vel alteiam min mi nuncunum 
alterumque pedera veiit rigpfacto% elevai confrectaf 
et olfacit, caéteris normam praebet fé 1 1 gesticulatio 
nibus imitandi, donec lUum e teira rectim s bi tnvi- 
eem jactant et circum loUnt „ 
Ora siccome le tradizioni sono anelli d' ima lunga 



il ppotegoniata del giuoco Fatti^ le sohte indagim, sui.ci-Ksa la soIiÉa 
disperazione, cade nel solito deliquio Hanno luogo le solite voci di- 
dolore, come la moglie cercata al solito ^ presenta a dar fine alla 
acena Ma la sincope questa volta continua , perchè era la sincope 
della morte. Picarella non era più I La scena tu terribile 1 ». 

Lo stoseogiornale dà anche verseggiato l'uso eraccìdente per opera 
d'un giovinetto Salvatore-Maria Mule. 

' Voi'àholario sir.il,, t. Ili, p, 120. Tolta la etimologia ebrmca, le 
altre et servazioni del Pasqualino prese dal Fen'arioallav.mafasifii eco. 
son giuste. In Francia... si ha malassin, in Ispagna da nvxtar, ma'- 
tnchìn, dal latino inacfai-e. 

Su questa maschera in Ispagna vedi Juan Caro, Bias geniale^ n 
tiuiricos, Dìal, V. Sevilla Inip. de El Merc^iUl Sevillano ì884. 



Ho^tedby Google 



IL CARNEVALE 81 

catena, spesso apparentemente interrotta, così mi riuscì 
facile indicare altrove la parentela di questo giuoco, 
che pur potrebbe entrare fra le masfihere innanzi de- 
scritte, con il Vola vota lu mortu, e pili ancora col giuoco 
Morsi Sansuni, che è una vera parodia, del matamnu. 
Il lettore troverà l'uno e l'altro ne' miei Gitiochi fanciul- 
leschi siciliani '. 

Mentre tutto questo si fa, in altre case si balla la irt- 
rantella , il chiovu con accompagnamento di cembali 
battuti da donne che ballano o da donne che stanno 
a guardare ; la fasola e, nel purpu *, il tarascuni. Al- 
trove si vocia per una maschera ridicola e deforme, o pel 
Nannu che va a morire. Il vociare ed Ìl gridare in questi 
giorni son di uso. imprescindibile. Già tutta la giornata, 
più o meno, è passata così; ma nelle ore pomeridiano, 
quando le donne si son sedute, come sogliono ne' di 
festivi, innanzi gli usci delle loro case, ovvero han 
fatto de' crocchi, piene di buonumore e di spirito, la 
cosa non ha avuto, può dirsi, interruzione: i lazzi si 
son succeduti ai lazzi, le burlette alle burlette con pron- 
tezza 6 rapidità conviilsiva. Nessuno può vantarsi d'es- 

' Nn. 140, 141. Cfi', aache nel iiiio ragionamento Dei Giuochi fan- 
■'■Àulleschi, pp. LXI-LXU. Palermo, 1883, 

* s Purpu. Festa tenuta dai Cùntailini nel Carnevalo ; vi si balla 
il treccone a sitan di violino e di conti'abasso. Ordinariamente questa 
povei-a gente (di Note) ospitale e rispettosa vede disturbate le sue 
innocenti distrazioni dall'intervento degli scapestrati del ceto medio, 
dei nobili, della maestranza, che vi ballati la contradanza, ìi valzer ecc.» 
AvoLio, Gami pop. di Noto, p. 50. Noto 1875. 

Sui balli popolaci siciliani vedi in questi Usi e Costumi il eap. So- 
ii'ito.'i e Balli. 



O. PlTRÈ — Usi e Costumi, voi. I, 



Ho^tedby Google 



»2 rSI E COSTUMI 

servi rimasto estraneo ynoi come attore , vuoi come 
spettatore, vuoi, e peggio, come vittima. Mi sia per- 
messo, poiché non 1' ho fatto ancora, di fermarmi un 
poco su questa pai'te, che nella rivoluzione carnevale- 
sca sarà l'ultima a sparire. 

Uno degli scherzi di Carnevale ' consiste nell'attaceare 
appiccicare con spilli, con colla, con sapone all'abito dì 
una persona che passa o si ferma un truciolo di carta, un 
bioccolo di stoppa, un pezzo di straccio o cencio, o nel- 
l'jmprimervi sopra con uno stampino di panno coperto 
di polvere di gesso la figura d'un cranio spolpato, di 
un asino o d'altro. La vittima di questa baia siede o 
cammina pei fatti suoi, ignara del brutto tiro, e quando 
meno se l'aspetta si sente a gridar dietro : Ah ca l'hatf 
Ah ca l'hai, e 'un ti lu vidi ! e in alcuni paesi, come in 
Termini : 

L'hm ! l'hai 1 l'hai 1 

Lu calai 'n testa e l'hai I 
ma talvolta il vocio non comincia senza un gaòbu '. 
Un ragazzaccio qualsisia della congiura carnevalesca 
si accosta a quella persona e le dice: 

— Io partu: m' hàvi a dari cumaniii ? '■ 

' Tra' più salati ce n'è uno, poco pulito invero. Un uomo cam- 
minando per una via, che d'ordinario è quella della sua abitazione, 
si lascia inavvedutamente cadere un bel cartoccio; e va ad appiat- 
tai:si per veder che ne eegua. Un uomo o una donna die passa rac- 
coglie il cartoccio, lo svolge, e... che vi trova !... certa roba poco 
odorosa. , 

' Vedi a pag, 90. 

« lo parto: ba ella comandi da darmi! 



Ho^tedby Google 



— Prighieri. 

— Lu caki (o Carnalivari) l'iiavi darrerL 
E se la batte sotto un coro di voci di plauso. 

Siffatto grido, detto balàfia in Barcellona e calò cala 
in Piana, s'ingrossa e si propaga fino a che il cartoccio 
non venga tolto per passare addosso a qualche altro. 

Quest' oggetto di baia carnevalesca , sia cencio , sia 
carta, sia figura in polvere di gesso, chiamasi calò in qual- 
che sestiere di Palermo e in Baucina, calai m Piana dei 
Greci, ala (ah ! l'hai) in Frizzi, ealai (ca l'hai), cala in Li- 
cata, calla (genere femminino) in Catania e Francofonte, 
tachilai {ta [lia] chi Vhat, guarda che l'hai) in Trapani, 
miealà' {mi=:vi [di] ca l'hai) in Alcamo, vidicalai in 
molti luoghi dell'isola *; in Barcellona carnalivari, e 
coiTÌsp«nde alla cuta della Terra d'Otranto *, allo itao~ 

' Nel eee. passato PASguALrNo, Vocab. sicil., v. V, p. 313, scrisse: 
« Vidicalai, peaio di stra-^io o cencio, di cui ne' di baccanali per 
burla fanno uso alcuni uomini della plebe appiccandoselo dietro fra 
di loro, e gi'idando poi tutti vidicalai, cioè vedi cha J'tim; onde lo 
sles30 cencio vidicalai ». 

» ' « Zi cuta (la coda). In Carnevale costumano i ragazzi appiccare 
con spilli uno sti-accio, un truciolo di carta, un bioccolo di stoppa, 
od altro che venga loro alle mani, all'abito di qualcu:io, che ftequentì 
la famiglia. Costui ignaro, cammina, siede, parla senz'addaci della 
cuta; ed essi sberteggianlo ripetendo con cadenza; 
Lu ciucciu valente vaiente 

Poi'ta la sarma, e nu se la sente; 

Ca ci se la seuija 



_, Google 



84 USI E COSTUMI 

cone (coda dell' asino) degli Abruzzi (Sulmona), dove 
anche si fanno pallottole di calce fresca o figure di testi 
e scheletrì sulle porte la vigilia del 1. Nov '; alla scaletta 
di mezza quaresima di Roma *, al zabadai di molte città 
della Romagna *. 

Per alcuni paesi questo scherzo è uno zuccherino; e 
si fa qualche cosa di più sguaiato. In Modica non si 
tratta d'un bioccolo o d'uno cencio, ma d' uno strofi- 
naccio, d'una coda d' agnello, d' «n sorcio morto o di 
qualsivoglia altra sudiceria appesa agli abiti di chi passa 
e massimamente se è donna. In quel momento da tutte 
le casipule, da tutte le botteghe, da un punto a l'altro 
della' via, centinaia di bocche si spalancano a urlare : 

Ah ca l'ha appisa 

La Giarratanisa! 

fino a che lo sberteggiato, aceortusi del tiro, non stacca la cuta dal- 
l'abito suo ». L. O, Db Simone, La, vita in Terra d'Otranto, nella 
Rivista Europea di Firenze, a. 1876, nn. VII, voi. II, fase, ni, p. 569. 
Luigi Ordine nel Giambattista Basile, an. li, p. 37. Napoli 1884, 
dice che in Vibonatì. si canta: 



, p. 193, notando l'usanza, n 



e (luest' altra piemontese; 

Che gniin lu sa. 
' De Nino, Usi e coslvmi, voi. II, p. 183; v. I, p. 97. 
' La Capitale, gazzetta di Roma, 1.5 ma,i'io 1874, p. 2. 
" De Sihonb, op. cit., p. 509, 



Ho^tedby Google 



IL CARNEVALE 85 

Ma se la sudiceria appesa è stata immersa in aequa 
di calce, in olio, in inchiostro, In una colla qualunque, 
in Chiararaonte il coro dei beffatori tira a cantare in 
note acutissime : 

E Liia, e Llia, e Llia. 
Ga lu e... ci stizzìa, 
Ci stizzia ri mala sorti 
Lia, Lia 'mmucca-bbaddotti '. 

Se non che , il troppo stroppia , e qualche volta la 
burla finisce male. 

Un divertimento consiMile è quello di fare scoppiare 
sulle spalle o all'orecchio d'una persona che se ne sta 
cheta e spensierata una msza , gozzo di polio ri- 
gonfio ed asciutto, il quale introna la povera vittima. 
Spesso due, tre, quattro persone ad un tempo o suc- 
cessivamente fanno questo scoppio sopra un solo indi- 
viduo, che fuggendo crede scampare ad altri scoppi 
simili. Accade che si vada per darne e se ne tocchi, come 
i pifferi di montagna : e allora s'impegna una lotta, bre- 
vissima per la durata, ma brusca e tempestosa pel fra- 
casso che 1' accompagna, È addirittura un fuoco di' 
fucileria che si ode da lontano; e soldati son le donne 
pili che gh uomini , e le ragazze più che le maritate. 
SuUe pubbliche piazze i venditori gridano la loro merce : 
Megghiu di pani vuoszi! grido tradizionale e continuo... \ 

' GuASTBLLA, L'afiiico Carnevale, p, 29. 

' Queste voz:i di galline vengono raccolte durante l'anno e conser- 
vate in salamoia dai galZinM. A Carnevale le metton fuori, !c lavano 
le gonfiano attaccandole l'una dopo l'altra in lunga filza, che poi 



Ho^tedby Google 



Sono anche ragazze e fanciulli quelli che si buttano ad- 
dosso della pruvigghia ' e delle manate di carta tagliuz- 
zata in minutissime parti dette pUHddi (dal fr. petit ?), 
o carta tagghicda, che essi stessi preparano tempo pri- 
ma, ovvero comprano dai venditori dì siffatte scioc- 
chezze. Ma si vuol chiasso, si vuol frastuono: ed ecco la 
necessità dei botti e dei tricchi-traccki. 

Certe palline di creta, che da un lato hanno attac- 
cata una mistura di fosforo , e dalì' altro un car- 
toccino come un eappello , e che lanciate sopra un 
terreno sodo o su altro corpo duro scoppiano, diconsi 
bottÀ (sing. bottu), in BareeUona nueiddi cu 'a botta, e 
in Siracusa sparapalK '. Tncchi-tracchi, si capisce su- 
bito, è voce onomatopeica, sotto la quale vanno gene- 
ralmente tutti gli spari a polveie usati m Carnevale, ed 
anche un po' prima, in Natale Ma vei amente li fne- 
cM-tracchi è uno speciale salterello composto d'un po' 

legano ad- una canna. I riveniìuglioli le hanno a lire una il centinaio, 
é poi la vendono a 2, 3, 4 centesimi 1 una se ondo il valore di esse 
Le piccolìne non aon meno pi-egiate che le grindi , lìeruhe facili a 
capire in una mano e ad essere aehiai,cnU, aen/i chi, iltn se no 
avveda. 

' Pruoigshm polvere aottihss oa d a do 

' S. MACAHte>STOBA Io -ab ionf (osi tal., p. 299. Si- 
racusa, 1ST5, 

Altri botU cor o fo nat d due atecclun p att o lisci, appicd- 
cati tra loro da oap cos che t ra do con le due mani i duo capi li- 
beri, ì due stecchini nel di ders per una isturt che contengono 
idla Bwpeifloie attaccata anno uno suipp o {6o ( ) 

Per.buila si a da o de 1 ttere eh e ai era antica senza 

busta, entrj le i ah son d e di q es 6 ci l'aprir della let- 
tera, l'anno an ss oc a oh 



Ho^tedby Google 



87 

di polvere avvolta in carta per lo lungo, piegata in tre, 
in cinque, in sette, e legata forte, con uno stoppino di 
bambagia già impolverato all'un de' capi (mècciu), dal 
quale si brucia, e. si fa scoppiare in mezzo le comitive o 
attaccato ad una persona, o alla coda d' un cane che 
tugge. Se è tnccki-tracchi a setti botti (Palermo) fa sette 
colpi, ed è il pili comune; se a un hottu, un solo; ma 
vi è anche il tronu. piccohssimo petardo con polvere 
chiusa in carta e fortemente legata, della forma d'un 
piccolo ditale; il carrittigghiu, bubbolo fortificato con 
ispago impeciato e carico di polyere, razzo matto '; il 
fntareddu o fugareddu, per lo più d'aria, (in Barcellona 
sulfarolu), razzo o spazzatone simile al precedente, con 
un gambo d' ampelodesmo per guida , che si manda, 
neli'aceendersi, in aria; l'assietita-fimmini, razzo simile 
più piccolo, che si dirige per terra, verso qualche per- 
sona, comprese le donne. Anche questi razzi si sogliono 
attaccare, con gran divertimento di chicchessia, alle code 
dei cani; donde la frase: a^pizzari ad unu un frugareddu * 
a la cuda, metaforicamente dicesi del far frullare uno 
stimolandolo tanto che si persuada a far ciò che non 
farebbe altrimenti. 

Quanti giuochi e passatempi, poi, non fanno i monelli 
«on la polvere ! Beati tempi ! nei quali con un baiocco 
di polvere che compravamo ci si divertiva tutta una 

" Traina, Nuovo Voca!i. siciì,, p. 167. 

~ D'un fanciullo che in Toscana si direbbe ffugolo, inetaf. da noi 
3i dice elle è un fi-ugareiMu; di clii ha graadìsaima ^etta e fa le 
«ose prewpitosamente." Havi hi frugareddu 'n e... ecc. Frugareddu 
viene da ftirgareddu, fùrgara, folgore. 



Ho^tedby Google 



88 USI E COSTUMI 

sera ad abbruciare la vecchia nanna, o a fare lu strun- 
ziddù, I e non so quante altre figure ! 

Carnevale è il tempo de' lazzi e degli equivoci scol- 
lacciati, e perciò degl'indovinelli osceni nella forma, del 
giuoco degli sbrogghia-lingua, di quello dei gabbi e via 
di seguito, de' quali nessuno dee arrecarsi; 

A Carnali vari 

Nun ti 'ticagnari '. 
Gli sbrogg}iia-lingua sono bisticci e formole di parole 
diffìcili a pronunciarsi, e come tali, per la somiglianza 
loro con parole oscene che la buona creanza tace, o 
parafrasai o ^^la, molto facili ad esser confuse e sosti- 
tuite con altre scorrette per lapsum linguae. Nessun po- 
polo civile manca di questi curiosi e ricercati esercizi 
mnemonici e fonici, e il siciliano non è ultimo a farne 
uso. Ne do qui tre inediti ; 

a) Jivi 'ntr' ón jardinu: 

Gc' era un peri 'i piru; 

Piru piracehiu 

'Nfiugaa nn' & cacchiu; 

Gacehiu 6 cugnu 

' Z.a Manna ai fa impiastiiouiaudo un po' di aita 1.011 pfheie ba- 
gnata di saliva o d'olio, e bruciandola appena aai,! i^iti Lo slrtcìt- 
Hddu è un muccliietto, a forma conica, di polvere impi^tita egual- 
mente con saliva, od acqua, od olio. 

' Io Toscana : Di Carrwvfde ogni scJÌer^o oa'e (Oli '5T i-Capponi, 
Race, di Prov. tose, p. 182. Firenze ISTI), nelle Manille Carne- 
v:de, ogni burla vale. Un adagio fidane, del sec XVI (Le Roux de 
l.iN31f, t. I, p. 94): 



Ho^tedby Google 



IL CAR\EV\LE 



B9 



Pjru eulugnu 

E SI lu ciCLh u )u eh u e lu cugnu 

Si fiiria iituiinu 

Si rump lu cfech i iu hici, i e lu cugnu (Palermo).. 

b) Ndai a Milazzu 
Tiuvai n cani pa/au 
DàticcE mazzi 
Dàticci pani 
A s\i «etti capi 
Di cani di pazzu ' (Messina) 

) SieniiJ a patruni 
Gugghiennu cuttum 
Siennu cu tia 
Cuttum cugghia (Foh..i) 

Vi sono ancora i qahU, certi sellerai in forma di do- 



Al pijzw di Measer Pazàiio de' Pa/ai 
V ei'a uaa pazaa elle lavava le pezze; 
Venne Mossev Pacino dei PaMi 
Prese la paiaa e le pezze 
E gittoUe nel pozzo. 

' Seiogli-lingua napolitani sono L nn. 33-78, pp. 41^n de' Cajitidcl 
liopol. tMpol. del MoLiNARO Dbl Chiaro, varianti di altri sidliani. 
Altro c« o'è in Amalfi e Cofrbra, Cinquanta oanti pop. napo/,, 
n. SVI; due altil di Napoli in Casettì e Imbriani, CaiM pop. del- 
l'Italia Heriif., V. n, p. 188; altri di Fabriano ia Mabcoaldi, Usante 
e Pregiudi:!Ì, p. 120, n. 81; di Venezia in Dalmedmo, E'ii libro per 
le mammine, p. 51. In Ispagna ne pubblicò Mvley (A. Machado y 
Alvarez) ne ios Lunes de El Poi-eenir di Siviglia, 22 Die. 1879; 
la EnGiclopedia di Siviglia, an. IV, pp. 44-51 ; El Polk-Lore An- 
dcaui di Siviglia, 1882-1833, pp. 4S, 126-127, 18t, 226-27; F. R. Mahin, 
Cantos pop. espan. v. I. In Portogallo Fo'ha nom di Porto, si. 332. 



Ho^tedby Google 



$0 USI E COSTUMI 

mande, la risposta alle quali porta una controrisposta 
che è un giuoco di parole, una baia alla ingenuità del- 
l'interrogato. Questi scherzi sono per lo, piti composti 
di tre membri, e si usano tra fanciulli, A p. 82 ne ho 
riportato uno solito dirsi quando s'attacca un calai. Ec- 
-cone qui parecchi altri: 

a) Ora ch'è Carnalivari, dice uno ad un altro, 
— lo mi vestu Ponziu; e tu ? 

— Pilatu. 

— Vèisacci 'u e... a cu' l'havi 'nchiappatu! {Paìerrm). 
b) — Gei veni cu mia ? 

— Unni? 

— Nili Carnalivari : 

Ti pigghiu 'mbrazza e ti portu a ca {Francofonte). 

(o Grapi la vucca, cà ti vogghiu ca {Bawina}. 

e) - Cci vó' venin ' 

— Unni ? 

— Unni cà . . . . i palummi, 

E ti fannu iummi tummi > 
E tu cci appizzi 1 ugni 

Per il genere rimando il lettore a certe novelline in- 
fantili, come quella siciliana di Se-nnu, Giwdiziu e Cornti, 
ie quali i Toscani addimandano chiapparelli. 

Lascio da parte altri giuochi non sempre decenti; 
e non cito neppur uno degli indovinelli di significato 
onesto, ina di forma e di prima intelligenza mollo dis- 
onesto , e solo comportabile in Carnevale. Nnimina 
fora tempu, dice il proverbio, é affisa di Diu »; e, quanto 

' « La sera di berlingaccio, iu casa di nwatro Stefano lo Boarpel- 
lino si èra fissato di fare un po' di festa Le donne più attfim- 



Ho^tedby Google 



IL CARNEVALE 91 

a' motti indecenti, a chi voglia dirne e ripeterne ancora 
finito il Carnevale, colui a ciii ciò dispiace come scon- 
veniente, domanda: 

— Lu scarpa™ chi havi? 
Quello risponde: 

— La lesina; 
e il primo: 

— Non si dici cchiù, eh' è Quaresima {Catania). 
Un asino, o meglio un uomo in forma di asino, tutto 

guidaleschi, magro come il cavallo dell'Apocalisse, e che 
geme sotto il peso del suo povero corpo, cade per non 
rialzarsi mai più ; e già vicino a morire detta il suo 
testajnento. Questo è tradizionale, ma talvolta diiferisce 
nella composizione, e si chiude un po' sporco come il 
famoso Test(Mnenium asini. Ne do soltanto la fine con 
le ultime intenzioni asinesche: 

Lassù li cannarozza a li parrini: 
Ghisti p' accumpagnài-imi ccl di^uu;' 

paté ai divertivano meglio a propursi iuUovlnelli , o a diro mottetti 
^ciliani, ovvisro a contare storielle e fatti dei t^mpi passati, e dei 
tempi antichi. Fi'a gli altri iadoviaelli, ci fu aauhe quello del Sa- 
pone e del pulcino: 

Sugnu uoasu d' auliva e petra cotta; 
Sugnu viiiutu oca pr" allucintai'i; 
E si^nu 'mmanu d' una bedda pìcciotta, 
Gli' a ppjcca a ppicca mi fa squagghiaii 



Ci VOSI l'autra pn fanmi a 
, Il Popolano, p f»2-f>3) 



Ho^tedby Google 



92 isi e COSTUMI 

Lassù, la lingua a li boni ¥11*1111 

Prì sparrarmi di Maju fina a Giugnu 

Lassù li quisatedda a li scaipan 

Pi spartitisi aguili k dinaii 

E cci lassù la m e li e 

A la me bedda e amabuli patruna '. 
Ma il baccano ricomincia. Che è ? Oh ! quello del 
mècciu, dell'ultima sera di Carnevale. Egli è un uomo 
con un cartoccio attaccato alle spalle e più comune-, 
mente al sedere, il quale camminando e dimenando i 
fianchi canticchia; 

Addùmami stu mecuiu 

Si mi lu sa' addumari; 

Si nuli lu sa' addumari 

Vatti a Napuli a 'inparari '; 
e dietro, uno o due altri uomini con una torcia a veilto 
accesa per bruciargli il cartoccio, che però non piglia mai 
fuoco per l'andare irregolare, disordinato, a balzi, a gi- 
ravolte dell'attore =. 

' Cfr. l'altra vei's. siciliana di Modica pubblicata dal GuìStblla, 
L'ant. Carneo., p. 51, l'alto-brettone d'Ille-et-Vilaine: Le lestament 
de V dne, a p. 93 delle diatuots pop. ree. pir Lugien Decombe 
(Rennes, Caìllière 1874); l'altra egualmente brettone della Mélitsine, 
t. Il, n. 13, col. 300 (Paris, 1885), tirata dal Recneil della Bibliotlièque 
Natìonale di Parigi, t. V f'' 571. Un Testarnenlum asini riporta la 
Romania di Parigi, an. 18S3, t. XII, 2tì, e con due strofe di più 
il NovATi, Carmina medii aevi, p. 79. Firenze, Libreria Danfe 1883. 
* Una variante: 

Adduraami stu meccìu 

Si tu m' 'u sa' addumà I 

'N ni' 'u sa' 'ddumari no 1 

' Questo ^uoco si fa anctc in Sorrento (ìiioisla di letleratvira 
jiop., fase. rV, p. 308) in Calabria {Archivio, v. Il, p. 183) e altrove. 



Ho^tedby Google 



IL CARNEVALE 93 

Cresce il chiasso ed il vocio ; e fischi , suoni rauchi 
di corni e conche marine, di cainpanacci , di tegami , 
di padelle si confondono e perdono con urli e strida 
disperate, con gridate di venditori, con voci alte e fioche, 
con sghignazzamenti ', e tutto questo con ispari di fuochi 
artificiali e scoppi di petardi. Quel che si sente più 
distintamente, perchè si ripete a periodi , in momenti 
di silenzio, è un misto di piagnistei e di lamentazioni. 
Sentiamo un po' che cosa dicono codesti piagnistei: 

Donna Me Nannu vinili di fuora, 

Mi purtò la 'rattaluora 

Pi grattar! lu tumazzu: 

Nannu mio, chi siti pazza ! 
Coro Nannu 1 

' Il Vapore, Giornale istruUivo e diletteoùle di Palermo, il 10 
uiarao 1835, ultima aera di Carnevale (an. II, n. T) scrivea: « Largo 

largo » vengon tre dottori vestiti all'antica con lunghe parrucche 

«Noi diamo la vita».,., diceajio; ma^come la vita, se un. (antoccio 
che flngea un nìorto era fra le loro braccia ? — Senlianio queir altro..,, 
piange la morte.... di chi ? Noi sa lui, noi so io, né i suoi compagni 
che a lui s'affbliaa piangendo. Seguivau gente con llaceole accese, 
uno avea viso l'osso e verde, olii portava il heiTetlo lungo, chi qua- 
drato, chi tondo come un cerchio di botte , chi eia Pulcinella, chi 
eroe, chi giovine, chi vecdiio. Più in là da quel crocchio eaoon bac- 
cani di gioia smoderata, un poeta nel mezzo accordata la lira facea 
a tutti la ventura ». Art. di Vpucenzo] L[inare8]. 

Di corsi e coriandoli avea parlato lo stesso il 20 febbr. (an. II, n. 5). 
Di mascherate in costume, fatte da' nobili di Palermo il 10 febbr. 
1837, parlò poi nel Vapore medesimo, an. IV, voi, IV, pp. ^5-27. 
Tutti questi articoli sono ora raccolti nei voi. di V, Linarbs, liac- 
oonti popolari oi-a per la prima volta ritmili e ordinati ecc. per 
cura di Caktxi Somma. Palermo, L. Fedone-Lauriel 1886. 



Ho^tedby Google 



USI E COSTUMI 



Questa è una nenia che sta da sé, ma raramente s 
lascia senza seguito. Eccone altre: 



Donna 


Me Nannu vinnì di Napuli 




Purlò lu e... pàpuli pàpuli; 




Gei li jivi a scripintari: 




E si misi a santiari. 


Coro 


Ah Nannu ! 


Donna 


Me Nannu cu me zia 




Si uni jeru à pastizzaria, 




A manciari turtigghiuna, 




Gei careru li sca^hìunal 


Coro 


Ah Narniu I 


Donna 


Nannu mio, Nannu mio. 




Ga lu cuntu v' 'u fazz' io ; 




Lu cuntu di li dinari. 




Nannu mio Garnalivari! 


Coro 


Ah Nannu 


Donna 


Me Nannu era zitu 




Gu la Vecchia di l'acitu '. 



L'intercalare Ah Nannu / è a coro, ma più lamen- 
toso, più intenso e prolungato quando le nenie hannp 
sottintesi e doppi sensi come le seguenti: 

Donna Me Nannu supra 'a 'ntinna, 

Jiu a 'atta e cci ammuccò 'a p 

Me Nannu era supra 'u cufiilaru, 
Vinni 'a 'atta e cci ammuccò 'u baccalara. 

' Sulla Vecchia di l'acitu vedi il curioso artìcolo del Salomone- 
Marino nelle Nuove Effemendi sicil. serie in, voL IX, p. 310 e seg. 
Pai. i880. Essa fu una perfida avvelenatrioe palermitana, che venne 
impiccata il 30 luglio 1789 e reato tradizionale. 



Ho^tedby Google 



IL CARNEVALE 'Jo 

Me Naimu 'un putia e 

Gei ìju N. ' e cci 'u iju a tirari. 

Nannu, Nannu, Nannu, Nannu ! 
La sasizza vi fici ddannu, 

La sasizza di lu majali, 
Nannu mio Carnalivari! 

La sasizza e 'u sangunazzu. 
Namiu mio, chi siti pazzu ! 

Questi scomposti e talvolta strazianti piagnistei si fanno 
perchè ai devono fare: il Nanno va pianto, perchè egli 
A cu' lu chiane! cci lassa un'unna, 
A cu' 'un lu chiane! cci lassa str.... 

Ci v«ol poco a vedere in questi canti le nenie delle 
preiìche latine, il re;pitu delle antiche reputatrici sìci- 
liene. Le voci lamentose, stridule, orrende, il cacciarsi 
delle mani nei capelli come fan sempre le donne alla, 
fine d'ogni strofetta, il distacco d'un verso da un altra 
con misurata e sempre uniforme cantilena richiamana 
al rèpitu citato e a quello degli Ebrei di Sicilia *, 

Ma in qualche comune del Medicano uso e canto sono 
incarnati in una mascherata, che potrebbe dirsi delle 
Bepatatricif-perchè una mano di manovali, di facchini ecc. 
dalle 21 alle 2 ore di sera del martedì, camuffati da 
donne a nere gramaghe, con faccia unta di fumo , in 
tetra processione fanno il rèpitu sul Carnevale che muore; 
e se oggi erompono soltanto in urli strazianti di stmu- 

• Nome di uno della comitiva. 

9 Giov.' Di Giovanni, L'Ebraismo della Cicilia, lib. I, cap. XXl^ 
S V. 



Ho^tedby Google 



lato dolore, una volta gridavano sì, ma le grida alter- 
navano col canto funebre e sedpndo a CPiehio nelle vie 
■e ne poiti pm popolooi intonavano il coro seguente, 
parodii di antiche nenie 

C\ntxniiu va la piuli supi i li c,ampi.iiin 
Li nenti stii mmuSaimu— lu suici a h camui 

Giancitilu cianoìtilu— ccu ciantu suuiizuhtu 
Lu beddu Gamuvali — lu patri e ntaulatu 

Ddda tacci jianca e tunna — dd affiggia unni -^i nn'iju ? 
La larma n la morti— ni i uoci,i eumpaiiu 

Giancitilu ciane ìtilu—uccieu e taviinaii 
Facilicci lu iiepitu— stafflera e manuali ecc 

Ed eccoci flnilmente al Nanna 

Il Nannu o Niinmi di CDitiiliinn e li personifica- 
■zione del Carnevale, la maschera principale, massima, 
l'oggetto di tutte le gioie, dì tutti i dolori, de' finti pia- 
gnistei , del pazzo furore di quanti sono spensierati e 
capi scarichi. Trovar la sua fede di battesimo è tanto 
-difficile quanto il trovar l'origine d'un uso obliterato; 
ma senza dubbio, Irasformato e nnsttficato com'è, egli 
discende in linea retta da un personaggio mitico della 
remota antichità di Grecia e di Roma. La sua storia 
è lunga, ma la sua vita è così breve che si compie dalla 
Epifania aìl'ultimo giorno di Carnevale. 

Ordinariamente lo si immagina e rappresenta come 
un vecchio fantoccio di cenci , golfo ed allegro ; ve- 
stito dal capo ai piedi con berretto, collare e cravat- 
tone, soprabito, panciotto, brache, scarpe. Lo si adì^ia 

'.Hìico Carnevali;, pp. 81-85. 



Homdb, Google 



IL CARNEVALE 97 

ad una seggiola con le mani in croce sul ventre, in- 
nanzi le case, ad un balcone, ad una finestra, appog- 
giato ad una ringhiera, affacciato ad ima loggia; ovvero 
Jo si mena attorno. Più comunemente è ima maschera 
vivente, che sur un carro, sur un asino , una scala , 
una sedia, va in giro accompagnato e seguito dal popo- 
lino, che sbraita, urla, fiaehia prendendosi a gomitate ' . 
Le frasi Pari lu Nannu di CarnaUvari e Va fri lu 
■mtmnti comtt tm CarnaUvari nascono appunto dalla gof- 
fa^ine sguaiata e piazzaiuola di questa maschera nel 
Carnevale. Non è raro l'avvenirsi in un'altra maschera 
di donna, con un bambino in fasce, a cui imbocchi 
della pappa. In questo bambino bisogna riconoscere il 
figlio del Nannu, e nella donna la moglie del Nùnnu, 
ina sono dei fatti isolati, capricciosi e non (Tadizionah s. 
Per lui " maschere girovaghe con fiaccole accese scor- 
rono i! Corso ballando e schiamazzando , *. Per lui " gli 
antichi amavano (ed amano anche i presenti) di affol- 
If^rsi nel centro della strada {Corso V. E.) e di frastor- 
nai'e il corso delle carrozze, trattenendolo, e deridendo 
con sarcasmi e motteggi i cocchieri. Era celebre allora 
(e lo è sempre) il grido di va spaja , con cui la mol- 
titudine imponeva a costoro di recarsi a staccare i ca- 

• IjE medesima figura è in Calabria (Archivio, v. II , p. 188), in 
Napoli (BroBRA, Passeggiata per Napoli e Contomi, v. Il, p.297. 
Napoli, 1845. 

' La med^ima maschera è in Sardegna. Vedi /..' Indipendente, 
R. 9. Milano, 2 mai'zo 181S. 

' «E v'è chi piange il Nanna vicino a spirare con l'usato lamento 
ah Nanmt, Nannu..... f I » RacconU faceti, p. 12. 

0. PiTRÈì — Usi e Costumi, voi. I. .. 7 



Ho^tedby Google 



98 USI E COSTUMI 

valli , '. Per lui tutto un popolo è ammattito. Le nenie 
sopra riferite fan parte delle esequie che d'ordinario gli 
si anticipano; ma agli ultimi momenti, altro che nenie! 
Allora, come scrìvea il Villahianca, " si suppone morto 
il Carnevale, e se ne conduce il cadavere o con associo 
ordinario della parrocchia e di preti, o pure 'coil'altro 
crùninale della Compagnia de' Bianchi ', menandolo alla 
Forca. Per tutte le strade e da per tutto si piange 
quindi il Carnevale e sì grida Nannu Nannu / ^ „ ov- 
vero Muriu me -figghiu Carnalivari! (Catania). 

Da alcuni anni in qua le Società siciliane pel Car- 
nevale fanno un Carnevale tutto proprio; e come han 
creato una Nanna, moglie del Nannu, creazione di cat- 
tivo gusto , che in Sicilia non ha nessun fondamento, 
cosi hanno importato 'una cremazione del Nannu, con 
la quale pensano forse di ripetere il dar fuoco al ca- 
pannuccio, di cui parla Buonarroti il Giovane *. Della 
quale importazione io non dirò nulla, perchè opera tutta 
di persone a modo, che si sforzano di formare un Car- 
nevale officiale che il popolo vede, ma che non sa pren- 



I Cacioppo, Cenni statistiid, p. yb, 

• Per questa Compagnia vedi lo studio topni le Imme dei corpi 
decollati, e più in là a p. 108 del presente volume 

' Diari) palerm,, t. 13, p. 67. 

' Scrive della cpemamone del Carnevale negli Abruzzi De Nino, Usi 
e Costumi, Y. II, p. 198'^00; in Vallarsa nd Tirolo italiauo SciimaL.L- 
BB, Marchen and Sagen aits Wdlschtirql , p. 233. Vedi anche a 
p. 23*, n. 13, degli atossi Marchen. Nel Ti-entino, Bolognini, Vsis 
•Costtimi del TrenUtw, p. 285, ne! X Anntiario della Società degli 
■Alpinisti tridentini, an. 1884. Rovei'efo, 1884. 



Ho^tedby Google 



IL OARKEVALE 9'^ 

dere per suo '. Povero Nanmi ! tra.scmato a finire come 
un eretico di tre secoli fa sopra una catasta dì legna in 
pieno anno IS84, e per opera di tanti begliumori che de- 
testano gli atdo-da-fè ed il Sant'Uffizio ! E non ti è con- 
cesso, o vecchio A'ixMWM, di fEire un po' di testamento 
come lo facevi al buon tempo antico nell'antica capitale 
deUa Sicilia *, e come pur lo fai in carne e in ossa nel 
■sestiere del Borgo e in cento altri luoghi dell' Isola e 
di fuori! ' Ma così è: " Mutano i tempi e noi mutiani 
con essi \ „ 

1 Intorno a questo Carnevalo officiale vedi il Giornale di Sicltia, 
an. XVin, n. 43, Palermo, l'ò febbi-.' 1879; au. XX, ,nn. 41 e 50, 17 
e 20 febbr. ISSI; an. .XXIV, n. 57, 28 febbr. 1881 

E poicliè anche' in Palermo esiste (in da! 1874 imi '^tni'ii del 
Campale, anch' essa pubblica ogni anno il suo bia\o programma 
per far sapere come quaJmenl» ci aafanno tanti veghom ta itj balli in 
maschera, tanticorsijtantì premii quanti crede di finie PerUiesiabbia 
«n'idea di quel che debba esaere, secondo questa "oaetc il Carneva- 
le, riporto neìl' AppetKfice, n. II, uno di eodestì programmi, il primo 
ohe mi capita tra le mani. Il lettore, che già conosce il Carhevale 
siciliano, vedrà quanto ci abbia da fare il Carnevale della focietà 
d'oggi con quello del popolo d't^gi e di ieri; e come abbia sapulo 
essa interpretare e riprodurre le usanze popolari paesane, 

' Negli Amorosi f aspiri, egloga pastorale del C. Alessamoro Dio- 
-•jisio palermitano (Palenno, de Franceschi, 1599|, att. Ili, 3C. 3 , si 
legge: 

O p clI t h ssa bb tra, 
b r 1 1 ^ T te ient 

E neU tt n 7 

E I h tt. i r a 

ehm di mi 

^.Ilg pi ce / Test le Uo d Ca al l q le sì 

vede co q m tog d l t ti t d pe ne tahile 



Ho^tedby Google 



100 TISI E COSTUMI 

Chi non sa di cremazione più o meno officiale, se la 
sbirbd in qualunque dei modi descritti o in altri ancora. 
So di qualche comune in cui una processione di ma- 
schere chiudo il CanieYale con una parodiaca com- 
memorazione del Nanno; processione di nani, di scian- 
cati, di gobbi, di collitorti, e di altri in tuba e coda dì 
rondine, seguiti da una vettura, sulta quale un caval- 
lacdo viene predicando le virtù tutte dell'agonizzante 
Nanno e la desolazione in che getta il paese; appena, 
l'elogista tace, ima banda musicale suona pezzi luttuosi 
e marce funebri. 

Le ore che rimangono son poche, e domani comin- 
ceranno ìe solite prediche di Quaresima, che faranno 
pagare assai cari questi fuggevoli momenti. E già, la fa- 
mosa campana guzsa, del Duomo in Palermo, verso la 
prima ora della noUe, per lo spazio d'an quarto d'ora, 
ha sonato a mortorio per avvisarti il digiuno di do- 
mani e le penitenze avvenire', e già in Modica gh ag- 

« mobile dal suo oervelló. Edizione iiaJermitajia dei 1706. Altra e- 
dizione ne ho di Napoli della metà di qu^to seoob. Una bosinada 
4i Milano in foglio volante porta per titolo II testamento del Car- 
novale (Tip. Tambarini), in dialetto milanese. Testamenti airaili sono 
comuni fuoii d'Italia ed in tempi lontani. 

t II March .Villabianca nella eeoonda metà del secolo passato seri vea: 
«Il volgo erede che questo suono avvisi il digiuno quaresimale che 
deve seguitare riudlmane giorno, ma la venta si è che questo suono 
continuato, e, come comunemente si dice, a lungo, indicat postero 
die solemnitar poeiiicenies ab Ecolesìa ejicifiidos, qui feria ifuinta 
in Coena Domini rBr-oncilinntur. (.imato) Dd Principe Tempio, 
f. 402 *. 0^:ìsc. palermitani, t. SII, opiisK. 6, pp, 3^23, Jils. segn. Qq 
E Si della Comunale di Palermo. 



Ho^tedby Google 



IL f:ARNEVALE I 01 

gregati alla confraternita di S. Michele son saliti suÈ 
luoghi più montuosi dtslla città ad Intonare con prolun- 
gata cantilena: 

Oggi sugnu 'n fiura, 
Rumani 'n sipurtura; 

Oggi rripuosu. a liéttu, 
Rumani 'n cataletti! ! ' 

Ma silenzio ! suona la mezzanotte : giù le maschere, 
come dinnanzi al Sacramento portato in viatico, come 
al passare da una chiesa ! se no, la maschera resterà 
attaccata al viso di chi la porta ',. 

La maschera si. toglie, ma la mascherata rimane, e 
non ismetterà da' baccanali fino a che il sole non verrà 
a far testimonianza del nuovo giorno. 

' GcASTET.i.A, L'aiiticn Cirni:oi'li\ p. 20. 

* Come tante voite è ac-'^ailuto, secondo la troppo ingenua tradi- 
zione delle donniceluole g de' faneiiilli. Ai quali, con tanta fui'beria 
degli adulti quanta credulità loro, si fa l'essa perchè in quest'ulliina sera 
rimangano in casa ed evitìao, nella baldoria, il hipunant (Vicari) o il 
M'iminadi'ayu (S. llargliorita di liclii^e), che vanno in giro apirunf» 
ia codeste oro cHiiissose, 



Ho^tedby Google 



Qui la iuiiga storia del Carnevale finirebbe Se non 
seguisse subito il 1 di Quaresima, appendice più o meno 
lunga del Carnevale secondo i paesi. 

anima teologica del medico e canonico monsignor 
Cangiamila, non ti scandalizzare del ricordo profano!.,. 
Tu nel 1802 raccomandavi cbe " prima della Quare- 
sima, la sera gii amici della salute, nella prima setti- 
mana cioè di settuagesima, acciocché non sia di nocu- 
mento la mutazione de' cibi, si astengano daUa carne; 
nella 'seconda , adoprino al pranzo pochi cibi e sem- 
plici, e comincino la sera il digiuno, almeno dùninuendo 
la cena di un terzo „; perchè ritenevi, che " la pratica 
di alcuni Religiosi di astenersi affatto dalla carne gh 
ultimi giorni di Carnevale è un mezzo ispirato dallo 
Spirito santo per bene della salute „ '. 

Ma prima, assai prima e dopo di te " gh amici della, 
salute „ chiudendo le orecchie a' consigli dell'autorità 
ecclesiastica * mangiavano i maccheroni e la salsiccia 

' Cangiamila, Medicina saci-xt, voi. I. p, 68. Palermo 1802. 
' Ne! J>iario ^palermitano del Villabianca, trovo questa curiosa 
notizia: 
« A. 23 febraio llGi. Questo gioi'uo fu l'ultimo di Cai-novale di que- 



Ho^tedby Google 



IL CARNEVALE 103 

senza farne saper niente a te, che da medico e da teologo 
avresti dovuto saperlo '; e come oggi, cosi credo che 
ancìie a' tempi tuoi, facevano uno strappo alla Qua- 
resima mangiando quel po' di roba ch'era avanzata dal 
convito carnevalesco. Io non istò a guardare chi vada e 
non vada in chiesa a prender le ceneri; si sa, per altro, 
che delle donne divote o desiderose di parer tali, molte 
ci vanno, e ritengono sulla fronte e sulla scriminatura 
i! po' di cenere che v'è rimasa attaccata, mentre gh 
uomini, generalmente, non vi fanno molta attenzione. 
Guardo sì alle ribotte ed agh spuntini ' che recansi a 
fare in campagna i venditori di commestibili e di grasce, 
stati ocellati tre intieri giorni nelle loro botteghe a 
servizio dei compratori ; e coi venditori i compratori , 
die trovano salutare allo spirito ed al corpo questi di- 
vertimenti campagnuoli '.Non parlasi piìi di maschere 

st'anno 1762, e coincise colla vigilia di S. Mattia apostolo. Volevano 
quindi li popoli che ai facesse la commutazione di detta vigilia in 
altro giorno, per darsi l'agio di festeggiare Y ultimo ^omo bscoa- 
nale a sua possanza , mangiando carni e non digiunare. Il zelante 
prelato arcivescovo nostro Cusani ordìnù però di non innovarsi cosa 
alcuna, e di osservaci rigorosamente il digiuno tale qnal era, do- 
vendo, stare i fedeli alle leggi di Santa Chiesa e non alle leggi degli 
.antichi riti de" gentili». Bmio^eca star, e leu. v. XVIII, p. &. 
' Prov. siciliano; 



' Sulla Quareània in Milano vedi L'Indipendente cit., 2 marzo 1873. 
' Quasi ogni anno i giornali di Palermo fanno la cronaca della 
:sta del 1' di Quaresima. Eccone una dello Statuto dal 1878; 
s. Questa sera molta gente ritornava daUe campagne vicine ove 



Ho^tedby Google 



104 USI E COSTUMI 

neanche sotto le istigazioni di chi in «n momento di 
buon umore TOirebbe introdurre alla toscana un car- 
nevalino e alla lombarda un carnevalone '; ma non par- 
lasi neppure delle penitenze e privazioni d'un tempo. 
Bai 1860 in qua una grande rivoluzione, almeno nelle 

era stata a divertirsi. È antico uso delle nostre masse portarsi il primo 
giorno di Quaresima in campagna, né diversamente si pratica a Na- 
poli ed in qualche altra città del contìneiite. Quest'uso ha fra noi un 
perchè plauBihilissimo. 

4 Siccome la classo di venditori di commestibili negli ultimi giorni 
di Carnevale sta inchiodata nelle diverse piaaze a servizio dei com- 
pratori, corca un sollievo dopo il Carnevale in un po' d'oao , por- 
tandosi a diporto nelle vicine campagne; altre classi diverse dai ven- 
ditori profittano dell'antica abitudine, e vanno a pranzare fuori della 
città, specialmente quando il tempo è così belìo come oggi. Questa 
•era dunque una folla immensa rientrava a Palermo, dopo un di- 
vertimento più meno idillico;-e l'allegra canzone, è la parlantina 
ne annunziava il ritorno. 

€ Vedevasi tra la folla qualcuno che avea aliato il gomito più del , 
convenevole, ma l'ordine e la tranquillità non ebbero a dolersene i 
in generale, era «uà moltitudine dariìera, quieta, motteggiatrice, che 
raccontava ad alca voce lo prodezze del ila.sco e della gastronomia». 

II Giornale di SioUia del 20 fobbr, 1SS5 (an, XXV, n. 50), 2» giorno 
di Quaresima, scrivea; 

* Ieri, come abbiamo detto, quasi tutta la nostra popoliizione corse- 
in campagna e tutte le vicinanze di Palermo avevano im aspotlff 
gaio. 

« Si mangiò allegramente, ai bevve meglio; e sul tardi lo chias- 
sose brigatene tornarono in città cantando e scherzando. 

1 E, per fortuna, nessun reato gl'ave si ebbe a lanientare, e la P. S. 
tìon ebbe a-1 interessarsi nella giornata di ieri di bratti fattacci ». . . 

' Nel 1879, se mal non ricordo, la Società del Carnevale in Pa- ' 
lermo pensò dì festeggiar carnevalescamente le douienicho di Qua- 
resima; ma restò sola e sulle secche, e Ani col non far nulla. 



Ho^tedby Google 



IL CARNEVALE 105 

maggiori città, s'è andata compiendo nella vita non pure 
della borghesia, ma anclie del popolo; di che sarebbe 
ftiori proposito l'oecupanni ora. La Quaresima iia rice- 
vuto un colpo così forte che più non n' ebbe nessuna 
festa e ricorrenza annuale. 

E qui mi permetto una considerazione, che sarà forse 
presa per indiscreta. Io eredo che, come la chiesa fu 
sempre moderatrice degli stolti costumi, delle pazze 
usanze, degli abusi sfrenati del popolo, così certi decreti, 
necessitati dalle esorbitanze dei tempi, poterono qualche 
volta indirettamente contribuire a crescer la licenza che 
essi con savio intendimento miravano a correggere. Le 
strettezze quaresiraah volute, imposte e sorvegliate al 
domani di codesti baccanali non potevano, dico io, essere 
una ragione per cui il popolo trasmodasse sapendo di 
non poterlo far più il dì appresso? Gratteri non è il 
paese della Riforma né l'Atene della Sicilia, ma in Grat- 
teri la sera di Carnevale si eccita al divertimento con 
una sguaiata frase, buona a sapersi: Divirtèmunni, cà 
dmnani acchiana lu furfanti ó pùrjntti. La cosa è incon- 
cepibile per chi non abbia molta familiarità con la storia 
aneddotica tfel popolo siciliano nei tempi andati. Nel 
componimento drammatico sicUiano del poeta catanese 
Domenico Tempio (1750-183!) Pr' un dwirtimentti nellu 
Ca™eTO?J, il Grasso, l'Allegria, il Pazzo-furore, la Gola 
rimpiangono che presto dovranno smettere dallo stare 
in festa per la prossima Quaresima, Se non che, la 
Malizia, che segue sempre alla legge ', mette fuori del 

1 Inventa, Icfje, inoenta fraude. 



Ho^tedby Google 



106 OSI E COSTUMI 

pretesti pei' non assoggettarsi alle penitenze, ai digiuni 
e più all'insopportabile magro. Ed ecco gli uomini in 
preda a tutte le malattie e gli acciacchi di questo mondo, 
sofferenti chi di fame, chi di vertigini, chi di debolezza 
di vista, chi di atonia di ventricolo, chi di erpete, chi di 
palpitazione di cuore; ed il medico sciocco a tutto crede 
e permette carne e latticini. Riferisco qui le parole stesse 
del Tempio: 

Tutti li inalipasqui e li malanni 
Pimi di testa e eanchiu a propo-situ 
Gei affenano n QuaxeMma 
Cui dici eh ha lu viacitu 
Cui pati di virtiggmi 
Unu è fiaccu di vista 
E voh cairn mveci di 1 ucchiali 
Ghiitu sarraspa tuttu ed ha li sa] 
Chist autiu chi gustau h carni ciudi 
E plichi mu scippau noa malti botta 
Ora nn e tuffa, e già la voli uutti 
A chidda signui na 
L'0É,ghiu Ja nna luna 
Cui pò ta dbuluza di viitiicilu 
A chiitu nna ruttuia di pinnu-ulu 
A chHtautiu un batticon e dti xicupu! 
E fratantu diilmia comu un lupu 
Ghi&tu ntra lu dinocchiu ha un vunuhiazsuni; 
Ghista !iavi la lisaa e lu mitrimi 
E lu medicu scioccu ca li cridi 
Ch'f> eretcu *liiu diJd e aenzx hJ 
Ricuii n chiatu tempu 
Lu vlccI u ci s & anta 1 iiu ii 



Ho^tedby Google 



107 

A li ciUin e SI li f^ Tiiiui 

Cosa niia fd uni monaca 

S' un piditii cci 'mpingi o quilulii eruttu ? 

S' un ippocnta un sgraccu 

Non può tu ari, e sclama ca 1 acidi 

L' ogghiu, e puru, si dioi a vuci china 

Ca r o^hiu pii li ùgracchi è midicina. 

Sicché, s'msonni ognuno 

Infirmila pn spassu 

E alliuca quantu può 1 aniij,u Grassu '. 
Che maraviglia, pertanto, se a mezza Quaresima,"stanco 
do' lunghi ed uggiosi giorni di penitenza ^ e pur sospi- 
rando la Pasqua ^, il popolino si ricordava del passato 
Carnevale e col pretesto di sirrarì la vecchia, se la di- 
vertiva una buona giornata ! 

Chiedo permesso al lettore di riferire suU'ai^omento 
una pagina d'un mio libro. 

" La Sirrata di la vecchia, che a' giorni nostri pochi 
sapranno che cosa significhi, e che si dico in forma di 
scherzo, è storica in Palermo e di valore mitologico. 
A mezza Quaresima una vecchia veniva trasportata in 
Palermo sopra di un carrozzone tirato da buoi e acr 
corapagTiata e confortata a ben morire da due lazzari ve- 

' Lo stesso Tempio, Poesie, voi. II, p. 321 e seg. (Catauia, Gian- 
notta, 1874) Ila cinque sonetti sul Carnevale, 

' Vedi in proposito il cop. sulla Quaresima noi miai Spettacoli e 
Feste. 

*La Quaresima, relativamente al Caraeva^e, è lunga, donde la fi'aser 
Longu quantu la Quaresiiiia; e se no sospirava presto la fine. In 
Francia si dice olle II ost plus aisé à entrei' en CaréM'! qu' à eii 



Homdb, Google 



lOS USI E COSTUMI 

stili alla maniera dei soci ctella Compagnia de' Bianchi^ 
ii cui istituto è, come si sa, di assistere i condannati 
a morte '; ma coperto il capo "di grandi e certo non 
odorosi baccalà. Nella piazza di Ballare era alzato un 
paleo, e la vecchia tra la comune e lieta aspettazione 
vi saliva rassegnata a subii-e l'estremo supplizio. Ed ecco 
due finti cameflci in mezzo a una tempesta di batti- 
mani e di evviva segarle con vera imperturbabilità il 
collo, o meglio una vescica ripiena di sangue che le si 
era attaccata poco prima, donde fluiva in larga copia 
il sangue stesso; intanto che la vecchia cosi segata fingea 
venir meno per isflnimento, morendo in lei la ingrata 
Quaresima di penitenza. L'ultimo di questi simulacri 
di esecuzioni ebbe luogo tra noi nel 1737 °. Dicono che 
lo stesso uso fosse anche in Trapani e in altre città, 
ma io non oserei affeniiarlo. È certa però l' esistenza 
della frase in tutta l'isola: Sirrari la vecchia, o Sln-ari 
ta monaca, che si richiama m vigore nella Quaresima ''. 
Anzi in Gasteltermini usava, proprio a metà di Quare- 
sùna, mandare i fanciulli alla madi-e chiesa, ad atten- 
dere il momento nel quale si sirrava la monaca ^. 



' Capiloli della Compagnia del Cr'ocifisun detla da' Bianchi ilHlU 
felice città di Palermo, eco. In Palermo MOLXXVnK, 

' ViLL ABI ANCA, GiuocM popolaii!seht di Palermo, p. 222-23 delle 
Nìfùae Effemeridi sìcil. 

' Spettacoli e Feste pop. sic, p. 207. 

* Sulla figura di Quaresima in Napoli e nelle Slarclie yeiit Mah- 
COALDI, op. cit,, p. 7. Negli Abruzzi (Db Ni.vo, Usi e Costumi, p. II, 
p. 203 e seg.) « si disegna e tag ia una vecchia di cai-ta con »ette piSfii, 
(la yuaresìma e le sue seti* sot(iman.e), e se ne taglia mio ogni set- 



Homdb, Google 



IL CARNEVALE 109 

Un motto popolare, mezzo proverbio, mezzo indovi- 
nello, anzi più propriamente un proverbio enimmalico, 
con acconcia allegoria personifica il ghiotto CarneTale, 
la magra Quaresima e la bella Pasqua: 
Nesci tu, porca maiiciuni; 
Trasi tu, sarda salata; 
Veni tu, donna disiata ! 

tiiiiana. S'osa anche far penzolare da una llnestra all'altra una pupa 
ili stoppi e pezza co'i sette pLune attorno con la conocchia ed il fuso 
p sad t db iàiUna^!, una cipolla, 

b p pa b 1 t tt ì 1 magr di Quarosìnia. 

O d m pi 11! aett i i b to santo tutta 

-1 d pe d 11 butta cchia 

1 i li tì ( Oenov^i del 

l ) ti hi oocas i p la e imprese, e 

It telff Plhfflialp zzad Banchi, este- 

so soUl oope tgooi viditli piiia di quanti vi 
ttt> dq tiltnlml toihftti prawenire. Clii 

t ta f re m pinto d g t d ra pfostnta al bi- 

od pe-ci titdi&d tte nbello». Bel- 
ìi, i) p ta Ito li aella Società 
I,i:/u,-e di Sii}ria Pairia, voi. rv fase. Il, p. mi. 

In Lombardia nel giovedì della mezza Quaresima si binicia noa una 
ma più vecchie, nelle quali il Rosa {Bialelti, Costumi e Tradizioni 
nelle pnjaincie d> Bergamo e di Breseia,'3' ediz-, p. 237) vede atre- 
.!^he e dìi gentili. 

-Nel Trentino la vecchia è una, e da essa prende il nome di festa 
ile la veccia. Vedi Bologjjehi, Usi e costumi dal Trentiiw, p. 286, 
Consu^tJsi in proposito L. MAl^^, Dei sollassi profani a messa 
fiuaresima ed in i'pecie dille vecchie in Re^fjio di Lombardia. 
Reggio 1813, e Giunta adaiso opuscolo. Slodena, 1855. Martininm- 
Ck.^ìbesco, Il Giorno delie oecchie, in The Acadeniy, London, 18^, 
II. CTI. 



Ho^tedby Google 



110 USI E COSTUMI 

Ett ecco un motto composto da persone che seppero 
egualmente condamiare e lo eccessivo stravizzo e la esa- 
gerata penitenza '; motto men breve ma più tempe- 



' Una versione abriiraese di Tecamo(SAT[Nr,S!(i((i«ic«o teramano, 
p. 32H, 11. 10. Ancona, Civelli, 1879) dice: 

Vattene Carnavale Jette e ti'isto, 
E vittene, (JnareBinia di Cristo; 
Vattene Quaresima onta d' ujo, 
E vittene Pasqua cu lu caprettó 'n collo. 

Sul Carnevale in Italia vedi: per la Saa'degna, A. Pabbisi, Il Car- 
neoate in Sardegna, msW Indipendente di Milano, u, 9, 2 marzo 1873 
(bailo, maschere e cavalcate); per Napoli, Bidbba, Passeggiata i)er 
Napoli e coniami, v. U, pp. 283-291; M.iRC Monnier, Naples 
et tes Na'poHtains, nel Tour du Monde, 1S61, 2.' séra., p. 209. Paris, 
Hachettè 1861,'FA.\.\'y Zampini Salazako, neiie Memorie di Napoli 
stanche, archeologiche, monumentali e dei costumi. Napoli, Bron.- 
iiep 1882; per Sorrento, Ca:(zaso-Avarna, U ultima sera di Car^ 
neeale in Sorrento prbiia del 1799, in Stelle e flo'H, an, Vin, n. 8, 
21 febbr. 18S4; per Perrandina, Caputi, Cenno sìoHoo sull'origine 
•progresso e Maio attuale della città di Ferramìina, e. XXtl. Na- 
lH>lj, Raimondi, 1870; per gli Abruzzi, De Niko, op. eit., v. f, n. XXII, 
(notevole !a masclieni dei Boiniti di Tagliacorao) e v. n, n. LXIF; 
per Iloma, Bbesciam, Edmondo, e. XVII: Delle festa Romane; A- 
DEMOLLO, op. cit.; DÉLATRH, Ricordi di Ronia, cap. XIV. Pii'enze 1870; 
L. Pai/)mba, Li Romani da Roma , p. 61-60. Roma, Ferino 1884; 
per le antiche Legazioni di Forlì e Ravenna, M. Placocci, Usi f 
Pregiudi^ dei comodini della Roinaywii, p. 125, 2' edizione. Paler- 
mo, 18^; per lo Marche, C. Piookini-Beri, Il Riso nelle solennità 
marchigiane, ofiM'Archiv., v. Ili, p. 107; e, specialmente p«r Fabriano, 
Maimx>aldi, op. cit.; per la Toscana, VutaisrA , Un Carneeale in 
crtJ«.pa!)M!t,neL'l/i'itóde2i<[it>!i7i(a, an. Il, pp. 29 1-303. Firenze, 1870-71; 
per Milano, {C. Cantù), I Carnevali milanesi, nel Mondo illustralo, 
Torino, 1817, p, 119; M. Benvenuti, Milano, Usi e co^tmi vecchi 
e nuonl. convej'sau. XII. Milano, Agjielli IS73; V Indipettdenle, n. 2; 



Ho^tedby Google 



IL CARNEVALE 111 

rato della seguente quartina di Alcamo che invoca la 
Pasqua solo per la sua importanza culinaria: 
Carnalivari, vattimii eh' 'un eu (sic), 

Lassa passar! 'a santa Quarantana, 

Veni Pascuzza cu In beni meu, 

Fazzu UE vugghiuni eu la zafarana. 

Milano, 2 marzo 18T3; Cherubini, Vocabolario mitanose, voi. I, p. 226, 
2' ed. (Carneoalone), e per Roma e Milano nel 15S3 e Venezia nel 1584 
il Fanl\tHa della Domenica, an, [II, n. 9. Roma, 27 febbr. 1881; pei' 
Venezia, P. O. Mobo-Lin, Scene di Punesia, o municipali swti co- 
xttmà, V. I, p. II, Venezia pi'esao l'Editore 1841; Uebani db Ghbl- 
TOF, Le maschere in Venezia, Venezia, Naratovicli, 1ST7; pel Ti- 
rolo Italiano, Busr, The Valleys of Timi, pp. 346, 393-94, 419, 438-39. 
London, 1874; per Trento, (Pi.namonti), Trento e sue viciname , 
pp. 102 e seg. Trento, Marietti 1S3S; A. Zesatti, Sucr^ rappre- 
sentaxioni nel Trentino, p. 28; Anonimo, Sulla antica inasche- 
rata trentina detta la Polenta dei Ciusi-Goìt}. Trento, 1858^ Bo- 
i.oaOTNi, Usi e costumi del Trentino, op. cit., pp. 282 e seg.; Dai^ 
i.'Ongaro, La maschera del Gioeedì Srasso. Udine, 18t3; per Ve- 
neàa, Mlano, Firenze, Roma, Bologna e Verona, Racconti faceti; 
per Roma, Firenze, Milano, Verona, Venezia, Ivrea, j; libro del Car- 
neoale. Roma, Ferino, 1885; per tutta Italia Carjibli, fitoria di varj 
costumi sacri e profani, t II, co. I, IH. In Venezia, Occhi, MDCCLXI; 
I. Cantò, Il Carneoale italiano. Milano Ditta Vallardi 1855; Zuc- 
ca&m-Orlandini, Corografia fisica, storica e stalisHca dell'Italia, 
V. m, pp. 984-87; v. IV, 346, 555, 613, S95, 1080, ed altri moltissimi. 



Ho^tedby Google 



Homdb, Google 



APPENDICE I. 



CAaNESClALATA DK' PULCIMKLLl IN PALERMO '. 



Varie maschere di Pulcuiplla girano per la citta nelle ore 
pomeridiane del Carnovale suolando il col scione, il cembalo, 
le naccheie balhn io e cantando Ecco che davanti al pastiio 
suonando =! feinuno C ommc a il canto 
Pulcinelli 1 
Prinupaleddu miu di lu mi, i_on 
Apposta vinm cu stu calauuni 
Pr assaggiar! asi vostii inaccarrum 
Pulcinella 2 
E un^ e dui lu dicu il lu palon 
\p[ Mi vmm tu ?tu calaoiuni, 
Vo„,hiu tastari li to inaccau mi 
Pule nelh 3 
K ma, e dm e tii pochi palon 
Pnacipaleddu miu di lu me cori 
Su PuiuuelU cu lu calaemni 
Vogghiu raaucian li to maCLariuui 
Il pastaio da loro un pò di pi&ta i t e Pule nelli si inchi- 
nano, e ad una vo e cantino 

PruapdkJli mn Uhi i lami i 
Ti vogali 1 beiu as. a particulan 

' Raccolta dal Salomone-Marino nel Carnevale del 1808, e pubbli- 
cata nel suo opuscolo; Su la Raccolta di Canti popolari ùcUiani 
ili G. Piiré, pp, 13-16. (Palermo, 1871). 

G. PiTRK— Tsi e Costumi, voi. 1. 8 



Ho^tedby Google 



I E COSTUMI 



e tu si' lu patinani 
li vuIìebì darì. 



'Nsignatìml unni sta la tavii'nara, 
Chidda cli'è bianca comu li linzola. 
Ch'igni caprina vusca cincu grana. 
Vanno dalla tavernaia. Pulcinella 1. ripiglia; 
La vòggliiu beni ctssai la 'ncanUnera; 
Misura in modu clii nni fa la scuma, 
E ogni quartueciu nn' airobba du" gi'ana. 
A mitigare il frizzo dell'ultimo verso. Pulcinella 2. p 
odi della tavernaia; 

Vistuta mi paliti "na paluinnia, 

L' oochiu mi dici à, lu cori 'nganna; 

Giuri di linu; 
'Na turturedda cu l' oocMu baggianu, 
Vi mancanu l'aluari 'ntra lu scMnu, 
Pulcinella 3. 

Quri di linu. 
Cu vucca asciutta lu cantari è "nvanu, 
Sitttemu comu tratta 'u vostru vinu. 
Pulcinella 1., 2; e 3. bevendo; 

Principaledda mia, quantu si' duci 1 
Cchiù di (tu vinu eh' a la vucca piaci ! 
E 'n pettu m'addumasti un granni luci. 

Puidnella 2. avviandosi: 



Ho^tedby Google 



IL CARNEVALE 

Pulcinella I 
arrivato d J macellaio e battendo il cembalo 
E una e dui, e tn «enti eh è finu 
Cti sta. e lunati pn lu gilantomu 
Mette a f alhie Pulcinella 2 inchmindosi 
Bi u saluti a m" curapan Nmu 
Lu \oat i sangunaazu è veni bonu t 
Pulcinella 3 facendo una amorfi t 
/ittu, aun Jin lohiu oniu aontinu 
Zoecu Bi voli Eun oi dici ali omu 
Pulcmella 1 2 e 3 
dopo tice\uto il sanguinaccio e inchinandosi 



Fui m 

EC ta g-J 



La t o ni q ai Uan le fanno es.- 

rezze e an in in no, e con io 

e le pere n n da d p zi g olo, dal frat- 



Ho^tedby Google 



11 E M 

t nd 1 d 11 t u t n I canto pane , 

lan a f utta intng I tt Ou nd as a (e per lo più 

non f n n p a qu st It ti a) e già vedon 

p na la zana h m g n p t p Joro, si licen- 

n dall ultimo lo d n t 1 

PI 11 1 



E sb lazzii It ttidda te, a 
La „add neJda a g uè 






Pule nella 2 
1 att n lo & iratamenie 1 ior^o ielle d ta & 1 cembalo : 
E l u a e du e tr la caco i e f tta, 
Lu caco atim po^a li scupetta 
La voi appa nw-hiata ntii 1 piatta 
Pule nella 1 2 e 3 
pi tendo 1 salt e suonai do 



m una 
Lu apa ei 



e tr 






Ho^tedby Google 



IL CARNEVALE 117 

APPENDICE II I. 

SOCIETÀ DEL CARNEVALE IN PALERMO 

ANNO QUINTO 

PROGRAMMA DELLE FESTE 

1878 

dal S Feblimio al 5 ìlar^o. " 



Premo giorno — Salalo 2 febbraio — Arrivo del Nannu. Alle 
dodici la Nanna si recherà in gran pompa per il Corso V. E. 
airìncontro del Nannu; indi entrata trionfale da Porta Felice 
percorrendo il Corso V, E,, la via Macqueda e ia via Cavour 
lino a Porta S, Giorgio. Apertura della Gran Reneficiata po- 
polare presieduta dal Nannu e dalla Nanna, sino alle ore IO 
p. m. 

Secohdo giorno — Domenica 3 febbraio — Beneficiata popo- 
lare fuori Porta S. Giorgio dalie ore 10 a.m.alle ore lOp. m. 

Terzo giorno — Domenica 10 febbraio — Gran ballo popo- 
lare; ne verrà indicato il locale con apposito avviso. Reneficiata 
popolare dalle ore 10 a. ni. alle ore 4 Ii2 p. m. 

Quarto giorno — MsrcoUdl 13 febbraio — Primo ballo in 
inascliera al R. Teatro S. Cecilia. All'ora 1 il Giurì rimetterà 
B, 3 coccarde di onore con 3 eleganti premii alle migliori Ma- 
schere Mascherate. 



Ho^tedby Google 



118 USI E COSTUMI 

Quinto giorno — Domenica TI febbraio — 
Corso V. E. dall'I p. m. alle 4 p. ra.— Beneficiata popolare dalle 
ore 10 a. m. alle 10 p. m. 

Sesto giorno — Mercoledì 20 febbraio —- Secondo ballo con 
maschere al R. Teatro S. Cecilia. All'ora 1 il Ginn rimetterà 
n. 3. coccarde di onore con n. 3 eleganti premii alle migliori 
Maschere o Mascherate. 

Settimo GIORNO — Ooraem'ctt 2i f«ì6ra!0 — Cairozzate nel 
Corso V. E. dall'I p. m. alle 4 p. m.— Beneficiata popolare dalle 
ore 10 a. m, alle 10 p. m. 

Ottavo giorno — Mercoledì 27 febbraio ^ lerzct billo on 
maschere al R, Teatro S. Cecilia. All'ora 1 il Oiuu iimetteu 
n. 3 coccarde di onore con n. 3 eleganti premli die migliou 
Maschere o Masdierate. 

Nono giorno — Giovedì 28 febbraio — Gran ballo popolare; 
ne verrà indicato il locale con apposito avviso. Beneficiala po- 
polare dalle ore 10 a. m. alle 4 Il2 p. m. 

Decimo giorno —Domenica 3 j«aj-so — Gran Corso di Ma- 
schere a piedi nel Corso V, E. dall'ora 1 p. m. fino alla sera 
Alle migliori Maschere o Mascherate saranno distribuiti lungo 
il Corso stesso e per cura di apposito Giuri n. 20 biglietti di 
premii, i due primi di L. 25, gli altri in commestibili. — AUe 
ore 8 i biglietti saranno presentati fuori Porta S. Giorgio nel 
localo della Beneficanza per ritirare i corrispondenti premii. 

Undecimo giorno — Lunedì 4 marno — Chiusura della Bene- 
ficiata popolare. Alle ore 2 p. m. Gran Giuoco delle Antenne. 
Alle ore 9 p. ra. Gran Fuoco d'Artifizio. 

Ultimo giorno — Martedì 5 mar^o — Dalle ore 7 p. m. in 
poi Gran Festival in Piazza Viglieija con iUuminazione del Corso 
V. E. Saranno distribuiti alle migliori Maschere o Mascherate 
nella Piazza stessa, e durante il Festival, n. 50 biglietti che do- 



Ho^tedby Google 



IL CARNEVALE 



vi'aimo presentarsi per ricevere il premio corrispondenle al Pa- 
lazzo Municipale dopo la mezzanotte e non prima. A mezza 
notte cremazione del Nannu e buona notte 1 ! ! 



KB. Oltre ai giorni suindicati la Beneficiata Popolare sarà aperta: 
Tutti i Giovedì dalle oro 10 a. m. [alle 4 1(2 p. m. , tuttì i Sabati 
flalle IO a. ra. alte tO p. m. 

IMPORTANTISSIMO 

11 Gomitato Direttivo darà n.. 2 carri addobbati gratis alle 
due Comitive che si presenteranno per le prime a fame do- 
manda e per servire ai due giorni di Carrozzate secondo il 
programma delle feste. I disegni di detti carri sono visihili alla 
sede della Società via Macqueda n. 287 Casa B. Grasso tutti 
i giorni dalle ore 12 alle 2, sino al 31 gennaio. Più, saranno 
dati due premii uno di L. 800, l'altro di L. 400 in ordine dì 
merito ìlle altre Carrozzate che prenderanno parte ai due corsi 
quante volte il biuri ne le crederà m t tevoi 

Inoltre nel g orno Don enica 3 marze baranno coniente da 
apposito Giuri n 2 belle bmdeiedi onore con n 2 ileganti 
premii ai propiietarn dei balconi meglio addobbati che ne sa 
ranno stati meiitevol nei g oi n delle Gaiiozzate e del Corso 
di Mascheie a pieJi 

I pailicolaii legohmenJi per cascuna festa e divertimento 
sfiicin fatti noti al pubbhco con avvisi del Comitato Duettivo 
il quile SI nserba la facoltà di potere secondo le circostanze 
modificale il preiente programma. 



I palchetti per le feste da ballo al R. Teatro S. Cecilia si 
cstiarranno a sorte fra i soci. 

Ogni socio che volesse palchi per una o più feste, farà per- 
venire domanda ni iscrìtto alla sede della Società via Macqueda 
n. 287, Palazzo B. Grasso. 



Ho^tedby Google 



20 ■ U=I E COSTUMI 

I sodi che domanderanno un palco per tntte e tre le feste 
da ballo, dovranno sorteggiare, solamente fra di loro, il numero 
e la fJa, Quelli ehe lo domanderanno per una sola festa, lo 
avranno mediante sorteggio dei palchi rimasti, dopo il collo- 
camento di quelli sopra indicati. 

II sorteggio avrà luogo il giorno 5 febbraio nella sede della 
Società alle ore 2 p. m. 

Le domande pei palchi possono presentarsi alla stessa sede 
della Società fino al giorno precedente a quello in cui avrà 
luogo il sorteggio. 

Nei giorni seguenti la rimanenza dei palchi come i biglietti 
di entrata e quelli per maschera sono vendibili al negozio del 
Sig. La Farina e nel giorno delle feste sino alle 6 di sera ne! 
Real Teatro S. Cecilia. 

Il pagamento dei palchi sarà fatto al sorteggio stesso e quelli 
non pagati immediatamente s'intenderanno rifiutati, e saranno 
rimessi in bussolo. 

Il CoHiT.^TO Direttivo. 



Ho^tedby Google 



LE TRADIZIONI 
CAVALLERESCHE POPOLARI 

IN SICILIA 



Ho^tedby Google 



Homdb, Google 



I. 
ri Teatro delle Marionette. 



L' ofra, cioè il teatrino delle marionette, è un piccolo 
magazzino, alle cui pareti sono piantati de' palchetti, 
comodi e puliti all'esterno, ma assai disagiati per ehi 
avrà a prendervi posto, essendovi una panca molto an- 
gusta per sedervi, e poco spazio per distender le gambe; 
né la palcatura è divisa; e gli spettatori come in un 
corridoio siedono 1' uno accanto dell'altro. Nel inezzo 
del teatrino sono egualmente piantate un certo numero 
■di panchette, sostenute da assi verticali; panchette, che, 
tutte insieme, guardate dalla porta, danno l'idea d'una 
enorme graticola di legno , nei cui interspazi ficcano 
piedi e gambe gli spettatori. 11 corridoio mediano dei 
teatri ordinari qui manca allo spesso, ma ve n'è uno 
che lutto lo gira intorno, ed è chiamato passettu. Palchi 
(gallaria) e platea danno luogo dove a un centinaio , 
dove „a un centocinquanta persone; ma in quelli dì Ca- 
tania ve n'entrano di piìi. 

In fondo, di fronte alla porta d' entrata, è il palco- 
scenico, che ha piena armonia con le proporzioni del- 
l' opra. Una volta esso era un po' disadorno, e la tela 



Ho^tedby Google 



(Hluni) appena colorata; erano bensì dipinte, e d'una 
maniera popolarmente graziosa, le scene e le quinto, 
rappresentanti que! che meglio convenisse alla storia 
del giorno. Da «n trentennio in qua il tiluni è anch'esso 
dipinto, e così bene, che nel suo genere può dirsi qualche 
cosa di artistico. Ivi son ritratte scene cavalleresche: lo 
scontro di Rinaldo con Agramante , che lo assale di 
dietro (nell'ocra della Vucciria nova in Palermo); l'en- 
trata del conte Rullerò il Normanno in Palermo (neì- 
V opra di via Formai); Rinaldo, offeso, abbandona la 
Corte di Carlomagno (nell'omini di vìa Collegio di Maria 
al Boi^o) ecc. 

Spettatori son per lo più ragazzi del popolino, iniziati 
quali sì, quali no in un mestiere; gli altri son giovani 
e adulti. Uno studioso di statistica non avrebbe modo 
di farsi un criterio esatto di quelh che veramente usano 
all'opra; perchè in una vanno più monelli che giovani, 
in un'altra piìi giovani che lagazzi in un sestieie son 
servitori, camerieri e guatteri, m un altro pescatori e 
pescivendoli {ricfoiten); qua farchini (va^tast, vasta'teddi), 
fruttivendoli; là lustrini, mozzi di stalla, manovali ed 
altri siffatti; ovvero operai dei meno modesti e de' meno 
bassi. Tutto dipende dal sestiere, dalla contrada del- 
l'ocra; dove, però, non si vede mai, o rare volte, una 
donna, e dove una persona del mezzo ceto sarebbe ar- 
gomento di osservazioni e di commenti degli spettatori, 
come di maraviglia a coloro de' suoi amici o conoscenti 
che venissero a saperlo ', 

' Le persone cosi dette civili parlano dell' 0/ii-vt come di luogo e 
) pitìieo; e solo per earicntui'a un Comitato palermitano dì 



Ho^tedby Google 



LE TRADIZIONI CAVALLERESCHE POPOLARI 125 

L'opra ha per tutta questa gente un'attrattiva irre- 
sistibile; ed i ragazzi che non hanno da p^are altri- 
menti il diritto di entrata mettono in serbo il granu 
(cent. 2 di lira) o il soldarello della coiezìone o del com- 
panatico d'uno o più giorni per andarlo a deporre nella 
mano del padrone del teatrino loro favorito ; che per 
essi Vopra è ima gran bella cosa , ed imo degli spet- 
tacoli pili graditi. Un tempo, prima del 1860, con due 



a giorno del maggio 1882 portò una di queste' rappre- 
sentazioni nel mercato. Nel Giornale di Cicilia deir8 di quel mese 



«li Comitato della Fiera di Beneficenza a favore dell'Ospizio Ma- 
rino ci comunica che secondando il desiderio espresso da molte gen- 
tili signore, ha invitato Don Niccolò, figlio del celebre Don Gaetano, 
proprietario del Teatrino di pupi a Esilarò, per dare a) Mercato una 
rappresentazione. 

«Don Niccolò volentieri ha aderito alla domanda, e trattandosi di 
beneficenza, ha dichiarato con squisita gentilezza, che pi'esterà gra- 
tuitamente l'opera saa. 

a La rappresentazione avrà luogo stasei'a 1 maggio, aUe ore 9 p.ra, 

« L'opera scelta è la tragedia spettacolosa tratta dall' Eneide di 
Virgilio col titolo; Incendio di Troja con cavallo di legno e combat- 
timenti di guerrieri e fagliatine di testa a vista! 

« Indi seguirà il famoso Buello dei paladini Orlando e Rinaldo. 

« Ingresso lira una. Posto distinto lire due oltre l'ingresso ». 

.L'Incendio di Troja è un episodio, che appena una volta ogni 
tanto si vede rappresentare, e non da tutti gli opranti. 

A soddisfazione di curiosità per le feste di S. Rosalia in Palermo, 
enti* le ville delle congregazioni di S. Luigi, del Fervore, de' SS, 
Pietro e Paolo, di S. Filippo Neri, si eoglìon dare spettacoli pala- 
dineschi, che fanno parte da sé. Coà solamente certuni, che noi pea- 
sano o vogliano altrimenti, riescono a vedere ed a forjìiarsi un'idea 
(li queste rappresentaaioni. 



Ho^tedby Google 



126 USI E COSTUMI 

o tre (/rana (cent. 6 di lira) sì entrava; adesso non ci 
vogliono meno di cintfue grana (cent. 10) '; e siccome 
non tutti i ragazzi possono disporre gioriialmente di dieci 
centesimi dì lira, accade che solo la domenica e in qual- 
che altro giorno della settimana ci vadano, quando cioè 
abbiano raggruzzolata quella sommareUa, la quale pro- 
cura loro una sera di divertimento, " Che intendere non 
può chi non !a prova ;. 

1 più assidui ottengono qualche buon passaggio, come 
si suol dire: cioè ii ribasso d'un paio di centesimi. Ma 
la spesa di entrata cresce in occasioni straordinarie, 
come, p. e., la sera della rappresentazione della ' Morte 
de' paladini „ per la quale bisogna inesorabilmente pa- 
gare 30 centesimi, e sui palchi 40. ' 

È l'ora della rappresentazione; e, se fino a vent'amiE 
fa se ne dava avviso ai non troppo colto pubblico del se- 
stiere con un tamburo che si battea alternamente di sopra 
con una mazzuola e di sotto con un mozzicone di verga, 
tamburo che andava in giro pel sestiere, e poi si fer- 
mava innanzi al teatrino , oggi , proibiti in Palermo f 
tamburi e mandati a spasso i tamburini ed i tradizio- 
nali banditori, s'invita il pubblico con la frase elittica: 
Trasemu, ch'è ura (entriamo, che è già ora); ed il pub- 
blico, che se n'è stato per ma bel pezzo ad attendere 
innanzi la porta, riguardando alla debole luce il cartel- 
lone dipinto , e chiacchierando sulla rappresentazione 

' Fuori Palermo c'è qualche diflcrenza. In Mosaiiia si paga IO cen- 
tesimi; ma ne' posti di mezzo, cent. 15 o SO ne' palclii. In Catania, 
dove i teatrini accolgono maggior numero iJi spettatoi'i , cent. 5, e 
ne" palclii IO. 



Ho^tedby Google 



LE TRADIZIONI CAVALLERESCHE PÙPOLABI 127 

della sera precedente e su quella che dovrà seguire tra 
poco, s'affretta ad andare a prender posto facendo scor- 
rere sulla palma del cerbero i due preziosi soldi. Cerbero 
è uno della famiglia dell'oprante, spesso il capo, il pro- 
prietario, il factotum, e deve aprir tanto d'occhi per non 
lasciar passare di straforo qualche furbacchiotto, il quale 
tra la impossibilità di pagare e la bramosia di vedere 
sguiseia tra le gambe della folla ed entra franco; salvò 
poi a toccare qualche buona sferzata quando Cerbero, 
ripassando gli entrati, concepisca dei sospetti su lui. 

In poco d' ora i posti sono occupati, il chiacchierio 
incomincia, s'impegnano le discussioni sulla storia; l'a- 
cquaiuolo è in moto passando da una panca all'altra^ 
mescendo nell'unico bicchiere di vetro che porta con 
sé, e schizzandovi dentro il fumetto che serba in una 
boccettina. Il venditor di seme tostato {sìmimaru) grida: 
Simenza .'l'unico gradito passatempo permesso all'opra, 
e uno dei preferiti da' Palermitani alle feste popolari 
e soprattutto al Festino di S. Rosalia. I violinisti (suna- 
tura) aprono Jo spettacolo co' soliti pezzi del loro solito 
repertorio; ma il violino un poco alla volta va scom- 
parendo dall' Oj?ra, soppiantato dall'organetto. Questa 
innovazione riesce sgradita agli spettatori più antichi; 
ma bisogna rassegnarsi, perchè, come dicevami, inter- 
rogato da me sul proposito un oprante, " questi orvi- 
cìcati (si ricordi, per chi lo sappia, che i violinisti am- 
bulanti, i cantastorie sono in Sicìha ciechi, orvi-oicati, 
quasi tutti) sono la classe più tiranna e dispettosa del 
mondo. Non si contentavano di 4 tari (L. 1, 78) la sera, 
e pretendevano di più, forse i guadagni dell'intera rap- 



Ho^tedby Google 



128 USI E COSTUMI 

presentazione, adducendo che a girar per le strade e 
sonare in qualche casa, guadagnavano due Tolte tanto. 
E poi ora venivan presto, e volevano anticipare Vopm, 
ora tardi, e ì picciotti doveano stare ad attendere questi 
signori. Coll'organatto la faccenda va meglio ; e, seb- 
bene non s'abbiano quelle sonate che sono veramente 
graziose (perchè questi orbi i violini li fanno proprio 
parlare), pure la musica piace sempre ,, Qualche oprante 
disprezza la novità, e s'attacca talmente all'uso tradi- 
zionale che non ha voluto smettere non dico i violini, 
ma neanche, entro il teatro, ii tamburo, (già stato smesso 
da oltre mezzo secolo anche da chi, durante la rappre- 
sentazione, ritiene i viohni) come quello che produce 
maraviglioso etTetto nelle marciate degli eserciti, checché 
ne pensi in contrario l'on. ministro Ricotti. Onore al- 
Voprante della Piazza Eallarò in Palermo, ed aWoprante 
di via S. Agata in Catania, i quali, pur di rispettare 
le antiche usanze, non ricusano di spendere tre volte 
più degli altri ! Onore a quanti seguono il patriottico 
esempio dì costoro ! 

11 segno è dato; alza la tela: silenzio perfetto. Ecco 
un paleoscenico piccolo ma pulito. Il fondo rappre- 
senta una spiaggia, un bosco, una città, una fortezza 
dipinta con evidenza singolare. Quanta naturalezza in 
quella vallata e in quel fiume che vi scorre nel mezzo ! 
Quanta verità in quell'accampamento e nelle sue tende 
bianche e rosse piantate iimanzi la città assediata! 
Quanta eleganza in quelle regie sale destinate a rice- 
vimento di principi e di ambasciatori ! Le quinte, mo- 
bili, mutano al mutar di scene, e concorrono mirabil- 



Ho^tedby Google 



LE TSADIZIOSI CAVALLE ilES II HE POPOLARI 129 

mente airUiusione che fa parer vero il lungo filare di 
stanze, veri i padiglioni che l'uno accanto all' altro si 
levano, vero il distacco tra il castello e la i-occa sulla 
quale esso sorge, mentre l'aria vi si sente come alitare 
all'intorno senza mutamento. 

La rappresentazione è diretta dal proprietario del tea- 
trino assistito da parecchi altri che reggono il ferro e 
tirano i fili de' personaggi che si portano sulla scena, 
■e si fanno muovere ed agire. La parola è ora di un 
solo, ora di due, modificata a seconda del sesso, della 
condizione sociale, della dignità, della religione del per- 
sonaggio medesimo; e però voci forti e concitate e voci 
deboli e calme, con tutte le gradazioni che possono im- 
maginarsi. Le donne hanno vocine sottili sottili, con- 
trapposto dei vocioni stentorei di qualche gigante come 
Ferraù, o grossi e cupi di qualche infedele. Ma il po- 
polino che capisce dà lode di verità all'ohm della Vuc- 
ciria, perchè là le voci femminine son proprio di donna; 
, e si sa che una parente di Achille Greco, dietro le scene, 
prende parte alla rappresentazione reggendo i pupi, e 
parlando per Rosetta, por Angelica, per GaìlacieUa, per 
Berta, per Rovenza e per tutto il femmineo sesso. 

L'uditorio è tutto orecchi per sentire, tutto occhi per 
vedere chi entra e ehi esce dal palcoscenico, seguendo 
l'azione e prendendo parte per uno de' personaggi. Que- 
sto interesse per un paladino^ per un eroe, è uno dei 
fatti caratteristici dell' opra ; e rivela le tendenze e le 
inclinazioni del pubblico. Questi s'appassiona per uno, 
quegli per un altro; ì seguaci, gli amici, i vassalli di 
questo paladuio sono simpatici; ostili i seguaci, gli a- 
G. PiTEB — Usi e Costumi, voi, I. 9 



Ho^tedby Google 



130 USI E Costumi 



miei, i vassalli del personagg^io contrario. La simpatia 
è pe Te o o pel debole che subisce la forza del prc-- 
potè e o ci e ndo le d freno, gli si ribella. Rinaldo 
con le u de en pre l'eroe ben accetto. I! suo 
app ulla 1 e un avvenimento; di lui si studiano 

e prevedono le no s 1 neesso, le parole; i suoi amici 
ed alleai o o 1 bj t a in persona. Quando egli 
otti un t onfo Io s applaudisce con frenetico scop- 
pietta d ma e la no osi evviva gli si fanno la sera 
in e p ma d ass 1 r T -ebisonda, riceve rinforzi in- 
sperat ìuce d n gì li prodi quell'Orlando che, lui 
esule e mcnd o non a to né in fatti uè in parole. La 
gene o ta Ile ca d Orlando, che corre in soc- 

corso del ug no 1 ol Uà di Rinaldo , che in un i- 
stan e hn nt n ja s^fo doloroso e lo abbraccia, 
risei ote batt an i e f no cader la volta del teatro. 
Ma, dopo R aldo ben pochi godono la stima dell' u- 
ditorio. Piace Orlando per la forza soprannaturale che 
lo rende straordinario. Si ammira nella sua sovranità 
imperiale Garlomagno, ma non si ama, perchè non può 
amarsi un sovrano che bandì Rinaldo e lo costrinse 
a mendicare, un sovrano che in certe storie fa la fi- 
gura d'un rimbambito; si detesta Gano di Maganza per 
le sue arti subdole e per le infamie di cui è capace. Un 
guerriero, già lungamente benamato per le sue imprese, 
perde tutto per un atto che non è conforme alla dignità 
cavalleresca, salvo a riabilitarsi poi per altri atti che 
a dignità s'accostano. Vedremo nel capitolo sul conta- 
storie come queste simpatie, trasmodando in passioni, 
diano luogo ad ire di parte. 



Ho^tedby Google 



LK TRADIZIONI CAVALLERESCHE POPOLARI 131 

Man mano che i personaggi vengono snìla scena, 
tutti sanno chi egli sia: avendo ogni guerriero un ca- 
rattere fisico distintivo, Queìlo è Oliviero, perchè ha tanto 
di trippone; quell'altro è Orlando, perchè ha nn occhio 
torto; quell'altro ancora è Carlomagno, non tanto perchè 
ha il pallio imperiale, quanto perchè ha chiusa costan- 
temente la mano destra; onde Oliviero è detto Pausa 
di canigghia. Orlando cicatii, Carlomagno ptignu chiusii. 
Altro carattere è la divisa. lUnaJdo, Salardo, Riccardo & 
Ricciardetto si conoscone al leone; Orlando &\V aquila, 
C^geri alla stella, al sole e luna Olivieri, alla palma il 
cugino d'Orlando, Astolfo; Carlomagno anche alla corona- 
e al fiore in petto. 

Agli appassionati deìVopra tutto riesce serio e grave, 
anche ciò che è addirittura una parodia. Ma gl'impru- 
denti non mancano neppure slVopra; e quando un aned- 
doto, una scena supera i limiti del verisimile o del cre- 
dibile, qualche esclamazione della platea suona rimpro- 
vero al personaggio che parla e per esso a ehi dietro 
le quinte parla per lui. Se la voce della platea è una 
accusa alla verità storica del racconto, il personaggio 
stesso o il buifo del teatro, 'Nòfriu, fatto venir subito 
subito su! palcoscenico, rimbecca l'imprudente espo- 
nendolo ai ridicolo. Tra attore e spettatore impegnasi , 
talvolta un battibecco abbastanza comico per l'uditorio, 
e tutto a scapito dì chi ebbe ìa malinconia d'interrom- 
pere la diceria o la rappresentazione , nel qual batti- 
becco i motteggi pepati, anche sboccati di ^Nefriti, forte 
della storia e del proprio carattere, riducono al silenzio 
l' interlocutore, fatto altrimenti tacere dalla disappro- 
vazione pubblica. 



Ho^tedby Google 



132 USI E COSTUMI 

Spiritoso quel 'N'òfriu ! Egli vien fuori ora a com- 
battere contro un gigante, in faccia al quale trema come 
una foglia, ora a far da becchino dopo una terribile 
strage, ora a dar la burletta a un soldato in sentinella, 
o ad una persona del criminale, e sempre che giovi 
interrompere la monotona serietà dei fatti che si svol- 
gono. 'Nòfriu rappresenta il beli' umore del popolino, 
di cui prende anche il vestire: berretto (scarsetta), giac- 
chetta, panciotto. In siciliano scherza, chiacchiera si bi- 
sticcia; alla siciliana gesticola e schiamazza ; da buon 
siciliano si rappacia; e, scaltro, sospettoso, diffldcnte, 
non si lascia di leggieri cogliere in trappola, e l'accocca 
'a chi presume accoccarla a lui; Non parla, non si muove 
per poco che non esca in lazzi, in frasi, in gesti ridi- 
coli, in motti ed arguzie nate specialmente dallo strop- 
piamento delle parole. Che se poi sconfina motteggiando, 
e qualcuno dell'uditorio lo disapprova con un certo suono 
inarticolalo delle labbra, 'Nòfn'n ricorda alla sua ma- 
niera il galateo rincarando la doso. Una sera nell'o,>/'« 
di Catania situata rimpetto l'Università, Orlando esce 
in un vantamento di questa fatta: Con un corpo (colpo) 
della mia spaia fazzo (faccio) sartare la testa a cento 
paladini! Un facchino {un porta) dell'uditorio imita con 
la bocca quel tal suono inarticolato, e 'Nòfriu, li pre- 
sente, lo apostrofa: Figgkiu di scarana ! lèggiti 'a storia 
si non ci cridi! ed il facchino, beffato dal pubblico, ri- 
mane scornato. Scene come questa accadono allo spesso, 
e, se non per gli espedienti di ''Nòfriu, si troncano per 
opera di un uomo che, come gli antichi pedagoghi, sta 
lì con una piccola sferza in mano a mantenere l'ordine 



Ho^tedby Google 



LE TRADIZIONI CAVALLERESCHE POPOLARI 133 

meglio d'un questurino, battendola, secondo i casi, sur 
una panca o trave, o sulla spalla d'un monello inedu- 
cato. Ed è notevole questo: che nessimo reE^sce o si 
querela di codesto trattamento, mentre fuori teatro il 
custode verrebbe altrimenti caricato d'ingiurie e peggio. 
Ma all'opra bisogna abbozzare e striderci sopra. 

Qualche oprante amico della novità ha messo da 
parte 'Nòfriu, e ha preso Peppi-e-Ninu, altra maschera 
che, sott'allro nome, riproduce, senza che ne scatti un 
pelo, 'Nòfi-iu; ma i tiongustai e gli amici dei passato 
non pònno lodare questa sostituzione ingrata verso un 
carattere che per secoli li ha fatti rìdere e divertire. 
Al Peppi-erNinu s'è anche sostituito Virticchiu, che è 
sempre l'erede legittimo di 'Nòfriu; ma consolati, o buon 
'Nòfriu, che sei sempre tu l'antico genio burlesco del- 
Vopra; e tutti i Peppi-e-Ninu e tutti i Virticchi nati e 
nascituri spariranno di fronte alta tua sicilìanesca fi- 
gura! 

Ma che cosa si rappresenta all'opra ? 

" La storia de' paladini „, si dice comunemente ed 
all'ingrosso, intendendosi quella serie di storie prosa- 
stiche e poetiche, le quali sì chiamano Cronaca di Titr- 
pino, Reali di Francia, Morgante del Pulci, Orlando 
innamorato del Bojardo, Orlando furioso dell' Ariosto, 
Prime imprese del conte Orlando del Dolce ed altri sif- 
fatti, che, rappresentati sera per sera senza veruna in- 
terruzione, durano pili d'un anno. Dopo la " Morte dei 
paladini „ si rappresentano le storie di Guerin detto il 
Meschino, de' Figli del Meschino, di Guelfo ed Alfeo re 
di Negroponte, di Trebatio, di Ardente Spada, di Ales- 



Ho^tedby Google 



134 USI E tlOjTUMI 

Sandro Magno II, del Calloamlro fedele ' ecc. ecc., che 
sì svolgono in undici mesi e pochi giorni. Se non che, 
gli ultimi cinque romanzi non son patrimonio di tutti 
gli opratici, mancando a certuni i copioni, a eert'altri 
la disposizione ad intrattenere altriitìenti che con Gar- 
lomagno, Rinaldo e Guerino gli uditori avidi di illustri 
imprese e di campioni notissimi. 

Confuso in mezzo a tanti biricchini e giovani d'ogni 
risma e mestiere, molte e molte volte in vari tempi io 
seguii queste rappresentazioni studiando quello che ora 
partecipo ai lettori e mostrandomi ora ignorante della 
storia in corso, era bene infonnato d'un aneddoto, afiìn 
di cattivarmi la fiducia di qualche habitué, e d' infor- 
marmi di cose che i dotti, novantanove su cento, non 
sanno. Che importa che di estate io ho sudato, ansato 
in mezzo a questa poco igienica sfera sociale, ragione 
■anch'io di spettacolo al pubblico, stranizzato dì vedere 
un profano in mezzo ad esso ? Io ne sono uscito ricco 
di notizie e di conoscenze, che invano avrei cercato nei 
libri. Ed ecco qua un saggio delle rappresi^ntazioni da 
me vedute e riassunte sopra luogo in questi ultimi tre- 
dici anni. Trascrivo dal mio taccuino qualche appunto 
preso di straforo, quando in uno, quando in un altro 
di questi teatrini. 

MORTE DI LANFROI ED OLDERIGI BASTARDI *,- 

Atto 1. — Campagna aperta, con iiume nel mezzo. — 
Carlotto aringa davanti a Milone d'Anglante e a Ber- 

' Dichiaro una volta per tutte che nella denominMìone e nei litoli 
mi servo sempre del linguaggio popolare. 
' La sera de' 20 novembre 1872, all'0i)ra di via Forniai. 



Ho^tedby Google 



LE TRADIZIONI CAVALLERESCHE POPOLARI 135 



nardo di Borgogna suoi fratelli iste), a Oggeri Danese, 
persuadendoli che è già tempo di rivendicare il reffno 
di Farigi statogli usurpato da Lanfroi e da Olderigi 
bastardi di Pipino. I due nemici aiutati da Gano di Ma- 
ganza e dai Maganzesì si fanno avanti per impedire 
che Carlo si muova; e l'annunzio ne viene per un sol- 
dato di lui mentre si odono da lontano le grida con- 
fuse dell' esercito nemico. La scena muta. In distanza 
è la città di Parigi, circondata da baluardi. I nemiei 
escono in campo aperto; Carlotto, non volendo di buona 
ora spai^er sangue di soldati che potranno piii tardi 
essei^li utili, si fa conoscere per il figlio vero di Pi- 
pino e pel legittimo erede del trono di Parigi. I soldati 
gli s'inginocchiano a' piedi e lo proclamano re. Un ca- 
pitano sopraggiunge, e vuol punire i traditori; viene a 
duello con Carlotto e, due volte abbattuto , lascia da 
ultimo la vita sul campo di battaglia. 

Atto 2. — Città di Parigi in fondo. Accampamenti e 
tende di Carlotto. — Gano di Maganza è impaziente 
di scontrarsi con Carlotto; ma nel meglio un messo gli 
reca la nuova che l'esercito s'è reso quasi in massa e 
un capitano è rimasto morto. Gano sdegnato attende 
lo assalto; giungono ì soldati, già resisi, di Carlotto , e 
moltissimi ne vengono uccisi da Gano. Giunge ultimo 
Carlotto, che, dopo d'averlo accusato di tradimento e 
■d'infamia, si misura con lui. Il combattimento è lungo 
ed incerto, ma finalmente Gano (con grande soddisfa- 
zione e gioia del pubblico) è atterrato; ben tosto si rialza 
e fugge com'è costume de' vili. Carlotto lo insegue, ma 
non riesce a raggiungerlo. Ed eccolo in i 



Ho^tedby Google 



136 USI E COSTUMI 

solitaria, dolente di non aver ucciso il codardo fi 
Fa ritorno at campo, e compiuti vari fatti d' arme, si 
imbatte in Lanfroi. Squillano le trombe; Carìotto pai'la 
parole di fuoco contro il parricida, l'assassinò, l'usur- 
patore, e dice esser giunto il momento della vendetta 
e della giustizia di Dio: AU'armi ! Si battono con fiero 
accanimento; Lanfroi perde la vita. Olderigì prende il 
posto del fratello. Nuove recriminazioni e nuove mi- 
nacce: ed Oiderigi, cade ferito, e serbato a spettacolo 
del popolo parigino. Invano egli prega, supplica che gli 
si dia ora la morte, ben poca cosa a parsone della fu- 
tura vergogna; egli, l'assassino del padre inerme, l'usur- 
patore del trono, carico di catene è trascinato dietro 
a Cariotto. L'entrata in Parigi è compiuta con ie pos- 
sibili cautele per evitare un nuovo tradimento. (L'udi- 
torio è commosso e sospeso). 

Atto 3. — Reggia di Parigi splendidamente addob- 
bata. — Ivi si raccolgono i fratelli di Cariotto e i ba- 
roni cbe furono alla impresa, Cariotto con una corona 
sull'elmo monta sul trono; la moglie sopraggiunge. Berta, 
sorella, riabbraccia il fratello teneramente; tutti siedono. 
-Si fa chiamare Olderigi perchè dia ragione de' delitti 
commessi. Olderigi, disarmato ed incatenato, risponde 
violentemente alle interrogazioni di Cariotto dandogli 
del bastardo, dell'assassino, dell'usurpatore; ladri, av- 
venturieri i suoi baroni, tra' quali mascalzone Chiara- 
monte. Cariotto non sa piii resistere a tanta temerità; 
-e di propria mano lo fredda. 

Questa rappresentazione lasciò delusi gli spettatori , 
perchè Cariotto non tolse di mezzo anche quei birbono 



Ho^tedby Google 



LE TRADIZIONI CAVALLERESCHE POPOLARI 137 

dì Gano, che, come qualche mio vicino ebbe a dire, sì 
la scuffau (se la svignò). 

Veniamo a giorni più vicini, ad altre storie, ad altro 
teatro. Siamo dentro il teatrino dì Via Alloro, rirapetto 
la Chiesa de' Cocchieri; vi si rappresenta 

FEBO CHE LIBERA LA DUCHESSA DI V1LLA\G0SA '. 

Atto 1. — Campagna. — Febo cerea Trebazio per rim- 
proverarlo delle infamità che gli ha fatte. Aifonsina, so- 
rella di Villangosa, s'incontra con Febo, il quale , ve- 
dendola afflitta per la sorella in pericolo di vita, le pro- 
mette aiuto e soccorso andando a combattere contro 
il conte Gai. 

Campagna con ponte, — Febo con Alfonsina s'avvia 
per liberare la Duchessa di Villangosa, Presso un ponte 
un Lonardo {sic) d'Ungheria, in compagnia d'una brutta 
donna, vieta loro che passino avanti se prima non fa- 
ranno le lodi della sua donna; Febo si rifiuta, il duello 
è inevitabile; Lonardo è perditore. 

Reggia, — Giunge alla corte del re Tiberio la nuova 
dell'arrivo d'un cavaliere con una donna per isfìdare 
il conte Gai. Il cavaliere ottiene che il duello abbia luogo 
non già nella pubblica piazza, ma sotto le mura della 
città d'Ungheria {sic). 

Atto 2. — Mura d' Ungheria {sic). — Febo si misura 
col conte Gai, che, atterrato , confessa in pubblico la 
innocenza della calunniata duchessa di ViUangosa, la 
quale, per pretesa infedeltà comitale, dev'esser bru- 
ciata viva. Il conte è finito per mano dello stesso Febo, 

■ 3 sette mbie 1883. 



Ho^tedby Google 



138 US 

ed il popolo batte le mani per la punizione merita- 
mente toccata al calunniatore esecrato. 

Carcere, — La duchessa di Villangosa geme in car- 
cere. Alfonsina scende a consolarla e a liberarla. Uscite 
libere, Tiberio, le sorelle e Febo, in 

Corte — festeggiano la liberazione della ducbessa.— 
Tra' presenti è anche Lonardo d'Ungheria, l'abbattuto 
del ponte, il quale, riconosciuto da Febo, è costretto 
a confessare lo scorno patito. La moglie di Tiberio per 
un messaggio annunzia le nozze deUa figlia con Tre- 
bazio imperatore di GostantinopoU-Lonardo ad una pa- 
rola coglie occasione di olTender Febo; Febo lo uccide. 
Tiberio manda Febo in carcere giurandogli però sulla 
propria corona che lo metterà fuori al piìi presto. (Il 
pubblico, conoscendo Tiberio, lo chiama infame). 

Atto 3. — Carcere.— Febo si rammarica della sua triste 
condizione, ma è sicuro che il re manderà presto a h- 
berarlo. La duchessa di Villangosa, penetrata in car- 
cere , gli rivela il perfido disegno del ru di farlo mo- 
rire in quel carcere. Febo la prega che vada a spiare 
quel che si fa e dice per lui nella Reggia. 

Reggia. — Le due sorelle sono alla presenza di Ti- 
berio. Giunge il fratello del conte di Gai, che per ven- 
dicare il frateUo chiede di misurarsi con Febo, già con- 
dannato a morte. 

Mura d'Ungheria. — Duello, nel quale Febo uccide il 
conte di Gai e, rispondendo con eguale infedeltà alla in- 
fedeltà del re, parte coi suoi senza restituirsi in carcere. 

Un mio egregio amico. Tenuto con me a questa rap- 
presentazione, era tutto occhi per tener dietro alla scena 



Ho^tedby Google 



LE TRADIZIONI CAVALLERESCHE POPOLACI 339 

ed all'uditorio, quella sera composto d'una settantina 
di ragazzi con qualche giovane, che sgusciava placida- 
mente il suo semino. Veramente non era una beila sera 
per istudìare questo uditorio, perchè ÌÌ passaggio non 
era molto interessante; ma ebbe a pensar molto, cinque 
giorni dopo, quando con me stesso venne all'opra di via 
Formai, dove, grato trattenimento, si rappresentava il 

COMBATTIMENTO DI ORLANDO E RINALDO '. 

Atio 1. — Anticamera di una reggia, — Angelica cerca 
aiuto e protezione da Orlando, che gliela promette: in- 
tanto che si parte per andare a combattere con Ri- 
naldo di Montalbano nel campo di Marfisa imperatrice 
di Persia. Angelica sceglie Sacripante qual campione 
di Orlando in questo dueUo. 

Accampamento. — Astolfo recandosi al campo di Mar- 
fisa riconosce ed abbraccia ii cugino Rinaldo. Sacri- 
pante reca la sfida di Orlando, che Rinaldo accetta, pur 
lamentando con calde parole le insiifflcienti cagioni di 
essa, Marfisa, da guerriera che è, si offre a campione 
di Rinaldo, come Sacripante lo è di Orlando. 

Anticamera di reggia. — Orlando riceve Sacripante, 
reduce dal campo di Rinaldo. Angelica ripete la pre- 
ghiera, mnanzi fatta ad Orlando, d'una grazia che ora 
non dichiara e che Orlando torna a promettere incon- 
dizionatamente. 

Atio 2. — Mura di città in distanza; accampamento 
[di Marflsa].— Presenti le genti loro, Orlando e Rinaldo 

' S settembre ISSÌ, 



Ho^tedby Google 



140 tSI E COSTUMI 

son di fronte l'uno all'altro. Vogliono rimaner soli; (,% 
sgombrato il posto , i due guerrieri , chiarite prima le 
ragioni del, dnello, si battono accanitamente. Nessuno 
cade de' due. A certo punto, Orlando, per un accesso 
di pazzia, fugge, e Rinalde grida: " Conte, il Cielo è 
sdegnato di te; e tu vuoi difendere il torto ! , 

Campagna. — Angelica va in follia per amor di Ri- 
naldo ed è lieta del buon successo di lui, perchè Or- 
lando è fuggito dal campo. 

Mura, come sopra. — Orlando, tornato in sensi, torna 
all' assalto, che si ripiglia più accanitamente che mai. 
Rinaldo cade ferito (commozione generale nell'uditorio). 
Accorre nel luogo Angelica e, confusa e smarrita, chiede 
ad Orlando la grazia desiderata e promessa: che egli, 
cioè, vada a distruggere il giardino incantato di Fede- 
rina, ov'è un terribile serpente divoratore. Orlando ubbi- 
disce per amor suo. Partitosi da lei. Angelica soccorre 
Rinaldo, presente Marlìsa. Rinaldo risensa, e ricono- 
sciuta Angelica, che egli detesta, la respinge impetuo- 
samente e segue Marfisa, la quale prende cura de! ferito. 
Angelica addolora tis sima si rammarica. 

Intennezzo. — ^Terigi annunzia che nella rappresen- 
tazione di domani sera Rinaldo cadrà nell'incanto della 
Fata Morgana. Vìi-ticchiu, il buffo siciliano dell'opra, ri- 
pete a suo modo e con conunenti e chiose sue il preav- 
viso; ma ecco un suo compare precipitai^li con gran- 
dissimo rumore davanti, e raccontargli come qualmente 
è caduto da non so quale altezza, ma che in conclusione 
■■ s'è trattato d'un sogno, e nient'altro. Qui i due compari 
con un discorso concitato scagliano frecciate agli uomini 



Ho^tedby Google 



CAVALLERESCHE POPOLARE 141 

■de] municipio ed ai nobili spiantati Barimi Lampasz'a, 
Marchisi D&uUzza , Duca Miseria, Gli astanti ridono 
■e batton le mani. 

Atto 3. — Campagna, —Angelica, afflitta delt'inespli- 
cabile rifiuto, pensa ingraziarsi Rinaldo mandandogli il 
cavallo Baiardo, smarrito nel duello con Orlando. 

Accampamento. — Marfìsa chiede a Rinaldo della sua 
salute. Rinaldo è sempre addolorato di non poter pren- 
dere la rivincita sopra Orlando. Uno scudiere di Ange- 
lica gli reca a nome di lei Baiardo; ma Rinaldo, per 
quanto gli pesi di farlo, rifiuta, in odio di Angelica, il 
benaraato cavallo, e fugge. Astolfo prende il cavallo per 
non farlo perdere al cugino , e astutamente persuade 
lo scudiere che Baiardo non è di Rinaldo, né di An- 
gelica, ne di altri, ma di lui Astolfo , che lo perdette 
una volta combattendo. 

Sala. — Angelica riceve lo scudiere, e s'abbandona a 
nuovi rammarichi per sì ostinati ed inqualificabili ri- 
fiuti dell'adorato Rinaldo. 

l-.a serata fini un po' triste per la magra figura fatta 
da Orlando fuggendo benché senza coscienza, e più pel 
fei'imento di Rinaldo, che, non ostante che previsto, riuscì 
molto doloroso per i suoi ammiratori; tuttavia confor- 
tava il pensiero che presto si sarebbe rimesso in campo 
bell'e guarito. 

Queste sono le rappresentazioni più brevi e più sem- 
plici dell' opra; ma qualcuna , solamente qualcuna , è 
assai più lunga e complicata, tipo la Rotta di Soncis- 
valle, più comunemente intesa La Morii di li paladini. 

Lungamente aspettata, questa rappresentazione è la 



Ho^tedby Google 



142 USI E COSTUMI 

più clamorosa e la più interessante. Quindici giorni 
prima, nelle due domeniche precedenti quella in cui 
dovrà eseguirsi, la si annunzia, tra i! secondo ed il terzo 
atto, per bocca di Terigi, scudiere di Orlando, secondo 
la tradizione AeiVopra; il quale, per ragione del suo sim- 
patico padrone, non può non riuscire simpatico ed ac- 
cetto all'uditorio, e perchè accetto, destinato sempre a 
dare gli avvisi seri che l'oprante vuol dare, salvo poi 
a farlo seguire, come abbiara visto, dal buffo per accen- 
tuare, esagerando e ridendo, la reclame. Dell'annunzio 
s'impadronisce il piccolo pubblico, e ne parla dentro e 
fuori il teatro ; e se ne pasce e preoccupa. L' oprante 
ne discorre un po' !a parte sua agli affezionati che gli 
fanno ressa prima della solita rappresentazione; un po- 
chino ne chiacchierano anche gli adulti e molto i ra- 
gazzi, non per desiderio che abbiano di vederlo, ma per 
l'avvenimento in se stesso; anzi voiTebbero quasi non 
venisse mai quel giorno , perchè è per loro crudele il 
veder morire tutti gli eroi ch'essi han seguiti per lunghi 
mesi, ch'essi hanno accompsignati nelle loro imprese 
guerresche, palpitando e gioendo con essi e per essi. 
Per assistere a un loro combattimento , chi sa quanti 
sagriflci hanno fatti questi poveri ragazzi ! Forse pei sol- 
darelli di diritto d'entrata si saran privati del pane della 
colezione; fors' anche avran dovuto lavorar di più nel 
giorno, pur di esser liberi la sera. 

Una volta l'anno è certo che la Ratta si ha da rap- 
presentare in un teatrino; e più d'una di queste rap- 
presentazioni io ho vedute solo o in compagnia di qual- 
che amico ne' vari teatrini di Palermo. Una sola ne 



Ho^tedby Google 



LE TRADIZIONI CAVALLERESCHE POPOLARI 143 

ricorderò, per non esser lungo, della sera de' 12 dicem- 
bre 1875 neìVopru di Piazza Nuova. Il prezzo di entrata 
era stato portato fino ad 8 soldi: il posto ne' palchi, a 10. 
Era di Domenica, e si facevano, come di solito, due 
recite. La prima, cominciata alle ore 22 d'Italia, non 
era peranche finita a 3 ore di sera. Piovea a dirotto, 
e chi non era giunto in tempo, non potendo far altro, 
rimanea fuori ad attender la fine, mentre i nuovi ve- 
nuti sospiravano la seconda rappresentazione, che pure 
era stata annunziata per un'ora di sera {un'ura di notti). 
Io volli, e dovetti attendere anch'io. Un ragazzo, che 
mi parve un venditor di erbaggi, venne a riparar dalla 
pioggia in «n'entrata ov'io era; e fu buono per la mìa 
insaziabile curiosità, perchè, toccatogli dell'argomento 
della sera, mi disse cose che a me rincresce di non 
aver potuto nella loro schietta ingenuità conservare nel 
mio taccuino. La morti di li paladini, dicevami, è la 
cchià bella cosa di stu munnu, e ed nnivonnu occhi pi 
talialla ! Io finsi di. non saperne nulla ; ed egli, come 
tutti i ragazzi suoi pari, che io richiedo di notizie pa- 
ladinesche, sfoderò un'erudizione da fare sbalordire. 
Quel ragazzo ne avea dodici anni : avea frequentato 
Vopra dal suo quinto anno, e tutti i centesimi che avea 
ottenuti dalla mamma avea sempre pagati sXVopraìiie 
di quella Piazza; sicché avea imparata e conoscea a 
menadito tutta la storia de' Paladini, La Eotta era per lui 
la meraviglia delle meraviglie; il povero Rinaldo la vit- 
tima innocente 'd'un tradimento dei pili infami; Gano 
di Maganza l'assassino che cento volte^ in cento guise 
tutte basse, tutte vigliacche, avea attentato alla vita di 



Ho^tedby Google 



144 TISI E COSTUMI 

lui. Parlando di Gano, il mio ignoto personaggio ac- 
cendeaai di sdegno. Dolente che il suo carissimo Ri- 
naldo dovesse presto rimaner sotto il crollo d'una fab- 
brica , egli si rallegrava però che due sere appresso 
Gano finirebbe squartato da quattro cavalh. E chissà, 
soggiungea, si la miritava pi tutti li 'nfamitati chi fiei ! 
Ma Analmente, dopo lungo ed utile conversare, venne 
l'ora della seconda rappresentazione: ed il teatrino in 
men che non si dica si riempi una seconda volta di 
gente. Gli spettatori erano 242 d'ogni età e mestiere, 
sui banchi, ne' passetti, alla porta, sopra di essa, sui 
palchi. Si andava stivati, non c'entrava neppure un ago, 
per esprimermi alla siciliana. Era dmvemo forte, e si 
sudava maledettamente dal caldo. Nel palchetto a si- 
nistra erano due donne in compagmi de loro mariti 
•o f atell che fcisero, fatto ben raro che chiamiva i'at- 
ttnz one d d ece itotrentotto spettatoli me compreso. 
Pi I 1 che la tei s'alzasse (e se n'era mipazienti) di- 
eorrev n delh mìnente rappresentazione. Chi ne di- 
cevi a e ci n' altra. Alzando un po' più la voce, 
un manovale chiese in quale tiluni (atto) Gano mor- 
rebbe. Gli fu risposto : Dumani assira (domani sera). 
Un'imprecazione a Gàno e a la so settima mmaliditta 
fu la controrisposta. Quell'uomo era venuto proprio per 
vedere squartare il traditore de' Paladini, e batter le 
mani a' cavalli: ora a sentir che ce ne voleva ancora 
per ventiquattr'ore, indispettito abbandonò il posto, e 
se ne parti. 

La " Morte de' Paladini , è divisa in 6 teloni: ildoppio 
■delle rappresentazioni ordinarie. Ne do qui un rapido 



Ho^tedby Google 



LE TRADIZIONI CAVALLERESCHE POPOLARI 145 

«d imperfetto cenno quale mi è concesso raccoglierlo 
dagli appunti presi furtiTamente quella sera. 

LA ROTTA DI RONGISVALLE. 

Atto 1. — Reggia. — Carlomagno delìbera d'andare a 
convertire alla fede i pagani, e intima a' paladini la par- 
tenza per Roncisvalle, ove l'opera sua dovrà aver piena 
riuscita. 

Dintorni di Parigi. — Carlo è accompagnato da 60 re di 
corona, venuti dall'Asia, e da 500 paladini, 300 de' quali 
rinomati per grandi imprese, capo tra tutti Orlando. 

Campagna, — L'esercito s' avanza verso Roncisvalle. 
A un miglio di distanza da questa Carlo si ferma co! 
suo seguito e aringa i valorosi guerrieri. Si procede at- 
traverso gli accampamenti nemici; Orlando co' suoi si 
accorge che un agguato è teso a loro, e ode alte ma 
confuse grida di morte ai paladini ! Tutti giurano di 
voler morire da prodi per la religione di Cristo. L'arci- 
vescovo Turpìno li benedice poco prima che essi s'av- 
venturino allo sbaraglio. 

Atto 2. — Tende, — Carlo aUontanatosi dalle bocche 
di Roncisvalle si ritira nelle sue tende per darsi svago 
con altri coronati. Gano è con lui; e con Gano Carlo- 
magno giuoca ai dadi, tutto assorto in quel gradito pas- 
satempo, che il traditore ad arte rende più interessante 
per l'imperatore. 

(Quest'atto è brevissimo; e in alcuni teatrini si so- 
stituisce con altra scena in cui hanno luogo i primi 
combattimenti tra paladini e pagani, e la morte d'uno 
di quelli). 

0, PiTRB — Usi e Costìtmi, voi. I. lo 



Ho^tedby Google 



146 OSI E COSTUMI 

Atto 3. — Roncisvalle. — Ricciardetto entra in so- 
spetto clic il fratello Rinaldo viva tuttora. Malagigi gli 
toglie questo sospetto rivelandogli che Rinaldo fa vita 
di penitenza in Armenia, ed imponendogli che corra su- 
bito a trovarlo ed avvertirlo che un tradimento si pre- 
para a' paladini. Ricciardetto crede di aver sognato, 
ma pure si parte. Cammina, cammina, cammina; trova 
il fratello eremita, ii quale, comandato da Dio per mezzo 
di un angelo che gli appare, tiene l'invito di Ricciar- 
detto, e vola a Roncisvalle avendo nel partire ricevuto 
l'antica sua spada ed il suo benamato Baiardo. 

Atto 4. — Roncisvalle è coperta di armati. — I primi 
scontri avvengono con perdita delle due parti. I pala- 
dini ne hanno la peggio, ed i migliori di essi, uno dopo 
l'altro, vanno cadendo soverchiati dal numero sempre 
crescente de' nemici. Ecco sopraggiungere Rinaldo e 
Ricciardetto, e furiosi slanciarsi nel cuor della mischia. 
Muore Baldovino figlio di Gano, e muoiono anche i figli 
di Rinaldo ; questi in un dato momento s' incontra e 
si rivede con Orlando. 

Atto 5. — Roncisvalle. — ! due fratelli fanno carni- 
flcina terribile, e a notte avanzata si riposano sópra un 
monte di cadaveri non avendo più nemici da combat- 
tere. I nemici però ci sono, ma quasi sappiano che in 
Rinaido troveranno la morte, non s'attentano di far- 
glisi innanzi. 

Atto 6. — Roncisvalle è una desolazione spaventevole; 
solo pochi eroi rimangon vivi, ma per piangere gli eroi 
caduti. Orlando non vuol sopravvivere a tanto scempio, 
e fatta pubblicamente la sua confessione, benedetto da 



Ho^tedby Google 



LE TRADIZIONI CAVALLERESCHE POPOLARI 147 

Turpino, e benedicendo il suo cavallo, preparasi a mo- 
ire. Conficca !a sua duriindana sul vivo sasso , e ne 
:en fuori acqua limpidissima. Un'onda di luce celeste 
'egli sopra; l'anima di Orlando vola al cielo. 

Non ho mai visto la Morte de paladini senza rice- 
vere una viva impressione dei contegno degli spettatori. 
È raro, estremamente raro, clie l'uditorio serbi mai tanto 
silenzio e tanto raccoglimento quanto in questa sera. 
La tristezza è sul volto di tutti; le stesse parole che 
l'un l'altro gli spettatori si barattano sono sommesse 
per riverenza al luogo ed al momento sacro e solenne. 
Il rosticciaio stesso tra atto ed atto non vocia , non 
ischiamazza, non fa neppure uno zitto. All'apparir del- 
l'angelo a Rinaldo, al benedir che fa Turpino il eonte 
Orlando, tutti si scoprono il capo come la sera del Ve- 
nerdì santo rappresentandosi il Mortorio di Cristo. Anzi 
tra il Mortorio di Cristo e la Morte de' paladini c'è tale 
riscontro , tale identità d' impressioni negh spettatori 
che mai la maggiore. Le due rappresentazioni sono 
egualmente grandi, luttuose, lagrimevoli. 11 suono del 
corno d'Orlando scuote le fibbre di chicchessia, lo squillo 
della tromba che chiama all'ultima battaglia è on-ibile 
quale non fu mai durante l'anno.^ Jo chi cci pozzv, fari 
(diceva una sera [14 ottobre 1877] tra un crocchio di 
amici uscendo dall'opra un operaio) quantu voti haju 
'ntisu sunari lu comu d' Orlannu pi la morti di li palar- 
dini, m'haju 'ntisu arrizzari li carni ! — E io (soggiungea 
un altro) 'un sugnu lu stissu I A lAdiri Ik duri di li 
paladini ddà, 'nta ddu 'nciarru, macari mi veni di chiàn- 
Ciri ! Eppure tutti questi guerrieri, chi per molto e chi 



Ho^tedby Google 



148 USI E COSTUMI 

per poco sono stati in mezzo a sbaragli e ad imprese 
d' ogni genere ; eppure in tutto il corso della storia 
quante volte non s'è udito quel corno ! Ma in veruna sera 
tanti eroi tutti conosciuti, tutti illustri, tutti benamati, 
sono stati insieme per correre, infamemente traditi,* a 
morte sicura. 

Ma iaseifimo queste impressioni dolorose , e conti- 
nuiamo la nostra descrizione. 

Vi son teatrini ne' quali è caratteristica l'entrata in 
iscena d'un personaggio d'importanza. I suoi passi sono 
e devono essere misurati e gravi, senza di che l' udi- 
torio non rimane soddisfatto. In Catania è tanta la pre- 
mura che si ha per questi passi, che il popolino li re- 
clama , se non li sente e non li vede , gridando (dico 
gridando): 'U passti! e allora il pezzo grosso venuto 
sulla scena deve ritirarsi e tornare ad uscire facendo 
il passo misurato e con gravità solenne. 

La chiamata a battaglia è una musica molto sem- 
plice sonata solo con la tromba m sì bemoUe senza soc- 
corso di cilindro o pistone, e basato sull'accordo di 3^ 
■e 5". Il suo tempo è */i moderato. 

Prima dello scontro v'è sempre una marciata, anche 
essa a suono di violino o di tamburo. Perchè il lettore 
non perda malia di queste usanze drammatiche popo- 
lari, fo seguire \ quali vennero raccolte sopra luogo, le 
note musicali della marcia, della chiamata a battaglia, 
del combattimento. 

1 Vedi alla flue del presente volume, dopo ig Appendici, la um- 



Ho^tedby Google 



LE TRADIZIONI CAVALLERESCHE POPOLARI I49 

È di USO imprescindibile che le spade nel cozzarsi l'una 
conl'altra facciano rumore, e si accompagnino col battere 
isocrono de' piedi. Incalza la pugna, e più frequenti si 
fanno i colpi, finché, avvicinandosi alla fine, i ferri co- 
minciano a roteare, a far muUnelio pronti a ferire. Quanto 
più han fama di valenti i guerrieri, tanto piìi si protrae 
l'assalto, e chi è colpito piomba, come fulminato, a terra; 
ma non muore subito : è proprio dei semplici soldati 
il morire a primo colpo; e, se trattasi di pagani, d'in- 
fedeli, di mori e di altri siffatti , le loro teste saltano 
per aria e rotolano per terra come palle da giuoco. 
(L'invocazione di Maometto è l'ultima parola del mo- 
rente). E allora, a uno, a due, a tre per volta questi 
soldati s'avanzano a morte sicura, e i lor cadaveri si 
ammassano, s'ammonticchiano ingombrando la scena. 
Quando un oprante di Catania ebbe la grande idea di 
sostituire i personali viventi a' burattini (an. 1859), 
i combattenti caduti morti, allorché il palcoscenico era 
pieno di morti-vivi, quatti quatti s'alzavano e andavan 
via coi propri piedi per far posto a nuovi combattenti, 
che doveano farsi massacrare. 

Durante la battaglia i violini suonano molto affret- 
tatamente, vori'ei dire precipitosamente, e non tacciono 
se non a combattimento finito. Un lieve batter di piedi 
dell'oprante dietro la scena impone silenzio a' sonatori, 
e ricomincia il dialogo. 

Tra atto ed atto corre un quarto d'ora di riposo, ral- 
legrato da qualche sonatina favorita degli spettatori; 
e frattanto si beve acqua e fumetto, si torna a sgusciar 
seme di zucca , si chiacchiera , sì cicaleggia come nei 



Ho^tedby Google 



150 USI E COSTUMI 

teatri ordinari. In due ore, i tre, i quattro atti della 
rappresentazione son finiti. Solo Don Alberto Canino, 
il Robespierre delVopra de' pupi in Palermo, la fa du- 
rare un'ora e mezzo, con brevissimi intervalli di riposo 
tra un atto e l'altro. 

Le rappresentazioni si fanno, come si dice, « braccio, 
senza copione. S'intende che {'oprante è padrone della 
favola, e sa bene quel che deve dire e fare. 

In relazione al teatro drammatico comunemente in- 
teso l'opra è molto primitiva. Non unità di tempo, non 
unità di luogo e, che è più, non unità di azione '. 
Storia drammatizzata, l'azione si svolge par fatti come 
vengono senza che si guardi più che tanto a un fatto 
principale, a un protagonista, a colpi di scena. 1 colpi 
di scena, se cosi s'hanno a dire, sono ì frequenti com- 
battimenti di uno conlr'uno, contro due, contro un in- 
tiero esercito, duelli di molti contro molti. Quel che 
■specialmente prevale è la parlata, l'aringa d'un prin- 
cipe, d'un capitano, d'un re. Nei dialoghi, rade le sem- 
plici risposte a monosillabi, a brevi parol^. Chi risponde 
-si rifa da quel che ha detto chi domanda. Qualche cosa 
che si allontana da questa pratica è intrusione siciliana, 
e forma il grottesco d'una scena. Il re Carvusello {sic) 
avvenendosi in un paladino in campo aperto vuol sa- 
pere chi egli sia. Il paladino , poco paladinescamente 
risponde: " E che devo dirlo a te chi sono io ?.... „ Poco 
I Garlomagno entrato in una città, dopo la dis- 



' Valgono qui ie oaservaàoni fatte dal D'Ancona a pp. 391-82 (lolle 
Origini del teatro in Italia, voi. I. Firenze, I8T7. 



Ho^tedby Google 



LE TRADIZIONI CATALLERESCHE POPOLARI 151 

fatta e morte di Carvusello, aringa i suoi cavalieri lodan- 
doli di lor valore; giunge Malagigi, e dati i suoi e rice- 
vuti i complimenti di Garlomagno gli spiattella chiaro 
e tondo che egli vuol esser compensato de' servizi re- 
sigli in tutta la impresa , nella quale riuscì persino a 
far morire Angelica. Garlomagno ne maraviglia, ma pure 
accondiscende. Malagigi chiede per suo cugino Rinaldo 
il presente di sette pese d'oro; Garlomagno le crede troppe; 
Gano dice che ne aggiunge altre due lui , memore di 
essere stato liberato da Rinaldo. Rinaldo fìnge di sba- 
gliare nella somma e cresce il numero delle pese, che 
porta a dodici. Garlomagno non vuol dame tante, e i 
paladini che lo attorniane canzonandolo affermano a- 
verne egli promesse dodici, anche quattordici ed anche 
quindici..., A questo p\mto Garlomagno , l' imperatore 
Garlomagno infastidito esclama: " E dite che mi volete 
levare la corona di Parigi dal capo ! Se io sapeva tutto 
questo, il meno pensiero che avea [era] di mettermi a 
combattere con Garvusello. Per non si dire che io ri- 
fardo ', dono a Rinaldo dodici pese d'oro,! „ (testuale). 
E poiché Rinaldo oppone che devono essere quattor- 
dici le pese, Malagigi lo persuade a contentarsene, che 
le altre avrà modo lui di fargliele avere altrimenti : 
" Gontentati di queste dodici pese; che poi il resto te 
lo fo venire io da un'altra parte ,. 

E poi si vuole che il popolino abbia alia opinione 
di Garlomagno ! 

' Rifardars in siciliano vale venir meno fraudolcnteiiiente ad una 
promessa, ad aa -debito già dichiarato. 



Ho^tedby Google 



152 ¥SI E COSTUMI 

Gli opranti che sanno leggere si servono qualche volta 
di scenari manoscritti propri o d'altrui, ne' quali, atto 
per atto, è indicata la scena, la parte de' vari perso- 
naggi che devono venir fuori, o qualche motto impor- 
tante della parlata loro'. Ho sott'occhio parecchi di questi 
scenari, e posso fame parte a' miei lettori ' sicuro che 
nessuno di essi, divenutone padrone, vorrà rubare il 
mestiere e le forme letterarie e grammaticali degli a- 
nonimi autori; le forme, poco più poco meno, si cono- 
scono nelle nostre scuole, comprese quelle di Liceo: ma 
il mestiere è un po' difficile per chi non ci sia nato o 
non ci abbia una grande vocazione. 

Questi scenari ci richiamano (si noti bene: ci richia- 
mano) a quelli della commedia improvvisa dell'arte, " che 
probabihnente si recitò per tutto il medio evo dagli 
strioni pili volgari, mezzi commedianti e mezzi saltim- 
banchi , e salì in grande onore verso la fine del se- 
colo XVI , '. 

Forse il lettore penserà che il manoscritto capitato 
nelle mie mani sia venuto da qualcuno degli opranti 
di Palermo'o dì fuori. Tutt'altro ! Gli opranti son molto 
gelosi di queste carte , che essi ereditarono forse dai 
padri loro o da fratelli o da amici. A prestarle solo un 
momento, parrebbe loro dì togliersi un ms, prezioso; 
ma che dico io a prestarle ? a mostrarle; perchè non 
c'è persone gelose dell'arte propria più degli opranti, che, 
pochi e del mestiere per eredità, vorrebbero formare 

' Vedi Appendice I a questa monografìa, 
t Bartoli, Scenari inediti della commedia dell'aree. Contn'brtio 
alla storia del teatro popolare italiano, p. IX. Firenze, Sanzoiii, 1830, 



Ho^tedby Google 



LE TRADIZIONI CAVALLERESCHE POPOLARI J53 

una specie di casta, i cut membri discendano in linea 
retta da o^iranti, e portino nel sangue il genio caval- 
leresco teatrale. 

Questa casta è conosciutissima tra noi. Essa è com- 
posta de' figli del celebre Don Gaetano Greco, del non 
men celebre Don Federico Lucchese, suo scolare e degno 
rappresentante, che in un momento di malumore andò 
a piantare le sue tende in Trapani; di Don Gaetano 
(gli opranti hanno tutti il Don) La Marca, di Don Al- 
berto Canino e di pochi altri privilegiati. Un tempo 
{parlo dello scorcio del secolo passato o de' primi del 
nostro) c'era un Don Domenico Scaduto , vero genio ; 
ma non lasciò eredi, e fu una perdita per la tradizione 
rinaldesca. Don Gaetano ha una storia, che i! popolo 
conosce ne' più minuti particolari. I suoi figli la rac- 
contano in punti e virgole. A sentire Don Nicolò e Don 
Achille, che tengono i loro teatrini l'uno a Baltarò, l'altro 
alla Vucciria (parlo sempre di Palermo), i più accre- 
ditati e insieme i più famosi opranti in tutta la città, 
Don Gaetano loro padre sarebbe stato il Cristoforo Co- 
lombo dell'ocra dei pupi; e cosi la pensa anche un loro 
cognato, genero del fu Don Gaetano, oprante anche lui. 
Una volta che io facevo con altri ressa alla porta, 
perchè non era peranche l'ora della rappresentazione, 
oscuro spettatore e povero ignorantello, chiesi di questa 
faccenda, egli uscì in esclamazioni ed apostrofi tene- 
rissime. " Me soggiru — diceva — flci pupi, ca cci vu- 
lèvanu occhi pi taltalli, pirchì 'nta li pupi cci studiava; 
e prima di mòriri, lassò belli carti di storia di pala- 
dini. Chiddi é'hannu vinutu ddoppa d'iddu mancu cci 



Ho^tedby Google 



15Ì USI E COSTUMI 

ponnu stujari li scarpi, Lu so megghiu scularu è Don 
Fidirieu; e Don Fidirieu è graziosa (bravino) e li pupi 
li sapi maniari. Ora cu' ec'è valenti 'nta sfarti? Tutti 
sunnu 'na maniata di smenna-c... (una manata di 
guastamestieri) ; tantu veru , ca nun si nn' affrimtanu 
di lassiti Palermii, e ghiri a gràpiri opra fora,macàri 
'n Cagghiari e 'n Tunisi; pirchì li picciotti chi vannu 
all'opra significanu, e vìdinu cu' sapi fari e cu' nun sapi 
fari^ „ E dopo altre osservazioni, vere rivelazioni per me, 
finì sentenziando che " l'arti di li pupi è difficili assai, 
e 'un è cosa di tutti „. 

A corroborare la pubblica opinione intorno alla abi- 
lità dei Greco, riferirò, cosa da me udita più volte, che 
il vecchio Don Gaetano lasciò morendo due consigli ai 
figliuoli; 1" che studiassero la mattina pertempolastoria 
che dovevano rappresentare la sera; 2^1 che dividessero 
sempre eguale ii tempo in cui la tela, tra atto ed atto, 
resta calata. 

II padre di Don Gaetano, Don Giovanni, fu un genio 
anche lui; e la sua vita comincia a diventare leggen- 
daria.Don Giovanni fabbricava pupi bellissimi. Una volta 
ne fece uno che apriva e chiudeva la bocca e gli occhi, 
e parca proprio che parlasse. Entusiastato, infiammato 
dell'opera sua, novello Michelangelo: Parrà ! gli disse; 
e tanto si incocciò nell'idea di farlo parlare, che per- 
dette la testa. Questo racconta !a tradizione palermi- 
tana; ma la tradizione di Catania Io racconta pel ca- 
tanese D. Gaetano Grimi, da cui il nostro D. Gaetano 
avrebbe poi imitato qualche cosa, e che poi morì pazzo 
volendo ad ogni costo far parlare i suoi paladini 



Ho^tedby Google 



LE TRADIZIONI CAVALLERESCHE TOPOLARI 155 



Tant' è, i più ricchi teatrini di pupi in Palermo son 
quelli de' discendenti di D. Gaetano; e dico ricchi, per 
le armature che hanno indosso. Prima del Greco i pa- 
ladini vestivano, secondo il popolo, alla buona, come 
vien viene, a furia di trine, galloni, orpelli ed altro. Se 
la tradizione è vera, Don Gaetano prese a coprirli di 
armature di rame bianco, che danno ad essi un bello 
effetto. Garlomagno è il piìi splendido tra tutti: ed in 
gambaU, bracciali, corazza, ebno ecc. ha addosso ben 
quattro chilogrammi di rame lavorato, e costa non meno 
di 120 lire: e non è caro. Il più povero paladino del- 
l'opra del Greco è da 20 a 25 lire, prezzo del migiiore 
di altri teatrini di Palermo. 

Da questo tato, di fatti, e' è un notabile progresso. 
Un tempo, nastri inargentati e fili d'oro che facevan le 
veci di armature; adesso, se non si è dei miserabili, i 
pupi si vestono elegantemente e sempre a un modo, 
E dico sempre, perchè il vestire d'ogni personaggio è 
caratteristico, e l'oprante che s'attentasse di modificarlo, 
andrebbe incontro alle disapprovazioni dei pubblico. 
Da qui l'uso degli opranti di fabbricar da sé ì pupi, di 
vestirli essi stessi , occupazione di tutte -le ore libere 
del giorno '. 

1 Tuttavia v'è qualche persona che in Palermo si occupa di questo 
genere di lavori, altri scolpendo teste o mani, altri costruendo ar- 
mature, altri vestendo pupi di tutto punto. Un certo Pietro Migno^ 
bella figura Michelangiolesca, scolpisce teste e mani. In via Alber- 
gheria, n. 181, presso l'Ospedale di S. Saverio, v'è da più di 30 anni 
una fabbrica di pupi; altra ve n'è in via Scavuzzo n. 21. I ragazzi 
che vogliono divertirsi a fare in casa Vopra, li comperano. Il pa^ 



Ho^tedby Google 



156 USI E COSTUMI 

I migliori pupi, poi, in tulta la Sicilia (lo sappiana 
i dilettanti palermitani) sono incontrastabilmente quelli 
di Catania. Al teatrino di via S. Agata, che di prefe- 
ferenza vidi e rividi nel settembre del 1882, ve n'è pa- 
recchie dozzine belli da vero e di costumi molto, anzi 
troppo ricchi per gli spettatori che accoglie e pel me- 
schino prezzo di entrata (cent. 5). Già sono il doppio' 
de' pupi di Palermo (un terzo del naturale), e perchè 
tali, richiedono tanti giovani che !i reggano e li giochino 
sulla scena quanti sono essi, non potendo un uomo te- 
nerne e maneggiarne piii d' uno. Ed in proporzione , 
grande il palcoscenico, metà d'un paleoseenico comune, 
e così spazioso il magazzino, da accogliere un mezzo 
migliaio di spettatori. Questo ci dà a vedere che la -pa- 
ladineria in Catania non piace meno che in Palermo, 

ladino, aa Orlando, sia Rinaldo, sia Carlomagno ecc., è uno degli og- 
getti favoriti ed inevitabili nelle fiere di Palermo, e si vende come 
qualunque altra cosa gradita. Una bottega di buratIJni dipii^eva e 
manilava all'Espotìiione di Meaàna del 1882 il valente pittore paler- 
mitano cav. Ettore Di Maria, od il suo quadro, un lavoro di grande 
verità, veniva testé acquistato dal cav. Pasquale Libertini-Gravina in 
Caltagirone, artista anche luì. 

Un tratto che al aig. W. R. 8. Ralston parve caratteristico nelle 
fiabe siciliane è il frequente apparir di pope e marionette incantate, 
e citavalemieMoùe, ttn.5el09;GoNZBNBACH,SicÌ2, ifcffcai!m,28, 35; 
Fi-aser's Magazinp, aprile 1876. Vedi pure la nota del D.' KShlbr 
^a OoNZBNBACH, voi. Il, p, 227, Dei pupi discorse P. A. M. Lupi 
nelle Memorie per servire alla star. leu. di Sicilia, t I, parte 2, 
p. 51. Una minuta esposiraone di quel che s'è scritto in Italia e fuori 
in tutti i tempi sopra le marionette è la Storia dei bui-aiiini di 
YoBiCR FIGLIO Di YoBiK (avv. P. G. Ferrigni]. Firenze, Tip. editr. 
del Fieramosca 1881, 



Ho^tedby Google 



LE TRADIZIONI CAVALLERESCHE POPOLARI 157 

e che il mestiere dell' oprante dà qualche cosa di più 
che non sembri a prima vista '. 

Altro riformatore dell' opra è Don Alberto Canino 
■(vulgo Don Libertu). La sua riforma consiste nell'aver 

' Il mio egregio amico, sig Conte de Jacquemont , che in Sicilia 
è venuto più d'una volta a studiare la stona, 1' arte ed i costumi, 
il 29 settembre 1882 da Pingi mi scriveva «Lasciando Palermo, 
andai à Catania poco prima (.he ^i si recise Lei, ed ebbi la foi'tiuui 
di vedere i tanto desiderati bumlitm Li vidi sul miglior teatrino 
popolare della città. Belli e grand» i burattini, molti personaggi ed 
anche mostri della selva inoantata, pubblico numerosissimo, attento, 
e che pareva godesse moltissimo dello spettacolo. Peccato solamente 
che il protagonista parlasse la lingua italiana I Mi dispiacque assai 
di non sentire ii quel caro dialetto, e mi paive qiKÌl'incimìimerUo 
un primo passo verso il decadimento del teatiiuo ». 

Dell' opra e de' contastorie in Catania abbiamo un cenno in un 
poeta che, vecchio ed ignorato. \ive tuttora m Caltagirone. O. Bor- 
rello, in un suo ditirambo siciliano, che descrive gli usi del none 
catanese detto Civita, tutto di pescatori e marmai, tosi canti 

Ma lu zu Turi Comis, 

Ca si sìntià cacÒLCiuJd, 

Saputu-allittricutu 

Vaivasapiu . 

Cavia jutu a la scola, E avia liutu [letto] 

Lu Reali di Francia, e sapia a menti 

Li diagraziì tutti e l'accidenti 

Di Rinardu e Rizzeri 

Ed autri paladini 

Chi ghieva spissu spissu 

Quasi flssu 

All' opira 

Di li famiisi pupi a fllu. 

Si 'ntisi pizzicar! ecc. 

Poesie siciliane di Q. Borbello da Catania, p. Ili. Catania, Tip. 
<lei Fratelli Giuntini, 1855. 

Sui Giviloti vedi la nota del can. Francesco Strano a p. 69 del 
voi. I della Caristin puema epicu di Duminicu Tempiu catatiisi. 
Catania, N. Giannotta 1875, e lo scritto sulle Streghe in questi Usi. 



Ho^tedby Google 



158 USI E COSTUMI 

attaccato un lampadare (ninfa) alia volta del suo teatro, 
dove prima erano solo dei lami come quelli del paico- 
scenico; e di aver fatto dipingere da Giovajini Di Cri- 
stina, che di queste cose se ne intende, sulla tela, in- 
vece d'un episodio della storia de' paladini, un epi- 
sodio , come s' è dotto innanzi, della storia di Sicilia : 
l'entrata di Ruggiero il Normanno in Palermo. Ma per- 
sone sapute in queste faccende affermano che la vera 
riforma di Don Lihertu consiste particolarmente nella 
corazza e nell'elmo, che, non già il Greco, ma egli a- 
vrebbe primo fatto di metallo; e nell'aver sostituito da 
alcuni anni in qua le sedie alle panche, e reso più ac- 
cessibile che gli altri i! suo teatrino, il quale per la via 
Formai ov' è, e per il piccolo atrio nel quale dà, è per 
avventura il meno chiassoso , e riesce ad attirare un 
pubblico meno scamiciato, meno biricchino che i tea- 
trini congeneri, un pubbhco che non ha bisogno d'un 
questurino per istar buono, e che si rassegna a pagare 
tre soldi tanto in platea, quanto nei palchi, senza di- 
stinzione. 

A proposito di riforme, eccone una da far epoca nella 
storia del teatro paladinesco in Sicilia. 

Verso il 1859 il notissimo Don Angelo in Catania 
volle sostituire i personaggi viventi ai burattini di le- 
gno;_ ed egli fu il primo a darne l'esempio rappresen- 
tando da Garlomagno. Erano attori, giovani barbieri,, 
marinai, braccianti d'ogni genere. La sorella di lui era 
una principessa. La novità fece furore, speciahnente per 
la lingua degli artisti e per quella faccenda de' morti 
che sgombravano il palcoscenico andando via coi propri 



Ho^tedby Google 



LE TRADIZIONI CAVALLERESCHE POPOLARI ISO' 

piedi. Don Angelo se ne avvantaggiò, e fece eostruire 
armature stupende per tutti i paladini. Egli stesso era 
una maraviglia a vedere. In quel tempo capitò a Ca- 
tania Ernesto Rossi con la siia compagnia dramma- 
tica; e dovendo rappresenttire VOtello, vista la corazza 
e l'elmo di Carlomagno mandò a pregare D. Angelo 
che glieli volesse prestare per una sera. D. Angelo fu 
sollecito a contentarlo , e quando il Rossi ringrazian- 
done gliene annunziò la prossima restituzione, D. An- 
gelo cavallerescamente rifiutò dicendo: Questa restitti- 
sione non e' entra fra di noialtri artisti / E la cosa si 
riseppe e si ripetè subito per tutta Catania e fuori. L'ar- 
matura, bellissima, costava più di 600 lire! 

Se e quanto piaccia al popolo siciliano Vopra de' pala- 
dini, può ben rilevarsi dal numero dei teatrini in tutta 
l'isola '. Non meno di 25 io ne conosco finora, di cui 
due in Messina, tre in Catania, nove nella sola Palermo, 
la città santa della cavalleria romanzesca, dove naseona 
e donde partono quasi tutti gli opratiti di Sicilia, Carini, 
Balestrate, Alcamo, Trapani, Marsala, Girgenti, Terra- 
npva, Galtanissetta, Termini, Trabia, hanno ciascuna la. 
sua òpra stabile. Tre o quattro opranti passano da paese- 
a paese fermandovisi quanto giova a' loro interessi; 
quando uno, quando un altro di essi o un solo dei nove. 

' Un tale 'Nzerra in Fran&ifcinte, nella prov. di Siracusa, inna— 
morata pazz:) della i^alderia, ha battezzato sempre i suoi Agli col 
nome di eroi ed eroine della Storia de' paladini, perù i suoi cinque 
maschi si chiamano: il primo Rinaldo, il secondo Orlando, il terzo 
Rizzeri, il quarto Ileravante, ii quinta Ricciardetto; le due ligie l 
Drusiana e Angelica. 



Homdb, Google 



160 USI E COSTUMI 

di Palermo si reca a Cagliari e a Tunisi rerinandovisi 
una buona metà dell'anno '; il che non è cosa lodevole 
agli occhi degli opranti palermitani; e dice il proverbio: 
Si lu monacu nun è tintu (cattivo) 
Nun nesci di lu cummentu. 

Ho toccato de' grandi cartelloni che ogni teatrino 
tiene tuttodì esposti sopra la porta di entrata. Vengo 
ora a dirne qualche cosa. 

Questi cartelloni dipinti ad acquarello ritr^gono varie 
sce e della stor d n corso d apj re?entazione, e ser- 
vono a eh ai aie 1 atte z o e le ragazz i quali si fer- 
mi Odi a aperta a conte nplarli eia spiegarli. 
L uon o d alia 1 dotto la gente se a guarda questi 
cartello e o r de for&t d ] ta p poveri dì spirito 

E o e Q aaon che p e e eme dopo molte 

r h ed nfo uazL n esc 

Oj, a d Pa o e u 1 85. 

1 V a A oro n 8J Gaetano La Marc 

2 V a Albe ghena u 60 g à il n i> Francesco 

SPiaaBaaÙ 40^coó<JeJ>d Gaetano. 

4 Ta Foma 49 Ab n Can ao 

5 P azza Nuo a, n a-t A h G eco d Gaetano. 

6 ì a Bo feo n ^30 G ann D s na 

a CoUegio d\laaaBgo 4gaa Corso Scinà, n. 33: 
&a a o e Pe e 

8 P ai a b Onofno ni gX a Sed e Vo autì n. 33: Fran- 
cesco Russo 

9 Va Gas 

P 1883 

10 Cann pò d Pa no D Sa a o e Tabb ta. 

11 Bales a e 



Ho^tedby Google 



LE TBADIZIOÌSI CAVALLERESCHE POPOLARI 161 

che si fermano innanzi a queste cose ridicole; i ragazzi 
sorridono della gente seria che guai'da e passa. Così va 
il mondo ! 

Per Catania ì! cari:e]lone ha proporzioni molto mo- 
deste (un metro e mezzo quadrato , circa ) , ed offre 
una sola scena, o tutto al più due, come vuole l'oprante 
ma Catania, in questo, fa .eccezione. 

In Palermo , il cartellone è largo due metri , lungo- 
tré, quattro o più metri; ed è diviso in 6, S o più set- 
tori, volgarmente detti scacchi; solo quello della Rotta 
di Soncisvalle ne ha fino a 1 2, II più accreditato pit- 
tore di questo genere, lu veru oturi (autore), per dirla 
col popolo, è il palermitano D. Nicola Faraone, anto- 
nomasticamente chiamato Rinaldo, come il più noto il- 

12. Alcamo (id.); un dUettantc akamcse. 

13. Trapani: D. Federico Lucchese da Palermo. 

14. Marsala {prov, di Trapani); D. Salvatore Taormina da Palenno, 
via Rubino. 

15. Oirgenti: D. Pietro Pollicino da Palermo, 

16. Caìtanissetfa; un parente di D. Gaetano Oreco, da Palermo, 
in via Scribani. 

Yl. Terranova (prov. di Girgenti): D. Giuseppe Brùcoli da Palermo, 
lft50. Catania: D. Gaetano Mazzagghia da Catania ; D. Pasquale 

Grasso in via Mancuso; D. Angelo Grasso, in via S. Agata, n. 8. 
El-22. Messina: D. Giovanni, soprannominato lu fMdi, in via A- 

Jighieri, n, 9; e un altro di cui ignora il nome, 

23. Termini-Imerese: D. Giuseppe Maglio da Palermo. 

24. Trabia: D. Emanuele Maglio da Palermo, fratello del preoe- 

25. Tunisi: 0. Angelo MoDica tla Palermo. 

Diciannove opranti in tutta I'koI», meno che in Siracusa e pro- 
vincia, dove gli opranti son nomadi. 
G. Pitrìj— Usi e Costumi, voi. I. 11 



Ho^tedby Google 



362 USI E COSTUMI 

lustratore delle imprese di Rinaldo, che è il nome più 
conosciuto nelle storie cavalltresche (si ricordi che anche 
in Napoli si chiamano Rinaldi 1 cantatori di piazza). 

Il Faraone è un ometto magro, asciutto, mingheriino. 
Con una testa calva addirittura, con un viso angoloso 
come il suo, con un paio d'occhiali che tiene pereime- 
xnente inforcati sul naso, lo. si direbbe uno di quei sa- 
pienti, di quegli eruditi che certe incisioni di due, tre 
«ecoii fa ci rappresentavano come cultori solitari della 
scienza. Eppure egli non è, strettamente parlando, né 
«no scienziato, né un erudito , né un dotto qualsisia. 
Martire involontario, vittima della capricciosa fortuna 
sì, perchè deve lavorare da mattina a sera per dar da 
mangiare alia moglie , a' figli , alle figlie , per quanto 
tutti si sforzino ad alleggerire le spalle del loro amato 
genitore. E però non potendo tirare innanzi dipingendo, 
dovette acconciarsi, quando sotto ia sindacatura Bai- 
sano in Palermo furono istituite le guardie daziarie, a 
far da guardia {vaìgo havarisi) tanto per guadagnare 
un paio di lire il giorno prastando servizio metà del 
mese, un giorno sì, un giorno no, nel quale stava a la- 
Torare in casa. I suoi commilitoni non lo intesero al- 
trimenti che Rinaldo, non ostante che ne' ruoli e negli 
appelli lo si chiamasse Faraone; e mi ci voUe del hello 
e del buono per trovarlo quando io nel 1873 ne chiesi 
col nome del casato. 

Vedi \m po' se i soprannomi hanno valore nel popoio ! 

Il Faraone non ha mai letto libri di cavalleria, ma 
TÌcorda tutto quello che giovinetto udì al Cuntu e vide 
all'Opra; la quale adesso trasvolto dalla singolare abi- 



Ho^tedby Google 



LE TRADIZIONI CAVALLERESCHE POPOLARI 16S 

lìik ed immaginazione di lui la maggiore pubblicità. 
Egli dipinge tutto di suo, crea, personifica, anima, muove 
-a suo modo di vedere e di sentire, persuaso di non far 
nulla che non sia cavallerescamente, paladinescamente 
vero. Incaricato di ridipingere una storia ch'egli altra 
volta dipinse, non si ripete se non di rado, ma modifica, 
varia senza offender mai quella che a lui pare verità 
storica. Ogni teatrino possiede da 70 ad 80 cartelloni 
usciti alcuni dalle mani di un D. Nunzio soprannomi- 
nato CoppoUne, del quale il nostro D. Nicola non vuol 
giudicare; ma gran parte dal suo pennello. Ed ecco cen- 
tinaia, migliaia di scene , di quadri da lui creati , che 
nessun libro gli offerse mai, e che egli non vide se non 
nella sua immaginazione. Questa si chiama fantasia ine- 
sauribile, prodigiosa. 

Gli opranti lo conoscono lutti tutti , ed a lui fanno 
capo da tutta la Sicilia, salvo Catania, che, anche in 
argomento di cavalleria popolare, pensa a rendersi in- 
■dipente dall'antica capitale dell'isola. La spesa non è 
gran cosa: 35 grani (cent. 75) ogni scacco; e un cartel- 
lone da otto scacchi, quattordici tarì e due grani (L. 6). 
La mano d'opera in ogni altra arte, o mestiere, o me- 
nifattura dal 1860 in qua è cresciuta di' prezzo in Sici- 
lia, ma i cartelloni costano sempre 35 grani lo scacco ! 
ed il Faraone non ha torto di lagnarsene. 

Siamo ad uno de' fatti più curiosi e, per certi aspetti, 
più interessanti del Folk-Lore in Sicilia, e un saggio di 
questi cartelloni non dovrebbe mancare alla j 
pubblicazione; ma nella impossibilità di darlo ora, ) 
il cortese lettore di vedere altra pubblicazione d 



Ho^tedby Google 



1G4 USI E COSTUMI 

fatta l'anno 1881 per incarico del Municipio di Palermo,, 
nella quale son riprodotte in quattro tavole fotogra- 
fiche due di codesti cartelloni '. Frattanto basterà un 
cenno di essi , se non altro perchè s' abbia una certa 
idea delle scene che, secondo i pittori cavallereschi, sono- 
più drammatiche e più degne di essere ritratte. 
Prendiamo il cartellone che porta il titolo: 

MORTE DI RUGGIERO DI RISA. 

1. Settore: Citte di Parigi. Milone, padre d'Orlando, 
abbatte gli Spagnuoli,'e vince la giostra. 

2. Campagna con mura. Assedio della città di Biserta; 
morte del gigante moro Caramazza per mano di Mi- 
lone, essendo bandito da Garlomagno. Vittoria di Aso- 
lante e Troiano africani. 

3. Piazza di Sutri. Orlandino vestito a quattro co- 
lori giostra con alcuni giovanotti. 

4. Piassa di Biserta. Forca e soldati schierati; Rug- 
giero a cavallo libera Milone della morte prendendolo 
sul suo cavallo. 

5. Sicilia, I due giganti Saftar e Olinferno cadono 
per mano di Ruggiero dì Risa. 

6. Mura di Risa. Accampamento africano; Ruggiero 
fuga Gaìiaciella sorella d'Almonte portandola sopra il 
suo cavallo; Almonte rimane stupito a questo fatto inat- 



' Delle Tradizioni capalteresche in Sicilia. Brevi cenni di G. 
PitrS per r Esposizione Industriale il/Uiana di Milano 188t 
^Gruppo Vili' — Classe 5&J, A atradel Municipio di Palermo, 
Palermo, Tip. P. Montana e C. 1881. In-4. 



Ho^tedby Google 



LE TKADIZIONI CAVALLKKEyCHK l'OPOLARI 11)5 

7. Camera del jtalazzo reale di Rìsa. Gli Africani uc- 
■cìdono a tradimento Ruggiero portando prigione sulle 
braccia Gallaciella ferita. 

8. Mura di Risa. Accampamento africano. Beltramo 
fratello di Ruggiero è squartato da quattro caTalli per 
vendetta di esso, assistito da Alrnonte e dal Re Subrino 
d'Africa, 

Questi otto quadri racchiudono i fatti più importanti 
■che formeranno argomento di altrettante rappresen- 
tazioni consecutive. In capo agli otto giorni, il cartel- 
lone si toglie per dar luogo ad un altro che fa seguito 
alla storia. 

Un altro cartellone, che vuol esser conosciuto, perchè 
«oncorre alla illustrazione ■ dell' episodio innanzi- rias- 
sunto, ò 

LA BOTTA BI RONGISVALLK. 

1. Settore. Giardino in Ispagna. Gano ed i tre fra- 
telli spagnuoìi Marsilio , Bulgarante e Falserone con- 
giurano contro Garlomagno, 

2. Campagna con //jyjì^w. L'angelo ordina a Rinaldo, 
già eremita, di recarsi a Roncisvalle insieme con Ric- 
ciardetto, aifìn di vendicare i Paladini, che per tradi- 
jnento di Gano saranno massacrati. 

Questi due settori occupano due intiere rappresen- 
tazioni. 

3. Imhoecaiura {sic) di RonciavuUe. I Paladini guidati 
-da Orlando entrano in Roncisvalle; palchetto degli Spa- 
gnuoìi. 

4. Roncisvalle. Prime prodezze di Astolfo contro gii 
Spagnuoìi. 



Ho^tedby Google 



166 TISI e COSTUMI 

5-6. [Settore doppio). Orlando uccide tre giganti; 
muore Astolfo per mano degli Spagnuoli. 

7-8. {Settore doppio). BoncisvaUe. Orlando e Oliviero 
Tendicano la morte di Grifone e di Aquilante figlio dì 
Oliviero. Morte de' due giganti Oìinferno e Feburroj 
Rinaldo e Ricciardetto scendono alla pianura a soc- 
corso e vendetta de' Paladini, de' quali muoiono Du- 
done, Sansone e Sansonetto, e i fratelli di Rinaldo, Sa- 
lardo e Riccardo. 

9. Palchetto con Bulgarante. Morte di lui per mano 
di Rinaldo; Orlando uccide un granvisir, Ricciardetto 
uno spagmiolo. 

10. Campagna con grotta. Orlando presso a morire 
è assistito dall'arcivescovo Turpino e da Rinaldo e Ric- 
ciardetto , in quella che di gran corsa giunge Carlo- 
magno con l'esercito. Dal sasso, sul quale Orlando vuo^ 
rompere la sua spada inf^gendovela, scaturisce acqua. 

Questi sette quadri (4-10), che dovrebbero svolgersf 
in altrettante sere, si svolgono in una sola, come sopra 
è stato detto. 

11. Saragozza. Incendio di Saragozza per opera dei. 
Paladini; uccisione degli Spagnuoli. 

12. Campagna e mura di Parigi. (ìano squartato da 
quattro cavalli, presenti allo spettacolo di giustizia Car- 
lomagno ed altri cavalieri ', 

1 II soggetto del cartellone suol esecro ilipinto , o ineglb scrifto 
nel mezzo del cartellone stesso. Ecco ti-entotln titoli di questi soggetti, 
che ho Ecrupoloaamente trascritti da parecchi anni i.i ((ua; li ilo seiua 
ovdiae, quali sono nel mio taccuino; 

1. Il sbarco di Rodomonte in Fi-mcia. 



Ho^tedby Google 



CAVALLERESCHE POPOLARI 167 

Tutta questa spiegazione non è mia, ma parte del 
Faraone, parte dei ragazzi che ne sanno più di me. 
Sì discuta quanto si vuole sulla esecuzione di questi 
cartelloni, ma non si neghi la grande, la straordinaria 
fantasia di chi li dipinge, gli ardimenti di certe mosse, 
l'efficacia di certi atti, che hanno del mirabile. E sì che 
l'artista li improvvisa come vien viene, tanto per rispon- 
dere alle esigenze premurose di chi glieli commette. 
Non altri che un grande conoscitore della materia, può 
lì per lì buttar gii;i una scena, che è tutta «n portato di 
immaginazione. Il Faraone sa a menadito tutte le storie 
che dipinge. Il committente gli fornisce il soggetto del 
cartellone; ed egli ha subito fatta la partizione degli 

2. Carinda distnige il tempio di Sdegno. I paladini libtìrano la città 
d'Animarca. 

3. Le battaglie di Mont' Albano contra Agramante, 

4. Rinaldo Imperatore di Ti'abisonda. 

5. lUnaldo imperador di Paiigì. Battaglia di Rinaldo e il Veglio, 

6. Battaglia dì Rinaldo fra Bajai'do e daiice. 

7. Gvan battaglia di Rinaldo e morte di Agricane. 

8. Battaglia di OriaEdo e Rinaldo. Morte di Troiano. 

9. Le battaglie di Orlando e Rinaldo in Porsia. 

10. Orlando e Rinaldo contro il Soldano, padre di Antea. 
U. Rinaldo alla tomba di Marchino. 

12. Rinaldo nell'Anfiteatro dei leoni liberato da Malagij;!. 

13. Vittorie di Agiantino e fiinaldo in Asia contro il fig.io di Gra— 

U. Orlando d'Antìfosso. Orlando sogetta Morgante. 
15. Buovo d'Aiitona uccide Lucafiero. Morte di Pilooano. 
, 16. Morte di Dardinelle sia Orlando pazzo, 
n. Ruggiero e Marflsa in FVanoia, 

18. Astolfo porta i eenzi ad Orlando. 

19. La vita del Mesoliiuo di CoatantìnopoH, 



Ho^tedby Google 



168 USI E COSTUMI 

scacchi , stabilendo la scena da rappresentare in cia- 
scuno di essi. Solo chi, come lui, vive in questa vita 
fantastica, poetica del medio evo, può, senza sussidio 
di disegni o di schizzi, ritrarre giganti e pigmei, com- 
battenti e soldati in riposo, reggie e campi dì battaglia, 
fortezze e vallate, e cavalli alati, e serpenti a sette teste, 
e mostri con lingue di fuoco , sogni di poeti e "fole di 
romanzi, che alhetarono bizzarramente gli anni primi 
di fanciullezza. Anche neUe strettezze in cui tira ]a vita, 
felice lui che può per qualche ora del giorno dimen- 
ticare in questo mondo immaginario le amarezze del 
mondo reale! 

In casa Faraone la cavalleria è anch'essa ereditaria. 

20. La vita di Costantino e Fuovo. 

21. Morte di Rodomonte. 
K. Morte di Matricardo. 

23. Milone Iiiggi {sirij Borta. Nascita di Orlandino. 
Zi. Prodigi d'Orlandino e perdono di Berta e Milone. 
S5. Prime imprese di Orlandino. 

26. Malaguera uccide il padre. 

27. Angelica in Parigi. Battaglia sotto Parigi. 

28. Morte di Gattamogliere e Dama Rovenza. 

29. L'assedio di Risa, e la morte di Ruggiero e Galliacella. 

30. Morte di Bovo. 

31. Battaglia di Fieravante. 

32. Moi^ di Leandra. 

33. Battesimo di Costantino, prodeiae di Rizzere. 

34. Battaglia d'Ottaviano e Giberto. Morte del Gran Duca Guido 
d'Ali tona. 

35. Molte di Buovo d'Antona, Galline e Re Pipine. 

36. AngLula e Corbolas. 

37. Prime imprese di Calloandro e Leonilda, 

38. Trabazio uccide Eduardo. 



Ho^tedby Google 



CAVALLERESCHE POPOLARI 169 

Un figlio di lui ha fatto né più né meno quello che fece 
il padre fanciullo: ha frequentato per molti anni i tea- 
trini, ed ha imparato quello che imparò il padre, e che 
in famiglia è argomento coUdiano di novelle e di rac- 
conti. Anche lui, il figliuolo, dipinge, e promette dì con- 
servare le buone tradizioni paterne. Nei casi dubbi il 
padre illumina, consiglia, corregge il figliuolo. 

Se non posso altrimenti presentare la fotografìa di 
un intiero cartellone, posso almeno offrir qualche saggio 
a stampa de' quadri che entrano in uno o in un altro 
cartellone. Godesti saggi di disegni incisi in legno, che 
pur si riscontrano nella Storia dei paladini del Lo- 
dico '; son documenti acconci ad illustrare e far meglio 
conoscere non solo il teatro delle l'narionette, e la ma- 
niera volgare di raffigurarsi le geste di cavalleria, ma 
anche l'arte popolaresca. Per istudio di varietà scelgo 
argomenti diversi de' diversi romanzi cavallereschi noti 
àgli appassionati, e quadri l'uno dall'altro differenti *. 

Comincio con un episodio importantissimo dianzi cen- 
nato ', il tradimento di Beltramo alla cognata Galla- 
cietla, e finisco con la morte d'un traditore, Gano di 
Maganza '. 

' Vedi uel cap. seguente, p. IH e aeg, 

' Rìngraao ii sig. G. B. (Jaiiiliiiao delle ii3i:\ o;e>; -e ;i]i|i l'estate mi 
per la stampa di queste vignette. 
■■' Vedi a p. IdS, li. 1. 
' Vedi a p. 100, a. l-.'. 



Ho^tedby Google 




1. Beltramo, fratello di Ruggiero di Risa, fa entrare in questa 
città Almonte e Jlalduchino per vendicarsi di GaJlaciella ri- 
luttante ai turpi desideri di lui. Gallacidla, còlta alla sprovvista 
insieme col marito, è fatta prigione, e Ruggiero, poi, colpito da 
una freccia, mentre valorosamente si difende, cade morto. 




2. Scontro di Orlant^o « 'L'roiano dope la morte di Almonte 
fratello di costui, presente Garlomagno. 



Ho^tedby Google 



LE TRADIZIONI CAVALLEREtìCHB PCTJLAI 




3. Viviano pagano sotto le mura di Oi&itania sfida a 
glia e uccide più di cento cavalieri di Buoyo d Agrinn.nte Da 
ultimo sfidmdo e combattendo anche questo, m procinto di 
abbatterlo, vifne rapito e portato in alto da un mostro. 




4 Fedelsmonda moglie di Olivieio di Franai «-iK lU cUÌ 
fuiore di Guardo si smarii-fce m no bosco, e còlta prpsso una 
fonte dal 'ìonoo , ha rapiti Jdlh maga bianca il bamb'no Gi- 
rardo, e dalla maga neia Raniero 



Ho^tedby Google 




5. Re Galafro con molta gente comandata dalla iinpeiatrice 
Marfisa figlia di Ruggiero di Risa, e con un gigante, giunge in 
Albracca, e combatte fieramente contvo l'esercito d' Africane 




6. Un falso eremita porta Fiordaligi entro una grotta; ma 
alle grida di lei, vien fuori un leone, che divora il malvagio 
frate; e Fiordaligi fuggendo è presa da un mostro e poi legata 
nd un albero. 



Ho^tedby Google 



LE TfiADlZlOl 




7. Madricardo, figlio di Agricanp, solo e son?,'nrme s'abbatte 
in un padiglione, dal quale pende una bellissima armatura, che- 
egli indossa, e presso il quale, ad una vicina fonte, è nn ca- 
vallo, die subito monta. Tosto la campagna d'intorno p^lia. 
fuoco, e gl'impedisce di procedere oltre. 




8 Braiamante creduta cavaliere diviene amante di Fior li- 
'.pina 



Ho^tedby Google 




y. M«duiu ferito viene soccorso e medicato da Angelica col 
succo di un'erba presso di lui raccolta. 




IO I! ed Polon il 'i h won d e l n 1 ubat- 

tono contro Cdilomagno Urlando e Rinaldo sl uniscono a Car- 
loniagno conilo di bsm 



Ho^tedby Google 



LE TRADIZIONI CAVALLERESCHE POrULARI 17Ó 




11. Carlomagno assoda k città di Tr magna. 




12, Morte di Ganc di Magin7a traditole 



Ho^tedby Google 



176 USI E COSTUMI 

Queste scene non appartengono al Faraone, ma ad 
un certo Mattaliano, che un tempo fu ammiratore ope- 
roso delle g:este paladinesche. Quel che riappare e- si 
ripete con singolare frequenza in esse è iì duello, la bat- 
taglia. Nelle dodici scene the precedono non v'è meno 
di sei scontri, perchè Io scontro è sempre la parte più 
ghiotta delle rappresentazioni drammàtiche e grafiche. 
Faraone non, e Mattaliano; ma Faraone ha slancio, e- 
nergia ed efficacia che Mattaliano non possiede, e che 
forse in cuoi suo non gl'invidia, tenendosi, egli in una 
sfera superioie a quelli dei pittore dei cartelloni. Per 
me la preferenza e tutta per il buon Rinaldo di via 
S. Maria la Maggiore, e mi contento più delia rigidità 
di certe sue figure che della freddezza di espressione 
di cert' altre del Mattaliano. È questione di gusto po- 
polare e nient' altro : ed il popolino si ferma a bocca 
aperta dinnanzi agli smaglianti cartelloni del primo e 
guarda senza gran maraviglia le scene del secondo. 



Ho^tedby Google 



II. 

i ContasloriB < 



Tre secoli e-qtiaiche anno addietro, un poeta siciliano, 
cantando un po' prima di Giovanni Milton la Battaglia 
celeste di Michele e Lucifero ^, notava, non senza tacito 
dispetto, ciie agli argomenti religiosi e divoti poco o nulla 
inclinassero ì poeti ed i lettori del suo tempo, mentre 
" per le piazze alle volle ragionar s'ode dell'arme d'Or- 
lando e di Rinaldo (sogni e favole di poeti) ,. 

È evidente che A. Alfano, scrivendo così, intendeva par- 
lare di quei contastorie che in Palermo, dov'egli vivea e 
scrivea, e forse in Sicilia, narravano le imprese eroiche 
del cielo carolingio, le quali con titolo molto vago e ge- 
nerico son dette Storia di Rinaldo di Orlando. 

Questi contastorie, che qualcuno, senza comprendere 
il significato della parola, assomigliò ai bardi , vivono 



« I vocabolaristi italiani hanno soltanto la ^ 
significare « colui che per sua arte va attorno cantando al popolo 
storie e leggende scritte in poesia ». Ma in Sicilia il ca/ìtastcrrie é 
ben diverso dal contastorie, corae si vedrà dal presente capitolo: 
ecco perchè uso sempre questa voce non registrata nei vocabolari. 

^ Stampato in Palermo per Giovan Matteo Mayda MDLXVIII. 

G. PiTRfe — Ud p. Contumi. voi. 1 . 12 



Ho^tedby Google 



178 USI E COSTUMI 

sempre in Sicilia e godono d'una perpetua gìoTÌnezza, 
rinverdendo sempre per nuovi, vigorosi rampolli. Il con- 
tastorie è un mestiere come qualunque altro, e per lo 
pili s'abbraccia per vocazione , per genio ; perchè , se 
generale è tra noi la passione per ìe imprese eroiche 
e romanzesche, e per tutto ciò che sappia di maravi- 
glioso, non è_e non può esser comune l'attitudine a ri- 
tenere iì racconto, e quella di comunicarlo. Chi si dà 
a questo mestiere vuole avere, oltre che amore svisce- 
rato per la cavalleria, ritenitiva felicissima, facile e pronta 
parola, maniera particolare di porgere. L'uditorio, com- 
posto tutto di operai e mestieranti d'ogni genere, di pe- 
scatori, di contadini, ha odorato, e conosce a bella prima 
se chi conta sa o non sa, se piglia la storia pel suo 
verso, se parla bene o male, se prende le giuste e vere 
pose degli antichi contatori. Cammini quanto e come 
vuole il mondo, il racconto di Rinaldo dev'esser reci- 
tato sempre a un modo, con le medesime pause, con. 
la medesima cantilena, con una declamazione spesso 
concitata, piii spesso affannosa, intenzionalmente ora- 
toria; talora lenta, alcuna volta mutata d' improvviso 
in discorso familiare e rapido. Testa, braccia, gambe, 
tutto deve prender parte al racconto: la mimica essendo 
parte essenziale del lavoro del narratore. Sopra una 
specie di predella, che fa da bigoncia, o pei^amo, o tri- 
buna, o palcoscenico, come meglio piace, sulla quale si 
possa muovere, il contastorie coi movimenti degli occhi, 
della bocca, delle braccia, de' piedi conduce i suoi per- 
sonaggi, li presenta, li fa parlare come ragion vuole ; 
ne ripete per punto e per virgola i discorsi, ne declama 



Ho^tedby Google 



!^i CAVALLEiìESCHE POPOLARI 179 

le aringhe; fa schierare in battaglia i soldati, li fa ve- 
nire a zuffa agitando violentemente le mani e postando 
eoi piedi come se si trattasse di zuffa vera e reale. In 
tanta concitazione, egli dà un passo addietro, un altro 
in avanti, levando in alto, quanto più alto può, ì pugni 
chiusi e slungando e piegando convulsamente le brac- 
cia. Il bollore cresce : gli occhi dell' oratore si spalan- 
cano, le nari si dilatano per la frequenza del respiro, 
che sempre piii concitata fa la parola. I piedi alterna- 
tivamente battono il suolo, che pel vuoto che c'è sotto 
rintrona ; altemansi i movimenti di va e vieni delle 
braccia, e, tra mozze parole e tronchi accenti, muore 
chi ha da morire, ed il racconto, monotono sempre, ri- 
toma calmo come se nessuno fosse morto, come se due- 
cento, quattrocento uditori non fossero stati sospesi, pal- 
pitanti, crudelmente incerti dell'esito delia pugna, pen- 
dendo daile labbra dell'infocato narratore. Questa si 
chiama , popolarmente parlando , arte vera : e questa 
comprende, sente e vuole il popolo adulto, 

n contastorie non parla se. non siciliano; tutt'al piti, 
quando ha per le mani qualche pezzo grosso^ crede di 
levarlo a dignità oratoria facendogli dire qualche pa- 
rola, che dalle finiture in are e in o, vorrebbe essere 
italiana; cosi, se non altro , è rispettata la situazione 
eroica (un profano direbbe eroicomica) del personag- 
gio in discorso. 

Il cmmìm, cominciato col segno della croce, al quale 
r uditorio divotamente si scopre, dura un paio d' ore, 
compresa qualche breve pausa, tanto per prendere il 
contatore lena e riposo. In questi brevi intervalli, senza 



Ho^tedby Google 



ISO USI E COSTUMI 

scendere dalla sua tribuna , eg'li lascia di essere quel 
che è, fiuta qualche pizzico di quello che gli esibisce 
qualcuno de' vicini, ed attacca conversazione sopra un 
passaggio della storia in corso; e succede che 
.... Intoruo ascoltano i primieri, 
Le viste i più lontani almen v.'han fisse. 

Egli scioglie dubbi, dirime questioni, accorda fatti ap- 
parentemente contradittort; e questo è momento diffi- 
cile per chi non è profondamente istruito della storia, 
e potrebbe, compromettersi con una risposta che non 
abbia l'appoggio della storia, a molti uditori ben nota. 
Ma il contastorie siciliano, per quanto lavori di me- 
moria, non si smarrisce facilmente. 

Mentre questo accade, il siminzaru e Vacquaiolu (me- 
stieri che, senza permessi di miiùstri di finanze, si cu- 
mulano allo spesso in un solo), vanno in giro col sac- 
chetto di seme tostato e coi bicchieri, e l'uno o l'altro, 
o persona del contastorie, raccogliendo i due cente- 
simi {un granu) che ogni seduto deve pagare per aver 
posto. Un accorto contastorie, quando gli astanti son 
lì tutti orecchi per sentirlo, e 

.... Tanta doleedine captos 

Afficit ille animos, tantaque libidine vulgi 

Audltur.... 

per dirla con Giovenale (VII, 85), rompe improvvisa- 
mente il racconto e scende col berretto in mano rac- 
cogliendo i soldarelli che a piacere gli dà ciascuno di 
essi; tornato al posto, va a ripigliare il fdo della storia 
interrotta. 



Ho^tedby Google 



LE TRADIZIONI CAVALLERESCHE POPOLARI 181 

Quale e quanta difficoltà sia nel narrare per quasi 
due ore di seguito, come i contastorie fanno , sempre 
di memoria e senza il benché menomo sussidio di libri, 
non è chi noi veda. E qui appunto sta la differenza 
del contastorie siciliano e del cantastorie napoletano. 
Questi legge , spiega , commenta un poema di caval- 
leria; il siciliano recita tutto a mente , quasi sempre 
senza aver letto mai un libro, essendo egli ignaro per- 
fino dell'alfabeto; e se non lo è, e sente bisogno di rin- 
frescare le sue idee intomo alla storia della giornata, 
leggicchia e si prepara qualche cosa; ma si guarderà 
bene dal presentarsi al pubblico con un libro in mano, 
e, peggio ancora, dai fame lettura se non vuol perdere 
il prestìgio e mandare a monte la illusione che nasce 
narrando, e si perde leggendo. Bensì può citare, come 
cita allo spesso, la storia, e ad essa appoggiarsi per 
corroborare l'autenticità dei fatti e la verità delle sue 
affermazioni. — La narrazione di questi ultimi conta- 
storie ritrae dal testo di guida, e non è un molto co- 
lorita e smagliante. Il popolano che sa leggere , legge 
poco, e quel poco ritiene fermamente e bene, e non se 
ne scosta gran fatto. Suoi libri sono, poiché parlo di ca- 
valleria, i Reali di Francia, Guerrin detto il Meschino, 
Il Calloandro Fedele e pochi altri romanzi cavallereschi, 
i quali tanto pel narratore quanto per gU uditori sono 
archivi storici. Questi libri corsero ed in parte corrono 
ancora stampati e manoscritti; e dei manoscritti qual- 
cuno probabilmente inedito; e ci metto la probabilità, 
perchè sul proposito non posso aver fatto delle ricerhe 
conducenti a conclusioni certe e sicure; la gelosia con 



Ho^tedby Google 



la quale i contastorie guardarono ì loro libri e mss, 
è invincibile. La Sicilia avrebbe una buona contribu- 
zione da recare alla bibliografia de' romanzi cavalle- 
reschi se pubbliche e private biblioteche avessero con- 
servata qualcuna delle edizioni che i nostri tipografi 
per parecchi secoli vennero allestendo. I Seali ed il Me- 
schino ebbero a dozzine ristampe in Palermo ed a Mes- 
sina '. In uno de' suoi volumi miscellanei di Opuscoli 
siciliani il Marchese di Villabianca notò di aver fatto 
per suo uso una ricca collezione, che possiamo dire per- 
duta, delle edizioni popolari siciliane nel secolo scorso, 
e fra le altre gli parvero pregevoli la Storia del Me- 
schino e la Storia di Orlando ^. In questo secolo avemmo 

1 Per quel che vaie, ecco qua una bìzzaria che trovo in una cro- 
naca siciliana del soc. XVII. Un Giovanni Domenioo Cociola scrivea 
da Milazzo sopra un attacco contro l'armata francese fatto nell'agosto 
del 16T7 dal forte di quella città durante la ribellione di Messina, e 
e metteva in burla coloro die senza essere uomini d'arme s'armavano 
e faceano gli spaccamontagne; « e non so dire (egli scrive) se erano 
cacati di sotto, o pure estrenui guerrieri. Et sino a ore 22 la caval- 
leria era squatruoata fori, comandata dalla bizzarrìa di capitan Caccio 
de] Brigo di Garraffa, e dalla positura spagnola, con tutti altri co- 
mandanti et estrenni guerrieri, che appmito mi pullula la lettura 
dalli libri Oelli Reali, cbe io avendo letto et ora visto, son for di 
me». Vedi Di Marzo, Bibliot. stor, e letter. di Sicil., voi. VI, 
pp. 118-U9. 

5 Nelle Miscellanee erudite, che fan parte del tomo XIV do' suoi 
Opuscoli palermitani, egli scrivea; 

Poeti orbi. , 

« Li poveri orbi e ciechi di tutti due occhi, che come è notissimo, 
soglion invece col mestiere di cantaro e rocitai'e per le strade ora- 



Ho^tedby Google 



LE TRADIZIONI CAVALLERESCHE POPOLARI 183 



tipografie, che più volle produssero i Beali ' libro sul 
quale, fino al 1860, i nostri popolani, amanti di storie 
cavalleresche, sillabìcavano in edizionacce di Napoli e 
adesso in ìscorrette edizioni di Milano. 

La penuria di libri cavallereschi d'altro genere fu pei 
contastorie e per gli opranti una " felix culpa „. Un 
uomo provvidenziale, che sapea tutte le storie, che co- 
nosceva tanti libri quanti non ne conosceva nessuno, 
che avea letto Turpino, Berni, Boiardo, Ariosto ed altri 
cento, lamentando la difficoltà altrui di procurarseli stam- 
pati o mss,, volle ripararvi componendo un' opera di 
grande mole , che molti comprendesse de' lavori dei 
ciclo di Carlomagno, d'Orlando e via discorrendo, non 

zioai sacre e profane e sopra tutto improvesar poesie nelle feste plebee 
in onore de' Santi, che fuori de' tempii nelle piazze e contrade e- 
spongonsi della città, son l' isttìSM poeti popolari appellati Ciclici 
Poeta; che fecero figura presso gli antielii in Italia a' tempi antichi 
de' Greci e de' Romani. De" partì e compiffiizioni di tai bassi poeti 
dì volgo per me VillabiaEca al volume piccolo di n. 82 di mie eru- 
dizieni se ne tiene una buona raccolta. Per lo più. sono queste orar- 
zioni di orbi e recite di canzoni, ridicoiose e prodotte in poesia eieola 
bernesca, e fra esse che son date alla ]uee delle pubbliche stampe, 
riescon pregevoli Lu Calcu^uni a tri cordi, che {.che è) lo stesso di 
i« Czirmitu cuntenli, ]a ftoria liei MescJiina, il Mercadante fal- 
lito, e demonio tentaiore, la teoria di Orlando, Aromatario e la- 
oemiere ed altri ». 

' Il solo tipografo Giovanni Anello ne fece quattro, che i cami~ 
nanti, cioè i venditori siciliani ambulanti di stampe e libretti popo- 
lari, vendettero pe' vari paesi, e delle quali nessuna traccia rimane 
nelle nostre Lbibhoteche pubbliche. Una edizione palermitana illu- 
atrata con vignette ne diede dopo il 1860 il tipografo-editore 0. B. 
Qaudiano; e può dirsi bravo chi ne trova un esemplare. 



Ho^tedby Google 



IS4 USI E COSTUMI 

indocili di legame tra loro; lavori che egli vedeva rap- 
presentati all' Opra o sentiva narrare al Cuntu. Que- 
st'uomo sgobbò chi sa per quanti anni, ed un bel giomo' 
del 1858 cominciò a dar fuori la celebre storia dei pa- 
ladini di Francia cominciando da MUone conte d' An~ 
giunte sino alla morte di Rinaldo, che dopo tre anni era. 
già quattro grossi volumi in ottavo piccolo di quasi 3000 
pagine ' ! 

Don Giusto Lodico (chi piti di luì ha diritto al Don ? 
E Don Giustu lo chiaman tutti, anche ora che egli è 
lontano dai rumori della città) " nella presente storia „ 
trattò " di quanto soffrì la Francia aUorchè governava 
Garlomagno, e delle avventure singolari che dovettero 
superare i Paladini; i quab, or pugnando con gl'infe- 
deli, or per amore, non furono mai perduti „. Accennò 
" eziandio tutti i tradimenti che ordì il conte Gano di' 
Maganza contro Carlo e la sua Corte, tenendo occulta 
corrispondenza coi Saraceni, per abbattere la gran- 
dezza di lui e dei suoi Eroi b, senza nascondere " quel 
che Malagigi oprò colla sua magica potenza a prò dello 
invitto Carlo „, onde " l'inferno tutto egli comanda per 
la salute dei Chiaramontani e Montalbanesi „. 

" La descrizione che io intraprendo (egli aggiungo nel 
.suo preambolo) non è mio parto, ne moderna n'è l'in- 
venzione di quanto essa racchiude; ma è quella che da 
più secoli si è raccontata: in fatti chi non ha udito stre- 
pitare le armi di Orlando e Rinaldo ? E quanti traggono' 

' Palermo, Stamperia dì Gio. Batt. Gaudiano. Parto I, IS58, p. 5ri3, 
par. U, 1858, p. 580; p, IH, 1S59, p. 728; p. IV, p. 900. 



Ho^tedby Google 



LE TRADIZIONI CAVALLERESCHE POPOLARI 185 

il vivere, narrando le grandi imprese di sì fatti Eroi ? 
Una dimanda potrà 'farmi il benigno lettore: Se eglino 
narrano il vero ? Nò, essi tanto ne sanno quanto formar 
può alqnanti giorni di trattenimento, e ciò non si dovrà 
aver a colpa loro, ma più tosto del tempo, che ne ha 
disperso le copie, e però tutti gli amatori di questa 
storia non saranno mai soddisfatti se pria non scor- 
reranno il mio libro, perloechè nessuno ignora che se 
antica è stata questa cronaca, però non mai intiera né 
ridotta ad un ordine logico progressivo com'era la pre- 
sento. L'unica mia fatica è stata di riunire tutti gli au- 
tori che di essa discorsono, e che vollero sì fatte ven- 
ture illustrare col bel genio di poesia, omettere ciò che 
fu parto della fantasia poetica, e descrivere quello che 
sembra verisimile. 

Ba queste poche linee non è difficile rilevare che la 
recchia arte degli scrittori di attenuare il merito delle 
opere altrui per far risaltare la necessità di un'opera 
migliore e la unportanza della propria non è estranea 
al Lodico. Affine di rendere più gravi le ragioni che 
lo indulsero alla compilazione del lavoro, egli strema 
l'intelligenza, la facoltà mnemonica de' contastorie, 
dando a credere che " essi tanto ne sanno quanto 
formar può alquanti giorni di trattenimento „, afferma- 
zione SHDza fondamento, come s'è potuto vedere nelle 
pagine precedenti , e come si vedrà in quelle che se- 
guiranno; e con forme troppo secche accenna alla di- 
spersione, non già del popolo ebreo, ma delle copie dei 
romanzi che costituiscono la storia de' paladini. Vedremo 
presto quanto ci sia di vero m siffatta dichiarazione. 



Ho^tedby Google 



186 USI E COSTDMI 

Quest'opera di grande mole fa presa a stampare per 
cura di tre editori palermitani, ed uscì a quindictnali 
puntate da 40 pagine i'una, al prezzo di un tari (cen- 
tèaiini 42). Noto questo particolare per la diffusione 
che essa acquistò in tutta la città. Presso a tremiìa fu- 
rono i soscrittori, appartenenti ad ogni classe sociale 
e ad ogni età. Il sig. G. B. Gaudiano che la stampò rac- 
conta di quel tempo aneddoti motto graziosi. Il giorno 
della pubblicazione della puntata la sua tipografia, l'atrio, 
il piazzaletto della YÌa Gelso erano sin dalle prime ore del 
mattino affollati di gente, che attendeva, reclamava il 
sospirato fascicolo. Cominciata la consegna, si faceva 
a' pugni ed a' gomiti per esser de' primi ad averlo , 
previo il debito pagamento. Molti non ; 
gere, ma compravano l'opera pel piacere di f 
e se la facevano leggere da amici e conoscenti, o l'ap- 
prestavano, come anche oggi usano, alla lettura d' un 
crocchio dì curiosi e di appassionati. E chi non credette 
di acquistare un tesoro con una opera che era la storia 
delle storio, il libro dei libri ? Lo stesso D. Gaetano 
Greco, allora vivente , ne prendeva cinque esemplari, 
temendo che un giorno o 1' altro si perdesse la forma 
(i tipi) di questo libro. 

Un bel giorno con serietà imperturbabile si presenta 
al Gaudiano un padre di famiglia con tre puntate della 
Storia e gli dice: " Caro signore , io ho un figlio stu- 
dente, associato a questa storia. Dal dì che essa si pub- 
blica, mio figlio non ha piii testa, leggendola e rileg- 
gendola. La sera , guardandolo dal buco della serra- 
tura , lo veggo , invece che coi hbrì di scuola , con la 



Ho^tedby Google 



LE TRADIZIONI CAVALLERESCHE POPOLARI 187 

Storia dei Paladini. Egli non Tuol più saperne di studio. 
Fatemi un favore : ripigliate queste tre puntate, e ri- 
datemi i miei tre tari ,,.. II tipografo sorrise, ed osservò 
che essendo state tra' coeditori conteggiate tutte le copie, 
egli non poteva riprenderle neanche gratuitamente; e 
dovette spolmonarsi a persuadere quel dabbenuomo che 
la sua proposizione era inaccettabile. Andò colui; ma 
in capo ad una settimana ritornò in cerea di nuovi fa- 
scicoli e premuroso d'averli. Letti i fogli pubblicati, egli 
era restato vivamente innamorato e preso della storia, 
e non voleva leggere altro, perchè altro non trovava 
di meglio in tutti i libri di questo mondo. Fece delle 
offerte al Gaudiano acciò rendesse più frequente la pub- 
blicazione, e ne avrebbe voluta una ogni quattro giorni. 
E per tre anni di seguito, quanti ce ne vollero al com- 
pimento dell'opera, quest'uomo, non unico né singolare, 
non istette un giorno {e così fu pure durante la rivo- 
luzione del 1860) senza far capolino alla tipografìa di 
via Celso, divenuta piena di attrattive per lui. 

Qualche mese dopo la pubbUcazione della Storia dei 
paladini, una sera, anzi una notte, il Gaudiano udì bus- 
.sare alla porta di casa sua. Chi sarà a quest'ora? disse 
tra sé; ed aprì un finestrino che dava sulla via Gelso. 
Era un uomo di campagna, che dovendo partire col 
primo treno per S. Flavia (prov. di Palermo) , prima 
che facesse giorno veniva a comperare un esemplare 
■della Storia. " Quanto costa ? „ ctiiese costui, ' Venti- 
quattro tari „ (L. 10, 20). E in un panierino, che il Gau- 
diano gli calò giù, senza nulla ridire fece cadere due 
belle piastre d'argento. 



Ho^tedby Google 



rSI E COSTUMI 



Una settimana appresso, verso la medesima ora, la 
medesima bussata, ia medesima richiesta, il medesimo 



Qualche giorno dipoi, la medesima scena, A questo 
punto, il Gaudiano, incuriosito, voUe conoscere questo 
uomo eccentrico, che a quell'ora bruciata veniva a do- 
mandare un hbro così estraneo a lui e al tempo; e scese 
abbasso. Quando furono a quattr'occhi: " Ora ditemi,, gh 
domandò il Gaudiano, com'è che venite a cercar cosi 
di frequente ed a quest'ora la Storia àé paladini ? „— 
" Non vi maravighate, rispose l'ignoto. Io vivo insegnando 
a leggiucchiare qualche campagnuolo di S. Flavia; e lo 
studio sì fa sulla Storia de' paladini. Il libro piace im- 
mensamente a' miei scolari, e molti mi cercano a loro 
lettore (maestro), proprio per imparare a leggere su questo 
libro , che per essi vale un Perù. La fama di questo 
studio s'è sparsa per tutte le campagne , e gli scolari 
crescono , e qualcuno ha voluto acquistare il hbro a 
prezzo maggiore di quello che io l'ho da voi. Ecco perchè 
son venuto più volte: e se lo fo a quest'ora, egli è che 
il treno per S.» Flavia parte all'alba, ed io giungo qui !a 
sera innanzi con l'ultima corsa. Vi assicuro che senza 
questo hbro, a fare il lettore col miglior libro del mondo 
sarei morto di fame „. 

Il Gaudiano sorrise della spiegazione , e rivide , non 
occorre dirlo, con sempre crescente piacere per un'altra 
dozzina di notti il buon maestro di campagna, di cui 
serba cara memoria. 

Io non so chi degli «omini di lettere in Sicilia abbia 
mai svolto questi quattro volumi per !a semplice cu- 



Ho^tedby Google 



LE TRADIZIONI CAVALLERESCHE POPOLARI loS) 

riosità, almeno, di vedere il filo della storia e i libri dei 
quali giovossi il compilatore; né di ciò oso farne colpa 
a nessuno, perchè ci Tuole una gran pazienza, una pa- 
zienza veramente globbica, per leggere tante migliaia 
di fìtte pagine di' quest' uomo, illustre presso i leggic- 
ehiatori d'un libro solo, ma punto conosciuto dai dotti, 
coi quali egli non ebbe mai da far nulla. Gì vuol poco 
per vedere che il Lodico non è un letterato, né si tar- 
derà a prestargli fede quando, alla prima pagina del 
suo primo volume , ingenuamente contessa : " Non ho 
scritto per fare pompa del mio debole ingegno^ ma per 
passatempo di tutti coloro che vanno in traccia di udire 
cose piacevoli, o che (sic) la loro mente non sia tanto 
(sic) da potere aprire i libri dei dotti „. Nondimeno io, 
ho (atta quell'improba lettura, e, pur diffidando delle 
mie conoscenze epiche cavafieresche, nolo qui somma- 
riamente i poemi che poterono servire alia grande teìa 
della compilazione lodiehiana. xVpresi l' opera con Le 
prime imprese di Orlando di Lodovico Dolce; segue con 
r Orlandino di Teofilo Folengo, al quale si lega il Mam- 
hricmo di Francesco Bello detto il Cieco da Ferrara, ove 
molte cose sono innestate dall'ovino relative a Mam- 
briano, ed il Mambrino. Quasi intero segue 1' Orlando 
innamorato rifatto dal Bemi e l'Orlando furioso/E poiché 
l'Angelica innamorata di Vincenzo Binisantino ha stretta 
parentela con l'Angelica dell'Ariosto, da essa son presi 
alcuni de'- migliori tratti, come daìì' Amadiffi di Ber- 
nardo Tasso altri che appianano qualche lacuna e fanno 
scomparire il distacco che risulta dal passaggio dal Fu- 
rioso ali' Angelica. Il Morgante di Luigi Pulci fa seguito 



Ho^tedby Google 



USI E COSTUMI 



iirmiediato ma gli iiltmii canti, che paiono quelli ac- 
codati di ultimo dal poeta al suo poema già dato in 
luce son messi da parte per far posto a Dama Bo- 
llica che -li chiudo con la Rotta di Roncisvalle, presa, 
non %ih dal Pulci ma da Tui-phio. Altro non oso af- 
fermale e lascio che fornisca maggiori particolari chi 
e molto saputo di questi studi. Potrebbe tuttavia darsi 
che non sempre le fonti da me numerate stieno così 
vicine n Rajna che nel settembre del 1875 assistette 
con me al teatrino di Piazza Nuova, ad una parte della 
rappresentazione del Gho ardo di Vienna si chiese al- 
lora e torna a chiedersi anche adesso se la materia 
provenisse AalVAspraìnonte a stampa in 8"- rimaj o da 
altra fonte. Egli dubita sempre, e di questo dubbio mi 
serivea non è guari a proposito del presente lavoro» 
che quella materia provenisse invece dalla redazione 
in prosa, tuttora inedita, di Andrea da Barberino, o da 
qualche altra origine sconosciuta. Se il suo dubbio ha 
fondamento, uno studio accurato sulla Storia del Lo- 
dico potrebbe condurre a risultati preziosi, e dare delle 
vero rivelazioni, mettendo in luce la parte tradizionale 
raccolta e conservata dalLodicoerappresentata sempre 
d^h opranti e narrata dai contastorie. Ma questo studio 
esige una rassegna completa di tutti i soggetti che si 
rappresentano e si raccontano, ed un esame che ricon- 
duca ciascuno di essi alla sua fonte e mostri quelli che 
non ne offrono direttamente alcuna. Il Rajna pensa 
che quando pure adesso venisse a risultare nulla rap- 
presentarsi, nulla raccontarsi che non emani dalla Storia 
dei Paladini del Lodico e da pochi altri libri stampati 



Ho^tedby Google 



LE TRADIZIONI CAVALLERESCHE POPOLARI 191 

ancor essi, la dimostrazione non sarebbe ancora con- 
pleta. Secondo lui, ° è da tener conto della condizione 
prodotta dall'opera stessa del Lodico, la quale offrendo 
un comodo repertorio, ha certo ridotto al sOenzio molta 
parte di tradizioni orali; onde la pubblicazione di quel 
libro è da stimare una vera disgrazia, se sta che essa 
sia una compilazione di altri hbri ben noti „. Se non 
che, conviene osservare che non tutti gii opranti si ser- 
virono di questo libro; e quasi nessuno de' contastorie 
lo conosce : essendo questi analfabeti quasi tutti, quasi 
tutti impossibihtati- — parlo specialmente de' contastorie 
lontani da Palermo — ad acquistarlo, e, acquistatolo, a 
leggerlo. Sulla quale affermazione io potrei insistere con 
prove e documenti. E quanto al lavoro da fare, io non 
son da tanto: per grande che sia l'amor mio verso questi 
studi, e per importanti che possano essere ì risultati di 
cosiffatta inchiesta. Lascio, dunque, agli intendenti della 
materia questa grave, lunga e paziente ricerca; dalla 
quale, del resto, potrebbe venire una prova indiretta 
della antichità della tradizione rappresentata dagli 
opranti e narrata da' contastorie. 

Ma non perdiamo d'occhio i contastorie. Vincenzo Li- 
nares, osservatore accurato della vita siciliana , dalla 
quale adoprossi a trarre giovamento pei suoi Baccanti 
popolari , con molta verità sebbene con poca intelli- 
genza di cose cavalleresche ne scrisse col titolo II Con~ 
tastorie. A quel tempo, nel quarto decennio di questo 
secolo , un certo Ma'estro Pasquale divìdeva con un 
Maestro Antonino Manzella il plauso del numeroso stuolo 
di uditori, questi in un magazzino di via Candelai, quegli 



Ho^tedby Google 



192 USI E COSTUMI 

in una stamberga del Piano Santa Oliva, che oggi guarda 
la via del Politeama: ed ecco un brano del racconto 
del Linares, che per noi ha valore di documento. 

" Maestro Pasquale è il narratore delle storie più 
piacevoli che si sieno mai udite. Orlando, Rinaldo, Fio- 
ravanti, Rizzeri, le donne, i cavalieri, l'arme, gli amori, 
le cortesie, le audaci imprese ei canta. Altro che Berni, 
altro che l'Arcivescovo Turpino. Gii esce di bocca un 
fiume di eloquenza, un diletto, un sapore che incanta 
e commuove i cuori niente teneri degli uditori. Ora li 
vedete silenziosi, immobili come a una melodia di Bel- 
lini, ora scoppiare in grandi scrosci di risa, in escla- 
mazioni di sdegno e di maraviglia, e agitarsi come se 
scossi da un ardore febbrile. Che sguardi feroci alle 
volte, che gesti smodati ! Così vediamo, e non di rado 
ai di nostri, i giovani in teatro aniinarsi a' gorgheggi 
di una donna, parteggiare per questa o per quella, dar 
flato alle trombe od ai fischi , difendere anche col 
sangue la precisione dì un trillo , urlare , romper le 
panche, minacciare e spesso venire alle mani. Collo 
stesso fervore i nostri personaggi prendon parte al 
racconto, inarcano le ciglia, battono le mani, e come 
viene in campo questo o quell'esercito, e si azzuffano 
cristiani e saraceni, così parte^iano o per gli uni o 
per gli altri , applaudiscono ai bei colpi , si dolgono 
delle disfatte. 11 vecchio, impassibile quanto un usuraio, 
ispirato più di un poeta, ameno sempre e fecondo, 
infiora il racconto di facezie, sì scalda, grida, schiuma, 
e dà colpi disperati sulla bigoncia ; e quando l' estro 
lo trasporta, si alza dalla sedia , imbrandisce mi' asta 



Ho^tedby Google 



LE TRADIZIONI CAVALLERESCHE POPOLARI 193 

di legno, e figura i duelli dei suoi personaggi. Quei de- 
monio di maestro Pasquale, se non ha studiato il Walter 
Scott, ne ha certo l'estro e lo spirilo: descrive i luoghi, 
le truppe, i paladini, dispone le fila del suo racconto 
meglio.che non farebbe Ìl romanziere scozzese. E quando 
ha eccitato ìl desiderio di udirne la fine, allora, punto 
e basta ' . Cosi commuove e tien sospesi gli uditori per 
impegnarli a tornare il giorno dopo con la piccola obla- 
zione di un grano (2 cent.) per essere ammessi allo 
spettacolo. Gran lodatore delle cose nostre a quando 
a quando fa paragoni, rammenta antiche memorie, ri- 
corda quel po' eh' ei sa della nostra storia. L' entrata 
di Ruggiero, la rivoluzione di Alessi qualche fiata fan 
seguito alle gesta di Rizzieri e di Fioravanti. Se maestro 
Pasquale, invece di dire in prosa, cantasse versi, se a- 
vesse una lira nelle mani, sarebbe un rapsoda, un bardo 
<scusate il paragone) dei tempi nostri " „. 

' Quest'arte di sospendere cs abrupto la storia in corso quando 
essa tiene sospesi gli uditovi è vecchia ne' cantastorie: prova i Ri- 
naldi di Napoli e i Cupidi di Cliioggia. Pietro Aretino ne' Capric- 
oiosi Ragionamenti^ parlando di quel Zoppino, che « quando canta 
in banca tutto il mondo coiTe a udirlo », fa dire a Nanna: « Tu sai 
che '1 Zoppino cantò come Camprlano cacciò tre lire di quattrinj nel 
forame del suo a«Ìiio e nienollo a Sieni, e lo fece comperare a due 
eveatanti cento 1 cat d ndog! ad ntenderecbe egli cacava mo- 
neta Po segui!) 1 stori lino a la metà, e coni' ebbe adescata 
li tu ba ben bi ne oltò n antelio et innanzi che si desise a flairla 
olle spocc a Uè alt e bioatt^l^e I' ^^^ "O" voglio o non posso 
a I bel 1p1 fa sono le cette che ve de il Zuppino nei lasciare 
socco la br gita, 1 e s asceUava, sboncando la novella di Cam- 
1 -lano» 

t st T i l novella el T ore di Falenno , 30 gen- 
r PiTRB— r e Co tu \oi l 13 



Ho^tedby Google 



194 USI E COSTUMI 

Meli fortunato di Maestro Pasquale, Maestro Anto- 
nino non trovò un Linares che ne serbasse viva la me- 
moria e ne lodasse la valentia non comune. -Ma ral- 
legrati, anima cavalleresca; che la tradizione ti fa giu- 
sUzia ! E ia tradizione ti dice molto più valente di Mae- 
stro Pasquale, a cui la conoscenza di ciò che si diceva 
e scrìveva di lui dava un po' di pretenzione. Onde più 
tardi, quando la fama correvane pei quattro venti della 
città, al suo conto non più un grano si pagava, ma due, 
cioè un hajocco {cent. 4), il doppio del pagamento do- 
vuto a Maestro Antonino. E la tradizione aggiunge che 
la pronunzia di luì era chiara ed aperta, che molta la 
naturalezza, grandissima la padronanza della materia, 
tutta sua la maniera di descriver le battaglie : ed ho 
sentito dire più d'una volta che " Mastr'Antuninu 'nta 
la battagghia cci trava^hiava, e avia bona gòi^ia ,. 

Questi due contastorie furono scolari di un vecchio 
calzolaio, un certo Maestro Giovanni, che raccontava 
a Porta S. Antonino. Dopo del quale, e contemporaneo 
a' suddetti, fu un Maestro Luvicu (Ludovico), che chia- 
mava molta gente a Porta Reale ; e , per non dire di 
altri, un Maestro Camillo Lo Piccolo, che fini, non so 
perchè, frustato a cavallo, con tanta vergogna dei suoi 
compagni di mestiere. Fanciullo, io conobbi al Boi^o, 
in un magazzino della via CkillegiQ di Maria, rinipetto 
il cortile de' Panarelli, presso il vicolo dei Lombardi, 

naio 1837, an. IV, v. IV, p. 17-19. Pai., 30. V. Linarbs, Racconti 
popolari. EdÌE. eit., p. 52 e seguenti. Una paginetta sul cantastorie 
in ganerftle li« il Salomone-Marino nella sua BacDìiessatZi Carini, 
2> ediz., p. SI. 



Ho^tedby Google 



LE T8ADIZ10KI CAVALLERESCHE POPOLARI . 195 

Compare Camillo Camarda (lo chiamaTano compare e 
non maestro), di, mestiere batti-sego; e non ho mal di- 
menticato la energìa brusca de' suoi movimenti ed Ìl 
suo fervore guerresco. Io mi recavo a scuola (fino al 1859 
si andava a scuola due volte il giorno), e mi fermavo 
allo spesso sul limitare del sacro magazzino , dov' era, 
tutta gente di mare, e pescatori specialmente. Il Ca- 
marda, volto verso l'uscio, narrava e narrava senza scom- 
porsi mai per nulla: carretto che sul guasto acciotto- 
lato ribaltavano, donnicciuole del prossimo cortile della 
Palma che ciarlavano o si prendevano pei capelli, mo- 
nelli che gridavano e schiamazzavano; tutto era niente 
per lui. Una volta però, messo con le spalle al muro, 
perdette la pazienza e usci in una sfuriata che anche 
me, che mi trovavo a passare, fece una gran paura. Era 
irritabile e collerico, e quando usciva dai gangheri be- 
stemmiava come un turco; ed allora non si potea sen- 
tire, perchè la voce, naturalmente rauca in lui , gli sì 
sprigionava aspra e chioccia dalla gola: ed il viso , di 
ordinario rubicondo, gli diventava di bragia. Lo bia- 
simano di troppa licenza nel racconto, e nel Borgo se 
ne parla come di uomo che non sapesse o non volesse 
mai tenere la lingua a freno. 

Conobbi pure, e chi de' Palermitani noi conobbe? 
quel Raisi Turi (il pescatore Salvatore), che per esser 
gobbo e scontraffatto era soprannominato ed inteso Lu 
jimmurutu e, per antonomasia, Be Uppinu. Là, al Foro 
Borbonico oggi Italico, sotto un grand'albero fronzuto, 
alla vista del pittoresco golfo di Palermo, sopra un'alta 
sedia, esponeva, rarissima avis, la storia sacra. Era di 



Ho^tedby Google 



196 USI E COSTUMI 

estate, e poiché ai 24 giugno, per antica consuetudine 
palermitana, quel sito delizioso si popola di gente a 
piedi, a cavallo, in vettura, che cerca un po' d'aria fresca 
e di svago, molti s'accostavano al piccolo contastorie, 
desiderosi di udirlo. Baisi Turi, seduto con molta pro- 
prietà, dominava non concia figura infelice, ma con la 
voce insinuante e la parola scultoria un migliaio di udi- 
tori, nei quali chi bene avesse osservato avrebbe po- 
tuto discemere classi varie e diverse: i più vicmi, pieni 
di raccoghmenlo, a bocca aperta, pescatori e mestie- 
ranti in riposo o senza lavoro {a spassa); i più lontani, 
curiosi, non mai indiscreti, una folla di bassi impiegati, 
di pensionati che non sanno come ammazzare il tempo. 
La passeggiata diurna (ve n'è una di sera) era piena, 
ed il buon gobbette contava sempre, né smetteva se non 
sull'imbrunire. 

Nella piazza S. Oliva, a sinistra di chi va alla via 
della Libertà, raccontò per oltre venti anni, fino a un 
decennio addietro , quel Giacomo Mira che tutta Pa- 
lermo conobbe e ricorda sempre sotto il nome di Jti- 
naldo. Egli sapea, leggere, e forse da. giovane non fu 
povero come tutti il conoscemmo. Ardito nell'aspetto, 
tendente al magro, avea occhi grifagni e d'una mobi- 
lità non ordinaria, t'ensì ognuno che giuoco gli doves- 
sero fare questi allorché trovavasi in esercizio delie sue 
funzioni. Sfrenato beone, il giornaliero guadagno spen- 
deva alla bettola, e non gli si sarebbe trovato indosso 
neppure un quattrino. Racpontava all'aperto anche nei 
giorni buoni d'inverno, perchè non avea tanto da pren- 
dere a pigione una stamberga; otto pancacce venutegh 



Ho^tedby Google 



LE TRADIZIONI CAVALLERESCHE POPOLARI 197 

chi sa d'onde e come, gli faceano quadrato; e Rinaldo, 
sul nudo terreno , movendo sempre, e non mai alter- 
nativamente, le braccia e pur sempre ritto della per- 
sona, mandava innanzi la sua storia preoccupato forse 
più del pensiero di dover andare a cioncare che della 
responsabilità del racconto. Leggevaglisi in volto un non 
so che di strano e di eccentrico, un pigilo quando ca- 
rezzevole e quando superbo, sicché a poco a poco gli 
vennero meno gii uditori, ed egU, senza tetto ed al- 
l'uscio coi sassi, videsi costretto a chieder la carità pub- 
blica. Giacomo Mira diventò un accattone di mestiere; 
ma un accattone che nella miseria serbava una certa 
alterigia, e a volte un fare tra il serio ed il burlesco; 
« chiedeva non per sé, ma per Rinaldo di MontaUjano, 
che egli avea sempre lodato, celebrato, portato alle steUe, 
e in nome del quale domandava senza insistenza e senza 
avvilimento un soldo; e nel far ciò eccolo scaricarti a 
bruciapelo un brandello di storia del sire di Montal- 
bano, una storia che ti confondeva, ti faceva venir le 
vertigini per ia inai-rivabile prontezza e celerità onde 
usciva dalla sua bocca. 

Un bel giorno Rinaldo non si vide più. Che se ne 
fece ? Nessuno lo seppe , nessuno cercò mai saperlo. 
Giovanotti azzimati e agghindati che ne' vostri dome- 
nicali passeggi dì Via Macqueda foste più volte fermati 
dal povero contastorie, impiegati in attività di servizio 
cui egli ne' suoi maggiori bisogni importunò quando 
voi, in ritardo d'orario, vi affrettavate all'uffìeio; amabili 
signore, alle quali le lodi sperticate di Angelica riusci- 
rono tante volte incomprensibili q insulse in bocca di 



Ho^tedby Google 



198 USI E COSTUMI 

lui, tranquilìizzatevi ! Rinaldo di Montalbano è morto 
povero e pazzo al manicomio di Palermo ! 

Morto sì , come i suoi compagni Maestro Salvatore 
Aiello e Maestro Francesco Gagliano, testé rapiti alla 
tradizione dei paladini; ma altri compagni son^ sempre 
vivi, ad altri no sorgono a raccontare chi a Piedigrotta, 
chi dietro Castellamare (due figli di Camillo Gamarda), 
chi sotto Porta dei Greci, chi a Porta Montalto, e chi 
a Porta S. Agata in Palermo (pare che 1 contastorie 
abbiano una certa predilezione pei siti presso le an- 
tiche porte della città). Ma di essi e degli altri che in 
Messina, Catania, Noto e nel restante dell'isola serbano 
vivo con la parola il culto della cavalleria medievale 
sarebbe troppo lungo 1' occuparsi. I più tra essi non 
valgono il maestro di tutti, il nestore dei contastorie 
viventi deOa Siciha, Maestro Salvatore Ferreri. 

Quello che per la poesia improvvisa è l'analfalieta Ste- 
fano La Sala \ quello che è per le novelle e leggende 
l'Agatuzza Messia '', quello che per l'opra de' pupi è D. 
Gaetano Greco e per la pittura dei cartelloni romanzeschi 
D. Nicolò Faraone, è per la storia de' paladini Maestro 
Salvatore Ferreri, palermitano come gli altri. 

Chi è egli? Che cosa fa? Quali sono i suoi fasti ? 
Udiamolo dalla sua stessa bocca con ia certezza di udù' 
la verità; dacché fin da quando io lo conobbi l'ho sem- 
pre ammirato per l'onestà e rettitudine dell'animo suo. 
Traduco letteralmente la schietta narrazione che egli 

' Vedi PiTRÈ, Sfifds di ìioesìa popolare, p. 102-108, Pai. 1871. 
' Vedi PiTRÈ , Fiabe , Novelle e llaacorUi pop. sicìL , voi. I, 
pp. XVQ-XX. Pai. 1875. 



Ho^tedby Google 



LE TRADIZIONI CAVALLERESCHE POPOLARI 199 

ha fatta a me suo antico conoscente e medico affe- 
zionato. 

" Io era fanciullo; all'età dì quattordici anni mi venne 
in testa d'andEire a sentire il Cuntu, A quei tempi ci 
«ra un contastorie buono davvero, un certo Antonino 
Manzella muratore, che era il vero maestro del conto. 
Curioso, andai; ed egli raccontava il Calloandro; il passo 
mi piacque, e mi venne voglia di tornarci per sapere 
come andasse a finire. GÌ tornai ancora dell' altro, e, 
per farla corta, ci andai sempre pel corso di nove anni 
continui. 

° Io imparavo a fare il funaiuolo; a mezzogiorno smet- 
tevo di lavorare e correvo pel conto. Dopo un certo 
tempo, il conto cominciava a venti ore, ed io, qualunqtie 
lavoro avessi per le mani, avvolgea il filo (che cosi era 
stato stabilito col mio maestro)', e me ne andavo al 
conto. V'erano giorni che il mio maestro mi mandava 
& Monreale a vendere il rumaneddu (canapello) : ma 
io a 20 ore lasciava tutto in asso, ed ero lì al conto. 
Lasciavo/i divertimenti, lasciavo qualche spasso a Boc- 
cadifalco , a Scannaserpi e altrove , purché mi pren- 
dessi i quattrini che mi dava mia madre e me ne an- 
dassi al conto. 

" Maestro |Manzella per la sua bella comica aveva 
gran folla. Avvenne che egh dovette lasciare il magaz- 
zino di via Candelai, e ne prese a pigione uno di Gio- 
venco , sotto il campanile di S. Francesco di Paola. 
Maestro Antonino mi conoscea già, e sapea la mia na- 
scita; entrammo m dimestichezza, e prese a volermi 
bene, tanto che io cominciai a pagarlo a mese; ci ac- 



Ho^tedby Google 



200 USI E COSTUMI 

cordammo per un tari {ceni. 42) il mt 

E di persone ce n' era ! Giovanni Di Quarto, 

Don Benedetto Gianferrara, persone da vero civili. 

' Un giorno Maestro Antonino mi disse : " Oh tu non 
hai mai nulla da fare che non manchi mai a! conto ? 
Dio di passione ! Se i giorni del mese son 30 , tu ci 
vieni 31 ! E che ti scappa via! , — "10 vengo per ru- 
barle 1' arte , „ risposi io; ed egli : " E tu vuoi rubare 
l'arte a me senz'esser letterato ? „ — ^ ' E lei vedrà, che 
lei pezzo grosso , ed io roba da nulla , io le ruberò 
l'arte ! „ 

• Ora io tutto ciò che imparavo andavo raccontando 
per le case per capriccio e, tanto, per isfacciarmi. Una 
volta il cavaliere Settimo, cieco di tutti e due gli occhi, 
mi ,chiamò perchè gli contassi il conto. A Lattarini 
alcuni mercantuoli avevano un gran gusto a sentirmi, 
ed io mi sfacciavo. Questo andava all'orecchio di Mae- 
stro Antonino, i! quale diceva; " Salvatore Ferreri va 
raccontando il conto per le case „; e quando mi vedea, 
mi canzonava. Alla fine del nono anno, tutte le storie 
io le sapevo benissimo, e al conto non ci andai piìi. 
Che mi venne in capo ? la chitarra. Per altri ott'anni 
io non feci altro che divertirmi con la chitarra, e quando 
qualcuno volea divertirsi, mi mandava a chiamare. In 
quei frattempo ammalò Maestro Antonino; la malattia 
era seria : gli cadde il naso; mi fece chiamare ; " Senti, 
Turiddu; tu di abilità ne hai, ed io lo conosco. Sai che 
ti dico ? racconta tu il conto, ed il guadagno lo divi- 
deremo ,. Io m' ero ammogliato; e. Maestro Antonino 
fece venire mia moglie da lui perchè la mi persuadesse 



Ho^tedby Google 



LK TRADIZIONI CAVALLERESCHE POPOLARI 201 

a raccontare il conto dicendo che io avevo una bella 
loquela, e ci avevo modo a contare, e la storia la sa- 
pevo; e soggiungea, che quando io non potevo raccon- 
tare, mi avrebbe supplito lui. Ma io risposi di no. 

" A quel tempo veniva al conto anche un certo Gia- 
como Mira, Diss'io a Maestro Antonino : " Ma Lei che 
sì rivolge sempre a me perchè non invita Giacomo Mira, 
il quale è grazioso nel raccontare ? „ E Maestro An- 
tonino, a' miei ostinati rifiuti, si vide costretto a chia- 
mare Giacomo Mira. Costui però era un gran beone, 
e tutto quel che guadagnava spendea in vino; onde, non 
potendo pagar la pigione, era sempre cacciato vìa dalle 
case , e si ridusse a raccontare la storia al Piano di 
S. Oliva, e morì all'ospedale . . . 
"Ed io mi divertivo con la mia chitarra!.,. 
" L'anno 1844 contava il conto un certo Maestro Raf- 
faele pastaio, che avea il posto proprio alla cantoniera 
di S. Francesco Saverio. Era costui pazzesco, piantava 
gli uditori del suo magazzino, e andava a raccontare 
a Porta di Castro, e così si vendicava del suo padrone 
dì casa, il quale sì pagava la pigione del magazzino 
con la somma che si riscoteva ogni giorno. Don Gia- 
como Lanza, padrone del ms^azzino, avea un compare, 
fallegname all'Origlione e cugino mio. Questi udendo i 
lamenti del Lanza venne a pregarmi di raccontare io 
il conto; e tra il si e il no mi persuase; ed io ci andai, 
avendo avuto anche da lui le sedie necessarie. Il primo 
giorno, non me ne dimenticherò mai più, fu l'indomani 
di S. Rosalia (16 Luglio), e guadagnai 34 grani (cent. 72). 
e mi sfacciai la prima volta. La fama sì sparse, ed il 



Ho^tedby Google 



202 USI E COSTUMI 

magazzino cominciò a popolarsi : venivano soldati, ga- 
lantuomini, anche donne e persino due preti. Un giorno 

. io raccontava come qualmente Rinaldo fosse stato messo 
in carcere, e Carlomagno l'avesse condannato a morte; 

. mi si avvicina uno con le lagrime agii occhi e mi dice : 
" Turiddu, per te c'è un carlino (cent. 21) se tu lìberi 
presto Rinaldo „, Ammirando tanta tenerezza per Ri- 

. naldo, io aiTrettai, precipitai il racconto, e feci scarcerare 

. Rinaldo da Malagigi per mezzo della sua arte diabolica, 
appena colui vede scarcerato Rinaldo si alza e grida: 
" Viva Turiddu che ha liberato Rinaldo ! Vai a farti 
friggere, Carlomagno minchione ! „ Lascia il suo posto 
■e mi viene a regalare un carlino ^ 

° Mio cugino dovette demohre un solaio dentro il 
monastero dell' Origliene; prese- le tavole e le mise a 
disposizione mia; e cosi mi provvidi di panche. Nel 1854 
venne il colera,ed io passai ne! cortile di Garella (Chiasso 
Caruso), Lì, nel fosso, trovai un partito contrario, perchè 
ci era colà Maestro Raffaele, che poi sì trapiantò nel 
piano del Castello. Io però non mi perdetti d' animo; 
che anzi tolsi certi abusi che si erano introdotti , di 
fumare, giocare a carte...; la qual cosa spiacque a qual- 
cuno , e si malignò a danno mio spacciandosi che io 
non sapea bene il conto. Tra gli altri , un cocchiere 

' Un aneddoto simile ti'ovasi in Mukatori, Antiquit., diss XXIX, 
Dello Zappino cantimbanea, Pietro Aretino nel suo Dialogo delle 
CarU parlanti racconta che avendo egli una Tolta promesso a' suoi 
ingenui uditori di «ammazzai' Rinaldo» nel giorno seguente, uno 
di essi gli gridò- spaventalo : Deli, togliti questi cinque carlini, e non 
l'ai 



Ho^tedby Google 



CAVALLERESCHE POPOLARI lOS 

cercava soverchiarmi contraddicendo a quel che dicevo 
io. Una volta però ne uscì scornato, perchè avendo 
rigettato un fatto che io conoscevo henissimo, io mi 
giocai il collo , ed il cocchiere dovette confessare che 
la ragione stava per me : e da nemico acerbo che mi 
era, mi divenne amicissimo. 

° Le cose mie andavano a vele gonfie : e Maestro 
Raffaele cacciava mosche al Castello , e voloa tornare 
al Fosso dov'era prima, e dove avevo preso posto io. 
Il magazzino era pieno sino alla porta, sino alle scale 
del cortile, ed il venditore di seme mi rubava a man 
salva. Si trattava di 8 tari e 15 grana (L. 3. 72) di gua- 
dagno, ed egli me he facea vedere poco meno di metà. 
Io capii che in questa faccenda c'era la mano di Mae- 
stro Raffaele, e lasciai il magazzino. 

" Io stavo di casa rimpetto Sant'Annuzza (via Pigna- 
telli Aragona); e i miei affezionati vennero colà a sentire 
ii conto :" e Maestro Raffaele rimase con quattro gatti, 
che non capivano nulla. 

" Al 1860 un amico mi fece vedere la storia dei Pa- 
ladini dì D. Giusto Lodico. Io non sapevo e non so 
leggere; ma uno che sapea dì lettera me ne lesse qual- 
che pagina. Ora ci si crederebbe? prima che l'amico 
mio leggesse , io diceva quel che dovea seguire. Dice 
l'amico: " Diàscolo 1 voi ne sapete più del libro ! , 

(Qui il Ferreri più dei consueto s'accese in volto, poi 
continuò): 

" Io guadagnavo la grazia di Dio, perchè oltre che a 
contare il conto m'industriavo a fare il funaiuolo, che è il 
mio mestiere; e m'ero fatto un capitaluccio. Certi amici, ' 



Ho^tedby Google 



204 USI E COSTUMI 

che conosco e devo fingere di non conoscere, durante 
i fatti del sette e mezzo (1866) mi rubarono, e mi lascia- 
rono povero e pazzo. Adesso son mezzo cieco, e rac- 
conto per necessità. Per via di quel dispiacere m' as- 
soggettai all'asma che Lei sa; e quando parlo mi manca 
il fiato, e vi son giorni che dalla forte tosse non posso 
andare avanti. Campo la vita, Dio sa come... , 

A questo punto gli chiesi delle storie ch'egli sa , e 
della maniera onde egli le coordina e le fa progredire ; 
ed il buon vecchio proseguì: 

" Tutte le storie che so io sono di eredità; si comin- 
cia con Costantino Magno e si finisce con Calloandro; 
poi si ripiglia '. Se la vuol sapere'tutta questa eredità, 
gliela dico in quattro parole: Costantino Magno; suo 

1 In un'altra conversazione il Ferreri mi diede l'ordine delle storie 
che egli racconta sempre di seguito; queste storie sono di 
« Costantino Magno; 
Fioro, suo tìglio; 
Fieravante; 
Michele; 
Luigi; 

Garlotto. 

Con la storia di Garlotto, OMia di Cartomagno, finisco tutta una 
eredità. Seguono le atoiie di 

Drusiano de] Leone, 

Meschino, la cui morte coincide con quella di Carlomagno; 

Trebatio, greco; 

Pollarle, impci-atore dì Grecia; 

Calloandro fedele, detto la « Regina delle storie », perchè contiene 
nn gran numero d'intrecci ». Finita questa storia il Forrei'i ricomin- 
cia da Costantino Magno. 



Ho^tedby Google 



GAYALLERESCHE POPOLARI 205 

figlio Fioro, poi Fiorillo, poi Fieravante; Fieravante fa 
Giberto; Giberto, Michele; Michele, Luigi; Luigi, Pipino; 
Pipino, Carlotto Magno. E questo è un punto e finisce 
l'eredità con Roncisvalle '. Ottaviano fa Bovetto; Bo- 
Tetto fa Guidone; Guidone fa Buovo d'Antona, Buovo 
d'Antona fa quattro figli, ed il maggiore è Sinihaldo; 
qiiesti fa un figlio : Ghiaramonte , e fabbrica il regno 
di Ghiaramonte. Ghiaramonte fa Bernardo ; Bernardo 
porta cinque figli, e sono: Ottone, che governa l'Inghil- 
terra, Bovetto , Amone , Leone IV pontefice di Roma 
e Milone d'Anglante. Milone porta Orlando; Ottone porta 
Astolfo; Buovo d'Asmonte porta Malagigi e Viviano; 
Amonc porta Salardo, Riccardo, Ricciardetto, Rinaldo 
e Bradamante femmina, e son cinque. Garlomagno porla 
pure un figlio , e si chiama Durando ; Durando porta 
un figlio , e gli dà per nome Luigi ; Luigi fa quattro 
figli: Cafìero Bilione, Sinilbaldo padre di S, Rosalia 
nostra protettrice, Balduino, la principessa Ester fran- 
cese, e questa diviene sposa (ti Rinaldo il furioso, che 
diventò re di Gerusalemme per Torquato Tasso ; ma 
questa non è una storia molto antica , e coi paladini 
non ci ha nulla che fare. 

" Ma qui lasciamo, pcrchò corriamo pericolo di per- 
derei. Se volessimo toccare solo di tutte le famiglie, 
una giornata intiera non ci basterebbe; una cosa diro 
soltanto, che ì paladini piìi valorosi son dodici, e sono: 
Orlando, Rinaldo, Olivieri, Oggeri, Salomone, Guglielmo, 
Marco, Matteo, Gulio (sic), Vilia e BìHnceri, Sansone, 

' Poi* tutte queste storie il FeiTUi-i impiega sessanta giorni. 



Homdb, Google 



Sansonotto e Astolfo d'Inghilterra , chiamato il Gran- 
duca del Pardo. 

" La prima spada dei Paladini era Orlando, che nac- 
que con la virtìi di non poter essere ferito, fin dal ventre 
di sua madre, e la virtìi l'avea alla pianta del piede destro; 
e nella coscia sinistra avea una rosa biancastra, Rinaldo 
avea la virtù di vincere nominando le tre Persone Divine, 
e riusciva a spaccare le pietre; egli nacque con un poliz- 
Zino nella mano chiusa, nel quale erano scritte queste 
parole : " È nato Rinaldo per virti^i del Padre, del Fi- 
gliuolo e dello Spirito Santo, e nominando queste tre 
persone fende anche le pietre. 

* " Se poi parliamo di Garlomj^no, egli nacque col pu- 
gno chiaso, l'a. 1014 al tempo che governavano Lan- 
froi e Tarigi bastardi ; visse 140 anni , e dopo Ron- 
cisvalle si perdette di coraggio ; ma ai suoi tempi fu 
la prima spada di Francia „, 

Se qualche caltore di storia cavalleresca ha nnlla da 
osservare, si rivolga a Salvatore Ferreri, via Pignatellf 
Aragona , n. 76 ; ma ci pensi due volte a mettersi in 
discussione con lui. soprattutto in argomento di genea- 
logia. Il Ferreri non la cede a nessuno per memoria, 
e sa quanti peli ebbe in barba fin l'nltimo dei cristiani, 
e ehi di essi la portasse lunga, e chi corta e chi rasa 
affatto. Lo sbaglio di numero nella rassegna dei dodici 
paladini maggiori è una mistificazione, che pur ricom- 
parisce nella poesia popolare cavalleresca. 

Il nostro contastorie prosegue le sue informazioni: 

" Il mio racconto dura due ore, due ore e mezzo , 
secondo la storia che ho per le mani e la gente che 



Ho^tedby Google 



LE TRADIZIONI CAVALLERESCHE POPOLARI . 207 



Tiene. Quando salgo là sopra, la storia l'ho bell'e pronta, 
perchè ie cose mi vengono in testa come se io le ve- 
dessi; e una parola non è fluita che l'altra è h all'or- 
dine (^ro»*ia). Com'è il gomitolo del refe? svolto da un 
lato, prosegue a svolgersi dall'altro, finché poi ne. viene- 
il capo; ma nella mia testa questo capo del refe non 
viene mai, perche la storia non ha fme. 

" Qualche volta poi fo qualche parabola (paragone), 
perchè nello stomaco della roba ce n'ho, ed agli udi- 
tori queste «ose non dispiacciono „. 

— Ma queste storie che si contano dei paladini di 
Francia, chiesi io una volta al Ferreri, sono esse vere ? 

— " Queste cose che si contano forse non tutte son 
vere; ma un fondamento di verità debbono averlo. Ri- 
naldo, Orlando, Carlomagno esistettero; ma le storie 
poi li abbellirono. 

" Tant'è, la gente ci si diverte molto, e se io avessi 
a contar loro altri fatti, s'annoierebbe, e vorrebbe sen- 
tire la storia. A Rinaldo tutti vogliono un gran henei 
e quando sanno che lo l'ho per le mani (ne conto la 
storia), guadagno di più, che la storia dei paladini piace 
loro pili dei pane. Se io non contassi questa storia, 
potrei chiuder bottega. A proposito dei paladini tutti 
sono d'un sentùnento. Ammirano Orlando, ma non se 
ne curano gran cosa, perchè cercano di Rinaldo, e vi 
è il motto : E chi si' Binardu a lu mtmnu ? e si dice 
di chi se la piglia con chicchessia, e ovunque si volge 
trova da ridùe. Ma di questioni ce n'è sempre , e chi 
parteggia per uno e chi per un altro dei paladini, e 
discute su qualche punto, e si è contenti quando 
prepara qualche battaglia. 



Ho^tedby Google 



208 «SI E COSTUMI 

" Io che conobbi, a' miei tempi. Maestro Pasquale e 
Maestro Antonino , posso dire che ebbero i loro sco- 
lari, ma anch'io ho avuto i miei, e qualcuno è riuscito 
grazioso. Vito lo scarparo, che racconta a Porta San- 
t'Agata, lo avviai io, e v'è pure il figliuolo di Camillo 
Camarda. Camillo era sboccato, e raccontando parlava 
osceno. Oh che è mai questo ! Se s'ha a dire che quel 
tale sverginò una ragazza, io dico che le fece uno sfreg- 
gio. E così bisogna fare ! perchè le parole scostumate a 
chi piacciono degli uditori, a chi no; ma più no che si „. 

A compimento di questa autobiografia orale aggiungo 
poche osservazioni mie e un po' di ritratto del Ferreri, 

Maestro Salvatore, che vive in onorata povertà, e 
non lascia passar giorno senza udir messa nella vicina 
chiesa di S. Francesco di Paola, racconta in un ma- 
gazzino, innanzi a un centinaio di uditori. Coi pochi 
soidì che ricava p^a la pigione, compra un pezzo di 
pane, e nei giorni felici d'inverno cuoce una minestra 
pgr lui, per la moglie ed una figlia adottiva, una gio- 
vane che egli prese bambina fra le trovatelle e crebbe 
e sposò ad un manovale. L' inverno, così crudele pei 
poveri, è sempre il benvenuto pei contastorie; gli udi- 
tori son più numerosi, crescono il doppio, il triplo del 
numero ordinario, e fanno ressa attorno al narratore. 
Non sono essi venditori ambulanti d'acqua, spacciatori 
di seme, fruttivendoli, pescatori , che in estate hanno 
merce da vendere e soldi da guadagnare ? Ecco perchè 
d'estate disertano, per tornare d'inverno. 

Magro di corpo ed asciutto, 'il Ferreri ha una fiso- 
nomia che può significare moìto mgegno naturale od 



Ho^tedby Google 



LE TRADIZIONI CAVALLERESCHE POPOLARI 209 

anche un non so che di scimunito o di fatuo. Fronte 
lai^a, occhi rientranti, nascosti sotto folte soppracciglia, 
ed uno, in certa guardatura, un po' tendente allo stra- 
bismo; bocca larga, mento schiacciato e corto. La vista, 
indebolita o piuttosto travagliata da incipiente cate- 
ratta, non gli fa discernere chiaramente gli oggetti, e 
nell'affissare alcuno a controluce fa riparo della mano 
all'occhio malato. L'asma ch'egli accusa è invece uno 
spasmo della glottide, che in certi giorni gl'impedisce 
di raccontare a lungo, cosa di che egìi rimane deso- 
lato pili che della perdita materiale de' pochi soldi della 
giornata; perchè è-proprio nel meglio, che il respiro gh 
manca, quando, disposti i suoi eserciti, generale in capo, 
li dee condurre alla mischia , o spingerli all' assalto, 
ed ha maggiore bisogno di forza , vigore e fiato per 
gridare, agitarsi, commuovere. Egli, che s'interessa tanto 
dei suoi personaggi, non sa rimanere tranquillo; e sic- 
come la battaglia , il duello è condimento necessario 
delia storia in corso, così le cause occasionali dell'ac- 
cesso non sono infrequenti-Nella morte dei paladini, p.ei, 
un parosismo è quasi inevitabile , perchè egli piange 
davvero. Me ne appello , tra gli altri miei amici che 
l'hanno voluto conoscere, al Conte de Jacquemont, che 
anche lui ebbe vaghezza di udirlo. Il mio egregio amico 
non mi darà dell'indiscreto se dirò che la commozione 
con la quale il Ferreri gli raccontò la Rotta gli fece asciu- 
gare qualche lagrima involontaria. Nel settembre del 
1875 lo conobbe in casa mia il carissimo e dotto M. Ga- 
ston Paris, e rimase letteralmente stupito di quest'uomo, 
che, analfabeta, sa raccontare per piìi di 18 mesi di 

O. PiTRB — Usi e Costum.i, voi. L 14 



Ho^tedby Google 



210 USI E COSTUMI 

seguito storie sempre diverse senza omettere una cir- 
costanza, senza dimenticare un nome! 

Al conto di Maestro Salvatore assiste sempre una 
donna, magra quanto lui, ma più di lui spedita nei 
parlare e nel gesticolare: sua moglie. Chi pratica con Io 
zoppo, impara a zoppicare, dice il proverbio; e Donna 
Rosalia Genova (in Palermo Donna si dice a qualunque 
donna che non sìa del yilissimo volgo, ma del basso) 
ha imparato tutto quello che sa Maestro Salvatore, 
analfabeta quanto e più di lui, che è analfabeta tipo. 
E come no, se nel magazzino deì conto essa ci sta, come 
si dice, di casa e di bottega, e mentre egli racconta, 
lei fa calza e sente, e con lieve tremolio delle labbra 
precorre alla parola che il contastorie ha da pronun- 
ziare ? Quando gli è daccosto , essa gh getta a bassa 
voce un nome, che egli non dimenticherebbe certamente, 
ma che, gli ricorda la premura della sua buona com- 
pagna. Ella stessa si commuove, gioisce, palpita per gli 
eroi e le eroine delia leggenda, e non sa trattenersi, a 
racconto finito, di esclamare che quel passaggio è ve- 
ramente bello, uno dei più belli di tutta la storia. Donna 
Rosalia sarebbe buona a raccontare lei stessa se per 
inabilità fisica Maestro Salvatore non potesse più farlo; 
ma a ciò si opporrebbe l' uso e la decenza , che non 
consentono alle donne di far da contastorie; e poi per 
lei sarebbe una desolazione: non avendo al mondo altri 
che lui, il suo benamato Maestro SalvatuH , che essa 
ama, stima ed ammira, e col quale, secondo ì' antica 
abitudine domestica, tratta con affetto rispettoso dan- 
dogli sempre del voi, che nelle nuove coppie della pre- 
sente generazione è stato soppiantato dal tu. 



Ho^tedby Google 



LE TRADIZIONI CAVALLERESCHE POrOLARI 211 

Lasciando il Ferreri, mi è cavo di rimandare il lettore 
aWappendice II del presente studio , nella quale rife- 
risco intero il racconto delle Morte dei Paladini come 
egli suol farlo ai suoi uditori, e come più volte lo ha 
fatto a me e ad altri che con me l'hanno udito. Questo 
racconto fu quasi stenografato la sera del 3 die. 1885 
quale uscì dalia sua bocca. Se v'è qualche parola supe- 
riore al dialetto popolare, non importa, II racconto dei 
contastorie non è il racconto delle novellale, perchè il 
romanzo cavalleresco non è la fiaba, specialmente nel 
dialoga, che in quello ai presume solenne, elevato e 
naturalmente mchmevole alla italianità di forma. Gio- 
verebbe, credo, metterlo a confronto del racconto della 
Botta di Boncisvalle del cantastorie chioggiotto Erme- 
negildo Sambo fattoci conoscere da Guido Fusinato *, 
e col racconto simile di altri hbri. 

Chi non è m Palermo e vuol sapere di altri conta- 
storie siciliani, ne troverà nei capi-provincia e nelle 
principali città dell'isola: due in Messina: uno cieco, 
al Gigante, sotto il Nettuno, nel Porto; un altro, giovane 
sui quarant'anni , rimputto la chiosa di Porto Salvo. 
Entrambi hanno il mare, immenso come la loro me- 
moria, davanti. Due altri sono in Catania, uno de' quali 
alla Marina, sotto il Seminario vescovile; uno in Sira- 
racusa, soprannominato Binaìdu, in Piazza Marina; un 
altro ancora, fino a pochi anni sono, in Rosolini, nella 
stessa prov. di Siracusa '; uno in Castelvetrano (pro- 

1 Vedi il cap. V del presente studio. 

• In bocca a qneato contastorie ora morto è messo il Ca/a farina. 



Ho^tedby Google 



212 ¥SI E COSTUMI 

Tincia di Trapani) ecc. Salvo poche eccezioni, i nostri 
contastorie menano vita piuttosto stentata, ma non 
sanno abbandonarla anche coli' attrattiva d' una vita 
migliore. 

La storia de' paladini è raccontata anche in qualche 
famiglia, e si sa di un certo Patuano fuori Porta San 
Giorgio che alcuni anni fa ridusse a dovere i figliuoli 
indocili di freno , solamente col conto. Essi rientra- 
Tano in casa la sera a tarda ora, e non e' era verso 
che mutassero vita. Che fare ? Un bel giorno ii padre 
invita in casa un contastorie, e chiama i figliuoli a udirlo. 
Nessuno mancò; e tutte le sere prima che abbaiasse, i 
nove %Iiuoli dì Stanislao Patuano faceano a chi primo 



■raoeonto' X'opolare di Faustino Maltese, notajo in Rosolini (Pi- 
renze, tip. del Vocabolario 1873], il quale così comincia : 

« in Sicilia, anche quel del Cantastorie è uii mestiere, col quale, 
specie i ciechi, J^rovan modo, quantunque assai sottilmente, a reggere 

« Tra il corredo dei loro racconti, oltre queUi del Meachin Guerrino, 
dei Reali di Francia, dei Beati Paoli, v' ha pure quel di Cala Farina, 
che, sebbene svisato dalla traditone, e dalle lascivie della immagi- 
nazione, ricorda un tratto di storia siciliana, e le simpatie del nostro 
popolo per Maniace, capitano greco mandato dalia corte di Costan- 
tinopoli a scacciare i Saraceni, non per hberaie la Sicilia e prospe- 
rarla; ma per averne il dominio e tornare a cacarne tanto grano, 
quanto un tempo da tutta Italia» (p,^. 

Questo cantastorie « era un vecchierello cieco, che stava di cata 
sotto la sagrestia della Chiesa Nuova (Rosolmi), e mv èva, quantunque 
a stecchetto, dei suoi racconti, di lavori manuali, e di ìiinosma» 
(p. 9). 



Ho^tedby Google 



LE TRADIZIONI CAVALLERESCHE POPOLARI 213 

! a casa per anelare a sentire il simpatico, il 
graditissimo conto. 

" In un paese di Sicilia, (scrivea l'Emiiiani-Giudici) 
posto nell'interno dell'isola e nel quale, non sono molti 
anni, seguiva uno spettacolo popolare, in tutto simile 
a quelli che avevano comunemente luogo nel medio 
evo ; nel quale tuttora il teatro , ove non rappresenti 
la passiono di Cristo e i drammi sacri, è un peccato 
capitale, il ballo un sacrilegio; in quel paese in cui lo 
incivilimento patisce un ritardo di parecchi secoli , e 
quindi serba costumi, quasi impossibili a supporsi che 
esistano a' dì nostri; in quel paese dov' io passai pa- 
recchi anni della mia fanciullezza, rammento — e spesso 
deploro que' cari tempi d' illusione sparita — com' io 
nelle lunghe serate del verno mi stessi ad udire il rac- 
conto delle avventure de' Reali di Francia', in casa di 
un gentiluomo dove raunavasì una brigata di elette 
persone d' ogni sesso ed età. Il raccontatore era un 
uomo ancor verde neOa sua vecchezza, di costumi sem- 
phci, ottuso ad ogni altro esercizio ma fornito di un 
ingegno maraviglioso nell'esporre. Il libro de' Reali gli 
serviva qual repertorio di schede, qual taccuino di note : 
ma egli modiflcava, cangiava, inventava nuove situa- 
zioni, stranissime e speciose avventure, disegnava nuovi 
c^atteri, coloriva con tinte freschissime, e, senza che 
se ne accorgesse, improvvisava poemi. I! consesso, che 
stava per quattro o cinque ore pendendo dalle labbra 
di lui, abbandonavasi al tumulto delle varie passioni; 
che il narratore, come fosse il tiranno de' cuori dì tutti» 
sapeva destarvi. Riseppi poi che tal costume era co- 



Ho^tedby Google 



114 USI E COSTUMI 

mune a molte terre interne clDll'isola, e anco mi venne 
fatto vederlo in Palermo nei basso popolo „ '. 

In forma di episodi e di leg-gende isolate alcune delle 
storie romanzesche finora cennate si raccontano come 
novelle popolari ; ma nessuno ìe considera come no- 
velle , e nel dirle avverte che fanno parte del tale o 
tal altro romanzo del ciclo d'Orlando, di Garlomagno, 
di Rinaldo e di altri simili. Il seguente esempio, da me 
trascritto ad literam dalla bocca d'un arrotino ambu- 
lante, può dare un'idea della maniera facilissima onde 
il nostro popolo s'è assimiiato, non dico le più modeste 
leggende cavalleresche in prosa , ma i poemi roman- 
zeschi più elevati come VOrlando innamorato, dal quaie 
il nostro episodio è preso. 

" C'era 'na vota un re chiamatu Galafruni, Stu Ga- 
lafruni avia du' figghi: unu màsculu e una finmiina; 
lu màsculu si chitiinava Argagghia, e la fìmmina An- 
cèlica. Gei dici lu patri: " Va 'n Parigi di Francia tu 
e tò frati, e ti fai maritari dì (da) lu 'mperaturi Gar- 
rumagnu; a cui ti voli dari iddu, ti duna,,. 

" Pàrtinu e vannu 'n Francia; si prisintaru a Carni 
e cci dissiru chi eranu fìgghl dì Galafruni: " Maistà, me 
patri nni mannò ccà, e dici ca a cui cci (le) vuliti dari, 
cci dati,. 

" Ora pi maritari a sta picciotta, Carriimagnu avia 
a fari 'na festa; e mannò a 'mmitari a tutti li Spagnoli 
parenti d'iddu: Marsiliu, Bulgaranti frati di Marsiliu, 



Ho^tedby Google 



LE TiiAD!Z!ONI CAVALLKHESCHE POPOLARI 115 

Farsadonna e Bcggiardina, tutti frati, e Farrauttu figghìu 
di Farsadonna. Jamu ca comu arrivaru 'n Parigi di 
Francia tutti sti guirreri si 'nnamuraru d'Aucèlical 
Dissi Carruinagnu : " Ora beni : p' 'un fari disparità, 
niscemu li pelisi {tiriamo la sorte); cui nesci, sì pigghia 
ad Aneèliea ,.— " Adàciu, Maistà, dici Arg^ghia. Cu' ab- 
batti a mia, io cei dugnu a me soru pi mugghieri,. 
Farrauttu Tuleva ad Aneèliea senza tìrarì né bussulu 
né nenti. " Allura, cci dissi Garrumagnu, si tu vói ad 
Aneèliea, tirati {combatti) cu Ai^agghia, e finisci,.— 
" Mai {no), 'un pò essìri ! La vogghiu senza jiri a eum- 
màttiri, massinnò mettu pi tutti {altrimenti comincio a 
picchiar ttdti). AU'urtimata {finalmente) vuàtri Francisi 
chi vi sintiti? Chi vi pari ca nuàtri Spagnoli nni scan- 
tamu {abbiamo paura) a stari 'n facci a vuàtri ? Ma io 
mancu vi viju! Di unu sulu mi scantu: di Rinardu; 
veru é eh' è francisi, ma Joca chiummusu {fa del male), 
e quannu duna vastunati, li duna boni,. — "Com'è! 
dici Garrumagnu, 'Unca (dunque) Rinardu 'un è fran- 
cisi? ,— " Basta, Maistà: io vogghiu ad Aneèliea. Vostra 
Maistà chi dici? e'hè ghiri (che ho da andare) 'n facci 
ad Argagghia ?... E io eci vaju„. 

" Si prisintò 'n facci ad Argagghia ; si pigghiàru h 
lanci 'n manu, e carricàru 'nta un corpu (e caricarono 
in un colpo) agguali tutti dui. Ma la lancia d'Argagghia 
era 'ncantata, e abbattìu a Farrauttu, e fuìju pi lu 
sdisonuri ch'avia. Argagghia, 'n vidennu vèniri poi tutti 
li paladini, vitti la carta mala pigghiata, e fuìju. So 
soru pigghia l'aneddu (ch'avia n'aneddu 'nfatatu), si lu 
metti 'mmucca e spiriscì. Iddu si misi a eavaddu a un 



Ho^tedby Google 



116 USI E COSTUMI 

eavaddu ch'avia, chianiatu Rabbicanu, e spiiìu. Lu Far- 
rauttu nn'arrìstò cu currivu ca 'un potti fari zoccu {ciò 
che) aveva 'n testa. Mirrinu màu (Merlino mago) cum- 
minò Tin scherzu: di fari 'na funtana d' amuri e 'n'àutra 
di sdegnu. L' Ancèlica vippi a la funtana d' amuri , e 
misi a 'dduniari (e cominciò a bruciare) pi Rinardu ; 
Rinardii la java circannu di^ ccà e di ddà; arriva a la 
funtana di sdegnu, vippi, e misi a sdignari ad Ancèlica. 
Farrauttu java circannu ad Ancèlica, e si vippi pura 
l'acqua d'amuri, e cchiù dì cchiù abbampò. Scontra a 
chistu Ai^agghia 'ntaluvoscu di Mirrinu. " — Ti salutu, 
Argagghia, come si'? „ — ' Io bonu „ dici Argagghia. — 
" Ora tu m' ha' a dari a tò soru , dici cu attu 'mpe- 
rativu Farrauttu. — " E io chi l' haju 'nt' 'a sacchetta, 
ca vói a me soru ! Avemu a fari li cosi cu l'occhi aperti. 
Tu TÒ' a me soru; ma sai ca a me som l'havi a maritari 
Carrumagnu, pi ordini di me patri ,. ^ " tu mi duni 
a tò soru, o all'armi ! , — " All'armi ! „ 
' E qui lasciamoli picchiarsi l'un l'altro, sicuri che la 
vittoria sarà per Ferraù ', 



Ho^tedby Google 



m. 

La poesia popolare. 



Se i ricordi ed i cenni piti o mono letterari potessero 
formar documento di popolarità delle leggende caval- 
leresche, importerebbe anzitutto spigolare dì qua. e dì 
là i lavori editi ed inediti de' principali poeti siciliani 
del cinciue e del seicento. Le citazioni sarebbero molte 
e di un certo valore anche pei nostri studi, rivelando, 
se non altro, quale influenza possa aver esercitata la 
letteratura erudita sulla popolare, quali fatti abbia po- 
tuto quella toghere a prestito da questa. In una poesia 
di Antonio Veneziano (1543-92) non mai finora pub- 
blicata, e che si conserva ms. nella Biblioteca Comu- 
nale di Palermo, si leggono que&ti tei/etti 

Lu forti Brandamanti di Ruggen 
Di lu so Ricciardettu Fiur di Spina, 
Fiordaliggi happi lu so cavalen 

La bella donna di Catai Rema 
Angelica non fu preda d'un mora ? 
Di quanti fu Ginevra? Quanti Alcina? ', 

> Segnato 2. Qq D 68. p. 510. 



Ho^tedby Google 



218 USI E COSTUMI 

Quest'altro è in un'altra poesia, egualmente inedita, 
dello stesso poeta: 

Ment'happi Astolfu di 'niiimici xhiauru ' 
Tuceau lu cornu so di Logisditta, 
E di !Ì danni sol fici ristauru '. 
In una poesia di Paolo Maura da Mineo nella pro- 
vincia di Catania (1638-1711), scrittore che seppe ap- 
propriarsi molte forme spontanee ed efficaci del popolo, 

Un birra 

Paria lu stissu Orlannu 'nfuriatu, 
ed un slti'o 

Assumigghiava a 'n 'autru Ferrautu ^. 
Le citazioni potrebbero moltiplicarsi; ma quel che fa 
per noi non è questo; sono i ricordi conservati in mezzo 
al popolo. Fuori Sicilia, nell'alta Itaha particolarmente, 
e' è tutto un gruppo di canzoni popolari sotto vari nomi 
e titoji, canzoni quando esatte e quando sformate , le 
quali non si può dire che spettino al ciclo dì Rinaldo 
o di altro guerriero; ma portano il nome di quell'eroe. 
Tali sono, p. e,, quelle raccolte anni fa dal Nigra in Pie- 
monte e pubblicate toste nella Romania di Parigi ', dove 
delle altre eguabnente italiane ne sono state pubbìi- 

' Mentr'ebbe Astolfo odoro (sentore) di iiemitii. 

' Ivi, p. 526 ; Cornana. 

' La Pigghiata e li camuni di Paulu Mauba di Miniu, nova 
edizioni, ecc., p. 5. Catania Galatula 1871; ed anche ; Paow Mauba 
Poesie in dialetto siciliano con alcune di altri poeti tnineoll, una 
prefas. di L. Capvi^ha. e un fai:~s-ìmite, p. 9. Milano, ISrigola, 1879. 

' T. XI, p. 391-398. Apdle-Luglio 1882. 



Ho^tedby Google 



LE TRADIZIONI CAVALLERESCKri POPOLARI 219 

cate t. Questo non è in Sicilia. Qui la canzone caval- 
leresca propriamente detta manca, o se vi fu impor- 
tata, non riusci mai ad acclimarsì, né a prender mai 
forma dialettale. In Sicilia la poesia romanzesca, ca- 
valleresca, come Tuole intendersi in questo studio, riceve 
la ispirazione dei motivi e dalla storia del libri, raris- 
simamente dalla tradizione; ma la forma che prende 
(dico forma, badiamo) è tutta siciliana, in ottave ora 
a rime alterne, ora a rime baciate. 

Altrove io pubblicai per la prima volta una ventina 
di versi, che mi parvero " frammenti di qualche poe- 
metto romanzesco in ottava rima, „ e che io ricordai 
e ricordo sempre ° di aver uditi nella mia fanciuUezza; 
e so, per sentita dire, appartenenti ad una storia molto 
lunga sopra ì Paladini di Francia, la quale dal primo 
all'ultimo verso andavano cantando per tutta la Sicilia 
i poveri ciechi per procurarsi da vivere ' „. Undici anni 

■ Ivi, p. 585. In tutte queste versioni Z'eroe è chiamato Rinaldo, 
Rinald, Luggieri, L-HU, Carlin. Nelle versioni francesi pubblicata 
dal conte de Puymaigre noi Chants pop, reisueiUis daiu le payx 
messiti, t. I, p. 39, Paria , 1381, da V. Sinith e da G, Paris nella 
stessa Roiruwia, X. 581 e XI, 97, egli è Amaud, Rnnaud, Renom, 
Louis, Leouis; nella portogheee (li J. Leite de Vasconcellos (Rojuii- 
ntii, XE, U4) Jìon Pedro; e nella catalana di D. M. Mila y Fonta- 
nals (ItomanceHllo ratalan, 2' edic. p. 156-l5Sj Son Joan de Se- 
villa, Don Olalbo, Don Francisco. Altre versioni spagnuole ne ri- 
coi-do nel FolJi^Lore betioù-extrmiiefio, I, p. 115-83, 1882-83. Una 
imitayjone no presentò il sig. A. Germain alla Félibrée de laMainte- 
nance de Languedoc del H maggio 1883; vedi Reeue des langmi 
rom., p. 149. Montpellier, sept, 1833. 

' Studi di poesia popolai-e, \>. 14 e seg. 



Ho^tedby Google 



2a0 USI E COSTUMI 

di ricerche hanno accresciuto di quattro tanti i pochi 
versi da me trovati fino al 1873; cosicché abbiamo più 
lunghi frammenti in ottave ora epiche, ora alla sici- 
liana, ora a rime baciate, alla maniera dei rispetti to- 
scani. Corrono sotto il titolo di Storia dei paladini, a 
pezzi e a bocconi , legate nelle interruzioni da poche 
parole in prosa, che formano la tela, e che devono 
essere stati de' versi ora dimenticati. È facile il vedere 
che la parte prosastica è tutta narrativa e che la 
poetica è tutta drammatica. Tra le molte versioni che 
ne ho udite e potuto avere , ire son le migliori , rac- 
colte, una dai prof. Corrado Avolio in Noto, ed ha cin- 
quanta versi; una da me in Palermo , e ne ha ottan- 
tatrè, una da! Salomone-Marino in Borgetto , ed è di 
novanta. Tutte e tre presentano le medesime interru- 
zioni; e della notigiana i' Avolio mi scriveva averla rac- 
colta " da un contastorie, che aveva appreso ii Guniu 
di Hinardu in prosa scontando non so che pena nel 
bagno di Noto; il guai contastorie la recitava decla- 
mando, ed arrivato ad un certo punto cantava la prima 
delle ottave; poi , continuato il racconto , cantava la 
seconda, e così intercalando prosa e poesia, declama- 
zione e canto, iiniva il suo Cuntu ' „. Nessuno tarderà a 
riconoscere in quest'uomo un vero cantastorie. Pressoché 
il medesimo è della lezione palermitana, che io colsi a 
volo dalia laocca d'un cieco, notissimo particolarmente 
al Boi^o, e da tutti chiamato, ed egli stesso heto che 

' Lettera do' 6 novembre 1875. 



Ho^tedby Google 



LE TRADIZIONI CAVALLERESCHE POPOLARI 221 

lo chiamassero così, Owmpari Vannettu (compare [Gio] 
Vannetto); ma i versi non eran cantati, come altra 
volta mi accadde di udire, e come mi è stato ripetu- 
tamente confermato, ma declamati con ima certa so- 
lennità e accompagnati da movimenti rapidissimi ed 
agilissimi che egli facea con una sua inseparabile canna 
americana (senza della quale non l' ebbi a veder mai 
finché visse) imitando gli assalti de' guerrieri della 
storia. 

La lezione di Borgetto è la men breve o la meno 
irregolare; ed io la preferisco alla mia, dalla quale però 
riporto tra parentesi , perchè si possano agevolmente 
distuiguere, i versi che vi mancano e che trovo nella 
palermitana. 

STORIA DEI PALADINI DI FRANCIA {Borgetto) ' . 

" Un guerriero pagano a nome Aquilante era amico 
di altro guerriero pur esso pagano, a nome Arcadio 
(Ar^alia), che possedeva un' armatura bellissima e di 
ottima tempra. Aquilante ardentemente desiderandola, 
non trovò altro mezzo se non quello di ricorrere al 
tradimento; invitato quindi Arcadio ad un duello come 
per semplice esercizio e prova reciproca di maestria, 
nel correr la lancia, mentre Arcadio mirava allo scudo, 
egli mirò diritto al di sopra dell'arcione e passò da 
banda a banda l'avversario. Spogliatolo delle armi lo 



' Dettata da Piati'o Giàimo fabliro-ferraio 'li Borgetto, vaonolta dal 
D' S. Salomone-Marino. 



Ho^tedby Google 



butta spirante in un fiume; ma il tradito Arcadie ebhe- 
la forza di dirgli: " Pensa che non col tradimento, ma 
col valore ai acquistano le armi; e però se onorato 
uomo d'arme ti vanti e desideri conservarti, acquistati 
un'armatura migliore della mia, ma col coraggio eJa 
virtù; e questa che scelleratamente mi rubi , restitui- 
scimi qui nel fiume , dopo nn anno , un mese e un 
giorno a- 

AJl'anno, mese e giorno preciso. Angelica, sorella di 
Arcadio, in agguato tra le canne e frasche presso il 
fiume pensaTa come poter recar la morte ad Aquilante: 
ma in questo, giungendo egli al fiume, ella gh rivolge, 
dai suo nascondiglio, la parola, e simulando Arcadio, 
dice: 

* — Pensa, paganu, e pensa a cu' ondisti 

Lu fiateJlu d'Ancelica sué,ii'iu, 

Dunami l'ennu chi mi pruramittisti 

Pri 'nsma d intra di lu ciumi riu 

Fari ]u tò duviri nun vulisti, 

Ma l'eimu dunamillu puchi è miu, 

Nun ti trubbaii si tiubbatustai 

Chi tu di fidi mancatu mi h&i ' 

' Ma SI tu v6' acquistan un eimu flou, 

Guadagnala e aiquistalu tu onuri, 

Unu l'havi RinaJdu paladinu, 

N'àutiu Orliimu e forsi cchiu migghiuii, 

Unu e dAlmunti, l'autru di Mambrinu, 

L'hannu acqmstatu cu lu so valuri „ 

Cci passdu l'aima, cci fum lu con 

Sintennu oia d'Arcadra sti paliiri 

I Ca di paroii tu maniitu m hii (lo; PitleiMO) 

Ho^tedby Google 



LE TRADIZIONI CAVALLERESCHE POPOLARI 22Ò 

Dici : — " Un patti! ti fa^zu eu, Aculanfi : ' 
Chi nuddu ermu copra la me frunti. 
Ma sulu chiddu di Orìannu [lu] conti, 
Chi riia livatu a lu famusu Alraunti,. 

* Udite queste parole, il pagano sì parte avviandosi 
verso Parigi a portare, un'imbasciata del suo re a Car- 
lomagno. Giunto a Parigi, trova levati i ponti ed e co- 
stretto a chiamare il capitano di guardia ^: 

— " Cala li ponti, o Capitan maggiuri, 
Càia li ponti e lassami passar! „. 

— " Hacci pacenza, caru 'mmasciaturi, 
Sina chi yaju a Palazzo rìali; 
Si pirmissu mi dà lu me Sigmiri, 
Calu lu ponti e ti lassù passari; 
Si pirmissu nim dà lu me Signuri, 
Dumii vjnisti ti la p6' cumprari,, 

— " Gala li ponti, Capitan ma^iuri. 
Cala li ponti e lassami passari; 

Cà m'iia mannatu Re Sbardu-di-ciuri, 
Cà 'na 'mmasciata vi vinni a purtari; 
Ed havi (ed è) chi dumannu stu favuri 
Di stamatina a punta d'agghiurnari. 



' Variante, torse preferibile ; 

Dici : — « Un pattii ti fa:izu ora pronti. 

' Qui son ila riportare i primi quattro versi della prima ottara. 
deUa seguente lezione di Noto. 



Ho^tedby Google 



USI E COSTDM! 

— " Hacci pacenza, caru 'mmasciaturi, 
Sina chi vaju a Palazzu riali; 
Cu licenza di Carru 'mperaturi 
Calu li ponti e ti fazzu passari; 
Si licenza nun dà lu me Signori, 
Dunni vinisti ti nni pòi turnari. 



[— " A pedi vostri, altu 'Mperaturi ! 
Io 'na 'mmasciata vi vegnu a purtari ; 
, Spuntari vitti un feru 'mmasciaturi 
Chista matina a punta d'a^liiumari. 
Si !u vidìti quantu è tradituri! 
Ca sì tramuta a lu sulu parrari; 
Dici ch'è mannatu di Bardu-dì-Ciuri 
Ca 'na 'mmasciata vi vinni a purtari] ' „. 

— ' Sai chi cci ha' diri a ssu fcru latruni ? 
Ca dunni vinni, si uni pò turnari; 
Si no, pri l'arma di )u Diu Macuni, 
Pri spassu e joeu lu fazzu 'mpiccari ,, 
— • Hacci pacenza, caru 'mmasciaturi, 
Ca haju statu a Palazzu riali, 
Sai chi mi dissi Carru 'mperaturi? 
Dunni vinisti ti la po' cumprari ' 
Si no, pri l'arma di lu Diu Macuni 
Pri spassu e jocu ti farrà 'mpiccari ,. 
[A sintirisi fari stu parrari, 
L'arma cci abbruciau a lu 'mmasciaturi], 

1 Come variante, sarebbe da inserire qui tutta la teraa ottava della 
lezione di Noti. 
* Danni vinisti ti la pò' aciiffari {var, Paieiino). 



Ho^tedby Google 



LE TRADIZIONI CAVALLERESCHE POPOLARI 

Varva e capiddi si misi a tirari 
Bistimiannu lu so diu Macuni: 
— ' Chi tutta Pranza si mittissi 'n sella 
A corpTi a corpu 3a disfida .'n guerra I ' 

Vegna Ricardu, ddu fei-u lairimi 1 ' 
E vegna Orlannu cu lu so quarteri 
[Vegna 'u Marchisi Oliveri ed Amuni 
E di la Francia li primi guirreri]; 
Di la Brittagoa vegna Salamuiii, 
Vegna Villa, Vòlia e Bilincieri, 
Di l'Inghilterra Astolfu lu ma^iuri, 
Tutti li paladini e U guirreri. 



Si tu, o Canu, tnbutu nun duni, 
Eu muQtnoggiu li mia Alfana bella, 
Cli liiuntiroggra cu fuiia e timpesta 
E di lu bustu ti scippu la testa' 
" A questo punto s'affaccia Riiixldo, e sentendo tante 
spacconate risponde : 

— ' Talà chi fidi ch'havi stu pagano, 
A ch'havi 'ntinzionì di muriri ! 
Accosta e veni tinnì 'ntra stu ehiariu, 
Ca di Rinardu pruvirai h nianu *. 

1 Facisai oorpu a corpti setTa-setra (var. di Pai.). 

' Neila lezione palermitana è quest'altro verso : 

Chiddu ch'arrobba regni a lì sigmiri. 
■' Più spavalda la variante palermitana ; 

E munta cu gran furia e timpesta, 

Supra lu tronu ti scippu la testa. 
I Nella lezione palermitana Rinaldo parla del pagano in terza par- 
tì. PrniÈ— Usi e^tumi, voi. I. 15 

Ho^tedby Google 



S2b USI E COSTUMI 

Eu su' Rinaldu e su' di Muntalbanu, 
Chiddu chi desi morti a re Mambrinu, 
Morti cci desi ad Acula e Truianu, 
E puru desi morti a Gustantinu, 
Morti cei desi a lu feru Trlstanu 
E puru desi morti a.Nicuìinu^ 
Sett'aJini tinni eu lu munnu 'n guerra 
Pri guadagnali Ancelica la bella. 
" Il pagano a queste parole s'infiamma ancora più, 
e, abbassando la visiera, grida: 

— ' Largu, largu, lassatimi passari, 
Nun mi facitì la rabbia acchianari, 
Si no, pri l'arma di lu diu Macuni 
La testa a tutti vi vegnu a livari , '. 
[Misiru manu a la punceiiti lanza, 
Pigghianhusi lu locu e la distanza], 
Li cavalli si misiru a sprunari, 
Si dèsirn un gran 'ncontru di valurì *; 

' Due varianti di Belletto : 

1. Morti cci' desi e la fora Riggina. 

2. E jmru desi morti a Niculuni. 

Variante di Palermo : 

E detti morti a dda tmja Riggina, 
la quale i^egina , secondo vari popolani, è « Bnnifi Ruenza , guer- 
riera che comlìattaa col martello ». 
* Più regolare la variante di Palermo : 

* Lar^u, largii, lassati passari, 
lo vi lu dicu a tutti, 'n cartìsia. 
Si largu presto nun valiti feri. 
Qualcuno nni struppìo "n cuscenaa mia ». 

' Variante palermitana : 

Lu primo 'ncontru di lii ah valiiri. 



Ho^tedby Google 



LE TRADIZIONI CAVALLERESCHE POPOLARI 

Li lanci SI oci vìnniiu a apizzan, 
E mmaQu uci aiii&taru li tiuneuni 
[Rutti li lanzi e pi I ana sW^ru 
E li tmncuna mmanu cci ainstaiu] 
Misiru niauu a li tagghienti spati 
Si davanu gian coipi di munn 
Rinaldu com un lampa e na saitta 
Di ddu pagano ntu tacla minnitti, 
Jisi k spala cu funa e tirnpesta 
E di lu bustu LCi Scippa li tpsta ' 



" Qui Agramante ha notizia che il suo ambasciatore 
e stato ucciso; raduna i principali di sua Corte, e fra 
un anno, un mese e im g;iomo raduna ad un suo porto 
i re alleati e tutti i suoi tributari!. Fa la rassegna; tiene 
consiglio di guerra, indi salpa per la Francia. Quivi, avu- 
tasi notizia del poderoso esercito nemico che s'appressa, 
Garlomagno raduna i suoi : crea Orlando gonfaloniere 
delia chiesa, e tutti i paladini capi e generali di eserciti.. 
Succede la guerra, e la famosa Rotta di Roncisvalle, 
ove periscono tutti i paladini, meno Rinaldo, il quale 
conosciuta tanta disfatta accorre coi suoi a vendicare 
ì paladini e la Francia, menando orrenda strage dei 
pagani „. 

Senza fermarmi a discutere sull'ordine delia storia e 
sui legami de' frammenti di essa, ordine e legami sui 



' Variante palermitana; 

Lu paganu addivintò 'na gran saitta, 
Ca di Kinardu nni vuiia minnitta^ 
Kiaardu atldi vinto 'na ^ran timpesta, 
Jetta e' un corpu e ccì livò la testai 



Homdb, Google 



228 USI E COSTUMI 

quali c'è molto ma molto da dire, io fo soiamente os- 
servare come i novanta versi della lezione di Borgetto 
qui riferita, sommano a centosei con le a^iunte che ci 
sono nella lezione palermitana ; aggiunte non capric- 
ciose, ma indicate a me da' contastorie e dalle molte 
versioni che ho potuto, durante una decina d'anni, met- 
tere insieme. 

Differenze notevoU ed una dozzina di versi dì più 
offre la lezione dì Noto, la quale perciò merita di essere 
qui pubblicata tutta quanta. 

STORIA DEI PALADINI (Noto). 

Si partiu dì Parigghi stu campiuni, 
Ch'era lu ciuri di li malandrini. 
Si parliu e ghiu unni Bardu di Fiuri, 
'Na 'mmasciata purtau cu granni ardiri: 
— " Cala lu poi^L', Capitan magghiuri, 
Gala lu ponti, e lassimi passarl 
Marmatu su' di Carlu 'mperaturi, 
Purtari 'na 'mmas^jiata, e nun lardar! ,. 

— " 'Bbiati paceiiza, Franchi 'mmasci aturi, 
Sina ca vagghiu a Palazzu rial^ 

Licenza piggìiiu a Re Bardu di Fiurì, 
Calu sti ponti, e vi lasciu passari. 
Su licenza 'un mi duna 'u me Signuri, 
D' unni vinistì ti la puoi cumprari ,. 
Pi pigghiari licenza cu primuri 
Curri ed arr̥a a Palazzu riali. 

— ' A pedi vostri, o Re Bardu dì Fiurì, 
Chi staraatìna a punta d'aggiurnari 
'Ncugnari he vistu dui ammasciaturl 

C un fogghiu 'mmanu e vi vonnu parrari. 



Ho^tedby Google 



LE TRADIZIONI CAVALLCRESC 

Unu ha la tigri, e l'àuti-u lu liuni 
Mi pàrinu du' Franchi capitani; 
Cu' ha lu liuni leni spala 'mmanu, 
Rinardu è chissu, criju, di Muntarbanii^. 

Varva e capiddi si misi a pilari 
Malidicennu !u so Diu d'amuri. 
— " Chi tutta Seontia (sic) ' si mittissl 'ii t 
Di corpu a corpu la disfìdu 'n guerra. 
Caia li ponti e lassili pissari, 
Ca li disfida a st' empia latrimi ! ^ 
Li ponti in chiddu istanti su' abbassati 
E hannu trasutu du' cani arrabbiati. 

— " Ju cu tia parru, Re Bardu di Fiuri, 
Dammi lu tò tributu e nun tardar!; 
Mannatu su' di Carru 'mperaturi ; 
Lu tributu pi sira ha' a cunsignari. 
Su lu tributu 'un duni 'mmanu ammanu, 
La tò testa la portu a Muntarbanu ,. 

Muntàru 'u seEa e ghicru 'nti 'n gran eh 
E si dunanu corpi di valuri, 
Lu Turcu un kmpu, e Rinardu saetta, 
Di li pagani nni fici minnitla, 
Quannu trummetta pigghiau 'nta li manu, 
Comu 'na fogghia trimau lu paganu. 



1 Seontia, mi avverte il R^aa, non ò Scoiia, come potrebbe so- 
spettai^, ma Scondia, o Sudia (!) della Storia di Fioravamo {cap. 
45 e seg.) e del secondo libro dei Roali (cap. 37 e aeg.) malamente 
mutato da certe edizioni in Scandia, 

Colgo con piacere questa occasione per ringraziare l'ottimo Rajna 
delle belle osservazioiii che fece e, pregato da me, comunicommi per 
lettera sa vari punti del presente lavoro, i3opo pubblicato nella Ro~ 
imnia di Parigi, t. "Nili, lS8i. 



Ho^tedby Google 



ZÒV USI E COSTUMI 

Poi duna coi pi comu na tunpesta 
E di In pettu eci scippau la tfsta 
— ' Largu, Urgu ' Riiiardu dicia, 
Ca M btruppìu n cuscen^a mia 
Su mi faciti \,i labbia acLhianan, 
Tutti V ammazzu pi la fidi mia I , 

Questa lezione, bi ève com'è, ci dà facoltà dì affermare 
che le duo lezioni precedenti di Palermo e Borgetto e 
le altre che corrono nella nostra provincia mancano di 
unità e danno in uno stesso corpo ottave che appar- 
tengono a due corpi, di storie diverse. Tutto il motivo 
delle due prime ottave è tolto di peso sWOrlando fu- 
rioso dell'Ariosto; i versi son tradotti parola per parola 
e qua e là fraintesi e mistificati '; il restante è una sto- 

' Ne giudiulii il lettore. Ecco le (rttave 27, 2S , ZO doli' Orlando 
furioso, e. 1 : 

Ricordati, Pagali, quando uccidesti 
D'Angelica il fratel (clie son quell'io). 
Dietro a l'altT'arme tu mi ppomettesti 
Fra pochi di gittai' l'elmo no! rio. 
Or se Fortuna (quel i^e non volenti 
Par tu) pone ad effetto il voler mio. 
Non ti turimi'; e. se tai'bar ti dèi, 
Turbati che di fé mancato sei. 

Ma se deedr pur hai d'un elmo tino. 
Trovane un alfro, ed abbil con più onore; 
Un tal ne porta Orlando paladino, 
Un taj Rinaldo, e forse anco migliore : 
L'un fu d'Almonte, e l'altro dì Slambrino : 
Acquista un di quei due col tuo valore, 
E questo, e' hai già di laaoiarmì detto, 
FsttBi bene a lasciarmelo in effetto. 

All'apparir che fece all'improvviso 
De l'acqua l'ombra, cgni pelo arriociosse 
E acoloroBse al Saracino ir viso; 
La voce, ch'era per uscir, fermosse. 
Udendo poi da 1 Argalia, eh' ucciso 
Quivi avea già (che l' Argalia nomosse) 
La fotta fecfe cosi ìmproverarse. 
Di scorno o d' ira dentro e di fuor arse. 



Ho^tedby Google 



LE TRADIZIONI CAVALLERESCHE POPOLAK! 231 

ria che con 1' Orlando furioso non ha niente da fare. 
Forse non si andrebbe lontani dal probabile suppo- 
nendo che quei versi sieno il risultato del continuo e 
mal compreso ripetersi delle ottave ariostesche in bocca 
ai più antichi contastorie. Chi ha un po' di pratica di 
queste cose non troverà difficoltà a vedervi una rinno- 
vazione del processo inconsciente del popolo nel ripe- 
tere certe etimologie, che sono argomento di studio pel 
demopsicoJogo. Ma !c altre ottave han tutta i' aria di 
cosa siciliana o felicemente siciìianizzata. Siano esse 
artificiale fattura del poeta, siano opera accidentale dei 
contastorie e di quanti le hanno ripetute, la tessitura 
de' versi ha molta rassomiglianza con quella della no- 
tissima leggenda della Principessa di Carini; fatto da 
non trascurarsi da chi si vorrà di proposito occupar 
di questo argomento. Devesi anche notare qualche re- 
miniscenza classica d'intieri versi appartenenti al Pulci, 
là dove si dice; 

Jisa la spata cu furia e tìmpesta 

E di lu bustu cci scippa la testa; 
versione de' due endecasillabi : 

Irato, con tal furia e con tempesta 

Che gli spiccò dall'imbusto la testa '. 
Il verso: 

Vegna Vìlia, Volia e Bilincici-i 
richiama a quello di Ariosto : 

Avino, Avolio, Ottone e Berlingliiero '. 



• Marcante, e. IH, 8. 

' Orlando furioso, e. XVII, 16. 



Ho^tedby Google 



232 USI E COSTUMI 

un po' dissimile in Pulci : 

Astolfo, Ayiuo, Avolio e Olivieri ' 

Piangevan quésto, e cosi Berlinghieri '. 
ma prima che nell'Ariosto, nel Bajardo ^ e probabil- 
mente anche in altri più antichi. 

Né questi soltanto sono i frammenti di canti o dì 
poesie eroiche conservatici dalla tradizione. Le insi- 
stenti ricerche da me fatte su questo punto mi danno 
ragione di ritenere che altri non pochi debbono esser- 
cene qua e ià per tutta l'isola. So di uomini del popolo 
della nostra provincia che conoscono una storia delia 
Morte de' Paladini " in consonante „, cioè in poesia; ma 
non son riuscito ad averla finora. Nel racconto de' con- 
tastorie è caratteristica la descrizione di certe battaglie, 
dove la forma è solenne, misurata così che non dì rado 
presenta le tracce di ima forma poetica oramai obli- 
terata. Tra' vari brani che potrei addurre mi rimango 
al seguente esempio di prosa mista a poesia; 

" Sona la tramma a forti tonu d'ira 

E cu Rinardu chiama la disfira; 
curaincia lu cummattimentu; si jettanu di carrera atisa, 

E veimu di timpesta e di ruina : 

Trema la terra dì (da) la earpistina 
di li pedi dì ìi cavaddi. Li 'ncontri su' tu-ribuli, pà- 
ranu cu li scuti, 

E runipinu li laiizi e tiuddu cadi; 



Ho^tedby Google 



liì; tradizioni cavalleresche popolari ^33 

lu rmimicu cci duna un gran corpu a Rinardu, 
Ca si 'un avia l'elmu di Mambrinu 
Nn' avia di certa 3u maiu matiou, 
" Rinardu YÌdennu ca 'un putia vinciri lu nnìmicu, 
munta in ira e superba, j'etta lu seutu arreri li spaddi, 
pigghia la spata a du' manu, cafudda un tiiTibali corpu, 
e lu nnimicu sta di càdiri e nun càdiri; replica la botta; 
cadi comu 'na turri pi terra; l'assalta disupra, tàghiacci 
li catinetti di l'ermu; cci tronca la testa. „ 

Qui c'è una lacuna ; ed il racconto continua : " Ri- 
nardu cummattennu e truvannusi 'nta l'acqua di l'a- 
ranci {in brutte acque), ia storia ripigghia a Malaggigi, 
lu gran prufettu nigrumanti di Malaggigi, p' ajutari a 
Rinardu; 

Malaggigi stava 'nta U so' apilunchi 
E quantu senti 'na vuci tunantì: 

— Maistru, malstru, cumanna k maggia, 
Vepia lu duri di la cavallaria! 

Chi è sta vuci tunanti a sta cuntrata 
Dumanna ajutu 'nta la me casata ? 

Cu lu me cori e cu lu me 'atemu 
Mittirò suttasupra tuttu lu 'nfernu, 
" Si vesti di li Scuiopii ', a pedi scansi, fa un circu, 
batti la terra, cu setti spiriti maligni : Nacaluni, Tric- 
chìgnaziu, Varvarizza, Macabeu, Occhi-sicchi, Gamma- 
curta e Sbarra-cipuddi, Dicinu allui'a li spiriti : " Mai- 
stru, maistru. 

Ha' gridata 'nta sti lochi forti 'ntrammi, 
Ubbidienti semu a to' cumanni ' I , 

' Dell'abito religioso dei Padri delle Scuole Pie. 
* Declamato da G. B. Di Stefano servitore. 



Ho^tedby Google 



234 USI E COSTUMI 

Più breve , ma più nervoso è il racconto del com- 
battimento tra Rinaldo e Orlando, come l'ho udito dal 
Ferreri , racconto che si sente ogni volta che e' è un. 
duello tra due prodi e invincibili paladini ; 

" 'Mpugnaau li lanzi ; si jettanu a Ja carrera stisa : 

Trema la terra di la carpistina 

di li pedi di lì cavaddi; 

Spezzami li lanzi e ruddu cadi; 
Rutta la lanza e li truncuna 'n terra, 
Braccia a lu scutu, e durlindana afferra ,. 

Se non che, se invece d'Orlando è Rinaldo che afferra 
la spada, il contastorie dice furberia, e non già durlin- 
dana, e se Oliveri, aìtachiara. 

Abbiamo inoltre fugacissimi ricordi ed allusioni piii 
■0 meno vaghe a persone e cose cavalleresche; ma, che 
io sappia , non facienti parte di poesie o canzoni di 
cavalleria. Famosa è la medesima durlindana di Or- 
lando : 

Dui cosi nnumjnati su' a lu munuu : 
La tò billizza e la spaia d' Orlannu '. 

e v'è chi la desidera, affin di andare in giro pet mondo: 

M' addisiassi la spaia d' Orlannu 
Quantu girassi pi tuttu lu munnu ^. 

' Nei miei Canti jjop. sic., n. 46, e" è sHli per spato. 

» Vedi i miei Canti pop. sicit., v. 1, p. 191. Questi versi corrono 
Sn un caixlfl, che perù fece e fa parte di un' antica (sec. XVI) Hi- 
storia di la bella Affata prisa da li narsali di Bai-barussa nelli 



Ho^tedby Google 



LE TRADIZIONI CAVALLERESCHE POPOLARI 235 



Il quale Orlando, Talorosissimo tra' valorosi eroi della 
leggenda, è quant'aliri mai potente, bencliè non sia re 
di corona; onde ne' nostri canti popolari, uno dice alia 
beila: 

E si' niputi di hi Conti Orlannu; 
un altro , celebrando la grandezza della ragazza sici- 
liana, la decanta 

Figghia di Carruiiiagau 'mperaturi. 
Ma un'altra canzone va tanto in là con la lode che le 
inette sotto i piedi e Callo Magno e Alessandro Magno :. 

(Cu) S&a bianca marni li celi piaciti, 

Lu populu rumanu cumamiati, 

Lisuaniiru Magna a li pedi timti, 

A Cdiru Magna chi lu scaipisati ' 
Non c'è da tener conto di consimili ricordi consacrati 
nel popolarissimo Contrasto tra la Mòrte e l'Ignorante, 
perchè là sì parìa pure di personaggi del vecchio o del 
nuovo Testamento, delle storie antiche e medievali. 
Speciosa è, piuttosto, la seguente notizia che si ricava 
da una storia divota di Gasteltermini (prov. di Girgenti), 
forse del zoifataio Giuseppe Antinoro, dove si mettono 
in combutta Maria ed Alcina in questa stranissima 
maniera : 

prai) vicinit a la lAcafa (Id Palei'iiiD, jicr lo 9tain[)e di Matteo Mayda, 
1566) 8t. 8' : 

En (ni disili la spala eC Orlannu 

Ca gii-aiidu vinoia tuttu lu munnu. 
Vedi pure Salomone-Makino, Stane popolari in poesia, p. 10. Bch 
logoa, 1875. 
' Canto di Coileoiie. Race, ampi., n. 1627. 



Ho^tedby Google 



2àb USI E COSTUMI 

Mar x n lu inimnu sfudiaya 

Ed a ìu Jibiu '5U tuttu scrivia 

Cugnomu Maiieita si chiamava 

Eia 1 s guata di U Fata Arcina 
Li iati Aroma la nttsi a rusaii(?) 

Siiitiennu ca era la Matii di Diu 

Li Ibra ni li fuDLU b jittava 

fantu H vamla e 1 aiduii eh avn 
dòndn M p^^e chp 1 Aleim, avpsse libii lititagione o di 
stregheiia, e che li brucidafee appena conosciuto esser 
la Maì'ia, sua allieva, madre di Dio. 

E qui finirebbe la parte della poesia popolare ro- 
manzesca se la fortuna non mi avesse arriso, premiando 
i mìei sforzi con la scoperta di un prezioso cimelio, che 
corre tuttavia nelle bocche del popolo : ia Storia di 
Fiér-avanti e BizzeH, poemetto in 9S ottave siciliane 
'tdruccat§, cioè legate tra di loro in guL^a che la parola 
ultima dell'ultimo verso d'una ottava faccia rima con 
una parola del mezzo o della fine del primo verso del- 
l'ottava seguente. Questo poemetto racconta, per ser- 
virmi degli argomenti del 2" libro de' Reali di Francia, 
ì" " come il Re Fiorello regnava in Francia e il Re Fiore 
in Darbena., e come a Fiorello nacque un fighuolo col 
niello sopra una spalla dritta da una donna di Baviera 
sua moglie chiamata Biancadora, e il nato figliuolo ebbe 
nome Fioravante, 2" Come Fioravante tagliò la barba 
a Salardo, e come il re Fiorello suo padre ìó feco mettere 
in prigione. 3° Come il re Fiorello giudicò Fioravante 
suo %liuolo a morte per aver taghato la barba a Sa- 
lardo. i" Come la regina riscontrò Fioravante suo fì- 



Ho^tedby Google 



LE TRADTZiON! CAVALLERESCHE POPOLARI 237 

gliuoJo, che andava alla morto , e come fu scampato. 
5° Come il re Fiorello diede bando a Fioravante suo 
figliuolo, e come la regina lo armò, ed armato parti 
verso Balda. 6° Come Rizicri primo paladino ^ Francia, 
andò dietro a Fioravante e come la regina gli diede 
un'erba virtuosa contro i veleni, 7" Come Fioravante 
patì gran fame e come liberò una sua cugina dalie 
mani di tre Saraceni che l'avevano rubato. 8" Come 
Fioravante lottò con Finau,^ e come fu preso. 9" Come 
Rizieri uccise quel Saraceno che era fuggito a Fiora- 
vante nel bosco. „ La storia continua fino al XIV" ca- 
pitolo del secondo libro suddetto dei Reali, e rimane 
improvvisamente tronca , come pare senza preamboli 
incominciata; il che farebbe sospettare, questa storia 
de' Beali essere stata nei secoli scorsi tutta o parte 
ridotta in poesìa, diventando patrimonio del popolo; 
poesia, per chi la sappia gustare, di vero carattere po- 
polare, senza artificio , senza ombra di stento, senza 
neppure ima parola che non sia del dialetto siciliano, 
di quel dialetto che il popolo ha tuttodì in bocca schietto, 
efficace, colorito. In tanta povertà di poemi siciliani ori- 
ginali sull'argomento che trattiamo, questo qui è proprio 
un acquisto, forse non grande per la storia de' poemi 
cavaliereschi in Sicilia, ma certo importante, per la 
poesia e pel nostro dialetto rusticano. 

Chi ne sia l'autore, finché non si trovino documenti 
scritti che ci diano un po' di luce, è quasi impossibile 
il saperlo, sì perchè ci manca, se pure ci è, il principio 
e la fine, e sì perchè , anche trovando l' uno e 1' al- 
tra, molto probabilmente vi si cercherebbe invano 



Ho^tedby Google 



2dO *tJSI E COSTUMI 

il nome del poeta, che nove volte su dieci manca nelle 
leggende e storie popolari profane in poesia. Quanto, 
al tempo in cui nacque, la ricerca potrebbe condurre 
a qualche soddisfacente risultato, ma la esperienza toì 
rende ogni dì più riguardoso in siffatti studi, ed io sfi^go 
a indagini di tal natura, abbastanza pericolose per chi 
si ostini a volerne trarre conseguenze. Questo è certo 
però : che chi la recitò dapprima e poscia la dettò al si- 
gnor Antonino Amico, fratello dei caro e valoroso pro- 
fessore U. A, Amico, un tal Paolo Messina del fu An- 
tonio da Monte Enee (prov. di Trapani), moriva sei 
anni fa, dopo averla dettata (e fu fortuna !) alla grave 
età di 87 anni nel 1879. Il Messina, contadino, aveala, 
come tanti altri campagnuoli, appresa in gioventii da 
un vecchio (e ne diceva il nome), che nei suoi freschi 
armi , come dichiarava al Messina ed a tutti gli altri, 
aveala alla sua Tolta appresa da persona di età, molto 
appassionata di cose antiche. Queste vicende mnemo- 
niche formano delle Storia di Fieravanti e Rizzeri un. 
prezioso documento demograiìco, un documento dialet- 
tale vivo e parlante. Il prof. Amico, a cui Io devo, ed 
al quale me ne professo cordialmente grato, avrebbe 
saputo darmene più minati particolari, ma, distratto da 
cure scolastiche e di famigha, non lo ha potuto mai al- 
trimenti '. Ora poi, che uno de' migliori depositari di 

' I Un affettuoso cenno del Messina, « poeta anche lui, non di vena 
larghissima, ma limpida, schietta s, facev* testé l'Amico nellMr- 
chimn, v. IV, pp. 213-lG (Palermo, 18^) pubblicando per la prima 
volta Lu 'nfernu di san Patrigni, contrasto popolare in poesia. 



Ho^tedby Google 



LE TRADIZIONI CAVALLERESCHE POPOLARI 239 

questo canto tradizionale in Erice, dove esso canto prò- 
babiSmente nacque e meglio si conservò, è morto, questi 
ragguagli resteranno forse per sempre un desiderio. 

Pubblicando ora per ìa prima volta , in appendice, 
la cennata Storia \ ne raccomando la ricchezza della 
lingua a' cultori del nostro dialetto. Nelle seguenti tre 
ottave, che per la loro bellezza amo' di anticipare qui, 
la madre di Fioravante, che scorge il flgHuolo in mezzo 
alla compagnia de' Bianchi assistenti a ben morire, ri- 
chiama a Maria, che, neUa leggenda popolare ', corre 
a Gesù Cristo carico della croce, e piange amaramente 
per lui: 

'Senno 'mmeizu li Bianchi aceumpagnatu, 
Chiandanu ognunu cu cori dulenti 
Dicennu : ~ * Miu Gesù verbu 'iicarnatu, 
Scanzàtilu di morti a stu 'nnuzzenti ! , 
E "ntra stu 'sianti so matn ha 'invatu, 
Ga dì sta cosa 'un ni sapia nenti, 
Dioennu — " Come fu ? Chi cosa ha statu ? , 
E iddu cci arnspusi amaramenti 

— " Vaju a la molti 'mmezzu tanti genti 
Strittuliatu 'ntia sta &urdati^, 
Pi 'il essu'i di Cnstu ubbidienti, 
Haju offisu a la Figghiu di Maria. 
Vaju a la morti e patirò tormenti, 
Accussi voli la fortuna mia. 
A vu', matri, 'un v' airaccumaimu nenti, 
Matri, v' arraccumannu 1' arma mia ! , 

" Vedi Appendice W: floria tìi Fiei-amnti e Rizzeri. 
' Vedi i miei Canti lìop. sicil., v. Il, n. 963. 



Ho^tedby Google 



240 TISI E ruMLMI 

— " Figgìuu di In me curi e l'arma mia, 
Figghiu di lu me con e lu me ciatu, 
Strittuhatu 'ntra st^ suidatia 
Stu corpu tantu beddu ndilicatu ! 
SeiugghitimiUii pi ordini mia, 
Quanta sentu !a cosa comu ha statu ! „ 
Jiu, e ha tiovatu lu Re 'a prueunia (?) 
Cci dissi — " 'Un ce e pirdurm a stu piccatu „ *- 
Prima di lasciare i Beaìi ài Francia va notata que- 
st'alti a notizia 

Un campagnuolo del romuiip di Partinico, Giuseppe 
Emma, che fancmllo imparo a leggere, ma rimase, già 
prima del 1839, illetterato ed incolto, riportò nel corso 
di tre anni in ottave epiche siciliane tutti ì Meati. Questo 
poema , intieramente ignoto a quanti si occupano di 
siffati studi, è compreso in un volume di 680 pagine 
in piccolo ottavo ^ e può dar campo a qualche con- 
fronto con la Storia di Fieravanti e Biszeri; ma, che 
io sappia, il poema dell'Emma, dopo dodici anni che è 
stampato, rimane impolare, per quanto comune nel suo 
paese, e non entra nella cerchia delle nostre ricerche 
demografiche. 

' La leggenda di S^alardo raccolta in poesia albanese calabra da 
Girolamo db Rada colla versione a fronte , venne pubblicata nel 
l^iamtiri Arb'érit (La bandiera dell'Albania) ^ornale di Corìgìiano 
Calabro, an. 1; n. 3, 17, V. VII, 15 Dicembre 1883. 

' Li Reali di Francia, opera riportata in ottave siciliaiie da 
Giuseppe Emma. Palermo, Stab. tipogr. di Frane. Oiliberti, 1871. È 
noto ote anciie I'Altissiìvìo compose sui Reali di f rancia un poema 
in 98 canti, riducendo in ottave italiane il testo. 



Ho^tedby Google 



IV. 
Tradizioni varie. 



Tanto rigoglio e freschezza di vita cavalleresca nel 
leatro, nel racconto e nella poesia popolare armonizza 
pienamente con le tradizioni, le quali assai cose ci con- 
servano nella toponomastica e nel dialetto siciliano. 

Le più antiche, se non mi fallo, son quelle di luoghi. 
Snlla fine del secolo XII, Goffredo da Viterbo molto 
j^rossolanamente cantò nel suo Pantheon che, tornando 
di Gerusalemme, Carlomagno capitò a Palermo, dove 
■" Omne solum Siculi munera solvit ei, „ e che tenne 
111 fonte battesònale un re dell'isola. Erano con luì, tra 
:gli altri prodi capitani, Oliveri ed Orlando : e da essi 
presero nome due monti *. Questi anche oggi si appel- 
lano Munti Oliveri e Ca^u d'Orlannu; il pruno al lato 
settentrionale della Sicilia, presso la foce del fmme detto 
esso pure Oliveri {Helicon degli antichi, OUverias di 
Mauri), il secondo, un promontorio sulla costa orientale 

■' tóoiis ibi stat magnus, qui dicitur esse Rolandua; 

Alter Oliverius simUi ratione vocandus. 

Haec monumenta truoea coiistituere Duces. 

«ì. PiTRÈ — Usi e Cùshtmi, voi. I. 18 



Ho^tedby Google 



342 USI E COSTUMI 

a pari distanza tra Palermo e Messina, sulla cima del 
q«aie è un castello. Quest'ultima tradizione corre tut- 
tora, benché sformata ', ed il capo Orlando è consa- 
crato nel motto leggendario siciliano : 

Gapu d' Orlaniiu e Munti PiddiriEU, 
Miati l' occhi chi vi vidirannu ! '■'. 

Una Turri d'Orlannu fu anche nell'isola di Lampe- 
dusa, ed un castello Oliveri tra Patti e Milazzo. Massa 
Oliwri, detto anche volgahnente Visula dai Siracusani, 
è il promontorio Plemnirium di Tolomeo, una peniso- 
letta che sporge nel porto maggiore di Siracusa '. II. 
fiume Oliverio che nasce dal fonte PulvireUo, è intom». 
a cinque migha sopra il Castello Montalhano (prov. di. 
Messina); e Montalbano è nome d'un popoloso comune 
deUa provincia messinese, d'una antica torre di Palermo, 
d'un gran numero di casati in tutta -l'isola come io sono 
cento altri nomi cavallereschi '. Titoli romanzeschi pre- 

1 Pasqualino Vocabol. SicU., Ili, 360, sui-ive : Orìa.inu promon- 
torio con castèllo in inemoria di Orlando, il più celebro guerriero di 
Carlo Maglio, i! quale venne una volta in Sicilia. » 

» Proverbi finiliani, v.lV, p. 353, e IH, 136: e iVMoue Effeme- 
ridi siciliane, serie III, voi. X, p. 315, 

' Pasqualino, op. cit.. Ili, 70; Mobtlllaro, Nhobo Vocab. sicll. 
Hai., p. 966, 2. ediz. 

' Nel suo Palermo restaurato, lib. II, il gentiluomo palermitano- 
Viitc. Di Giovanni (sec. XVI) ricorda una Torre di Montalbano presso* 
la cMesa delia Mercè in Palermo. — D'altro lato « Bcorrendo la to- 
pografia d'Italia, troveremo valli e montagne, antri, ediflzi eruine. 
dove tradizioni e ttammenti d' epopea carolinga si abbai'bicarono. » 
Vedi Una leggenda araldica e l' Epopea carolingia neW Umbria. 



Ho^tedby Google 



LE TRADIZIONI CAVALLERESCHE POPOLARI 243 

sero altresì parecchie delle più diffuse nostre novelline, 
come Se Fioravanti, VAneddu d'Ancdica \ e piò d'una 
di esse parlan di giostre e di tornei. 

Meno antichi, ma certo secolari, sono alcuni tra' nomi 
personali più celebri nella storia de' paladini, divenuti 
nomi comuni ed appellativi in tutta l'isola. La pessima 
fama della Casa di Maganza si traduce nella ingiuriosa 
qualificazione di Cani di Maganza (Gano di Maganza), 
ovvero di Maganzisi, che è la peggiore delle ingiurie, 
perchè accusa di tradimento, il delitto più infame anche 
per Dante non che pel nostro popolo. Be Fippinu si- 
gnifica gobbo; Pilucani dieesi di persona che vada cer- 
cando e fiutando dappertutto , Giganti Farratcttu di 
uomo spropositatamente alto e materiale; Malagigt, no- 
mignolo di prete magro , stecchito , con abito talare 
molto eorto, nìcchio ed occhiali, il quale nell'andatura, 
nel parlare abbia de! negromante; Brunellu, di sciocco 
spregevole, E non mancantrlie perifrasi, le antonomasie 
proverbiali. Già nel secolo XVni qualcuna ne fu scritta 
e conservata; e notevole tra tutte è la qualificazione dì 
avarizia e tirchieria che s'intende nel motto Oarrumagnu 
cu lu pugnu chiusu ", curaunissimo anche oggidì. H moda 

Documento aulico pubtóicato da A. D'Ancona ed E. Monaci, {>. 7-8. 
Imola, tip. I Galeatì e Aglio, 27 novembre 1880. Vedi pure Tohraca» 
^tu'li di Storin Letteraria napoletana, pp. 151-164. Livorno, 188*.. 

' Vedi Fiabe , Novelle e Paceonti iwpoi, sicil., voi. II, p. 316, a 
I, p; 404, n. XLVra. 

' Alkssi , Nolisie della Sicilia, lettera B. dei « Gerghi, Bspres- 
aioni e fraai sidliane usate principalmente in Palermo ». Ms. segnato 
Qq H 44 delia Biblioteca Comunale di Palenno. Cfr. Castagnola, 
Fraseologia si colo-toscana, p. 325. Catania, 1868. 



Homdb, Google 



244 TISI E COSTUMI 

proverbiale Fàrinni quantu Carru 'n Franala si usa 
da noi come in tutta Italia e in Francia ' per signi- 
ficare : far molte e grandi cose , far mirabilia ; e non 
occorre fermarcìsi. L'altro, usato quando si vuol mutar 
discorso : Parramu di Et Carru, non sarebbe anch'esso 
un'allusione a Garlomagno ? A me pare dì sì, e mi pare, 
se non nato, probabilmente perpetuato dai contastorie 
nei passaggi delle loro narrazioni. Nel ritratto del Fer- 
reri c'è un motto che si riferisce a Rinaldo. Allo stesso 
sire di Montalbano allude il motteggio che si è usi ri- 
Tolgere a chi vuol far lo gnorri, a chi braveggia : Chi 
ti senti Rinardu di Muntarbanu ? — Richiamandosi poi 
alla leggenda di Euovo, che andava in cerca della sua 
Drusiana, divenuta Trusullina nella tradizione {Donna 
TrusulUna chiamiamo una donna volgare e pettegola, 
che metta mani e bocca i;i tutto e per tutto) , a chi 
domandi per Dio' qualche favore, in tono canzonatorio 
Tisa ricantarsi : Facitilu pi V amuri di' Diu e di Bovu 
d'Aniona, ch'era un ìyranu cavaìeri a stumunnu ! ricordo 
fedele delle parole che si leggono in un luogo de' Reali ' 



1 ffare jiiù ohe Carlo in Francia , ita!. ~ Il n fait plus qao 
Charles en France, frane; Lb Roux db Lincy, Proverbes frane, 
V. II, p. 32, scrive: «Questo proverbio che si applica a persona che 
abbia compito grandi imprese aflade alle lunglie e disastrose guerre 
che Re Cario VII" sosienne con gì' Inglesi per riconquistare il sno 
regno. » Ma non potrebbe invece alludere a Garlomagno secondo la 
tradimne romanzesca ì 

' Lib. IV e. 23 (Cow Buono andò al pa/as:o di Drusiana] e 
il testo veneto pubblicato dal Rajma, v. 1209-10 (p, 521 del voi. in- 
violato Ricerche intorno ai Reali di Francia. Bologna, 1872). 



Ho^tedby Google 



TRADIZIONI CAVALLERESCHE POPOLAR! 245 



II quale Buovo è pure consacrato nella frase popolare : 
Fari lu Bovu d'Antona '. . 

Raccomando a' futuri vocabolaristi siciliani questa 
dozzina di modi proverbiali, da me ripescati, non già 
nei libri de' poeti più o meno celebri, come finora s'è 
fatto, ma nella fonte viva e perenne del dialetto parlato. 
Poco importa poi se i vocabolaristi torneranno a regi- 
strare l'antica qualifleazione di paladinu per uomo di 
statura alta ', uomo valoroso ', ed il modo avverbiale 
a la paladina, come a dire: subito, stans pede in uno, 
sur-U-ohamp; e la voce pupiUdu e ]ocu di li puptddi, 
registrati nella metà del settecento dal Del Bono, quello 
come un " fantoccio di cenci o legno, di cui si va^liono 
ì ciarlatani a rappresentar commedia* buiattmo „, que- 
sto per: " Commedia rappresentato da tab fantocci * ,. 
Né ciò è tutto. 

Uno de' passatempi pììi graditi de' nostri fanciulli e 
quello del Jocu dì li paladini Quindici, venti o più di 
essi scelgono un capo, padrone assoluta di comandale 
quel che vuole pel buon andamento del gmoco Egli 
rappresenta Carlomagno, e divide m due schicie i gio- 
catori : una di cristiani, una di pagani, battezzando gli 



' I Bolognesi dicono ironieamenle ''IM dia ra..,a cC Bau d An 
touna ? (Siete della razza di Bovo d Aiitona !) per dire sieUi lìi «tirpe 
antichissima e valoi-osa ? 

' M. Del Bono, Dizionario Haliatto-ilaliano, alla ■voip Paler- 
mo, ],T5I-1752. 
' A. Traina,. ìiuooo Vocabolario stcrltano-ital,, -ùìa, ^occ 
' Questa conimediole rappresentate dai pupnidì taslitins' ono il 
cosi detio Ttttùi, di che vedi VApìiendice V 



Ho^tedby Google 



lib TISI E COSTUMI 

uni Rinaldo, Ricciardetto, Milone, Ruggiero , ecc.; gli 
altri Agoiante, Ferraii, Tamburlano, Pulicardo, Learco 
ecc. Un'Angelica, o Marfisa, o altra dama non può man- ' 
care. Compartite le schiere, Carlomagno aringa i pa- 
ladini eccitandoli a batt^lia contro gl'infedeli nemici 
della Lristianita Finita la diceria , ■che è un'invettiva 
contio 1 pagani, comanda che uno alla volta i suoi 
paJadim s avanzino, e con lui un altro di parte con- 
traila Lhi primo riceve un colpo mortale cade per terra, 
e VI nmane sino alla fine del duello, salvo ad alzarsi 
subito se ingombra il terreno. Al caduto, altro ne su- 
bentra della parte medesima, che ne prende il posto 
nella pugna; e quando non c'è più nessuno in piedi 
altro che il vincitore, questi riceve da Carlo la dama in 
premio. Accade che qualche giostrante (che in fondo 
non sì crede di fare se non una giostra, e di giustra 
parla sempre l'imperatore) prenda la fuga: allora l'av- 
Tersario lo insegue, e se Io raggiunge e ghermisce, lo 
atterra. La fuga, secondo la cavalleria, non è compor- 
tabile ne! paladino, ma solo nel pagano, che rappre- 
senta sempre la parte odiosa del vile spavaldo e del 
perditore. 

Nel giuoco A lu 'Mmasciaturi un numero indetermi- 
nato ma non piccolo di ragazzi si divide in due schiere, 
dette, l'una di Ite Pippinu, l'altra di Be Fartugallu. 
Re Pipino è innamorato della figlia del re dì Porto- 
gallo, e manda senza tanti complimenti un messaggio 
chiedendola in Isposa. Il fanciullo che fa da messaggio, 
giunto alla presenza del re, s'Inginocchia, e dice: A 
pedi di So Maistà ! mi manna lu me Me, re Fippinu, 



Ho^tedby Google 



LE 'l'RADIZIONI CATALLERESCHE POPOLARI 247 

m noli a vostra figghia, niasinnò si fa guerra corfu a 
corpu. Re di Portogallo lo rimanda indietro, e per un 
suo messaggiere manda la risposta : A pedi ài So Mai- 
sta ! Mi manna lu me Re, re di Pari/ugallu. Dici caa 
so fyghia 'un m la voli davi (dice che non vuol darvi 
sua figlia) ; e torna indietro. Re Pipino scatta come 
molla, e sbuffando ira da tutte le parti, chiama a ven- 
detta i suoi. Un suo nuovo messa^io reca la dichia- 
razione di guerra al temerario re del Portogallo, il 
quale pronto alla sfida, s'avanza bellicoso con la schiera. 
I due re dirigono personalmente il duello, che si fa di 
uno contro uno, di due contro due, ecc. Caduti tutti i 
campioni, vengono a fronte i due re, e quale di essi 
abbatte l' avversario, resta vincitore; se re Pipino, egli 
sposa la ipotetica principessa. È superfluo il dire che 
armi son le braccia, e che le leggi cavalleresche popo- 
lari , secondo la tradizione del Cuntu e dell' Opra , vi 
sono scrìipolosamente osservate '. 
' Altri sunili passatempi veggiamo per le piazze e per 
le campagne. I fanciulli paFodiano i guerrieri cristiani 
e i saraceni atteggiandosi a nomici gli uni degli altri. 
Con isciabole di strisce di legno vengono a tenzone, fanno 
le voci grosse, battono i piedi, rotan le braccia, s' am- 
mazzano, rivivono e tornano a morire sotto gli occhi, 
d'un Carlomagno qualunque ", Se qualcimo li assale di 
dietro, son. li a gridare: Tradimeeento ! perchè solo un 



• Vedi i miei GiuocM fa/tcitilleschi siciliani, 
' Stadi di poesia pop., p. 14. 



Ho^tedby Google 



248 USI E COSTUMI 

traditore può cogliere alla sprovvista, picchiando alle- 
reni '. 

I muri esterni delle case sui quali possa farsi qual- 
che sgorbio, a marcio dispetto dei proprietari, pigliano 
anch' essi parte a queste rappresentazioni paladmesche; 
che i monelli col carbone o col gesso li scarabocchiano 
di figure, secondo le intenzioni loro , di guerrieri che 
si picchiano ' I' un i' altro. I personaggi prediletti sono 
sempre Orlando, sempre Rinaldo: modelli, i cartelloni 
de' teatrini popolari. 

Nella 'Mperatrici Trebisonna Analmente, Beppe, ma- 
rito delta imperatrice, va incognito per tre giorni di 
seguito a giostrare in un regno senza farsi conoscer 
mai. Quivi si concede la principessa reale a chi vincerà 
la prova '. In un'altra novellina Biamonte, principe 
ereditario di un grosso regno , sotto il falso nome di 
Giuseppe va ad acconciarsi come fornaio. Un giorno^ 
sconoiciuto recasi id uni giostri ove 'si promette al 



capelli dovette presto accorgersi die non sì trattava di giaoco. 
' Vedi le mie Fiabe, n. XXSI. 



Ho^tedby Google 



LE TRADIZIONI CAVALLERESCHE POPOLARI 249 

pezzuola Biamonte riesce poi a sposarla '. — -La etimologia, 
popolare del comune di Francavilla (Franca, vigghia = 
Franca, veglia) nella provincia di Catania, richiama ad 
una leggenda romanzesca della guerra del Vespro si- 
ciliano *. Nel Borgo Nuovo in Palermo la via Del Canto 
è intesa Via d'Argante, che secondo il popolo era un 
gran guerriero, stando alla Gerusalemme liberata. 

' Fiabe, B. LXX], voL n, p. 136-31. 

« Fiabe, a. CCXIV; con qualche variante è in Giulio Fiwteo de- 
gli Omo&bi, Bescrisione della Cicilia nel sec. X VI, lib. I, p. 55^7, 
voi. XXIV della Biblioteca storica e letter. di Fidlia; argomento, 
se mal non rieortlo, d' un romanzo cavalleresco del sec. XVI, 



Ho^tedby Google 



V. 
I cantastorie in Italia. 



Prima di venire ad una conclusione , giova vedere 
quali reliquie della epopea cavalleresca afobia il popolo 
d' Italia. 

Procediamo con l'ordine tenuto finora. 

Di teatri di marionette, ne' quali costantemente, 
giorno per giorno, si rappresentino imprese de' pala- 
dini di Francia come tra noi, io non ho sentore al- 
cuno \ Episodi staccati si recitano qua e là, special- 
mente nei contado; ma non hanno mai sèguito, e gran- 
demente differiscono dalla nostra opra sì perchè gli 
attori son vivi e parlanti, o sono grandi marionette, e si 
perchè l'opera da recitarsi ha tutta la forma di dramma 
o di - trEtgedia. 

Un accenno nell' Edmondo del P. Bresciani, farebbe 
credere a qualcosa di simile alla nostra opra in Roma, 
molto prima del 1870; ma oramai è un semplice ri- 
cordo ' storico. Ecco questa pagina, che a noi interessa 

' Ricordisi il cap. XXVI del Son Quijote di M, Certantes, ov' è 
descritto uno spettacolo paladinesco di marionette. 



Ho^tedby Google 



LE TRADIZIONI CAVAiLERESCHE POPOLARI 251 

tanto : " Né la plebe romana dimenticò il suo genio 
induttivo al teatro; e vi s' affolla non solo ia festa, ma 
eziandio ne' giorni di lavoro, specialmente gli sfaccen- 
dati, i carrettieri, i muratori, gl'imbiancatori e tutti 
quelli che hanno opera da pieno giorno \ Costoro non 
vaimo mai ai teatri cittadini ma a quello delle v 
via del Fico, o d' Eìniliani in Piazza Navona: j 
i loro due baiocchi, e s'impancano nella platea scami- 
ciati e col farsetto sulla spalla, e sinché s'alzi il sipa- 
rio sguscian noci, sbucciano castagne, sgretolano avel- 
lane e nocciuole, o biascian lupini e semi di zucca. Già 
su pe' canti aveano veduti i cartelli dipinti, che son ma- 
scheroni fatti col granatino, e figurano i Reali di Fran- 
cia in lotta coi giganti e eoi draghi alati; o Astolfo sul- 
l'ippogrifo, Rodomonte che duella con Rinaldo, o Mar- 
fisa che s'accapiglia con Bradamente, od Orlando che 
contro una frotta d'assassini abbranca un lastrone di 
macigno, e 

... ii griTP desoo da ^l a iglia 

Dove pm tolta, vede li canaglia 
" Tutte cotesti, i ^ppresentazioni sono recitate in volgar 
romanesco, e la plebe ìsii'^tendovi parteggia per un pa- 
ladino o per un ihro e fa le scommesse d'una foglietta 
o d' un fiasco come qualmente Orlando stramazzerà 
FerrauUe, o Btnaldo di Montulbano darà sulle corna a 
Rodomonte. Essa ami poco 1p commedie d'amorazzi e 

1 Ciò che il Bresciani ricorda per Roma non sarà toppo dissi- 
mile da ciò elle st vedeva ttìmpo fa ulta piazza di Modena. Evvene 
un cenno ne" R nh d% P^aruta ed Ratna p. 309. 



Ho^tedby Google 



S52 USI E COSTUMI 

di matrimonìi; vuol duelli, vuol bugile, vuol capiglie dì 
guerrieri e di scherani ; vuole incioccamenti di spade, 
scagliamenti di dardi, accoltellamenti e macchia di feriti 
e di morti. Piìi ne casca e più è contento. Indi Pippo, 
il gobbette, traduce parecchie tragedie m Trasteverino, 
come la Francesca da Eimini, la Medea e la Didone, 
e v'accorrono e s'accalcano a vederle, e ne' fondachi e 
nelle botteghe ne rocitan poscia o ne cantano le scene 
intese, massime le piti sanguinose: e quelli ch'anno un 
po' dì Unta di disegno le deUneano col carbone sui muri 
della Sabìirra, sulle cinte delle ville intomo ai S. Quattro, 
alla Novicella e a S. Stefano Botando, luoghi remoti del 
monte Celio „. Più in là, nello stesso romanzo e nello 
stesso capitolo una Lucrezia dice: " Jersera, per toghere 
«npo' di dosso la mestizia alla mia Carlotta, che piange 
perchè il suo amante ha un poco d'indisposizione, la 
condussi meco e con essa la Ceccarella al teatro delle 
Muse, ove facevansi i Paladini di Francia, che in virtù 
delle loro spade salvarono la figliuola di un re, che 
aveano rubato li Saracini. Un battibugìio, vi dico, da 
tremare: ma Orlando ne ammazzò dodici: eh che muc- 
chio ! ed uscì fuori con quella reginetta, ch'era pallida 
come una pezza lavata „ '. " 11 popolo di Roma poi, 
che ha dell'eroico e tiene ancora dell'hidole antica, ama 
sopra ogni altra gente 'italiana gli spettacoli, nei quali 
trionfa la viiiù e la forza: onde ha caro di vedere nei 
suoi teatri ì paladini che combattono in difesa del de- 

' Edmondo, o dei costumi del popolo romano, de! P. Antonio, 
Bresciani, voi. II, e. Vili. Milano Muggiani, 1872. 



Ho^tedby Google 



LE TRADIZIONI CAVALLERESCHE POPOLARI 



bole e dell'oppresso: le battaglie commesse per liberare 
un popolo ingiustamente assediato; la Lucrezia, che vio- 
lata s'uccide; la Vii^inia che, per serbarla inviolata dal 
Decemviro, è scannata dal padre in mezzo ai Foro. Così 
cotesto popolo assiste volentieri ai giuochi di forza, ai 
salti su i cavalli, alle prodezze dei baliatori di corde „ ecc. 
Questo osserva il Bresciani ', e potrebbe osservare qua- 
lunque altro scrittore di qualunque altra città d'Italia 
e di fuori; né occorre far commenti per dimostrare 
come nella apparente identità, di spettacolo in Roma 
e in Sicilia ci sia differenza notabile negli uditori, nelle 
rappresentazioni, nel tempo ed in molte altre cose, ma 
in questa soprattutto; che là il teatro era uno e qui nella 
sola Palermo son nove; là fu, qui è sempre. 

Non ritomo sulla poesia eroica, di cui si ha tuttavia 
qualche avanzo neD'alta Italia particolarmente. Questa 
■ poesia, come abbiam visto , non ha nulla di comune 
con la siciliana, ed assai pììi della nostra è antica. 

Non così è del racconto pcJpoIare, il quale in Chioggia 
fino a ieri e in Napoli e fors'anche in Calabria fino ad 
oggi, si ode. Cantastorie in Venezia trovò il Gothe 
l'anno 1776 e li descrisse nel suo Viaggio in Italia. Im- 
portanti notizie sui cantastorie dì Chioggia ci dava testé 
il prof. Guido Fusinato in una monografìetta dal titolo: 
Un Cantastorie Chioggiotto ^ , riassunta dal prof, Ro- 
dolfo Renier in una nota alla dotta sua prefazione d'un 



' Op. cit, voi. Ili, cap. XVIt. 
'(giornale di Filologia romaì 



Ho^tedby Google 



254 USI E COSTUMI 

poema franco-italiano da lui messo in luce '; nota che 
opportunamente rileva come il Fusinato parli del vec- 
chio Ermenegildo Sambo ora morto, il quale con una 
memoria veramente prodigiosa narrava al popolino le 
sue storie, talvolta lunghissime, come i Beali di Francia,. 
che a due ore al giorno occupavano un buon mese. La 
storia della Rotta di Roneisvalle, che il buon vecchio 
entro il Ricovero di S. Lorenzo a Venezia raccontò al 
Fusinato, e che questi fa conoscere a' suoi lettori, ha par- 
ticolari assai notevoli, specialmente la morte di Orlando 
e quella di Gano, che si discostano dalle redazioni scritte. 
Il fatto avrebbe importanza grandissima se si riuscisse 
a provare che questi racconti passarono oralmente dai 
poemi franco-veneti. Tra gli altri cantastorie di Ghioggia 
va segnalato un certo Pispo, che mette ogni cura nel 
rifare i racconti che gli pervennero mss., e nelia nar- 
razione non rifugge dall'inventare episodi '. Se non che, 
non è esatto quello che afferma il Fusinato, cioè che 
i cantastorie chioggiotti si chiamino tutti cupidi. " Questo 
nome, come osserva il Renier, fu dato a Vincenzo' Ve- 
ronese, il quale verso il 1829 leggeva e spiegava in pub- 
blica piazza l'Orlando furioso, VOrlando innamorato, i 
Beali di Francia, il Guerin ineschino, ecc. Questo Vin- 
cenzo fu il pili celebre dei cantastorie chioggiotti e fu 
chiamato cupido, perchè i suoi di famiglia portavano 

' La Discesa ili Vgo A'Aivernia allo infimo seoondo il codice 
franco-italiano della Na:Hotiale di Torino per cura di Rodolfo 
Renier, pp. CLXII-CLXXV. Bologna Romagnoli, 1S83. 

' R. Rbnibr, op. cit, p. CLXXHI;Pu8iNA.TO,loc.cit,pp. 181-183.. 



Ho^tedby Google 



LE TRADIZIONI CAVALLERESCHE POPOLARI 255 

il soprannome di cupidi '. La memoria di Vincenzo è 
ancora viva tra quei buoni pescatori. Egli raccontava 
sempre in piedi, accompagnando i colpi di Rinaldo e 
di Orlando con una mimica teatrale, a cui corrispon- 
deva col gesto tutta la turba ammirante congregata in 
circolo a ini d' intorno. Gli ascoltatori erano tutti uo- 
mini: le donne non usavano fermarsi, quantunque lo 
potessero. I racconti erano divisi in due parti, chiamate 
batée, dall'uso di andar raccogliendo durante la pausa 
un centesimo da ogni ascoltatore. Essendo uh giorno 
di festa arrivata a Chioggia la Sand, si fermò ad ascoltar 
questo cantastorie , e ne restò cosi ammirata che ne 
fece cenno in uno dei suoi romanzi. D'un cantastorie 
sulla riva degli Schiavoni scrisse nei 1841 il Moro-Lin '. 
A ricordo dei viventi, il primo che abbia trattenuto in 
questo modo il popolo chioggiotto fu un certo Tonon, 
a cui accenna anche il Ftisinato; ma di cantastorie, come 
dissi, parlò il Gothe l'anno 1786 '. Questo Tonon non 
recitava né leggeva; ma cantava il Tasso. Il Pispo ora 
■vivente lascia luogo ai rimpianti per iS perduto Cupido. 
Egli ormai usa attenersi di preferenza a fatti moderni, 
fra cui specialmente le guerre di Napoleone , '. 

' H Fijsiiiato in una sua lettera del 25 ottore ISS4a Ime diretta 
insiste Bulla sua primitiva affermazione, ed aggiunge che; «lin veritài 
nel linguaggio popolare d'oggi cupido (in Venezia) vale quanto can- 
tastQì~ie». 

' MOBO-LiH, Scerì£ di Venezia, Mtinicìpali suoi C03tìimi, voi. J, 
p. 186-87. Venezia PreBso l'Editore 1841. 

" Italienische Reise, I, p. 48, Leipzig Reclam jun. 

< Rkweb, op. tàt,, pp, CLXXIV-CLXXV. 



Ho^tedby Google 



"256 ÌISI E COSTUMI 

Scorrendo per !ungo e per largo la penìsola dalla 
Venezia a Roma non incontriamo nessun cantastorie 
che per la materia del racconto e per la maniera onde 
racconta possa stare col Sambo, con Tbnon, con Pispo 
o con qualsìToglìa altro della generazione de' cantastorie. 
Ma io dubito forte non possa trovarsene qualcuno in 
Roma, dove la passione pel maraviglioso, pel fantastico, 
pel guerresco dee aver trovato esca in cosiffatte storie ', 

Paolo Emiliani-Giudici, l'anno 1847 scrivea: ' Vidi in 
varie città uomini che peregrinando da «n punto al- 
l'altro della provincia, fanno tuttora il mestiere di canta- 
storie; i poemi ohe cantano generalmente sono episodi 
in ottava rima; ad ogni stanza, che è preceduta ed ac- 
compagnata da un motivo di sinfonia semplicissimo, al- 
legra o malinconica secondo il senso dei versi, è can- 
tata sopra una scala di leggiere ma uniformi infles- 
sioni, che formano un vero recitativo. In tal modo una 
sola parola della poesia non va perduta , le tinte na- 
turali della narrazione non appassiscono sotto quelle 
della musica, nla enti'ambe' musica e poesia congiun- 
gonsi con equa misura a produrre un effetto d'inimi- 
tabile semplicità, '. 

Ma in Napoli la rinalderia è accetta, e più volte ha 
«hiamato l'attenzione di visitatori e di letterati. 

■ Sui Rinaldi in Roma vedi La Corte e la Hocietà romana nei 
-sec. X VII e XIX, per David SitvAQHi, voi. I, p. 6i Firenze, 1882. 
Di cantastorie, in Siena nel medio evo la menzione Carlo Fallktti- 
FOSSATI, Costumi senési nella seconda metà del see. XIV, p. 185. 

* Em[UAni-Gii'dici, op. cit., loc. eit. 



Ho^tedby Google 



LE TRADIZIONI CAVALLERESCHE POPOLARI §57 

Tra gli anni 1818 e 1821 l'inglese J. Blunt l'erman- 
dosi qua e là in Italia, trovava in Napoli un Rinaido 
(così colà si appella il cantastorie), il quale con grande 
enfasi ed accentuata gesticolazione leggeva l' Orlando 
furioso e traducevalo e comnientavalo a numerosa adu- 
nanza che pendea dalle sue labbra '. Quasi il mede- 
simo notava nel 1835 il francese J. Mainzer, in uno scritto 
poco conosciuto e discretamente fatto sopra La Musique 
et les chants populaires de l' Malie, osservando che i laz- 
zaroni, al Molo, s'accalcavano per sentir leggere e spie- 
gare l'Ariosto ed il Tasso come a Venezia i pescatori 
sulla Ripa Grande *, Dieci anni dopo, l' ìtalo-aJbanese 
C. E. Bidera , vissuto lungamente nell' antica capitale 
del Regno, due affettuose pagine consacrava a questi 
' poeti del Molo, dove uno ti narra la storia dei mezzi 
tempi, l'altro racconta, com'egli dice, li fatti de lo se- 
coli nuosto, che aggio 'ntiso alla Vicaria „, Il canta-Ri- 
naldo ' dai capelli scarmigliati e dal lacero abito scuote 
una verga che s'intende esser la furberia di Rinaldo, 
passeggia, s'infiamma, declama, leggendo in un vecchio 
ms. i "9 f men orabT lei s'gno d" Montalbino 
R Ido allora n g an f nden e bl aso 
E 1 Sara n percuote sulla te ta 
La spada rmc a 1 capo ed ol re passa 
Trne a n lue pa t 1 corpo e non a a e ta 
Ah 1 e 1 cavallo n due meta ine o 
E sette palm sotto terra entro 

'Ve e Qf A et Manne s i> d Cu ons e o iii 

Modem Italy and Sicily, e. XV, pp. 290-292. Loadon, Mui-ray, 1823. 
* Heeue des Deua^ifùndes, IV' sèrie, t. I, pp. 517-519. 
0. PiTBÌt— Usi e Costttmi, voi. I. 17 



Ho^tedby Google 



25b USI E COSTUMI 

" Declamato il testo, lo spiega il cantore in lingua 
napoiitana, inserendovi molti casi faceti da muovere a 
riso i severi ingegni dì Anassagora e di Crasso. I suoi 
uditori, altrimente detti gli appassionati di Rinaldo, tor- 
nando a casa, ripetono alle mogli e ai loro figli le av- 
venture dell'eroe. Essi apprendono sin da fanciulli da 
quell'anziano l'eloquenza del gesto, la declamazione, e 
quell'aria da gradasso tanto comune alla nostra gente 
minuta ' „. Altri particolari sul Cantastorie napolitano 
dava nel 1853 C. T. Dalbono ^ Egli ripeteva le solite 
notizie, specialmente degli appassionati, del tipico canta- 
Rinaldo e della materia deUe sue letture, argomento 
inesauribile di chiose , scMarimenti e barzellette. Ma 
in quell'anno " il campo di Rinaldo incomincia sotto 
l'Ai co della n^-ve, m imo spazio che precede l'ediflzio 
deDa Dogana I suoi cultoii sono scemati, i suoi cantori 
van cedendo lentamente al fato, e taluni di essi, scor- 
dando la gloiio'-a oiigme, immemore degli avi cantori, 
degenerato canta'-torie, veste, indovinate che cosa ? una 
giubba detta giac<.a e talora bianca a simigbanza di 
quella che mdossano i cuochi. Ma il fato è maggiore 
degli eroi, pero gli eroi morivano invocando le stelle. 
Gh altii rantd^tone che decorano la città della Sirena, 
vista la stacciagione de lor compagni han cangiato si- 
stema Essi vnnno erianti, come una Toita errava la 
piogenie perseguitata di certi Califfi in Oriente, Quando 
trovano un pubblico con uditori cortesi ed inclinati a 
render giustizia al merito , stendono ampio cartellone- 



' Passeggiata per Napoli v. I, p. 5i. 

• De Boubcard, Usi e costumi \, I, pp, 49-56, 



Ho^tedby Google 



'OLARI 259 

sul muro d'una casa e col mezzo di una bacchetta, 
mostrando le figure che su vi stanno dipinte, dicono 
e cantan prodigi , o storie lacrimevoli , accompagnati 
talvolta da un violino che veramente strappa le lagrime. 
Questa seconda generazione di cantastorie è più mo- 
derata negli atti, piìi nelle forme modesta, piii completa. 
Essa almeno ha un fondo di scena ed un'orchestra (il 
cartellone ed il violino) „. 

Nel 1861 l'argomento fu amorosamente còlto da Marc 
Monnier, che v'innestò i dolci ricordi della sua infanzia, 
quando il cantastorie Maestro Michele avea tutta cura 
di trovargli il miglior posto fra gli uditori. Ma egli cre- 
dette tramontata la rinalderia non ostante che Ìl caro 
Maestro Michele avesse avuto un successore '. Neri 
Tanfucio, cioè l'ingegnere Renato Fucini, se ne occupò 
molto dipoi, più per metterlo in burla che per farne 
soggetto di considerazione e di studio *; ed il suo esem- 
pio, forse non nuovo, è stato seguito da curiosi che spin- 
gono il loro sguardo profano sopra questi rapsodi per 
far gli spiritosi o per gridare allo scandolo. Solo Pio 
Rajna, il più profondo e sagace critico italiano dell'epica 
romanzesca, ha guardato e osservato da pari suo questi 
Rinaldi ', che ha incontrati ancora una volta sol Molo, 

' Na'ples et les Na}>oHta'ns , e. IV , nel Tour dt' Monde del 
1861, eem. II, pp. 210-211. Paria, Haolictte, 1861. Altro csnno de! 
cantastorie in Napoli fec« lo stesso Monniek, L' Imlie est-pile la 
terre des Mortsì cap. XIV. 

' Nàpoli a occhio ntido, p. 148 e seg, 

" / Rinaldi o Cantastorie di NopoH, nella Kuooa An/ologia, 
fase. XXIV, 15 die. 1878. Cf. lioHiania Vni, 137. 



Ho^tedby Google 



261) USI E COSTUMI 

presso il Carmine e fuor di Porta Capuana. Le sue 
osservazioni sul proposito hanno per noi valore scien- 
tifico in ordine alla giulleria medievale, sopravvissuta 
in mezzo a tante traversie, smarrimenti ed obblivioni 
fino alla nostra età scettica e ridicolosamente sprez- 
zante. Di un Cosimo Salvatore , il Rinaldo del [Molo , 
come il rappresentante più puro della razza, s'intrat- 
tiene diffusamente e ne prende occasione per imparar 
bene a conoscere la specie. Il pubblico è tutto quanto 
mascolino come alla rappresentazione della commedia 
greca; camorristi (?), gente di mare, dilettanti di vario 
genere e, qualcuno, a giudicare dagli abiti, apparte- 
nente alla borghesia. Cosimo , iì Deus loci , non è un 
genio , ma quando parla dà prova d' una mente non 
ottusa. Di estate è scamiciato; d'inverno avrà la soiita 
giacchetta. Una lunga preghiera in ottave segue il co- 
minciamento. Egli legge, non espone all'improvviso, e 
forse questo gli fa gran giuoco presso i fedeli appas- 
sionati, ai quali starà a cuure di sapere la storia proprio 
qual'è, vale a dire come sta nel libro; che il libro è per 
essi qualche cosa di soprannaturale, che incute loro 
un rispetto tanio più profondo, ed ottiene da essi una 
profonda fiducia tanto più illimitata quanto meno siano 
in grado di decifrarne i misteriosi ghirigori. Ma leg- 
gendo declama, gesticola, chiosa con grande ammira- 
zione di tutti '. Al termine d' un cantare mastro Co- 

' A proposito dell'atteDuione con la quale questo Rinaldo è ascoi- 
Jato al Molo, i giornali di Napoli raccontavano ultimamente il se- 
guente aneddoto , che |)Ui'e si legge nel Giornale di Sir.ilia del 6 
aprile 1884 : 



Ho^tedby Google 



LE TRADIZIONI CAVALLERESCHE POPOLARI 261 

Simo s'interrompe e raccoglie torno torno qualche sol- 
darello per un povero cieco che assiste alla recita; e 
compiuta 1' opera di carità , ripiglia, e si protrae, fino 
a che l'abbuiarsi non glielo impedisca. La domenica le 
recitazioni son due, ma la storia, p. e., di Calloandro, 
di Troiano s'interrompe per far posto al Guerrino per 
un pubblico più numeroso e in gran parte diverso dal 
giornaliero. Un trecento ottave sono il pasto che egli 
offre ogni giorno ai suoi uditori; ed il tempo è il mi- 
suratore dispotico della sua recitazione. I libri di testo 
son quasi tutti in ottava rima, e di alcuni inediti si dice 
autore un Andrea Auriemmo Esposito, vecchio marinaio 
morto circa tra il 1846 ed il 1847. M. Cosimo ha una 
buona raccolta di romanzi cavallereschi editi ed inediti, 
non inutile a chi coltivi il mestiere. Conosciuto luì s'è 
conosciuta la famiglia tutta dei Rinaldi napoletani, dei 
quali egli è il tipo. Tuttavia Ìl Rajna ce ne presenta 
ancora altri due: Rocco Pezzella e un certo Tore o Sal- 
vatore, che recita di memoria storie da lui lette in libri 
prestatigli; ma recita in prosa lardellata di versi. Dei 

« A Napoli mentre il soiito popolino ascoltava religiosamente al 
Molo le storie di Rinaldo raccontate dal Cantastorie, uno spazzino 
diede uno scappellotto ad un. individuo perchè ciarlando con un vi- 
cino gl'impediva disentìre il Cantastorie. L'altro cod offeso estrasse 
«Il coltello e gli si slanciò addosso, ma lo spazzino, più pi-onto, af- 
ferrò il suo coltello e glielo piantò nel petto rendendolo cadavere. » 

A conferma poi della passione che si piglia per Rinaldo e del- 
l'odio contro Gano di Maganza , quando i oantaatorie ne celebrano 
le imprese, vedi ; Ferdinando Russo, Gano V Magansn^fiKtumt 
Napoletani. Sa/ietti.tÌB,paìì, Stab. tip. dell'Iride 1885, che diustr.mo 
qaeata spedo di usanza o abitudine cUe sia. 



Ho^tedby Google 



Wt USI E COSTUMI 

tre cantastorie egli è senza dubbio il più plebeo. A 
questi maestri si riduce adesso la rinalderia napoletana, 
che in questi ultimi anni ha avuto onorevoli ricordi 
non pur di scrittori ', ma altresì di scrittrici *, ricordi 
che tutti inKÌeme non valgono quello dell' autorevole 
Rajna. Fa eccezione fra tutti Francesco Torraca, che 
delle marionette e dei cartelloni che stanno innanzi a 
questi teatrini seppe onestamente ragionare '. 

Ma se in tutta l' Italia peninsulare solo in Napoli si 
incontrano cantastorie e Rinaldi, tutte le città italiane, 
fin le meno popolose , anzi queste più che le altre, 
conoscono romanzi cavallereschi come i Beali di Fran- 
cia,iì Guerrino,ìì Calloandro fedele, delizia e passatempo 
onesto delle generazioni che ci hanno precessi. Il po- 
polo—scriveva testé il De Castro — ha una singolaris- 
sima attitudine ad appropriarsi, a vivificare, a trasfor- 
mare ciò che legge; già legge poco o più spesso rUegge; 
molto ci aggiunge di suo; la fantasia lasciata in riposo, 
umiliata dal lavoro quotidiano, ringagliardisce in quei 

' YoRiOK i'iGLiO DI YoaiR (avv. P. C. Feriigni). Vedi Napoli e 
poi... Ricordo dell' Esposizione Nazionale di Belle Arti, cap. XSIX: 
Alla Lanterna del Molo, pp, 282-285. Napoli, Riccardo ìMargMeri di 
Gius., 1883.— Cablo DEL Balzo, Napoli eÌKa^oiii'(«i,oap.V:K Can- 
tasiorie; Milano, Treves ISSI. Di Tore parìa partìcolai'mente Salva- 
tore 01 Giacomo, Nennella, Bozzetti Napoletani, al cap. Per Ri- 
naldo, pp. 53^. Milano, Em. Quadrio 188). 

' N. Zampini Salazab, nelle Memorie di Napoli storiche, archeo- 
logiche, ìnonttmfntali e di costumi popolari, pp. XCVI-XCVII. 2* edi- 
zione. Napoli, Broimer 1882. 

* Studi di storia letteraria napoletapa. Livorno,, Vigo li(84, nello 
scritto una leggen('d carolingia eco. 



Ho^tedby Google 



LG TRADIZIONI CAVALLERESCHE POPOLARI 263 



radi moment!; il più meschino librattolo diviene, quasi 
direi un capo lavoro; massime che chi legge poco, non 
sa fare confronti, la storia più dozzinale diviene una 
epopea; i person^gi pigliano contorni spiccali, straor- 
dinari. Come spiegare altrimenti il successo secolare di 
libri che i lettori intelligenti neppure degnano d'una 
occhiata ? Come spiegare altrimenti la perpetua giovi- 
nezza di quel romanzo, il Guerino Meschino, che è, per 
il volgo, una specie di enciclopedia storico-geografica, 
un libro indispensabile, un compagno indivisibile ' ? ,.... 
Nel Friuli " il popolo ricorda Buovo d'Antona e Or- 
lando. Perchè , se un contadino sa e vuol leggere , si 
può esser certi che gli si trovano tra mani i Beali M 
Francia e simili romanzi o leggende, come Paris. e 
Vienna, Guerrino il Meschino. Ciò vuol dire, che questa 
è la letteratura che più gli si confà, e ch'ei vive ancora 
(cotanto è restio) nel ciclo epico della cavalleria. La Ge- 
rusaleìnme del Tasso, per esempio, agli occhi del filo- 
sofo e del critico è un parto serotino ed anormale del 
genio, un anacronismo poetico, dacché oramai contro 
alle fìsime cavalleresche faceva già mestieri il flagello 
di Cervantes. Pure desso è l'unico poema che stia cogli 
altri sovrajnmenzjonati, e che tuttodì dimostrisi popo- 
lare; come lo provano i rapsodi di Napoli e di GLio^a 
(che dei gondolieri di Venezia non si può dir più) e 
la turba che gli ode palpitando * „. 

' 0. DE Castro, La ftoria nella poesia popolare milanese fTempi 
vecchi/, P- 3. Milano, Brigola 1878; e aell' Archivio stoni-o loai- 
bardo, an. V, fase. III. 

' Pietro Ellero, Belle fujìerstiziiini volgari nel Friuli, e. VI, 
Lo scritto è datato da Pordenone, 6 agosto 1859, 



Ho^tedby Google 



264 TISI E COSTUMI 

Mi passo da altre citazioni in fatto così ovvio in Italia, 
e mi limito a raccomandare la lettura di un recentis- 
simo lavoro di Girolamo Mignini: Le tradizioni della 
Epopea carolingia nell'Umbria ' e di un racconto cala- 
brese di Pasquale Martire: 1 Reali di Francia, ove l'a- 
more dì un giovine e di una giovane è contrariato dai 
rispettivi padri a causa d'un vecchio libro, ì Beali, favo- 
rita lettura del contadino calabrese '. 

■ Perugia, Tip. Umbra, 1885. 

' Veijìie Calnbi-esi, Napoli 1883, Cav. Moraini editore. 



Ho^tedby Google 



VI. 
Natura dello tradizioni cavalloresche in Sioìiia. 

Conclusione. 



Riandando su' ricordi cavallereschi fin qui passati a 
rassegna, chiaro si vede che solo la splendida epopea 
carolingia è quella che tra noi ha avuto favore e diffusione 
per via di rappresentazioni teatrali, di racconti, di poe- 
sia, di tradizioni topografiche e paremiografiche. Le 
leggende del ciclo brettone mancano quasi del tutto.- 

Eppure esse trovarono , più che non sì pensi ora, 
tanta popolarità nei secoli passati quanta ne han forse 
ai dì nostri le leggende carolingie. Gervasio di Tilbury, 
che prima del 1190 fu in Sicilia , a' servigi di re Gu- 
ghelmo, ci offre la prima testimonianza di codeste leg- 
gende in Sicilia. Egli fu assicurato dai Siciliani che il 
grande re Arturo fosse apparso sui pendii dell'Etna; e 
narra di un eavallo del vescovo di Catania fuggito verso 
il monte, e dal suo servo, corso a cercarlo, trovato con 
l'aiuto di uu fanciullo misterioso, in un magnifico pa- 
lazzo, dove il re Arturo glielo restituì ordinandogli che 



Ho^tedby Google 



266 USI E COSTUMI 

al vescovo raccontasse delia sua lunga dimora in queUa 
real residenza '. 

In forma alquanto diversa uno scrittore posteriore a 
Gervasio, Cesario di Heisterbaeh racconta che al tempo 

' Ecco il racconto testuale di Oervasio : 

« In Sicilia est mona Aetna, cojas esiistu aulphurea flimt incendia, 
ia CUJU8 conflnio est dvitas Catanensie, in qua gloriosissimi corporis 
B. Agathae virginia ac martyiis tliesaurus- ostenditur, suo beneficio 
civitateni illam servan» ab incendio. Hunc autem montem yulgares 
Mongibel appellant. In liiijus deserto narrant indigenae Arturum 
Magnum nostria temporibus apparuisse. Cam enìm uno aliquo die 
cuatos palefredi episcopi Catanensis commiasum sibì equum depul- 
vararet, subito impetu iascivae pinguedinis equua exiliens ac in pro- 
priam se recipiena libertatem, fugit. Ab insequeute ministro per 
montis ardua praecipiti*que quaesitus nec inventus, timore pedis- 
sequo succrcscente , circa montis opaca perquiritur. CJaid plura ? 
^retìssimn semita sed plana est inventa; puer in spatiosissimam pla- 
nitiera jacundam omnibusque deìiciis plenam venit, ibique in pala- 
tio miro opere constvncto reperit Arturum in strato re^i apparatus 
recubantem. Cumque ab advena et peregrino causam sui adveatus 
percontaretur, agnita causa ilineris, statìm palefridum episcopi fa- 
i^t adduci, ipsumque praesuli reddendum, ministro coramenijat, 
adjidens, se illic antiquitus in bello, cum Modredo nepota suo et 
Childerico duce Sasonum pridem conanisso, vulneribas quotannis 
recmdescentibus, saucium diu mansisse, quinimo , ut ab ìndigenls 
accepi, xenia {ilcod. exenia) sua ad antistitem ilium destinavit, quae 
& mulfla visa et a piuribus fabulosa novitate admirata aunt». Olia 
imperialia ; secunda decisio , ap. Lbibnitz , Serìplores rpram 
brunsvioensium , t. I. p. 921; Liebrbcht , D/'s Gdraasitis von 
Tilòury Olia imperialia, pp. 12-13. Hannover, l^fl ». 

A. proposito del quale racconto , vedi le sagge considerazioni di 
A. Gbab ; Appunti per la storia del dolo brettone in Italia, nel 
Giornale storico della Letteratura italiana, voi. V, pp. 85-87. To- 



Homdb, Google 



LE TRADIZIUNI CAVALLERESCHE POPOLARI 267 

in cui Enrico VI soggiogo la Sicilia, (1294) il decano 
della chiesa palermitana, perduto un cavallo, ne com- 
mise ad «n suo servo ia nrerra. Questi incontrossi con 
un vecchio , e, nchie&to dove andasse ed a che fare, 
gliene disse la ragione. " Non ti dar pena , ripigliò il 
vecchio. Il cavallo del decano è sull'Etna in potere del 
re Arturo... DÌ' al tuo signore che fra quattordici giorni 
si trovi all'adunanza che dovrà tenersi in quel monte; 
sii diligente nei portar l'ambasciata, se non vuoi essere 
severamente punito. , Ritornato a casa il servo, e ri- 
ferito al padrone l'accaduto, questi l'ebbe in conto di 
scemo; ma da ìì a poco, colto da grave male, nel giorno 
designato mori '. 

Queste due versioni di una medesima leggenda po- 
polare indipGndenti l'ima dall'altra mi richiamano ad 
una poesia del dugento, conservataci da un codice ma- 
gHabechiano di Firenze '. Un tale, che sì nomina Gatto 
lupesco, andando in pellegrinaggio s'av Piene in due ca- 
valieri brettoni, che ritornano in Inghilterra dopo essere 
stati gran tempo nc( Mongibello in cerca ed aspetta- 
zione dei re Arturo: 

Cavalieri siamo di Bretagna 

ke Vegliamo de la montagna 

ke ll'omo apella Mongibello. 

Assai vi semo stati ad ostello 

' Dialùgus miraculorun, ed. Strange, Colonia, Bonu e Biltxelies 
1^1, diatinct. XII, e. 12 e Gaetani, in. Animaà. v, II, 5S, Sicit- 
torum, pag. 2i, e Isagoge^ e. 12, p. SJ. Vedi Gbaevius, Thesaurus 
aniiquitattim hitorìamm Sicilìoe, t. II, col. 52. 

' il, !V, ID. 



Ho^tedby Google 



268 USI E COSTUMI 

per apparare ed invenire ■ 

la veritade di nostro sire, 

lo re Artù k'avemo perduto 

e non sapemo ke ssia venuto. 

Or ne torniamo in nostra terra, 

ne lo reame d'Inghilterra '. 
Senz'avventurarci nel mare pericoloso delle ipotesi, 
con buone ragioni storiche possiamo affermare che i 
Normanni portarono tra noi e popolarizzarono !a leg- 
genda brettone. Essi, come opportunamente osserva G. 
Paris ', portavano non solo le abitudini poetiche, ma 
anche il tesoro della epopea francese già formata. Non 
si contentarono di proseguire a cantare dì Carloraagno 
e dei suoi vassalli come facevano i loro fratelli in Ha- 
stings , e di localizzare (come abbiam veduto innanzi 
e proposito del passo di Goffredo da Viterbo) la leg- 
genda carolingia nella lor nuova patria; ma diffusero 
altresì la leggenda artunana, nucleo e cuore delle tra- 
dizioni del eiclo brettone, delle quali i Normanni per 
ragioni geografìelie e stonehe furono i naturali pro- 
motori e propagatori \ Ne Arturo è il solo personaggio 

' Vedi Le liime inedite dei xecoli xiii e xit pubblicate da T. 
Casini nel Pr&pugnatore di Bologna, an ,XV, disp, 6-, pp. 335-339. 

' La Sicile dans la littératitre frantxdse du ntoyen dge, nelle 
Nuove Effemeridi Siciliane di Palermo, serie HI, voi. n, p. 217 e 
seg., an. 1875, e nella B<miania, t. V, p. 108. 

' Dopo la pubblicazione di questa mia monografia nella Romania 
di Parigi, (v. p. 229, n, 1) il Graf, nel sopraccennato lavoro, con 
erudizione e critica paitìoolare ha dimostrato « la esistenza, nei se- 
coli Xin e XIV, di una vera e propria leggenda, la quale poneva 
Artù nell'Etna, e riman provato che la patria di qu^ta leggendn 



Ho^tedby Google 



LE TRADIZIONI CAVALLERESCHE POPOLARI 269 

d'origine celtica che stette nell' antica dimora dei Ci- 
clopi, ma Y'è anche Tristano, Merlino, la fata Moicana. 

Ora , che cosa restò della leggenda caroHngia del 
tempo de' Normanni in Sicilia? 

Se vogliamo stare alle testimonianze storiche ed alle 
reliquie viventi, poco, assai poco restò. Nessun docu- 
mento, che io conosca, parla di codesta leggenda tra 
noi , nessuna autorità ci sorregge per istabilire quali 
fatti vi fossero stati compresi, e le vere e principali fonti 
di essi. Probabilmente avemmo pur noi, come i popoli 
deO'alta Italia, cantatori, i quali cantabant de Molando 
ei Oliverio ', ma nessun cronista ce ne da prova in Si- 
cilia, e dobbiamo supporre che questa leggenda non co- 
stituisse un vero e proprio ciclo. Sembra poi che le re- 
liquie popolari viventi confermino questa supposizione, 
perchè non ad antichissime e primitive fonti sono esse 
da riportare, ma bensì a quelle produzioni che cronolo- 
gicamente e letterariamente non hanno da far nulia con 
ì racconti Normanni. 

Un accurato e minuto studio sulle tradizioni leggen- 
darie del popolo siciliano porta a conclusioni tutt'altro 
che dubbie su questo punto. Le leggende rappresentate 
nei teatrini popolari, raccontate dai contastorie, celebrate 

a la SiciLt, (i P3) La conoius one a cui s'ha, dopo ciò, da ve- 
nire non può esseie dubbia 6e juesto mito di Artù nell'Etna é un 
liuto germanici esso in Sicilia non può esser venuto, o non può 
eiser sorto Chs per opera dei Normanni » [p. 102). 

' MoKAToai Anhqiiilate/, ndicae Dissurtaiione XXIX. Vedi an- 
lie RuBiERi, %//-if leu lìsiaioi sji ItoHa, p. r, e. IS. Firenze, 
Earbora, 1ST7 



Ho^tedby Google 



270 OSI E COSTUMI 

nella storia di Fieravante e Rizzieri e ne' riferiti fram- 
menti poetici, perpetuate nei nomi di luoghi, applicate 
ad uomini e cose, ci richiamano, oltre che a Guerrino 
e ad altri protagonisti di romanzi e poemi cavallereschi 
che non formano un ciclo, a Carlomagno, ad Orlando, 
a Rinaldo e ad altri astri minori. Un motivo nel quale 
uditori e spettatori s'imhattono di continuo è quello di 
un re pagano (sinonimo di infedele, africano, moro, Sa- 
racino), che bandisce un'invasione della cristianità ; e 
contr' essa s'avanza coi suoi vassalli. In un altro mo- 
tivo, un paladino, offeso da Carlomagno, ne abbandona 
indispettito la corte, e va pel mondo, particolarmente 
per l'Oriente, in cerca di avventure. Tipo di questo pa- 
ladino è Rinaldo, il quale lasciato Parigi, vagabondo e 
audace, compie imprese strane, prodigiose, impossibili. 
Ecco i primi accenni alle fontina cui alludiamo. Gaston, 
Paris, nella sua magistrale Htstoire poétiquè de Charle- 
magne ', notò come questi due motivi, ripetuti lino alla 
sazietà nell' epica cavalleresca italiana, s' incontrino il 
primo n(\\' Asp^ramonte,\\ secondo nella Spagna. h'Aspra- 
monte è opera di Andrea da Barberino , l' autore dei 
Beali di Francia, e la Spagna è un poema basato sopra 
il poema franco-italiano AelV^ntrée de Spagne e appar- 
tenente ai Reali stessi. È noto che i Reali non vengono 
direttamente dalle Chansons de geste francesi, ma da un 
gruppo intermedio di poemi franco-italiani; tuttavia sa- 
remmo in errore se volessimo riferirci a questi come 
a fonti immediate della materia delle nostre tradizioni 



' Chap. IX. Paris, 18e5. 



Ho^tedby Google 



LE TRADIZIONI CATALLEiìESCHE POPOLARI 271 



teatrali, leggendarie, poetiche, topogratiche. Accettiamo 
addirittura i Reali, e non cerchiamo fonti anteriori, per 
la storia di Sicilia inaeeettabiii. 

Il secondo dei due motivi citati, sviluppatissimo nel- 
l'isola, prende forma, colore e personificazione in Ri- 
naldo ed Orlando. Rinaldo , che non si trova mento- 
vato nell'epopea francese altro che nella Chanson, della 
quale egli e i suoi fratelli sono gli eroi, diventa in Sicilia, 
e, come pur vedemriio, in Italia, personaggio di straor- 
dinaria, di principalissima importanza, attorno al quale, 
e pel quale si muove tutto un mondo di uomini e di 
esseri soprannaturali. Qualunque sia la potenza di Gar- 
ìomagno, il ciclo delle legende non prende più le mosse 
da lui, ma dal signor di Montalbano. Tipo ragguarde- 
vole di cavahere , costretto ad impugnar per propria 
difesa le anni in presenza stessa di Carlo, egli è ban- 
dito dalla Corte imperiale e pellegrino e guerriero è, 
anche in esilio, oggetto di persecuzioni e di odii. Altri 
io seguono nella sua vita fortunosa , cagione perenne 
il tristo Gano di Maganza, che, tenendo le chiavi del 
debole cuore di Carlo, perfidia a danno dei figli d' Amone 
e dei loro, amici e vassalli. Da qui gH odii implacabili 
tra la casa Chiaramonte, e la casa dì Maganza, dove 
lo indomito Rinaldo è perpetuo bersaglio del vile con- 
sigliere di Carlo. E Carlo non ò il s^gio, il valoroso, 
il magnammo principe della storia, ma un vecchio ri- 
bamhito, un essere fiacco, stolto, capriccioso ed anche 
infido. 

Tutto questo ed i casi svariatissimi che s'aggrappano 
al suo nome non che a quello di Orlando ci menano 



Ho^tedby Google 



372 USI E COSTUMI 

senz'altro al secondo periodo dell'epopea cavalleresca 
in Italia, nella quale i poeti, partendo dai Eeali e forse 
da poemi franco-italiani non giunti Ano a noi, tolsero 
ad argomento di cantari d'ogni specie le avventure, tra 
gli altri, di Rinaldo: e tra essi Luigi Pulci col suo Mar- 
garite, del qiiale però non bisogna dimenticare che è un 
rifaciménto.Da lui dobbiamo riconoscere gran parte della 
materia rinaldesca di Sicilia, da luì e dai suoi seguaci ed 
imitatori i tratti caratteristici dell'epica romanzesca po- 
polarissima tra noi. Ben è vero che la materia del Mor- 
gante è quasi tutta in un poema anteriore al Pulci, 
come fu luminosamente dimostrato dal Rajna, onde al 
Pulci, non più creatore ma imitatore, rosta solo il vanto, 
certo grandissimo, di qualche episodio di sua inven- 
zione e della forma stupenda ' ; ma non e' è nessuna 
ragione per derivare da un manoscritto sconosciuto 
finora e forse inedito, piuttosto che dal celebre poema 
pulciano, la storia tra le storie di Rinaldo in Sicilia. 
D'altro lato è evidente che le storie molteplici e sva- 
riate dell'mdomito paladino provengono da poemi che 
continuarono, imitarono, ovvero tennero sempre di vista 
il Marcante. Se non nel Dodònello e nello 'Mferador 
d'Aìdelia, e nella Calidonia, e nel Castello del gran Lago, 
e in altre storie poetiche del ciclo di Rinaldo; neìl' Alto- 
bello e Re Trojano, nella Begina Anchroja, nell' Inna- 
moramento di Carlomagno, nella Leandra innamorata, 
nel Binaldino, nel Rinaldo appassionato, ecc., ecc., è da 

I Rajna, La inaterin dal Morgants in un ignoto poema cavalle- 
resco del ser. XV, nel Propngìmtoi-e, an. 2% disp. 1-3. Bolo- 
gna, 1859. 



Ho^tedby Google 



LE TRADIZIONI CAVALLERESCHE POPOLARI 273 

> la tela di assai altri racconti di origine schiet- 
tamente italiana, dove Rinaldo è tutto o quasi tutto. 
Imperciocché nell'Italia, e quindi in Sicilia, il favore del 
pubblico fu sempre rivolto a Rinaldo più che agii altri 
paladini; e se questi vollero mantenersi in fama e non 
esser posti da parte come vieti arnesi, dovettero tra- 
mutarsi a sua simiglianza deponendo le spoglie antiche <. 
E però le simpatie per Orlando, cugino di lui e come 
lui indomito, audace, prode anche senza la fatata dur- 
lindana, indocile della insipiente prepotenza dello zio. 
Orlando dà luogo ad altri motivi sviluppatisi nell' Or- 
lando innamorato, nel Furioso e negli altri poemi mi- 
nori del cinque e del seicento, per Ruggiero, per Bra- 
damante, per Marfisa, per Angelica, imitazioni quale 
del Bojardo, quale dell'Ariosto. E non mi fermo più che 
tanto su questo, perchè la cosa appare ■chiarissima dai 
fatti che precedono. Ed in ragione di queste fonti riu- 
scirà agevole darsi ragione dello spirito predominante 
in tutte le tradizioni in SiciUa, del costante loro indi- 
rizzo vuoi nel teatro, vuoi nel racconto delle imprese 
svariate ma rìpetentisi sempre dei paladini, dell'inter- 
vento di esseri soprannaturali, dell'ambiente tutto nel 
quale vivono e si muovono uomini e donne, cristiani 
e saraceni, eroi e gente volgare. Dai Esali fìnahnente 
ritrae la tendenza perpetua dei contastorie alla genea- 
logia, le troppo ingenue cognizioni geografiche, l'accozzo 
impossibile di fatti e di nomi in un dato gruppo di storie 

' Rajna, liinaliìo da Sfo/ita/batio , nel Fropugnatore, voi. Ill^ 
par. 2», p. 125. 
0. PiTRK — Vsi e Costumi, voi. I. 18 

Ho^tedby Google 



274 USI E COSTUMI 

da questi raccontate; come àaWInnamorato e dal Fu- 
rioso conviene riconoscere gli arditi e più che virili 
scontri di saracene e di cristiane, gl'incanti continui, 
i colpi strepitosi, l'arrischiosa e fantastica valentia, e 
i sogni e le visioni e la corsa inconsiderata e tumul- 
tuosa verso sbarag-U temerari, complicati, incredibili. 

Frattanto quale sarà l'avvenire delle tradizioni caval- 
leresche tra noi ? 

Nessuno può prevederlo; ma l'avvenire non lontano 
sarà probabilmente non dissimile dal presente. Il tesoro 
delle leggende non si accrescerà più di quello (ed è 
già molto) che è, perchè l'èra della poesia cavalleresca 
in Italia è già chiusa da un pezzo, prima ancora degli 
ultimi sforzi parodiaci del Forteguerri, coi quali il popolo 
siciliano fu ed è assai più giusto che i letterati '.Non 
resta se non YOpra ed il Conto: questo inalterato, nn- 
mutato; quella all'apice della sua fortuna. 

Da centinaia d'anni quest'Opra sta aperta a! popolino 
minuto, e nessuno mai ha levata la voce contro di essa; 
né so che altri mai l'abbia creduta alla morale ed ai 
costumi nociva , che anzi si ha ragione di affermare 
il contrario. Un educatore siratusano parlando delle 
rappresentazioni de' Beali di Francia per mezzo delle 
marionette, e rilevando con che piacere tutti i popo- 
lani accorrano la sera a quelle scene , nota che esse- 
' ora innamoravano delle belle azioni generose, ed ora 
riempivano l'animo di orrore e di compassione o dì 

' Di fatti, la Biato'ia dei Ri<-ciardetto forma anch'essa argomento 
delle cappreBCntazionì liell'Opm. 



Ho^tedby Google 



LE TRADIZIONI CAVALLERESCHE POPOLARI 275 

sdegno, per fatti irragionevoli, appassionati, e proprio 
tragici. I racconti dei Beali di Francia àiiao mante- 
nuto nei popolani il sentimento cavalleresco, innamo- 
rarlo per le azioni nobili e generose: e scuotendo for- 
temente gli animi, anno sempre influito a conservare 
nei popolani un carattere nobile e non vile „ '. Solo 
pochi anni fa i delicati nervi di qualche rappresen- 
tante del quarto potere dello Stato se ne sono risen- 
titi. Un giornalista serivea: " I teatri di burattini delia 
nostra città fanno vedere troppe spade e troppi pu- 
gnali (?) ai nostri monelli. Non è tra le cose possibili 
che il pascolo, degli occhi produca certi effetti perico- 
losi sul sistema nervoso e contribuisca con cifre alte 
alla statistica dei reati di sangue ? L'autorità munici- 
pale e quella di P. S. dovrebbero d'accordo studiare il 
quesito e cercarne la soluzione , '. Un altro non si con- 
tentò di proporre il quesito, ma protestò ° per impulso' 
d'amor patrio „ (fin dove non va a ficcarsi V amor di 
patria!) ' contro il secolare malvezzo delle vandaliche 
rappresentazioni, che giornalmente hanno luogo nei tea- 
trrai di marionette... Di Rinaldi malandrini e ladri, dì 
Rinaldi ribelli ed assassini e di quelle madornali as- 
surdità che fanno perdere perfino la divina particula, 
avea bisogno solo il medio evo „; e conchiuse recla- 
mando " il pronto e immediato divieto „ di cosiffatte- 
rappresentazioni '; reclamo che è parso strano a cri- 

I O. Melodia, Il popolano, p. 67, n. 13. 
« Lo St'Uuio, an. I, n, 17. Palermo, IS aprile 1876. 
' L'Amico del popolo, an, XVIII, n. MC.Palenno 28 novembre 18T7. 
Molto dopo, il 21 Luglio 1885, an. XSVl, n. 199, U Moitru Filippt^ 



Ho^tedby Google 



276 USI E COSTUMI 

tiei siciliani ' quanto specioso parvo a diaristi del con- 
tinente '. Anche i poeti (chiamiamoli così per maniera 
d'intenderci) hanno avuto il patrio zelo di denunziare 
alle autorità di pubblica sicurezza e municipale questi 

nel diaiogo cotìdiano di esso Amico del popolo, cos'i dicea: «Sti tìa- 
trìni dì mariunetti assai mali nni fannu 'atra la paisi, e, si li facis- 
sira cMaiJrì, nni p6 stari c^rtu e siouru ca cci flniria la smania a 
tanti picdotti di fari li matlud. 

« Ma 'atra certi tiatrini — osserva il gioraalista— nun è sempri ca 
parranu di Rinarra e di Rizzeri; ce' è quannu faimu cusuzzi boni, 
c]ii dananu lii botiu esempla. 

«Nenti aignuri — risponde Mastra Klippu Eentcnzi andò —Quannu 
'atra un bicchieri di vinu bonu si cci mettì 'na pizzicata di sali, fi- 
nisci ca lu vinu si guasta e nun si p6 viviri cchiù ». 

' 11 prof. Andrea Lo Porte Randi, in ima sua molto benevola recen- 
sione della prima edizione del presente studio, ìnsenta nel Giornale 
dt Sicilia, 8 giugno 1885, an XXV, n 155, scnvea « Alcuni diari 
pileimitam. fecero un giorno la smgolare auiperta che i teatrini di 
manoncttc erano, nientemeno, avanzi di barbane medioevile, e ne 
proi OS Ci Id Ih ura II ragionamento di quelle teste 

quad tutt f d lo 11 tiana quanto gratuita afibrmaziono 

<Jie t t d m tte los o slo/jIs di vizi e <!i delitti (I) nelle 

quah 1 tr p p 1 pp J ad esaeie malandiino, lidio, libellc, 
assajs m < ) ec l a lo, perche mii quelle atclie di tutto 
sape h p p la chiusura, non si fei-ero a proporre del 

pari 1 abolizione dei poemi cavallereschi nei quali e i contaRtorie e i 
conUuttoii di mar onette s ispirano ! pca-hi, non s dovrebbero chia 
mare reoponaabili delle furfanterie e lei delitti del popolo anche i 
poemi del Bo ardo e dell Ariosto ì Ma bando agli scherzi 11 teatrmo 
di marionette e in\ei"e un sQi,oedaneo ^lla taiema Chiudete quei 
teafnm e voi avete accresciuto di molto il numeio dei beon e dei 
dissipatoli Fortunatamente quelle ia/vla i proposte r ni^pro senza 

'UFaniila an \II1 n H3 Po n -^ Ueibiciy i [Co di 
Pale mo) 



Ho^tedby Google 



LE TRADKIONJ CAVALI,ERESCHE POPOLARI 277 

poveri opranti. Ho sott'occhio una diceria in versi dei 
sig. Giovanni D'Albis palermitano, che è una requisi- 
toria contro I teatrini di marionette, dai quali prende 
il titolo. Trattandosi di una vera curiosità , che con- 
ferma in endecasillabi le notizie che io ho date in prosa ', 
la riproduzione di questa sconciatura parmi opportuna '. 
Studiando con intendimenti scientifici la vita del po- 
polo, io non entro per nulla a discutere affermazioni 
che dimostrano poca, assai poca conoscenza dì questi 
teatrini e' dello spìrito cavalleresco delle storie che vi 
sì rappresentano. Un tratto di penna del pruno Que- 
store del primo Sindaco che capiti potrà, è vero, chiu- 
dere i teatrini dì Palermo , i quali si vogliono " ispi- 
ratori „, " consigheri „, " istigatori di delitti e d'immo- 
ralità „; ma non si cesserà per questo dal raccontare 
la storia dei paladini, né si perderà cosi presto la tra- 
dizione che ha fatto frequentare codesti teatrini fino 
ad ora. Se un divieto officiale non avrà luogo, il teatro 
delle marionette durerà ancora dell'altro; e se un di- 
vieto ci sarà in Palermo, chi dice che altro simile ce 
ne Sarà anche in Messina, Catania, Trapani, in Sìciha 
tutta? I contastorie palermitani, cacciati via da alcune 
piazze (in Napoli, si pensava testé a fornir loro un posto 
a cura del municipio) si ridussero al coperto, nelle loro 
case, dove nessuno ha diritto di sciogliere riunioni dis- 
armate ed innocue. Alcuni opranti forse farebbero vita 
di zingari per l'isola, ma non rinunzierebbero ad una 

' Poesie di Giov. D'Alhcs, p. 5li. Palermo. Stamp. Militare 1878. 
' Vedi Apì^endice V. 



Ho^tedby Google 



278 USI E COSTUMI 

occupazione che è per essi mestiere, mezzo di sussi- 
stenza, passione geniale. Le tradizioni non si perdono 
facilmente ! Le cagioni che le mantennero finora, per- 
sistono; ne i grandi fatti contemporanei accaduti sotto 
gliocchì de' popolani passati e presenti hanno, per quanto 
grandi, il maraviglìoso, ii soprannaturale che costituisce 
l'attrattiva dell'epopea del ciclo di Carlo, di Rinaldo, 
di Orlando, Questo teatro ha una ragione storica nello 
spirito del popolo meridionale d'Italia; ed è mantenuto 
vivo da ragioni psicologiche ed etniche ad un tempo, 
ed in tutto relative all'indole della gente nostra. Se la 
materia di esso è accetta fin da quando Tenne intro- 
dotta, anche allora che la passione per le storie caval- 
leresche cominciava a intiepidire nella penisola (perchè 
è un fatto particolare offerto dalla nostra storia che 
quando nel continente italiano la sacra rappresentazione 
diventa opera d'arte, in Sicilia acquista straordinaria 
popolarità, e quando l'epica eavaìleresca declina, si fa 
strada e divulga tra noi), ciò vuol dire che trovò ter- 
reno propizio al suo trapiantamento , pur rimanendo 
quale fu portata, senza notevole sviluppo e solo con 
considerevoli spostamenti ed intrusioni. 

Qui, come in altro studio di demopsicologia, la teoria 
è presso che la medesima. Affinchè una poesia diventi 
canto , un racconto leggenda , bisogna che 1' una e 
l'altro abbiano in sé le condizioni favorevoli alla dif- 
fusione ed alla popolarità. Si accolsero, 5jiano,raano che 
si conobbero dai nostri contastorie ed opranti, certe 
finzioni cavallerosche ? Trovarono esse uditori presso 
quelli, spettatori presso questi ? Ebbene esse doveano 



Ho^tedby Google 



LE TRADIZIONI CAVALLERESCHE POPOLARI 279 

portare, come portano, in sé, elementi che si affanno alla 
fantasia vivissima, all'immaginazione del popolino sici- 
liano. 

La passione per la cavalleria del medio evo ha un 
certo addentellato anche in un fatto religioso. La lotta 
eterna dei personaggi dell'epopea cavalleresca sì aggira 
sempre' tra cristiani ed infedeli. La rehgione e' entra 
sempre in prima linea, o almeno si affaccia attraverso 
gli amori e le imprese più profane. Questo non è poco 
per un popolo profondamente religioso e devoto come 
il nostro. Quando si pensi che la Vergine patrona dì 
PaIermo,figlia di Sinibaido signore diRose e di Quisquina, 
.S.RosaJia, si fa discendere in linea retta da Carlomagno, 
non è a maravigliare che il popolo siciliano, tenace nelle 
sue credenze come nelle sue tradizioni, tenga in tanto 
onore il ciclo epico carolingio, e parli con tanto entu- 
siasmo di Rinaldo e di Orlando, e ricordi con un orgo- 
glio che ha del nazionale 

Le donne, i cavalier, l'arine, gli amori, 
Le cortesie, l'audaci inipreae.... 

No, non concorriamo anche noi a mandar a male 
questi ultimi avanzi di un passato che è storia lette- 
raria, civile e morale d'Italia, Essi rappresentano pel 
popolo ciò che per la gente che sa leggere e scrivere 
sono i libri più favoriti in un tempo, il genere di moda 
in una stagione. L'uomo è sempre lo stesso; i suoi gu- 
sti e le sue tendenze si modificano, mutano, ma egh ri- 
mane uomo. " La differenza, dice il Rajna, anziché nella 
cosa in sé medesima, sta negli accidenti. Gl'italiani del 



Ho^tedby Google 



quattrocento non ai sarebbero mai saziati di udir descri- 
vere battaglie e duelli, e noi polliamo sempre avido o- 
recchio a chi ci narri dì adulteri amori; essi amavano i 
Rinaldi e le Galazielie , noi gli Armandi e le signore 
delle Camelie; essi sentivansi allettati dai draghi e dai 
grifoni, noi dai mostri in forma umana; essi dalle fel- 
lonie dei Maganzesi, noi dagli avvelenamenti e dai sui- 
cidii. Mutarono i gusti, ma l'uomo rimase sempre quel 
desso, e del pari che allora, oggidì mai non è sazio di 
vedere rappresentati quei sentimenti che gli stanno nel 
cuore. Quindi è che siccome nei giuochi si rivelano piii 
manifeste le tendenze dei fanciulli , così ci è d' uopo 
ricorrere ai libri destinati a sollievo dell'animo, se vo- 
gliamo acquistare perfetta conoscenza dei costumi e 
dei sentimenti di un'età '. , 

' It Propugnatore, loc. cit., p. 124. 



Ho^tedby Google 



LE TRADIZIONI CAVALLERESCHE 

APPENDICE 1. 
SCENARn DELL'OPRA ' 



Atto ]. 
Scena 1. Canpangna. 
Giraldo sia ccoi^c come ra assediata Vienna, Vanno con i 
fratelli. 

Scena 3. Canpo turco. 

Troiano ascolta che arrivavano Tre cristiane edistruggevano 
tutte i Pagane. Troiano va addafrontarle. 
Scena 3. GoMpangna. 
Troiano abbatte Girardo e don Caro. Fugono per dentre la 
citta. Don Chiaro venguro (vengono) attensione (?) (a ten- 
dane) con Troiano. Abbatteno (si stancano) tutti e due pug- 
geno (fuggono). 

Scena 4. Bosco con fonte. 
Troiano viene in se il quale giode quello essere Orlando- 
Va nel ctnpo 

Scena 5 Ganpangna 
Don Chiaio in se tenuto iniontii Balinte 
Atto 2 
Scena 1 Mura di Vienna 
Oronte le affronta Arnaldo che tngge Rinaldo affronta don-. 
Curo e fugge Ritorna troiano Gran battaglia canpale. 

' Trascrivo alla lettera il ms di questi BCPiaiu quilo mie giunto^ 
mettendo di mio soltanto i ponti Vtdi i p lo2 



Ho^tedby Google 



282 USI E COSTUMI 

Scena 2. Canpangna. 
Salante affronta Troiano che le dice tra ditore contro il 
patre suo. Lo ferisce. Arrivo da {di) don Chiaro. Gran bat- 
taglia. Fugge don Chiaro. 

Scena 3. Bosco. 
Troiano viene assaltato da Rainiere. Arnaldo don buso Sa- 
lante fugono tutti. 

Scena 4. Canpangna. 
Troiano fa fuggire don Chiaro. 
Atto 3. 
Scena 1. Canpangna. 

Do Chiaro m se. Infranto (intanto) sia scolta (s' ascolta) 

marcia. Arriva Carlo, don Chiaro va allincontro da limperatore. 

Scena 3. Canpangna. 

Orlando quarda la posizzione dal {del) canpo. P^ano le 

pianta il canpo in facci. 

{Qui manca una carta al ms., ed io non oso andare avanti 
,per completare il temo atto. Do invece un altro scmario). 



Atto 1. 
Scena 1. Canpangna. 
Orlandino e Carlo parlano dei prodezzi da suo (del loro) Pa- 
tre Milone. 

Scena 2. Canpangna. 

Donchiaro minaccia distmgge[re] i pagan.Donbuoso distrugge 
1 pagane pipane. 



Ho^tedby Google 



LE TRADIZIONI CAVALLERESCHE POPOLARI 283 

Scena 4. Campo cristiano. 
Donchiaro e donbuso si allontannano sensiche {Bensa che} 
i paladini le vedono. ■ 

Catiipo cristiano. 
Rainiere vede venire Orlando e Carlo. Che dendo (credendo) 
ch« quello è Monte Io vogli ono luccidore (uccidere). Ma Carlo 
lo fa, conoscere peste {presto ?) nelcanpo. 

Atto 2. 
Sema 1. Camera della serra. 
Girardo ricavo donbuso donchiaro. 

Scena 2. Campo cristiano. 

Carlo manda per battagliare {pattugliare) ad Uggiere amone 

buono Salamone per vedere se vi sono ancora gente pagane. 

Scena 3. Camera della serra. 
Girai-do ascolta che li Cavaliere arrivavano. Manda a don 
Chiaro. 

Scena 4. Mura della serra. 
Don Chiaro viene intenzone ma arrivate ad' uggiero le fasal 
tare lelemo (gli fa saltar V elmo) e lo conosce cosi le porta 
dentro. 

Scena 5. Camera serra. 
Girardo fa ritornare i cavaliere ai canpo. 



Gai'lo ascolta la notizzia d'auggiero che nalla torre delia 
serra vi errano (erano) ì frateiìe di donchiaro, Carlo manda 
i^iero a: girardo per farlo venire inabboccamento. 



Ho^tedby Google 



3s* tisi e costumi 

Atto 3. 
Scena 1. Camera serra. 
Girardo ascolta limbaseiata duggiero e va al campo. 



Cario vieae appretta (a petto) con Girardo che lui nonera 
e non voleva stare sottoposte a Carlo ma occupava un posto 
e come un secondo imperatore. 

Scena 3. Meggia di Bisa. 
Agolante songna che vedeva suo figlio Almonte impericolo. 
Si sveglia ecchiama consiglio. Manda ambasciatore per aspro- 
monte. Ritornano laralde. Uno le rapporta che mOrte (è morto) 
e hiccide. E altro le dice die [è] prigioniero cosi li fa man- 
dare un altro in viena (Vienna) ossia inasprononte ne! canpo 
di Carlo per dargli suo figlio. 

Scena 4. Campo Cristiano. 
Carlo riceve la raldo il quale le dice che almonte era morto. 
Don chiaro poi lo fa chiamare naseoslamento e lo dona [al- 
l'araldo'] la testa dalmonte. 

Seena 5. Cariipo Cristiano. 
Carlo riceve Bnlante e i suoi figli il quale ascolta che il ne 
micosi vedeva venire da lontano. SÌ priparano. Ma poi balante 
racconta che noe fece bene mundargU (a mandargli) la testa. 
Orlando si offende facchianare {fa, chiamare'] don Chiaro il 
gusle fanno buttatila. Arriva' Carlo le divide le pacifica cosi 
si priparano alla difesa. 
Altro scenario: .^____^. 

1. Atto. 
Scena 1. Meggia di Bisa. 
parte con i suoi. 



Ho^tedby Google 



LE TRADIZIONI CAVALLERESCHE POPOLARI 285 

Scena 2- Campo Cristiano. 
Carlo ascolta che arrivava il Pagano, vanne. 

Scena 3. Ganpangna, 
Orlando distru^e la schiera d'Agoìante. AgoJante quella da 
stolfo. 

Scena 4. Canpangna. 
Donchiaro viene abbattuto da AgoJante. fu^e. 
2. Atto 2. (de.) 
Scena 1. Bosco. 
Astollo viene pieio pt ^lonieio dar le negormo 

Canpo Cristiano Scena 3 
Orlando scolta k priggionia daatalto Va allibeiarlo. 
Astolto il mago lamaga Carlo con i suoi don chiaro con i 
suoi Asolante suprmj ncgarinu i rp licDruna Oi landò la maga 
Voltici \ 

Canpangne, Camera, Bosco, Bisa teggia Canpo cristiano 
Spiaggia. 

Per domai-e Orlando iibbera astolfo con la morte del pratre 
di rodomonte Ulìno. 

Scena 3. Spiaggia. 
Il re negormo porta astolfo per inbaccarlo. Orlando luccide 
e Ilo libera. 

Scena 4. Canpangna. 
Agolante abbatte cario. Donchiaro lo lìbbera. 
Aito 3. 
Scena 1. Canpangna. 
Battaglia canpale Agolante viene abbattuto d'Orlando. 



Ho^tedby Google 



286 USI E COSTUMI 

Scena S. Canpo/ngna. 
Astolfo incontra un mago che lo manda inuna erotta che 
V\ era una donna fatta priggioniere. Astolfo va. 

Scena 3. Bosco con Grotta. 
Astolfo entra nella erotta uceidendo il gigante. 

Scena 4. Camera con letto 
La maga Valtiero che dorme. Astolfo la vede. Cosi si porse 
affare lamore. Via tutto. 



Ho^tedby Google 



LE TRADIZIONI CAVALLERESCHE POPOLARI Ì87 

APPENDICE ir. 
LA MORTI DI LI PALADINI '. 



j avennu datu a Rinardu la pinitenza di fari lu- 
pini grinaggiu 'n Genisalemmi, cu diri ca a lu ritoniu coi dava 
pirdunu; si cunsignau la 'ntera fami^liia dì Rinardu , sLna a 
ranni e Baiardu, e li passò a so cugnatu Cani di Maganza, 

Rinardu, pi obbidirì a Carru, partlu a pedi scansi, e senza 
un granu. 

Ma cc'è un dubbiu: Pirelli Carru si tinnì st'ostaggiu di !a- 
famigghia e di l'armi di Rinardu ?—Pirchi timia ea Rinardu 
'sennu 'n pilligrinaggiu si facia 'na forti armata e marciava 
contra d'iddu. 

Jamu ad Orlannu, ca cci vinni piata di so cucinu Rinardu, 
ea si si 'ncuntrava cu quarehi armali sarvaggiu, ehistu nni facia 
pezza di pedi. E chi fa ? pensa di purtàricci la so Fubberta pi 
addifJTinìrisi a qualnnqui casu. Eccu ca l'agghinnci, e lu trova 
a pedi 'n terra, 'nt'on ¥Oscu, assittatu supra 'na petra, chi chian- 
eia a su^hiuzziari; — " Rinardu, pìrchi chianci ? Sai ca ti por- 
tai Fubberta p' addifmnìriti di l'annali sarva^i? ,—-" Sì, Conti;, 
io ti rmgraziu. Ma, fai la carità: dunami 'na munita, cà mot 
haju comu fari ,. E si cci addìnocchia a li pedi. (Chistu scrivi 
Murganti Maggi-uri-, pirchi lu restu è nni Munsignuri Turpinu).. 
— ' A mia mi duraanni la munita ?1 Figghiu d'Amuni, torna cu 
mia, ca ti faroggiu 'mperaturi di Pariggi „.— " No, io divu fari 
la pinitenza chi Carni mi ordinò ,. 

' Raccontata dal contastorie Salvatore Forrerì rfa Palermo. Veiìi 
p. 211. 



Ho^tedby Google 



288 USI E COSTUMI 

h Orlmnu &i nni turno aspittaiinu lu jomu ca tucBavaRi- 
nirdu 

Rinardu irnva n Dìeq'ìsou e i Damaseu si pireva (moriva) 
■di la fami Nta slu pai'^i cuyimiva lu Gran Cani di la Tar- 
tana amicu strittu dAmuni d Ardena, patri di Rinal'dii. La 
limosina la fac a lu le n Cuiti a 1 poviri, pena la vita cu' fa- 
cevi iimosma Eccu pirchi Rinardu si pireva di fami a la cam- 
pagna plichi cci parla viiogna jiii a dumaimari a la Gurtj. La 
tami fa uèscin la serpi di la tan\ e Rmardu appi a sciuniri 'n 
cita Ncontiiunpovnu e un p gnatuni di manciari, chi cci avia 
datu lu re Rnardu lu tiitteni nni vulia fari dui porzioni; ]u 
poviru — "No va p gghiativiilu cà lu re vi lu duna,. Ri- 
nardu s azzuffa cu lu poiuu Cuni lu purtunaru di lu re; ca- 
fudda cu 'na mazzata a lu piUirinu; ma Rinardu cci leva lu va- 
•stuni, e cci spacca la trata. " All'armi I aìì'armì ! , Fu arristatu 
lu pillirinu, e misu 'n prieiuni. Nutizia a lu Gran Cani, di stu 
sangu davanti lu paluzzu ; sintenza : " Sia misu 'n prieiuni ! „ 
-Di guardia si truvava un capitaou chìamatu Nassa; cci fa fari 
ricerca a lu pillirinu, cci trova la spata, e si l'accurta, e la 
manna a la casa. A li vintiquattr'uri munta di g d a e un 
signa all'autru capitanu lu priciuneri. Rinardu supra n ta 
lazzu sidutu chiamava e diceva: " Veni, Garru; ven Cont duca 
-succursu!. Un smdatu, attmtannu, 'ntisi sti palo a n 1 
capitanu, e cci dici la cosa. Attenta lu capitanu e nn lu 
re, e cci dici — "Mai&tà, haju un Mnti^hiu di n n a do u 
vogghiu spinniik pi hbirati a stu pnciunen b pt cu 

chiama iddu p'ajutu ? a Canu e a lu C onti , Risp ta d lu 
re: — " Scaruaratiiu ,. 

Gomu Rinardu si prisenta a lu re, lu re cci dici : — ' Siti 
cristianu ? , — " Maistà , sì. Io sugnu Rinardu 1 , — " Oh 
pi Maumettu ! E comu si' riduttu a stu statu ! E nun si' tu 
lu figghiu d'Amuni lu mio granni amieu ? , — " Maistà sì ! , 
^(e cci cunta tutto lu su passi^giu, ca si si, vulissi diri comu va, 



Ho^tedby Google 



!E nitAD17I0NI I ATALI.EBESCHK POPOLAR! 28(f 



'un t,ci bastuna 'na ]uniaU) M'hannu livatu la me spata Pub- 
berti, e sugnu ccà senza puUnmi addifènniri ,, Lu Re manna 
a chiama lu capiUnu, si fa dari la spata, e lu metti 'n pri- 
ciuni, e a Rinardu si lu metti a paìazzu cu iddu, sutta lu nnomu 
di Nuvéllu, pruraittènnucci di essiri 'mperaturi d' 'a TrebW- 
Eomia. Rinavdu 'un voli aecunsèntiri, ma, iruzza oj, truzza du- 
mani, lu re si lu porta a Trebbisonna. 

'Sennu 'mperaturi, Rinardu sù^ca sissantacincu munarchi 
pagani; poi rumpi la spata, si teni la 'mpugnatura , rampi la 
cunma , lassa tutti cosi 'n tridici e cci lassa a Liceiardettu so 
frati. Eccu ca si sparglu la nova ca Rinardu era mortu. 

'Nta ssu puotu Rinardu è vìtu, e 'ngruttatu chi fa la pini- 

tenza. Li Turchi 1' aduravanu; ma eh' aduravanu? un corpii 

m Tfe R d S atu 

B m ta sa; 

ca h Q arni Rm m in 

punta, tr tra m pata 



Ho^tedby Google 



^0 USI E COSTUMI 

la 'mpugnatura. A sta vista Licciardettu chianci; ma 'ntra 
ehiantu e chìantu s' apprèca a guardari lu pedi di lu morfu ; 
dici: — * Certu eh' è me frati , pirchì la 'mpugnatura è idda ; 
ma stu pedi nun è di me frati,. Gei dici un re dicurana: — 
" E tu ehi coi vói ricanusciri 'nta un pedi spurpatu ! Giù cei 
v6' vldiri supra du' ossa 'ncatmatì? ,, Pirsuasu di stu parrari 
Licciardettu fa pigghiari stu schelatru e lu fa purtari una la 
Trebbisouna, e ddà l'aduravanu comu si fussi Rinardu. Sta 'm- 
pugnatura si !a 'mpusissau Licciardettu. 

Jamu a Rinardu, ca comu s'arruspigghiò 'un si vitti la 'm- 
pugnatura. Scunsulatu, si imi va 'nta 'na gratta, e si metti a 
fari la piniienza di rimitu. E ddocu lu lassamu stari. 

Jamu a Licciardettu. 

Liceiardetti! java dicennu ca so frati era mortu ; " ma 'na 
apiranza haju: cà lu pedi uun mi parsi iddu,, 

Ghista è l'occasioni ca a Trebbisonna viutidui munarchlfaunu 
'n'armata eontra di Cai-ru]}ngnu pi mmnicàrjsi di la morti di 
Rinardu, Ma li munarehi una su' vintidui, cà Rinardu suggi- 
cau sissantacincu munarehi; e pir chissu Carru si su^ittau a 
li putenzi di frabbicari lu Casteddu di Muntarbanu rìmpiaz- 
zànnucci tutta la 'ntera faniigghia di Rinardu. 

Don Trigu, capitan d'armi di Rinardu, ordinava la furtizza 
comu s'avia a fari, e quannu 'un coi piacia, la fada sdirruh- 
bari, e la facia fari arrori; e Garrumagnu abhuzzava, e si ri- 
apittiava cu Orlannu: — * M'hannu fattu fari li cosi cu la 
forzai , 

A lu puserau chi pigghiò la famigghla di Rinardu si truvaru 
sissanta munarehi turchi , chiddi chi Rmardu avia si^gieatu, 
ca ora eranu tutti difmsuri di la fami^hia. 'Storfu, cucinu di 
Rinardu, si Iruvava prisenti, ed era assittatu spadda cu spadda 
co Orlammo dici; * Gonti, la vidi sta munarchia ? Rinardu ni- 
scfu cu li pedi 'n terra, poviru e miserabili, e purtò si^an- 
iacincu munarehi; e tu eh' ha' fattu ? prumittisti a tò mogghi 



Ho^tedby Google 



LE TRADIZIONI CAVALLERESCHE POPOLARI 291 

Saragusa * di Spagna, e 'un cci l'ha' pututu darli „ Orlannu sì 
affruntò e a la cuitata di li cosiì cci marma un 'mmasciaturì 
d Maisiliu a Spagna , e cci manna a Ganu cu stu ditlu: ' 
iddu SI la cnstianu, o ntasìnnò ceì levu lu regnu ,. 

Ddocu dici !a storia ca Ganu di Maganza veni pi 'mmaseia- 
turi di Carru 'n Spagna pi quantu Marsiliu sì facissì crìstiavu, 
masinnò si brucirà ia cilà. Ma Ganu nun havi la vulunlà di- 
essiri tradituri confra di Garru. 'Nta tanti camini, Ganu passa 
di 'na chianura chiamata Mimcisvalli, granni quattru migghia 
circulari. Sta chianm^ attorni! attomu era tutta china di grutti 
e caverni. Li paggi ddocu cci eonzanu la tavula; Ganu mancia 
e si Tiposa. Girannu poi la chianura si fa maravi^hia comu 
Marsiliu la teni scapula, senza avlricci frabbicatu mai, 'na chia- 
nura tanta bella. 'Un avenuu cchiù 'mpincimenti arriva a Sa- 
ragusa; e a cu' va a trova 'nf'a Curti ? a !u paladinu chiamatu 
lu Danisi Oggeri. Prisintannusi a Marsiliu, l' aceràmanu Mar- 
siliu, Buluvanli e Falsaruni, tutti tri frati. Gei dici Marsiliu: — 
' Conti, qual'è la tò vinata ? , — ' Mannatu di Garru, 'I vostru 
cugnatu Carlu (sic). Sappiati chi Garlu frabbicau Muntarbanù 
a forza di ferra * (pirchi a Rinardu lu Casteddu cci l'appiru a 
frabhicari pi forza, imsinnò cci dava li pira a li munarchi). 
Marsiliu, tò surella, la 'mperatrici Galirana, è^morta; cu' ti di- 
fenili echiù ? chi ti fe.i eristianu. o Carru li brucirà lu regnu , . 

Marsiliu 'mmitò a tavula a Ganu; ma Ganu:— "No, nun 
vinai pi sèdiri a tavula; vinili pi feriti eristianu: o battisimu 
o morti !... ,. 

Ga:nu faceva comu un missiunariu: maneu li faceva dormiri 
a tutti tri 3a notti. Oggwi paladinu canusei ehi Ganu è fidili; 
cci àici Oggeri: — ' Conti, mentri tu nni porti la luci di Ddi^, 
io partu e vaju. a Pariggi ,. 

' Sa.i'agozza. 

'Intendi qui sferza, perchè i moiiarolii tributari di Rinaldo ob- 
bligarono con la forza (quasi con la ftferza) Carlomagno a rìtabbri- 
eare il Castello di Montalbano. 



Ho^tedby Google 



292 rsi E COSTUMI 

A lu pàrtiri di Danisi Oggeri, Marsiliu arrlstò cu echiù lib- 
ÌDÌrtà. 

Oggeri arrivarmi 'n Parìggi parrà beni di Gami, diceimu: — 
" Stii Ganu è un veru paladinu,. Crediti! cei duna Garru ed 
Orlannu, c^ Ganu parrava sempri di Ddiu. 

Li tn spa^noìi Marsiliu, Buluvanti e Falsaruni furrnaru 'nta 
lu jardmu una tt,yula pi quanta pirsuadevanu a Ganu di vu- 
tànsi centra di Garru, e tuttu favurevuli a iddi. Sutla un ar- 
vulu di ( arrubha , 'n facci 'na vasca , e attornu a ssa vasca 
■.erti pedi di puma. Ganu, amurusu di Dìu, faceva comu un 
pridicafuri autta dd'arvulu di Carrubba. Marsiliu facia gintilizzi 
a Ganu, eccl dicia-.—'Comu, Ganu ! tu sai la nostra vita di Mau- 
mettu, e ntti v6i pirsuadirì a su^Jttàrinni a la liggi cristiana ? 

Li tri spagnoli avevanu fattu 'na priparativa di dari a Gan» 
tri gioj pn cumpriaientu. A ia tavula Ganu vidi stì gioj, e pi 
!u 'ntentu di sti f loj cancia pinseri; e comu cancia pinseri, e 
SI pigghia sti gioj, l'arvulu cnmencia a sudari, e li frutti a sbriz- 
ziarj sangu. Ganu s'adduna di la cosa:— "Ohimè ! io nun vogghiu 
accunseutin a ghiri contra di Carni I , Votasi Marsiliu: — * Si lu 
'fruttu è di natura chi scula meli '.,. Ghistu nun è sangu no, è 
nidi. AUura Ganu si lassa vinciri, e ricivi li gioj; dici :— '0 
'gnuranti chi si' ! haju passatu di 'na chianura; pirchi scapala 
la tent ? „ — * E dimmi, Ganu, cci dici Marsiliu; sta chianura 
quaì'è ?„ — Rispunni Ganu;— "Muneis valli., A sta palora, 'n can- 
ciu di vidiri acqua 'nta la vasca, vidi sangu.— " Ohimè ! nun. 
pozzu, Marsiliu; Diu mi sta castigannu. , E cchiù echi guarda,, 
vidi li puma disiccati 'n terra,ma 'un accunsenti,dicennu:— 'Mar- 
siliu mio, io haju un fìgghiu 'nta li paladini; io chi pozau pirmettiri 
chi mèfigghiumurissi?,— 'Ganu, eoniu si chiama tòfigghid?, — 
■ Barduinu di Maganza „ rispunni Ganu. Allura Marsiliu chiama 
'na supravesti e dici: " Ganu, metticci sta supravesti a tà fig- 

' InteiRÌL: Se il frutto per sua natura (= natni'aìmeiite) cola niicle... 



Ho^tedby Google 



EH ER E POPOLARI ^93 

h 1 n n tu tu — Ma i Marsiliu l'hai tu la 

forza d met in an t)u nta la hanura di Muncisvalli?, 
Oc d Ma s 1 u — Io un p n ettu di mettiri quattrucen- 
tun la ni n ampu —Mia Canu, iu tòtradimentu,ma 
n Rina d on fa (. anu — " E nun è mortu Ri- 

n d e 1 st nun è saput nm 1 T bbisonna?„— 'Esi nn'c 

ptu MIe^^— e jsiunn Ma I u— ehi nnifaràdimia?, 
— ' Malagg^i — dici Ganu —è mortu, e prima di muriri, l'arti 
l'abbruciò, lo vaju a rapportu a Garru chi tu abbrami pi Iu 
battisimu ; ti sc^ghiu Iu misi di maju , all' ottu di Iu misif 
jomu di Micheli Arcancilu, cu Iu dittu ca tu li voi battijaiari 
'nta la chianura di Muncisvalli pi nun fari pubbrìcità 'ntra li 
populii Io rappurtiroggiu a Carru ca tu t'ha' a battizzart; tu 
ogni grutta , ogni caverna l' ha ghinchiri di giganti. Si Garru 
vinirà un ghiomu, purtirà 'n'armata; e io, quattruiaìgghia prima 
-di Muncisvalli, a 'na furtizza, Iu flrmirò. Io ti mannìroggiu ad 
Orlannu cu setticentu paladini pi scusa di Iu battisimu; tu fai 
priparazioni cu asti e cu banneri cu dni ehi t' hai a battizzari ,. 

La storia ': 'ngratu Ganu, pi materia di gioj, ti vinnirai 
l'omini a spacca e pisa !... 

Ganu si licenzia (o 'ngratu tradituri 1). Marsiliu cu l'amici e 
parenti pripara ua'armata tirribuli darreri !i munti. Ganu ar- 
riva a Pariggi: — " Gugnatu, l'haju pirsuasu: si battizza, pi nun 
darì pubbricità a Iu regnu, 'nta 'na chianura; 'mmitati li pa- 
ladini pi l'ottu di Iu misi di maju; anzi Marsiltu nii cumpri- 
mintò sta supravesti pi cumprimintalla a me figghiu ; ma io, 
Ci^natu, nuQ cci haju fidi; purtàtivi 'n'armata, chi ia cautela 
nuH prigìudica " ,. 

Garru è printisu, 'Storfu fa difigurtà; diceva 'Storfu ad Or- 
Jannu;— " Tò patri (cà Ganu era parrastru d'Orlannu) mustra 

' Intendi: La storia stampata a questo punto esclama. • 
- Proverbio ben noto. 



Ho^tedby Google 



294 USI E COSTUMI 

visu tradituri ,. Orlannu: — " Chi mai pò essiri ? I... Sutta Tur- 
lindana ' tnurirannu si faraimu cosa„. 

Mentri s'aspettanu sti jofoa, Garrii 'inmita tutta, la fam^hia 
di Muutarbanu, pirchì era 'na festa. Licciardettu nu nni sapl 
uenti di stu 'mmitu, picchi era 'n cerca di Riiiardu, 

Garrii, ddoppu aviri chiamatu paladini e surdatisea, partì dì 
Pariggi pi ghiri a Muncisvalli: Addiu, addiu, Pariggi! dici h 
storia, «M nni videinu mai cchià /.., 

Muta cantu, dici lu libbra ". Licciardettu, fratì di Rinardu, 
porta la 'mpi^natura; ancora va 'n cerea si Rìnardu fussi vivu. 
'Sennu di passaggio d'un voscu, guarda 'na scura tumma, si 
accosta a la kpiti, e leggi : 

Abbitanu l'ossa e la cìnniri di Malaoqisgi. 
Ghianci Licciaidettu— ■" A sta parti funesta vurricatu me ziu!..„ 
E secuta la via pi ritiràrlsi a Muntarbanu ; quanta 'nta 'na. 
gratta senti i umun di 'na calma di ferru: era Rinardu rimitu !„ 
Licciardettu lu guarda, e lu ricaniisci. Figuràmunni !i cosi chi 
SI hcuu ' votasi fLicciardettu : — ' Tu si' sapurtu: èccutì la 
'mpugnatura, e ^rai vivu; veni, chi Muntarbanu è fabbricatudì 
Carru; e ddà cc'è la nostra famigghia 1 , — " Io,'IJcciardettu, caru 
mio fratellu, sòlu feri pinitenza 'nta sta grutta la matina, e poi 
supra lu munii; ai^petta ca vaju a fari la mia pinitenza ,. E a 
la malina Rinardu acchiana supra lu munti, e fa la pinitenza. 
L'ancilu ò pronti;— " BJatu, (lu chiama ì'ancilii) lassa la pini- 
lenza; vÈstitì ad armi ,. — " AncUu di Diu, nun sugnu dignu !... 
E unni sunnu l'armi ? , — ' Abbassa !' occhi ! „ Rinardu ab- 
bassa l'occhi, guarda, e vidi un cavallu senza sella; ringrazia 
lu Signuri, e s' arma di d' armi di lu celu ; munta a cavallu 
senza sella, e camina. Si 'ncontra c'un spagnola, chi purlava 
un piegu a Marsiliu a Munciavalli. Maravigghiatu lu spagnolo 

' Cioè sotto la mia spada Durìindana. 

' Lu lìbru (il poema) clic racconta questa storia passa qui ad un 
alti'o oantr. 



Ho^tedby Google 



LE TRADIZIONI CAVALLERESCHE POPOLARI 295 

di vidiri un aroi senza sella, cui dici: — ' Cavaleri, maravig- 
ghia mi fe di vidirivi senza sella. Pirchl ? , — ' Sai pirchi ? cci 
rispunni Rinardu ; pirchi ce' è la tua ,. — " Mura si' un la- 
truni !, cci dici lu spagnolu. Rinardu tira la spala; e lu spa- 
gnola è morti! ; si piggliia la sella, munta, e parti cu Lie- 
ciardettu. 

Caminannu li dui frati vidinu 'na casma : pi guardaporta 
un rimitu. Rinardu si accosta pi ripusàrisi un poeu 'nta sia 
Casina, e lu rimitu cci fa li granni accu^hìenzi ; e tuttidui 
frati trovanu di manciari 'nta 'na cammara spruvista, Rinardu 
firriannu pi la Casina 'nta ili mura di 'na eainmara trova tanti 
ritratti, si pìrsuadi di sti ritratti, ma pura cci dici a lu rimitu; 
— ' Chi vonnu significavi tutti sti pupazzi? , — " Pirchi li chia- 
mati pupazzi, si sunnu la vostra cunsat^uinità ? La quarta gi- 
nirazioni di Custantinu M^nu; e pi urtimu Arauni d'Ardena 
patri di Rinardu. Siti cuntenti? Nun siti vui Rinardu e Lic- 
eiardettu? Annali a Muncisvalli: io sugnu Astaratta, luapiritii 
di vostra ziu Malaggi^i ,. 

Sentiri chistu, e spiriri la Casina fu tutt'una; e Rinardu nin 
vidi cehiij lu spiritu, e si vota cu Licciardettu. Licciardettu nei 
dici allura: — " A prupositu: sai ehi travai la sepurtura di M.i- 
laggiggi ? , e lu porla a k sepurtura. Ddà chianeinu, e partinu. 
pi ghiri a Saragusa di Spagna. 

Camina, camina, arrivanu; e subbitu fòru rieanusciuti, Cci 
dici Rbardu a Piurdispina : " Tò patri ? tò mairi ? , — ° Me- 
patri è a Muncisvalli pi fari un campu,. 

Fiurdispina pripara la tavula, cà la duvia mannari a so patri 
Marsiliu a lu campu; ma si la maneiara iddi la tavula. Ri- 
nardu vj,di la cita spupulata, e cridi ca si l'avia purtatu Mar- 
siliu a lu campu, Parti cu Licciardettu, e s'abblanu pi Mun- 
cisvalli. A certu puntu, vicinu a Muncisvalli, cumparisci Asta- 
ratta, lu spiritu di Malaggiggi, vistutu di curreri. Gei dici Asta- 
rutta a Rinardu: — " Artizza , mi canusciti ? , — " Nun t' haja 



Ho^tedby Google 



JWi tSI E COSTUMI 

vi&tu ma] , — " Comu I Astarulta nun lu canuseiti ? aechianati 
stu rauiiti appressu , e vi faroggiu vìdiri cosi ca maueu vi lì 
putiti sunnari ,. E lu porta a la cima di lu munti , e cu 'na 
bac( betta fa signu pi la grittura di la sfrata ', e cci dici:— "Mit- 
litivi darreri di inia,.,Ghisenipitì?„—''Scmpu 'n'armata granili,. 
— * Canuseiti lu putirusu di l'armata ? ,. Ritiardu vidi a Bon- 
giardina, amieu di Marsiliu. — " Guardativi; chìstu è lu tradi- 
turi. Io mi nni vaju ; si vui un jorna scuntrati a Malaggi^i, 
dicìtieci chi nun mi circassi cchiù, chi lu sirviziu è fattu,. 
Lu spiritu spiriu. Dissi allura Rinardu: " Vivu restu,. 

Eccu ca Rinardu resta 'nta li campagni campagni, cà nuddu 
putia pinsari ca cc'era Rinardu cu Licciavdettu. 

Garru arriva lu primu di maju 'nta un casteddu ca appar- 
tinia a. MarsDiu; l'armata fa riposu, e Ganu s'acchiana lu jocu 
di la scacchera. Gei dici Carru: — " Conti, pìgghiati viatìmila 
omini e setticentu paladini pi lu battisimu di Marsiliu „. 'Storfu 
.sta c'un dubbiu; cci dici Orlannu: — " 'Un cci iiavi un figghiu 
cui nui Ganu?,—" E ehi cci 'mporta a Ganu si cci bavi un 
fi^hiu ! Basta chi si miimlca Mi tia e di mia.... , 

Lu sestu jornu di la partenza d'Orlannu cu li paladini dici 
Barduinu a Ganu patri:— "Io cci bè ghiri puru?,— "Etu ehi 
nun si' palarinu? , arrìspunni Ganu. AUura Orlannu si pir- 
suadi chi pìriculu nun cci rni'era. 

A lu caminu, Oliveri aveva un pufru di sutta, chiamatu-Sbut- 
tafuocu. Stu putru a mità di caminu (quattru migghia la di- 
-stanza è) nun voli jiri uè nn'avanti né nn'arreri; clara la terra, e 
si tira chiuttostu un passu nn 'arrerì. — " Comu l' abbizziati li 
cavalli ! , dici Orlannu ad Oliveri. — " Cugnatu, arrispunni Oli- 
veri, nun m' ha fattu mai mancanzi ; cu' sa chi bavi... , Or- 
lannu ' cu 'na cingata, e lu putru satau. 

' Indicando diritta meat« la vìa. 

* Ordinariamente m'mnica, vendica. 

" Sottintendi : cafuddi, ed il senso è [[ueslo : Oi'lLi,rido zomba (dà 
lina ciughiala) ed il puledro salta. 



Ho^tedby Google 



LE TRADIZIONI CAVALLERESCHE POPOLARI 297 

Ora tfàsinu a MuncisvaJIi, e passanu d'un passa^iu strittu, 
ca poi s'allargava a chianura, comu un mutu ', senza addunà-j 
risi nentì di li Spagnoli ch'eranu 'ngruttati 'nta li grutti. Ar- 
rivaouE a la chianura, si vittiru banneri e pavi^hiuna, g trumtni 
ch'accramaTanu ad Orlannu, cu ce' easiri Monsìgnuri Turpinu 
cu iddu ^. Gei dici Oliveri ad Orlannu: — " Gugnatu, acchia- 
namu supra stu muoti e videmu li prìparativi di sta festa,. 
Acchiananu, e Orlannu vidi armata 'ti gran quantità. Dici Oli- 
veri:' Ci^natu, 'unvurriaehilubattisimuarriniscissiasangu..,, 
— ' Nenti, cugnatu, è 'na festa, e fieiru vèniri sta granni ar- 
mata „. 

Su' già li ottu di maju, jornu di S. Micheli Areancìlu, e. 'n 
cànciu di battisimu, si ribbeJk tutta l'armata spagnola. Lu Da- 
nisi si va 'ngrutta. Accumencianu spati e lanzi di li gratti e di 
li cavemi danniggiannu a li cristiani. Carru jucava a la seac- 
chera. Ogni paladina faceva minnitta di li p^ani , senza an- 
cora mòriri un paladina. Già nn'hanna morta cintinara e mig- 
ghiara di li Spagnoli. Si vidi Falsaruni spagnola contra d'Or- 
lannu, spata e spala. Orlannu duna 'na sticeata, si spezza qaat- 
tr'unzi di spata, resta Falsaruni supra la sella; Orlaimu toma 
a tuecaUu, e Falsaruni è mortu. Orlannu guarda, e vidi Tur- 
lindana spizzata: si scura^Iul... 

Danìsi niscia di la gratta, facia dannu, e poi si ritirava 'nta 
la gratta arreri. 

Primu paladina a la morti è Crifuni. Morti di Crifuni, morti 
di Aquilanti. Senti Oliveri patri la morti di li fìgghi, cumincla 
a fari danni tirribuli. 'Storfu e tutti li paladini cummattinu 
comu liuna; javanu pirennu l'iinu appressa l'àutru. Ricivi Oh- 
veri un corpu di maaza; firitu malamenti, l'accumpagnanu li 
sci campani. Torna pi min ni carisi di li fi^hi; mentri è mortu 
Riccarda e Salardu, irati di Rinardu. Veni Oliveri, e ricivi un 

' Come un imbuto. 

' Essendo con lui Monsignor Turpino. 



Ho^tedby Google 



-="^ USI E COSTUMI 

corpi! di lama di Argaliffi, papa di lì Turchi; annurvò. A sangu 
càudu, cu lu riversi!, sSta supra d'Argaliffl, e coi fa salari la 
testa. 

Rinardu e Licciardettu di n'àutru piintu cu li spati a li manu 
cummattinu comu liuna. — ' Conti, batOti lu cornu, suecursa 
chiamati ! , Carfu senti lu corau quattru miggfaia di circulari, 
e si metti 'n pinseri. Ganu rispuuni: — " Gugnatu , è la cun- 
tintìzza di lu battìsimu ,. Secutanu a ghiueari. A stu puntu dici 
la storia: Viva Astorfu, re d'Inghilterra ! scravaccava di h ca- 
vaddi ammìazati, e cavareava li cavaddi straneri. Barduinu di 
Maganza ammazzava e nun era auunazzatu, pirchi aveva la su- 
pravesti di lu re Marsìlìu. Si 'ncontra cu Orlannu e ccì dici; 
— " Frati, pirehi ti Turchi 'ncontranu a mia e mi fOjnu ? ,— 
" Si, tradituri; giustu porti lu signali di supra „. La 'nnuccenza 
sfarda la supravesti ': nun ìu canusceru cchiù li 'nnimici. Un 
■capitaou chiamatu Limarchi dava morti a Barduiuu di Ma- 
ganza sutta l'occhi d'Orlannu. "Orlanna canusci la 'nnuccenza 
dì Barduinu, si parti va arriva a stu Limarchi, e lu sparti 'n 
dui pi 'n finn a lu pettu. 

Jàvanu di menu li cristiani: supra d'unu d'Iddi, deci, dudici 
pagani. Orlannu toraa a sunari lu cornu pi aviri suceursu; Carru 
senti lu cornu e dici: — ' È l'affigrizza di lu battismiu ,; e sé- 
cuta a ghiucai'i. Un conti cristianu chiamatu Piràniu resta 
firutu 'mmenzu It catàvari. Lu sangu spineeva li vrazza di l'o- 
mini morti comu 'na ciumava. Rinardu e Licciardettu fòru 
ricanusciuti. -Dìu, si dunanu a fuga ! Orknnu torna a sunari 
lu comu; e tantu forti lu sona, chi lu cornù si spezza. Fu tantu 
lu strepitu, chi anChi l'aceddi caderu , e tanta la furzata , ca 
Orlannu si spizzó 'na vina di lu pettu. Carru senti lu terzu 
strepitu; ordina: " Catturati a Ganu ! „ e avanza pi Muncisvalli. 

Orlannu cadi; Marsiliu e tuttu l'esereitu vàta, e restanu tutti 
H morti e tutti ii firuti. Rinardu e Licciardettu chiancinu da- 

' Innocente com'egli era, straccia la sopravveste. 

Ho^tedby Google 



LE TRADIZIONI CAVALLERESCHE POPOLARI 29ft 

vanti a Orlaimu, e cci mettìnu lu cavaddu davanzi. Orlaiiau 
dici:— °0 Valintinu, pricùrati n'àutru patruni, chi Orlannu è 
mortu ! , Lu cavaddu si piega, e è mortu ! Orlannu, assistutu 
di Monsignurì Turpinu, aveya pena di lassari a Garru jsi cun- 
fessa la morti chi avia fattu a Don Chiaruf e ripricava; ' Comu 
farà lu vecchiu di Garru senza di mia?,,,, — Gei dici l'ancilu 
a l'ariechia:— "Vinirannu omini cchiù forti dì tia. Si v6i cam- 
par!, sta a tia ,.,. — * E li mei cumpagni ? , — " Nun vinirannu 
echiù 1„— "E allura vogghiu muriri '„. Pnma di spirar! si sulleva 
pi spizzari la spata Turlindana ; la spata cadi di tagghìu ; pi 
quattr'unzi arresta appizzata 'nta lu marmu (e ancora esisti). 

Arriva Garru cunfusu guardannu li morti, guardannu a Ri- 
nardu e a Licciardeitu , guardannu dda straggj, Garru si fa 
maravi^hia; polsi vota cu Orlannu mortu e cci dici:— * Conti, 
tu mi prumittìsd Turlindana; comu mai si' mortu?, Orlannu 
si Susi; e, scrivi Murganti Maggiuri: " Orlannu prenni la spada 
di la gaffa, e la proj a Garru, e Orlannu muriu ^ ,. 

E ddocu finisci la gran Rutta di Muncisvalli, 

{Palermo), 

1 Qui, nella gravità e solennità del racconto la voce non è mbriri 
come di ordinarlo nel parlar familiare, ma murìn, lettorariamente, 

° E l'italiano clie il contastorie riferisce dal Morgantp Maggiora 
del Pulci. 



Ho^tedby Google 



APPENDICE III '. 
STORIA DI FIERAVANTI E RI2ZERI. 

1. 

'N ]oinu FuHellu a piusan oi misi: 
La alla leia 'un putia muatipiicari, 
Era pati uni di Stati e paisi, 
E a ]a moiti 'un Ictvia a cui lassar!; 
E ti&tamentu i U iiiputi fiei. 
Chi iiuddu ai putis&i ùciarnari 
SmtiritL lu le chi iosa fici 
4 Rrmi SI imi iju a iipitiiari 



E nni So feantitati iju a pusari, 
Dintra la so PaUzzu iisidiu 
Ed a lu Papa Santu si im&t i priari ; ' 
Lu sintu Patii si vutau cu Diu. 
A bievi |oina senza iddiinuiari, 
Gesù Ciistu la ^lazia cu ofliriu: ' 
La Riggma si vmni a ngrivit'irj, 
Supia li novi mibi paituiiu 



' A. p. 239 , pei errore , e indicata come Appìadice IV. 
' latendi clie Fioiello si mise a supplicare il papa affinchè gli i 
detrasse da Diu la gia^^ii i un Aglio 



Ho^tedby Google 



LE TRADIZIONI CAVALIERESCHE POPOLARI 



P«tmm la Riggina, partuuu 
chi gian cuiitintizza ddia ' juinata' 
Un beddru figghiu masculu nasciu 
Gumpirsi m ria bona ìluminita 
Pi nzma a !u Cuns ggbu nn allucchiu ' 
Di ddra summi biddnzza IJp^ragglata 
C un signali a k «paddra cumpariu 
Di Lami 'n '^angu 'na i ruci immati 



Anurati 111111 atiù&mia 31 asciau ' 
Tutta d oru la fascia p lu davanti , 
E la mammana quaimu la pigghiiu 
'Mmezzu di petn rubbmi e domanti ' 
'Na gran fistulitati nulliggnu ^ 
Musichi toici e 'ìtiumenti davanti, 
E lu parrinu chi lu vattiau, 
Di nnomu coi mittiu Fier avanti 

> Udrà per dda, quella, e della pallata del Trapaneatì, ove m prò-, 
aunàa tpaddra pei ••pa'lda spaila, biddmsa per 6; Ztiissa beilezna, 
heddru pei bnidu bello, caoaddi u per ravaOdn ca\ allo, iddru per 
idda egli,n «lidrM per niiddii nessuno Vedi il mio Saggio di una gram- 
matica del Dialetto e d-'lle -parlatp salitane nel ^ I, p CXCVI 
delle Fiabe, Noveilf e Man pop siciCiatii 

' Cioè Ano il Consiglio della Corte come a dire U Conf.i„'lie 
dei ministn, ne stupì, 

' Si trovò indorata, indoratissiraa 

« Sottintendi la\ lau, cioè che li maniinuna quando pre e tia 
le mani il neonato lo trovò m iiie?zo mbim e duiinnti 

^ Oidinò una gi'an festa 



Ho^tedby Google 



USI E CIOSTUM.I 



E Fieravinti di nnottra ici mi&i, 
Lu Re chi gran \ittoria purlau 
Lu paladinu lu afCettu cci misi 
RizzLii tantu beni assai lamau 
Lisfiandiu abbincunau lu 'jò paisi 
Lu figghiu di itu Re mai lu la&sau 
Es=<ennu d aggiu, ' a li sccli lu misi 
E di quittoidici inni '^tudiau 



N jornu n palizzu li libbia sbutau 
Di «j numu ntra la lò libbnrn, 
Mmez7U un foggìnu di carta iitiuviu: 
N tempu so nannu prudiggi facia 
Di so narmu prudiggiusu si truvau 
Accustavi ogni aimata chi vinia 
Sintennu chistu h libbia lìsàau, 
E truvannu a so patii cci dieit 



— " Signun Fdlri min tunvpni a mia. 
Di stali mcoia cu pjou piniPn 
Vogghiu avanzali la mia bignoiia 
Ed accustari ogni aimafa chi leni , 
— " Figghiu di lu me loii rd 1lm^ mia, 
Levatillu di testa stu pinseri 
Si' piccnddu nun cunvpni a tia 
Nun sai li spata nriniaii bcni„ 
I Quando «ebbe quando fu in età da ciò baMbbe l'àye tmn- 
ìseì E questo il piuno esempio sitiJuno 
'Cioè, che, a suoi tenlpi, i) nonno fìtxa piodigi dì vaLoi'e. 



Ho^tedby Google 



LE TRADIZIONI CAVALLERESCHE POPOLASI 



— le nt a 1 ren me iu rtruTa 
Mmezz n fogji d arta h hgg a 
Lì e me » annu put ru u issa 
E d q atto d e ann umn ^tt a 
Ora 1 me p n&e 1 ] St 
Nese n oggi d la e n a 
N ddr nprud saan 

Aeuus'ì ggl la liggi mia. , 



Urdbau ìu Re chi si facia 
'Ntra lu paiaazu tèniri Gunsigghiu ; 
Oà Fieravanti pàrtiri vulia 
Lu earu amatu so dDettu figghiu; ' 
Ed unu di li 'Ngranni ' arrispunnia 
'Mmezzu di chiddi chi tennu cunslgghiu : 
— * Un mastra scrimmiaturi cci vun-ia, 
Pi 'mparari lu vostra amatu figghiu. , 

10. 

— " E iu Cuiisigghiu accussi si farà, 
Di pi^hiarisi un mastra scrimmiaturi. , 
E pi lu munnu circaimu si va 
Un gran mastra di scherma, cchiCi maggiurì '. 

< Il re ordinò che si tenesse consiglio in palazzo, Jove espose ci 
Pleravaate, il suo caro, amato, diletto figlio, volesse partire, 
' Una dei grandi della Corte. 
' Idiotismo popolare comunissimo. 



Ho^tedby Google 



USI E COSTUMI 

Unu cci dissi : " 'Geillenza, si sa : 

È In Conti Salardu 1' anvinturi ' 

E pi lu munnu nun sì truviià 

Un gran mastru di sellerina cthiù ìnaggluri , 



Fieravanti cu OEuri a' 
Cci dissi : — " Vegna ecà stu gran Signuri. 
L' haju a piaciri cM sugnn 'mparatu 
Mentri me patri mi duna st'onurì ,. 
A lu Conti Salardn hannu pnrtatu, * 

1 di l'antri Conti e gran Signuri, 

1 l'appi salutati!: 
ìli' schiavu, Su' Mastri!, miu pati-uni , 



— " Salutannu a lu Re comu patruni, 
Amvannu ti fazzu rivirenza; 
Su' pronta di sirviri a un gran Signuri, 
E soccu mi cumanna Sua 'CciBenza „ '. 
— " Conti Salardu, m' ha' a fari un favuri: 
Haju un flgghiu di tanta 'mpirtinenza: 
Assignari 'un si cci pò nudda rj^iuni: 
Voli jiri a la guerra, di putenza ,. 

13. 

Lu Conti dissi: " 'Geillenza di Re, 
Nun su' dignu d'aviri fantu onui'ì: 

' L'inventore, qui il più grande schermidore. 

' (Le persone di Corte) hanno condotto il Conte Salardo. 

" Parole del Re Fiorello. 

' Risposta del Conte Salardo, che .dà dell' Eccellenza inVi 

il Maestà, al Re. 



Ho^tedby Google 



LE TRADIKIONI CAVALLERESCHE POPOLARI 

E si Vostra 'Gcillenza voli a me, 
Voli stari so fi^liiu cu timurì , '. 
~ " Gertu ti dugmi palora di Re, 
Ti cumprumettu eomu gran Slgimri : 
Si sàeciu e sentii qualchì cosa ec'è ', 
Giustizia ti sia fatta a tò favuri „. 

14. 

As&i^futu lu Re a lìJti gian Signuii 
E a lu Conti Sakidu Fieiayanti 
'Ntra un jardmu belli&simu d'odun 
Vicmu k citati ui mi^hiu blanti ' 
E Fieravanti stava cu timuii, 
L'occhi avirtenti e sempii vigilanti, 
Sì 'mpaiava 'ntra parti di itiiltuii, 
'Ntia nlnam ed ^iilii \ l'i: cn-'U'ìtanh ' 



Ntia li hnci, li spiti s uti e 1 elmu, 
Tutti II COSI 'mparatn <: avia, 
Pre&tu, vf^ghiaidu avirtenti di leonu 
E 'n jomu 'ti loinu nnavaa?annu jia 
E quannii fu,! ìii pnmu 'ncumenciu, 
A lu Masti u allucchiri lu facia 
A 11 561 misi SI livau di sen^u " 
E tannu fici la prima pazzia 

' Biso^'na ette il figlio di V M stii con iispetto soggezioni 

• Se saprò e sentirò ohe ci sia di mezzs qualche los». 

s 'Slanti, distante 

' Fieravante s aiMestiava in luoghi atratti, m ioo^lii larghi i 

tri ìuogìii o modi differenti 

'■ Perdette li testi 

G. PiTRÈ — Uù fi Costumi, Yo!. I. S 



Ho^tedby Google 



USI E COSTUMI 



16. 



Un jornu assemi a tanta Signurla, 
Ddoppu menza, finennu di manciari, 
Si uni scinneni jusu a la campia, 
'Ntra In stessu jardinu a ripusari. 
E Fieravanti dormiri 'un putia, 
Cà sintia la Conti runfuliari, 
Scippau la spata cu gran prucunia ', 
La vita cci vulia dicapitari ". 
17. 
Alltira misi la cosa a pinzari : 
" Ghistu nun è prudiggiu chi iu ixim. 
Chi dirrannu li genti furitani ? 
Dirrannu chi pi 'nvidia l'ammazzu. 
leu la varva cci vo^hiu tagghiarì... 
Radenti comu teni lu mustazzu, '. 
Lu lassa e si nn'lta ghiulu a ripusari 
Sutta'ii'àutru arvulu a lu spassu. 
18. 
chi fracassa uhi gritini otii&cinu 
Chi fera erudilta cIjl tnannia' 
Lu Conti SI ruspiggl u n sonnu (,hmu *, 
E trova chi la varva nun avia 
Si misi a funaii lu jardmu 
Truvau a Fiei avanti chi durmia 
Allura misi la spata n cammu 
E scippali la testa cci vulia 

1 Con grande labbia 

' Dica^xiatila vita, per togher la iita, e fiaaa che 

alla novelle popolari. 

* Corta come egli ba i mustaeobi, 

' Si risveglia dal sonno profondo. 



Ho^tedby Google 



LE TRABIZIONI CAVAI.LKKBSCHE POPOLARI 



!9. 

Lu Conti cu so magna puiizla 
Allura misi la cosa a pinzari : 
" Chi dìiTannu lì genti 'n sutta mia *. 
Gli' iu pi 'nvidia lu vo^liiu ammazzari ?. 
Lu quali è figghiu di gran Sigiiuria, 
E qualcbi guerra putemu attaccari; 
Fora megghiu a In Re cci lu dirria 
Si mii vulissi la giustizia tari ,... 



Si imi iju nna lu Re senza tardari, 
Chinu di pena e di malancunla; 
Allupa misi lu fattu a cuntari, 
Lu tuttu chiddu chi passata avia. 

— " RiaSi Mtustà, chi eci uni pari ? 
Chista è 'na crudi'tà, 'na tirannia 1 ,,... 
Lu Re cci dissi: — * Nun ti dubbitari, 
Conti Salardu, lassa fari a mia ,. 

21, 
Si chiama tutta la sua surdatia: 

— " Stativi supra l'anni vigilanti, 
Curriti tutti pi ordini mìa, 

Prestu jiti a pigghiari a Fieravanti 1 , 
Lu Conti disai; — ' Dubbiu sarria ': 
Criju chi sti surdati 'un su' abbastanti; 
La sua spata ' è cchiù forti di la mia, 
Quattrumila nni voli s 

liei sudditi, 

iarei dubbioso, cioè io temo che la C 
spada di lui (di Fieravante). 



Ho^tedby Google 



22. 

Curreru tutti cu lu passu avanti, 
'Llura aJlura arrivaru a lu jardiuu: 
Ogni suvdatu e' uu cori trimanti, 
Oimè vidirìti un gran 'sassinu '. 
Hannu trasutu a la murusa erranti ^ 
Midru a fluriari lu jardinu; 
Ora jeni e attruvaru a Fieravanti, 
Sutta un arvulu stava 'n sormu cliinu. 
23. 

La spata cci livaru di vicinu, 
Subitu lu chiamaru ci pristizza; 
'Llura susènnusi jittau un susplru: 

— " Ahimè ! nun servi cchiù la mia fnrtizza ! 
Ringraziati a nostru Diu Divinu, 

Ca a mia lu sonnu mi ha datu 'mpidizza ,, 
Ogni surdatu chlancfa di cunlìnu 
Cu chiantu ruttu, e cu gran tinnirizza. 
24. 
Ddra gran furtizza nni lu Re ha ghiuociutu, 
Davanà Sua 'Gcilen^a fu purtatu ^; 
'Rriyannu nn' appi lu primu salutu : 

— " Comu, figghiu buciardu, sciliratu I 
'Ntra li mei stati ognunu è pruibutu 
Di essiri nissunu aggraaiatu ! 

1 Oimè, veilrete un grande assasainio (eccidio) di tutti questi soldati! 

' Non HO clie cosa voglia tìgnifloare qui murusa erranti. Certo 
vi è una mistiflcazìone. 

5 Quella gran fortezz? (quel giovane forte di Pieravante) giunse 
al Re; fii condotto innana a Sua Eccellenza (a Saa Maestà). 



Ho^tedby Google 



HE PfPfHR! 



C 1 piisi Icit e senza nlrattmulu 
Di fora la uitati sia puitatu , 



Sfiiau mmezz i li Blanch '' accump£ign\tu 
Chianciinu ognunu cu con dulenti 
Di;,eniiu — • M u Gesù Verbu Ncainatu 
bcanzàtilu di morti a afu iin izzenti , 
E ntia stu stanti so matti ha, nivatu 
Ca di sta cosa un m apia nPiiti 
Diceiii t " Gonu iu^ Giii cdsa tu olita i „ 
E iddru cci rispusi amaramenti : 

— " Vaiu a la morti 'mmezKU a tanti genti, 
Stfittuliatu 'ntra sta surdatia, " 

Pi 'il esseri di Crìstu ubbidienti, 
Haju offisu a lu Figghiu di Maria. 
Vajn a la morii e patirà turmeatì, 
Accussi voli la furtuna mia. 
A va', mairi, 'un v' arraccumannu nenti, 
Matri, v' arraccumannu l' arma mia ! , 
27. 

— * Fi^hiu di lu me cori e 1' arma mia, 
Figghiu di in me cori e lu me ciatu, 
Strittuliatu 'ntra sta surdatia: 

Stu corpu tantu beddu 'ndilieatu! 
Seiugghitimillu pi ordini mia, 
Quantu sentu la cosa comu ha statu ! 

I Subito e aenaa ritardo venga condotto fuori la città, (a morlfl). 
- Sulla Compagnia dei Bianchi vedi in q lesti Usi lo scritto sulle 
Anvme dei corpi decollati. 
i Stretto, legato in mezzo a tiitli questi sriWati. 



Ho^tedby Google 



Jl i t u itia I Re Q p e n a 

C d s — Un e p dun a st p e atu 

Sub tu h E gg na ha s np cat 
Ouann app d 1 Re la n gal vi 
G.1S a n te ra e e innin a 1 atu 
D en a - D n è £ gghiu im s p va I , 
Ouann r v nn sub tu 1 a pmzatu 
La mamma cu la a sp culiUva 
A ped d lu Cont & h gh ttatu 
La lama cu h s ^ cuu tvt. 

N pr na ce diss — Cont [ o 1 gL, us 
Sta atte tu a 1 e palor dal 
C ti parlu u ara u gè er bu 
Gh 1 paro! me un u a udat 
Ver 1 die p lu D u m usu 
E o t parlu cu s n r tat 
U jo nu F erava ti sarà spusu 
Nse da e tò figgi a n u unat 



30 




L Coni ali a diss 


- Lb tal 


Sub tament u cur e 


e bhh 


' leu Toggh de a e p 


uun tardat 


Po turn r t cu ord n n 


\ì 


Lu currer gr dannu p 


1 stiat 


C a atra al a 


eh Igga, 


D a - Ch 9 d 


ass 1 birtat 


Og mu 1 stmnardu ce 


SI ne a 


gma cadde a n ope 




uè parole sono assodate ! 


u oaU e 



Homdb, Google 



LE TRADIZIONI CAÌ 

31. 

Ritirata nni fu ogni Gumpagnia, 
Li Bianchi e tutti quanti li sUrdati, 
Criju chi ognunu lagrimaimu jìa 
RìnEraziannu a Din di maistati. 
E Fieravanti nni so patri ija : 

— " leu vogghiu, patri, chi mi pirdunati „. 
Lu Re cci dissi : — " Nun cunveni a mìa : 
Ringrazia a cui ti detti libirtati. , 

32. 
cari amici, eu vogghiu chi ascutati : 
Ca lu Conti e lu Re si custunìanui 

— " Si straniannassi di li nostri stati, 
'Ccussì meritamenti si castia l ' , 
Un bannu sia mannatu pi li strati, 

Tempu tri ghioma lu terminu sia : 
• Ddoppu tri ghioma si vu' l' aJluggiati, 
" La sintenza di morti cci sarria I „ 
33. 

Ghianconnu la Riggina umili e pia 
Diceva : ■— " Figghiu meu atflittu e dulenti, 
Quantu era megghiu chi 'un ti parturia: 
Sta ciamma 'un avirria, stu cori ardenti ,. 
Fieravanti cci dissi : — " Mairi mia. 
Statisi leta, filici e cuntenti : 
Vmni ìu disideriu chi eu avia 
Di jiri a sudisfàrimi la menti ,. 
34. 

La Riggina c'un armu diligenti 
Sobitu dì ddri vestì l' ha spugghiatu. 

dai nostri stati 1 Cosi meritameuta si 



Ho^tedby Google 



E cci misi un vistitu diflìrenti, 

Iju quali si chiamaya 'nnamuratw; 

Gei detti lu cavallu e l' urnamenià, 

E cu la lancia e la spala 1' ha armatu; 

Cci diasi : — " Figghiu meu, statti avirtenti, 

Quannu a In cainpu si' 'atra lu sticcatu,. 



Lu \ tu J t mi 1 laudili bpni iimtu 
Na uuLi d oiu a la spa Idi ce misi 
P essiri cchiu pulifu ed anuratu 
Pi quannu pa'ìsa mm^zu li pai=ì 
La licenza i so patii ha dumannatu 
Lonh Bariuia Ptmcipi p Matchisi 
Pi tri ghiomi e tu notti ha cammatu 
Ll b valli c,u li i '-a stis 

% 

Lu passi sti'Si f un aimu feiniru&u 
E lu cavallu so oemp i raLcicni 
S^adduna di un gran munti putii usu 
Unni chi nuddiu cu odia abitaiL 
Tocca spiruQi t.d act,!uana ddrà susu 
Pi circari l'erti ervi pi manciari 
F luam i nti i un gr lu sliizzu&u 
Uceini — Dui ireii min bl inniiaari ! 

37. 

'Ntra 'na vaddafa si niisì a calai'i, 
Chi né celu, uè terra si vidia, 
E vitti un saracinu bistiaji 
Cu 'na donna a li manu chi chiancìa; 



Ho^tedby Google 



LE TRADIZIONI CAVALLERESCHE POPOLARI 

Pi forza la Yulia disEinurari, 
Cu n' antri dui jucatu si 1' avia '. 
'Lìura cci dici : — * Nun ti riminari ! 
L' arma ti cassu, pi la vita mia ! , 



— " Cavale i vattmiu pi to vja 
Mi pali chi t annoja lu campan 
Si piecinddu e nun cmivem a mia 
Di la vita vulinti livari ' , 

Iddru cu dissi — " Guaidanii e talia 
Si sugnu nicu un ti 1 hai a tigni ari 
Si ti rimini pi la vita mia 
Ti voggliin 1 irmi eli con i s'Xi', 
J 

— " (juaida eh hai pocn ni-egii i e pi u sali, 
Pocu giudizin In tò Din f ha datu 

Era iisoltu un ti vulia ammazzali 
Ora mi trovn ntra un puntu airatu „ 
Alluia t, hamiu misu a ginniggiaii 
E Fieravanti n prima 1 ha signitu ' 
A h dm i"orp3 misi a bbmn mir ■* 
A h tu Lurpa rt tirau lu ciatu " 
40 
Nni cala ii'àutiu sancinu aimatu, 
Tuttu chinu d'ira e prucurtii. 



> Se l'era giocata con altri due. 

' Così dice a Fiei'avJtale il Saracino che voJea d 

3 i' ha sagnatu, qui 1' ha ferito, gli lia fatto 

* Al secondo colpo 

' Al terzo colpo me 



Ho^tedby Google 



— " E tu, a lu meu cumpagnu hai 
Ora uni veni eh' he ammazzari a tia * 
Fiera vanti s'avanza priparatu 

Cu la so landa spi'etata e ria, 
E ghicanrm chi iici l' ha ammàzzatu, 
Ddoppu ehi 1' ammazzau si mù ridia. 
41. 
Chiancennu ddra picciotta umQÌ u p 
Ringraaiava a ddr' omu putirusu 
Di tantu beni chi fattu cci avia: 
Scanzatu di ddvu mali tìnibrusu '. 
La donna a Fieravanti cci dicia ; 

— " Nobili Cavaleri prudiggiusu, 
leu ti prisintirò la vita mia : 

Veru ti dicu pi lu Diu amurusu ' „. 

— " Veru ti ì e i p lu Dm inu usi 
Fa7zu hggi li veiu ciistanu 

E ha li ledi mei un ha statu usu 
Stu D a Laucian pi lu munnu vaau 
Haju vistu lu tò con suntuusu 
Fui eustnttu a stènniii li manu 
Nu start cu stu cor cohiu trubbusu 
Cà lei i portu unni t pigghiaru 

— "0 Cavalci mei bingnu e Liru 
Tullu hmid mui e cui f Lia 



= Di averli eoe oalvata da, quel male tei 
-, Paria, a [uaiito jaio Fiorivai e 



Ho^tedby Google 



.Y^JItElC^rm POPOLARI 

Ceitu ^ lu muimu un si tiova In pam 
N'àutru omu piodiggiusu comu a tìa; 
Tri aai^LLiii lc^ mi cci purtaru 
Nni manna n àutru di sta uumpagnia; 
Jfmu 1 la gratta e duvi ti puitaru, 
Bon CaTalori, camma cu mia , 
44. 



— "Cìiiiii Lh h 


fatt I 1 he laltu pi 


Ila, 


Hiju vistu lu to COI 


dui enfi 




Pi tri e pi quattru n 


im m ^ummmia 




A scppaii la ma spiti valenti 




Lu spa&si lu p]ac 


i lIii uci v/a. 




S erduu q ultru mil 


1 -isi gentil 




E SI la lancia e ia =ipata fallia 




CastI^ll mi t\ a Diu 


Onniv Jtenti , 





1^ 

Prest^m nti s m s ru n -x nin i 
Nzmu a la g utta lu vosi p irtai 
Unm chi era ddu htru assassmu 
Chiddru eh tintu dannu avia di fan 
E ù attruvavt 1 autiu saracmu 
Avia COSI di cermn e munnan 
Junciu a ìa grutta truvau carni e vinu 
E Fiei avanti si mi? ,* mane ari 
46 

1 1 lifs — " D amia un ti nai u gfeli j 
Chi m man lu stt iim neiza cruda 
Havi tri ghiorni eh nun vju pam 
F su dehuli e fraccu di natura , 

I Costui avrebbu avuto grandi guai. 



Ho^tedby Google 



dio TISI E COSTUMI 

La donna dissi : — " Nun ti dubbitari, 
Nu stari cu riguardu e cu russura, 
leu haju vistu tuttu lu chiiTari, 
Siti un otnu corruttu a Ja furtuna „ '. 
47. 
— ' Dunni diùcmni nobili &i|,iiurd' 
Slatti cuntpnti 'un ti pigghiari pena. 
leu ti cci purtirò virgini e pma 
'N palazzu di tò patti, a li tu cena ,. 

— " Sugnu figghu di Re di mìa natura, 
NuUuta 'nUa li StaU di Taibena „ 

E a FieiiTanti co suvvinni aliuia, 
Ap^ji dui Losi Liintintizza ( pena 

Auispuùi la donaa altlitta ameni P): 
^ " Gavaleri, unni e lu vosti u siatu ' „ 

— " Su' natu 'atia la Fiancia a Goghiapena, 
E sugnu un omu di pocu <,aratu 

leu su' paitutu 'ntra duluii e pena. 
Fu' di lu rniu palazzu slramannitu , 

— " Jpmunnmi a lu Sfatu di Taibena, 
Di nit; p-itii ■-Ulti primiatu „ 

49. 
— ' Qual' è la strata ? e dimni hai pigghiatu ? , 
Unitamenti si misiru 'n via. 

— " leu ti prumettu, di omu anuratu, 

Chi nun ti moddu, e nun ti lassù a tia ' ,. 

1 Io ho veduto tutto ii da faro (=: i' occorso) , e mi son pei'suaf 

le voi siete un uomo abbandonato alla fortuna. 

* Non ti cedo, non ti lascio, non ti abbandono a te stessa. 



Homdb, Google 



LL TRiDIZIONI r \VALLCRE-i(.HE TOPOLARI 

'Nzèmmula luttidui si nn' lianmi amialu 
Discurrennu cu tanta pulizzia. 
Quannu vicinu BarJa haniiu airivatii, 
Appiiu 'inpiJimentu ntra la via 
50. 
"Ntra 'na via chi fu 'etra 'iia cuntrata 
Spuntau un omu putirusu assai, 
E ghicanmi cci fici na nclunata 
Gei dissi ; — ' Bellu giuv m unni vai ? , 
E Fieravanti cei detti una ucchiata; 

— " Pirchi mi spy ? chi pmzeri nn' hai ? „ 

— " Ti spiju chi vogghiu sta donna lassata „, 

— * Pi punta di cuteddu 1 aviiai ! , 

51. 

— " Mi pari beddu 'ndilicatu assai. 
Mi pari forti tariti niuriri '; 
Me^hìu lassi sta donna q ti nnì vai, 
Si ieu t' ammazzu, nn' haju dispiaciti ,. 
Iddru cci dissi : — ' Sgarrata cci ì' hai : 
Pi punta di cuteddu la pòi aviri, 

Si tu la vinci, ti la pigghirai 
No pi paura, 'un ti la lassù jiri,. 
52. 

— ' Voi tu muriri, ccì dissi, daverii ? 
Vidi ehi pi tia 'un ce' è cchiù ripara... , 
E Fieravanti e la donna scinneru, 
Pinaù e Fieravanti s' attacearu; 

E cchiui di mezz' ura curamattera 

Di quannu l' armi 'n manu si pigghiaru; 



Ho^tedby Google 



rìlb USI E COSTUMI 

Li punti ài li lanci si rumperu, 
E r asti pezza pezza si ^taCLaru 
53 

Si staccwu cu gian botti viulenti, 
Lu firiu multi voti a ddru gicanti, 
Finau detti un coipu malamenti 
Flci sataii 1 eimu a Fiera vanti. 
Dissi — ' Divinu Dju , 'ntra la no menti, 
" Datimi tutti U forzi abbastanti i , 
La donna cu lu so con dulenti 
Priava a Maiia Vir^oi e li Santi. 
54. 

Dissi ddru brutta bestia gicanti: 
— " Avverti, Gavaleri, chi ti penti 1 
Megghiu lassi sta donna e passi avanti, 
Nun ti Yogghiu aramazzari veramentì,. 
Iddru coi dissi : — " Bestia 'gniiranti, 
Levati stu pinzeri di la menti : 
Si fussi vera fì^hiu di.rignanti 
Nun pai'tirissi svirgugnatamenti ,. 
55. 

Scipparu li dui spati viulenti 
Chi ddra bestia l'avia 'imimumata ', 
E Fieiavanti cu l'aiina avirtenti 
Cununattia cu la sua spata scannata ', 
Gei detti un ooipu fera e viulenti, 
'Ntra lu ciancu (,ci detti 'na sticcata, 
Dissi : — " Divmu Dm ' „ 'ntra la bo menti, 
E tannu si glnriau di la so spata 

' Intendi che Fiiiaù aves. .'a svia spada indemoniata, «he è iioatito 
liire fatata, strei^Lita Ui^. 
' Fiacca, tlsbj e. 



Ho^tedby Google 



LE TRADIZIONI CAVALLERESCHE POPOLARI 
58. 

Gei dissi Finali a la rifriddata ': 

— " Fèritìati un pocu, risguarda e talia : 
Davanti 'nzullirttarì la mia. spala ! 
Nuddru cci ha cummattutu comu a tìa, 
Dubbilu di la tua spata ciarmata, 

puramenti 'nfatata sarria; 
Nun ti vogghiu ammazzari sta jurnata: 
Vattiniii e laasa ssa doona cu mia ,, 
57. 
A ddni gran saracinu cci dicia: 

— ' Spèrica, nun mi davi 'mpidimenlu; 
Nun ce' è vantaggiu di la parti mia, 
Vinissiru pirsuni a centu a centu ,, 

Re Aleranu 'ntra dd' ura durmia. 

Si sonna un sonnu di graimi spaventu: 

So figgliiu e' un liuni cummattia 

E n' àutru ^ vinia appresso comu un ventu. 



Cu gran spaventu, susennu, dieia : 
— • Va circati a me fi^hiu Finaù, 
Va truvàtilu unni aia sia, 
Cu' sa si vivu ieu lu vìju cchjiì !,. 
Tri cavaleri ficiru ddra via. 
Quasi mortu truvaru a Finaù, 
E Fieravanti mentri cummattia 
Di tradimentu piggbiatu nni fu. 

I Quando fu passato un po' di tempo, quando 1' 

aie Finaù. 

• E un altro leone. 



Ho^tedby Google 



USI E COSTUMI 



39. 



Fiiiau dncuri (U malu p rtzen 
Mhi la donna diieii i nzuUintari 
Rispubi unu ili ddii cavalen 

— " Ghista e Tiigogni Gi'ilìenza mi pari. 
Ce èsii un Lasalinuzzu ddiguu aneri, ' 
Ed ogni gustu SI puira passali. 

La iIOHna 1 occhi voti i I luti sferi: 

— " O Elernu Pd.il l miu un m ibbannunari ! 

00 
Finau quinnu nusi a nfiiddaii ' 
Gei pis&au tutta chidda fentaiia 
Un cavalen lu unsi a spugghiaii 
Pi vidiri unni li fuiti avia, 
N autru la donna misi a nzullintori 
Mentii chi cu h vèbtii assistii 
N àufiu cu I isti rutti sempn t dari, 
A Fiei acanti li vraz/a bitlia 
bl 
Rizzeii nenti di chisfu tapu 
E ghiu n palazzi! e a mi'ii a spian; 
E trova h Riggma fhi chiancia 
Cu Lh antu ruttu e cu lagnmi amari. 
Rizzeri iLssi — ° Pi la vila mia 
Tuttu iu munnu vogghiu firnan 
Lu Re un mIiii cchiu la facci mii 
Si a Fieravanti nun vaju i tiuvan ' , 

, V" è là dietro ma casuccn scoperta e abbancloiiata. 
' E Vostia Eccellenaa potià soddisfare le sue vnglio colà, 
f. Quando m Fimu Lommciò a venir meno I aidore. 



Ho^tedby Google 



LE THADIZIOUr CAVALLElìESCHE POPOLARI 
'52. 

Un bon cavaììu s ha ghmtu i pigghun 
Di lu Re 'ntra la sui cabali ini 
Noi Bianca-d'oru cei ha ghmtu a purtóri 
■"Na burzillma chi s,arvatu avia 
A Fieravanti cci 1' avia di dan, 
'N parteniiu scurdatu si l' avia. 

— " Te' ccà, Rizzeri, saftilla guardari ' 
Chista è Ja peha di gran prufìzzia,. 

63. 

Partiu Rizzeri cu gran frattaria; 
E ddoppu chi dui uri. avia passatu 
Si misi a fari la propria via 
Diurni ehi Fieravanti avia pigghiatu. 
A IL stessi pidati s' arriggia 
'Ntra un' aspira muntila fu arrivatu, 
E trova un saraeinu c!ii chianeia 
Unni li dui Fieravanti avia ammazzato. 
64. 

Quannu Rizzeri a ddru locu ha arrivatu, 
Unni chidda li du' morti chianeia, 
A^ghicannu ehi fiei eci ha spìjatu: 

— ' Passau un cavaliruzzu pi sta via ? „ 

— " Chissu li mei cumpagni m' ha ammazzata ! , 
E 'ntra ssu 'stanti cei 'nzigna la via; 
Sintennu chi eri so amieu fldatu, 

A Rizzili ammizzari la vulia, 

' Sappitela '■ii'itoilire 

'aCosi iisponde il cnmpijrno do* due uccisi. 

G PiTRB— l'M e Coitunii, voi. I. 



Ho^tedby Google 



ATjì usi V. COSTUMI 

G5 
Vóti RzzLi ru gian f attaua. 
Di parti e parti lu vosi passan 
Ed eia tanta la fretta chi avia 
Tocca opiiuni e misi a camimii 
Truvau diveisi giumma ntra la via, 
Pi Fieravanti misi a talian 
Dissi Rizztii ' Dubbm aina 
Si iei inpieisu di ca 1 aviss a sciati.. „ '. 

Si m SI 1 taliari nlra k v i 
" Mi pan uhi cc^i surip i pocu genti 
Un jomu Fierd^anti mi dina 
Chi di la spati nm vmia valenti 
Boni] pi quattruni la si facia ' 
Dunca si leu coi vijii un fizzu nenti „ 
Si vota e di'fsi " Chi'ìta è n-i pazzia' 
Puru chi itu COI vìju mn ppiiu neiiti „. 
07 

Subitimenti a ddiulocu ht ghiunciufu, 
A tri di ddii cavaleii ha ammazzatu 
Unii LCi ha piggbiatu lu liyutu ' 
Li coidi a Pieiaranti cli ha fagghiatu *. 
Fieravanti Mdennuoi ■issugghiutu 
Ad unu di li quattro un 1 ha lassatii 

' Io duliiio non l'abbia a trovare qua presso. 

2 Diceva che diverrebbe tale da tfluer fronte a quattromila per- 

' Uno degli assalitori di Fieravante prese la fiiga. 

' Rizaieri tagliò le funi con le quali era Fieravante legato. 



Ho^tedby Google 



Suhitamenti a 'gghieari 1' ha ghiutu ^, 
La testa di lu eorpu cci ha livatu. 



Quaanii Rizzerà a ddfii locu ha arrivatu, 
Cd Tosi tuttu lu fattu cuntari *. 
— ' Coma 'n priciuni attaceatu lassatu ?! 
Dissi Rizzori; ^ ' 'Un ti marayigghiari. 
Unu di tradimenfu rei' ha tiatu, 
A sta culoniia m'àppiru a 'ttaccari; 
Maacu lu stessu Din chi iin' ha criatu . 
Di tradimentu si potti guardari. 



Si vulemu li nnòmura C 
Tu ti mittì Buonservu ed leu Virinu % 
Nun vulemu a sta donna palisari 
Pi 'un essiri 'mpiduti a In eaminu. 
Chista È suredda mia, chi ti nni pari ? 
E si ritrova ccà pi so distinu; 
'N Tarbena, nni lu Re l' àmu a purtari 

70. 
Si parteru e si misuru 'ii eaminu 
Pi purtari la donna a lu so Statu. 
Senti quant' èsti lu malu distinu I 
'N'autra mala disgrazia haniiu passatu ! 

I Pieravante vedendosi sciolto, non lasciò uno ile' quattro assali- 
tori; subito lo andò a raggiungere. 
' Intendi che Pieravante volle raccontare a Rizzeri tutto l' acca— 

'^ Guerrino. 



Ho^tedby Google 



**-^ USI E COSTUMI 

E pi stiata iicuntiam un piUirinu 
'Nzènmiula a tuttidu: 1 ha alluppiatu ', 
H\ spu^hiatu a Buonaenu ed a Viiinu, 
L irmi h lobba e la donni ha pig^hiatu. 

71 

La donna cu lu con addduntu 
China di ppua e di nrilaneunia 
Dicpnim — " Meu Gc&u Verbu Ncarnatu !... „ 
E 'n quatmu n quannu vutannu si jia '. 
Lu birbu pillinnu sciliratu 

— ' Aminàtula ti vóti „, cci dieia. 
Iddra cci dici ; — " Mi l' haju scurdatu „, 
Ma sempri a chiddi la menti l' avia *. 

72. 

RizzLii adduiimnlaii un si putii, 
Chi avia na petra di tanta bmitati, 
Chi Bianca d' oiu datu cci 1' avia 
Pi seiYicei a la sua iiicissitati * 
Pigghia ddra petra di gian piutizzia, 
A Fieravanti a li labbra appujati, 
Fieravanti, susennusi, dicia 

— ' Sa quant'havi ehi semu adduimmtati! „ 

' Costai, il peUegrino, gli alloppiò entrambi (cioè Rizzeri e Fiera- 
vante). 

' E di tanto in tanto si voltava indietro a guaMare. 

' La donna rimasta in potare del pellegrino, a non dargli sospetto, 
gli dice che ha già dimenticato i due compagni, ma la mente l'avea 
sempre ad essi. 

' Per servirgli (percliè egli se ne servisse) a" bisogni. 



Ho^tedby Google 



LE TRADIZIONI CAVALLERESCHE POPOLARI 
73 

Si m'ìiru a gu-uii.! li pidati 
~ ' Si su di lu propia jorau ' (eci dicia) 
Tanta arrassu nun su di ati flati, 
E Fieravanti si misi a la via 
NzeramiiU si parteru disaimiti 
Chiamaimu a Gpsu Giuseppi e Maiia 
La donna ntra dui ui *> p etati 
Gunydirit eli pena lIi \wi\ 
74 

Dieit A 111 1 pillirnu — ' Un tinti fietta, 
Ch eu n piiiculu su d addi? rta 1 1 , 
China di punta, virgini e netta 
Nun sapia soccu d n e soccu fii 
La donna vigilanti sempti \11 erta 
Nun facia àutiu serapri % faJiari 
Quantu li vitti vomii a la nftetta. 
Pinzali di (.hi n ìu ai a d fin 
75 

Qu'Uinu li vitti mpie&su avvicmir 
Sintiti soccu K donna studia 

— " Haju na ciamma vi vuiria vasanl , * 
Iddu cci dissi — ' Neugnati -ì sta via ' , 
Lu stiinci forti e si misi a giidaii 

— " Guniti ewaleri ' , rei dicia 
Vulennu faii forza di scippxn 
Abbraizali (aleni nha la vii. 



Ho^tedby Google 



76. 

Lu primu Fieravanti, chi agghiuncia, 
Cci dissi : — " Ferma, e nun ti rlminari I 
Pìgghk sta spata! (a k donna dicia) 
Poi guarda, e vidi chi prova h^u a fari. 
Lu aò è aangu tristu di judia ', 
Mun merita la mia spata 'nfittari ,. 
Lu pigghia pi la punta e lu sfirria, 
La midudda cci flci arriulari. 
77. 

Misiru a caminari o fari via 
Versi! Tarbena e pigghianu la strata; 
E Fieravanti parrava e dicia: 

— " Guarda, birbanti, chi cutuliata I... „ 
S' addunaru luntanu chi vinia 

Una putenti e valurusa armata. 
Fieravanti a Rizzeri cci dicia; 

— " Amm.ucciamu a sta donna quatii^ta ^. 

IH. 
Ammuceiànnula jeru mia Y ai'mata; 
Lu Re cci dissi; — " Chi pirsuni su'?. 
Ed iddri cci maimaru la 'mmasciata, 
Ca di Parigi cavaJeri su'. 
Re Macabbinu (sic) ' canusciu la spata. 
Chi era di so frati Finaù; 

— " Gavaleri, cci di^i a prima 'ntrata, 
Dimmillu comu la spata l' hai tu. , 

1 n Huo è sangue ti'isto CI giudei. 

' Nascondiamo bene (con cautela) questa donna. 

° Rfi Uambriuo. 



Ho^tedby Google 



LE TRADIZIONI CAVALLERESCHI:; POPOLARI 
7q 

Cd I e mta 1 1 tattu coinu fu 

— " Ver^u Ta bcaa un g uvini scunt ai 
Di la me spati vmc turi fu 

E a foi7a li battagghia 1 acq listai , 

— " Duuli 1 1 1 ammazzasti a t iniu ? ' 
Di li mei manu scappan un puua , 
Fieravanti e Rizzeii stnttu fu 
'Mniezzu n armati putirusi issii 

80 

Era 1 ai mata put usi l II a 
Era di tali veisu &mtuusa 
Li surdati ai imsiiu a tim^era 
'Ntru In eummittimentu i-omu s usa 
Re Macabbmu ipinezzu la so suhen 
'Cu la spatt a li manu valurusa 
E iddi s calaiu k visen 
Pruviyi! I 1 Su 1 ntdu fi eli Guijusa '. 
81 

Giuj 1S1 e Sullinfana Cumpaiiu 
Fieravanti e Rizzen cu lu scutu 
Rizzeii mmezzu lu campu rumpiu 
Cu miHi cavaleri e un n app ijutu 
E sta nuvella etra un cibali iju 
.Subitamenti a un principi ha ghiunuutu; 
Tilibaldi d Lunat si partm 
Cu imi] civaleri -x dari ajutu 

t Dwylinaana e a ■» p li 1 > n CJ I ti a, la l'i 
ioiosa la spadi (Ite 
'S Tebaldo di L man 



Ho^tedby Google 



E quaniiu poi lu principi ha gliiunciutui, 
Cd dissi a tutti ' cu cori sinceru: 
— "A ehisti dui Cavaleri damu ajutu, 
E a la Fidi cattolica curremu ,. 
Ogniinu di Ficrayanti è alluccutu, 
A vidillu cumraattiri attlrrem, 
Cui mortu, cui firutu, e cui fujutu, 
Tutta quantii l'acèrsìtu abbatterà'. 
83. 

Poi chiddri chi fujeru si tmvaru 
Unni ehi era la dorma ammueciata, 
Di 'mmezzu k viscugghia ° la tiraru. 
Ed era di li vesti astrascinata *. 
Fieravanti e Rizzeri si adduoaru 
Chi vittiru la donna scapi ddrata, 
E di novu li spati sfudiraru 
Fu di lu campu la sicunna sdata. 

Riazeri cu l' armata guirriggiau 
'Mmezzu ddri saracini strammi e storti, 
Tintu fu chiddru chi cci capitau 
Pi disgrazia sua e sua mala sorti. 
Quannu la spala a li manu arrancau, 
Misi a tagghiari a pezzi e dari morti, 
E taimu Fieravanti si aecustau 
A ddru Bignanti putjrusu e forti. 

' Appena giunse colà co' suoi 10''0 uomini, Tebaldo disse 
' Essi, i due cavalieri, abbattono tulto quanto Ttìsercito 
' Visoùiffghia, qui quantità di fogiiame. 
' Veniva ti'ascinata (tirata) dalle vesti. 



Ho^tedby Google 



TRADIZIONI CAVALLERESCHE POPOLARI 



Tirìhaldi cci dissi : — " ForU veni! 
Cu ssa tò spata pòi stari Gustanti ,. 
Iddru cci d:ssi : — " Nun èsti lu veni ! 
La furia di sta spala fu davanti ,. 
'Nzèmmula fòru cu cori sinceru. 
Ed iddri na' accustaru militanti. 
Si pi^Iiiaru la donna e si uni jeru 
Tilibaldì, Rizzeri e FieravanlJ. 
86. 

Primu fu Fieravanti clii agghiunciu, 
Cci vosi lutlu lu fattu cuntari; 
Gei cunta comu la donna vineiu, 
" Di cu' è figghia cci 1' haju a purtari , '. 
Tannu Tdibaldi la canusciu, 
Chi cci fu zitu, e nun vosi parlari *; 
Cu ddri dui cavaìeri si paj-tiu, 
Sinu a Tarbena li iju a 'ccumpagnari. 
87. 

Era lu Re a tavola a manciari 
Quannu la nova 'n palazzu junciu, 
E la 'mraasciata cci jeru a purtari, 
E lu Re di la tavula si susiu. 
Davanti si cci jeru a 'ddia^lc chiari, 
Ed a so fi^liia Uliana canusciu: 
Risina e Re si la jeru a 'bbrazzari, 
Cu r occhi 'n terra ringraziannu a Diu. 

' Signiftca ; Primo a giungere eil a parlare con Tebaldo fu Fi&* 
ravante, il quale volle raccontargli l'accaduto, e come vinse la donna, 
e come avesse latto proposito di ricondurla a colui di cui è flglia- 

* Allora Tebaldo la conobbe (Ubana) cbè era stato di lei fidanzato; 
niS non volle dir nulla. 



Ho^tedby Google 



USI E COSTUMI 



L I mu T ! b Id p 

L p uiigg cunUu l Fea nt 
Ce cunta om la donni vn 
Eli 1 a 1 nn azzat a dd bt=;t è ca ili. 
Ce cu la com eh dd lu trad u 
N fo ma d p llir nu stracanc ant 
Ce eimta omu 1 donna vm 
L Ju fggl à zzau 1 iu Balanti. 

— Ma ?tà la i arola i Rigninti : 
Ognun 1. 1 sud zza d v star 
Socc mi e mpr ms u tenpu avanti 
So Maiatat nun m pò ngar 

— Veru t d cu un t vegnu m ncanti, 
D 11 tu st ssu n t appass n 

S c ?■ stu Cav le gu gga t 

S I 1 liiu 1 nca i , ", 

Lu Re t rna a pa i e ce d a: 

— Nob 1 Cavale e prud gg usu 
O % vmst % unsuli a m 

Era lu ne p'ìlazai vis t su 
N atru omu n n s t ova co nu i a 
N &ènt 1 p ud gg e nfusu 

D u a, lu prem to g u t sa 
D n è f ggh 1 Ul ana ess p isu 

' Travestito da ]jeUegi'iQo. 
* Parla Tebaldo di Liman. 
" lUsponde il re Fiori), padre di Uliana. 



Ho^tedby Google 



LE TBADIZIONI CATALLERESGHE POPOLARI 



Ha rispostu e coi dici Ficravanti : 
— ' Maistà, cci la dà a cui la prumisi; 
Nun sugnu di sta donna miritanti : 
Cci voimu Conti, Principi e Marchisi; 
Li pai'tili si fannu a fiuracti ' 
Comu fannu 'n Pariggi li Francisi; 
Nun cunveni a 'na figghia di Rignantì 
Lu pi^hiàrìsi a un figghiu di biirgisi,. 

92. 
Lu Re prumisi : — " Chi cci sia datu 
A me figghia stu giuvini assolutu ". 
Sanali chi di Diu fu distinatu: 
D' Iddru diveni ' ogni prumisa e ajutu „ '. 
A ddi dui Gavaleri ha cumniitatu; 
Ficravanti e Rizzeri cci hannu jutu : 
E la bella Uliana s'ha spusatu, 
Cu Tilibaldi Lìrnat s' ha ghiunciutu. 

93. 
Lu Re pinzau aJìura in chiddru 'stanti 
(Sintiti chi pinzau 'ntra la so menti), 
A fari guerra cu ìu Re Balanti 
E cu lu Re Galeranu so parenti. 

' Forse vuol dire : a figure eguali , cioè fra persone 



' Assolutu, senz'altro, senza pi'i discorrerne. 

3 Da Lui (da Dio} proviene, dipende. 

* Prumisa qui pirmissioni. Un proverbio siciliano di 
è pruirtisi<mi (^ piriiiissionij di DiU, cioè: Dio tutto 
tutto fe succedere secondo i suoi imperscrutabili disegni. 



Ho^tedby Google 



TISI E COSTUMI 

Dissi a ddri cavaleri guirriggianti : ' 

— " Vuvria lu vostra ajutu sulamenti ,. 
Arrispusi Rizzeri e Fieravanti : 

— • Maistà, semu tuttidui eunteuti ,. 

94. 
Cuntenti, e capitani già l'ha fattu '^ 
Cu veru amuri, vuluntà ed affettu. 
Ma ira granili tradimenti! àppiru fattu 
Di so figghiu ' Liuui e Liunettu. 

— " Chisti nun sunnu genti di earattu, 
E a vui 'un cunveni stàriccl suggettu .„ 
Hannu 'na littra a lu nnimicu fattu. 
Re Galeranu e Balanti l'iia lettu. 



Allura pi nun stàrinni 'n suspettu 
'N' àutra nova littra cci abbiaru, 
Ed iddri coi juraru pi Maumettu : 
La Liggi cristiana ahbannunaru. 
Re Galeranu e' un eainpu perfetta 
Di notti tenipu 'n castella arrivaru; 
L' attruvam curcati 'ntra lu letta 
E cu gran tradimentu li pigghiaru '. 
96. 

A la cita di Barda li purtaru 
A li dui Cavaleri cristiani; 

' 11 Re Galerano gli ha fatti entrambi capitani. 

j Sic. Voleva dire: d' 'i so' fi^ghi. 

> Qui vi è un gran salto ; e non si pu6 compreniler la storia se 
noa leggendo i capp. XIII e XIV de! !. II dei Reali^ cioè : « Come 
Fieravante fu fatto capitano dalla gente del re Fiore », e « Come 
Lione e Lionello diedero Monault al re Balante per tradimento ; e 
come Fieravante e Riàeri furono presi ». 



Ho^tedby Google 



LE ThADIZIONi GAVALLERESGHE 

Quannu ddrà dintra ccì li cunsignaru 
A ddri 'ngrali aaraciui pagani, 
'Ntva 'na scurusa fossa li purtaru, 
Faciimu 'na giustizia di cani; 
E pi cibbu ogni jomu cci assignaru 
Un gottu d' aequa e 'na fedda di pani. 
97. 
Cu pocu pani 'ntra dda priciuuìa 
Poviri GavaJeri svinturati; 
Di In Casteddu li chiavi 1' avia 
Dui donni di la eurti cunfidati. 
Un jomu si mitteru 'n fantasia, 
'Nzèmmula si parteru scunsulati; 
La donna a 1' àutra donna cci dicia ; 
— " Jemu videmu ' a ddri dui carcerati „ 



'Nzèmmula fòru di 'na vuluntati, 
Scinneru jusu senza cchiù tardari; 
Quannu chi fòru 'ntra ehiddi cuntrati 
Stèsìru " un pocu e misiru a 'scutari. 
Fieravanti, "ntra dulura e pietati, 
Dicia a Rizzerù — " E comu avemu a fari ? ! 
Disidiramu li sfogghi jiecati 
E di me patri lu biancu nianciari... „ '. 
' Andiamo a vedove. 
, Stettero. 

s « Fin qui ne sa Paolo Messina », sciivea a questo punto, nel 
1880, r egr. sig. Antoaìno Amico, raccoglitore de! poemetto. 

Ora, dopo quasi 6 anni, fatte nuove ricerche eil indagini a è sa- 
puto che molti altri popolani di Erice conoscono la presente Stoiìa, 
e clie tutti sì Termano a questa novantotteaima ottava, con la quale 
la chiudono, pitre affermando che essa contimia. 



Ho^tedby Google 



334 USI E COSTUMI 

APPENDICE IV ' 
LU TUTÙl 



Tuiài o Jocu di lu tuBi è un teatrino portatile, che s'im- 
provvisa sulle pubbliche piazze e sulle vie con quattro assi 
verticali ed altre assi trasversali. Attorno ad esse si spiega 
un lenzuolo o una tela colorata, in guisa da formare una spe- 
cie di castelletto o torricella quadrilatera e alta, che alla parte 
superiore, all' un de' lati, ha un' apertura come una scena, 
ed accoglie dentro un burattinaio, che è ad un tempo impre- 
sario, autore drammatico, artista, suggeritore ed anche por- 
tatore di tutti gli arnesi (1' ossatura, la tela, il sacco de' bu- 
rattini) del mestiere. 

Davanti a quel? apertura egli fa agire i suoi personaggi (pupi) 
ficcando sotto le loro vesti le mani e imitando, nel parlare, 
le voci si degli uomini e si delle donne, e quella, specialmente, 
nasale di Pulcinella, il deus loci; strumento d' imitazione, una 
zamperà di latta avvolta in un nastro. Anche la zampogna 
è chiamata Tuthì. 

I personali di questo teatrino sono, tra gh altri. Pulci- 
nella, protagonista, Cólomhrina, Tartagghia, la Morti, Bir- 
UccM e Birlacchi diavoU , e qualche volta un cane mastino. 
Talora interviene un uomo di polizia od altro personaggio. 

La storia più comunemente rappresentata, spoglia dehe cir- 
costanze secondarie, è questa : 

Piflcinella va matto per Colombrina (Colombina) , e le fa 

' Per errore fu. richiamata, a .p. 245, come Appendice V, 



Ho^tedby Google 



LE TRAIIZIO'^I rAV\LLEHESCHE POPOLARI 335 

U corip Golombi na Imge di non volerne sapere, ma in fondo 
gli vuole un gran bene Tartagghia, d' altro lato , fa il casca- 
molto e desti le gelosie di Puleinella; il quale, entrato in so- 
spetto di lui s appiatta presso la casa della fidanzata e vede 
che quel birbone vuole inquietargliela; subito perde la pa- 
zienza e gli da un caìpmcio di bastonate, alla fine delle quali, 
per mettere illa priva 1 amore li Golombrina, comincia a gri- 
dare come se fcse mortalmente ferito. Accorre Golombrina, 
e tastatagli la facna Je mani, il petto, Io crede morto, e 
pnnge dispetatanente Nel punto loda le virtù fisiche e mo- 
rali di Pulcinella, e !e tenerezze cbe avea per lei. 

— Ah vh era qrj^msu — ella esclama — quannu mi pw- 
iaiu tanti cusuzsi sapurtti ' 

E Pulcinella cioè il burattinaio cbe stride per lui, sorride 
dolcemente 

-— AJt eh era gì asmm — ella pros^ue — quannu mi pur- 
tava In pmpiceddn inajuhnu' 'Na granfudda nni 'nfilma 
mmucca a mia na gianfudda io nni 'rifilava 'mmucca a 
iddìi ' — Nni la nfilàiamu tvtt'dui..... risponde sottovoce 
il malizio'JO Pulcinella e gb spettatori, che capiscono l'allu- 
sione daimo in una gn&sa risata. 

— ih' ra Si fubS/tnu, mila pigghiassi pi mariiu... si mette, 
sena' altro, a dire Colombrma; e Pulcinella, scattando come 
molla magnetica, con voce tremola : — Vii>u sugnu, vivu !.,.. 
e fa per abbracciarla; ma essa onestamente Io allontana. 

Si fa venire il notaio , e mentre si stipula 1' atto , comicis- 
simo per gli stabili cbe egli dichiara di portare a Golombrina, 
vien fuori Tartaggbia, accolto a bastonate "da orbo. 

Nei 18K un letterato napoletano descrisse una delle gior- 
naliere rappresentazioni de! castello dei burattini in Napoli. 
Ancb' essa questa rappresentazione corre tra noi, ed io a mag- 
giore illustrazione di questo sollazzo popolare la ristampo. 

" Pulcinella è innamorato cotto di Colombina sorella di Go- 



Ho^tedby Google 



336 USI E COSTUMI 

Tielk il quale si e ga acchito degli amoii elandestmi ma 
niente ama che oi effettuisca un tal mati inon e Pukinelh 
coglie il dcstio dell issenza di GovieUo e \a ad im &egieto 
abboccamento con la sii tm-ìniont^ qumilo euco 1 irapla 
cabli nemKO chr il tien d oculiio continuamente lo colpisce 
menile p&<-e dilla «uà casa (di Covello) Quiaspie paiole si 
avvicendano tia loro le q nb pertinto son tutt altioche tra 
giLhe 

* bi viene a 1 un duell L armi sono ordinariamente due 
bastoocelli onde i lue aviersari si pestano cosi bene e si dàn 
sì tei colpi da far tiem^i 1 Asia e l' Ispiro. Un solo baste- 
rebbe ad atteiiire impei ciocche si colpiscono sempre in testa 
o sull os=!o del L )llo ma le " Bagattelle , sono una eccezione 
alle miserie umane gnccbè non pure ninno de' due soccombe 
nel terribile conflitto ma spesso lasciano i bastoncelli ed af- 
feirano due '<padon più tenibili di quello di D. Diego Garcia 
quindo ammazzo quel formidabile toro cbe sapete e t e tac 
bottp diitte finte cavate e ciitocci Pukinelh t Bpa^,c^ ma 
gnificamente 1 &ignoi Coviello piantandogli ina spada nel 
petto ili elsa non Itumenti de nostri cuochi qumdo mfil 
7an D I fegat n Vedete un pò fé queste cose meritino il nome 
d ' Bigittelle , ' Intanto il pubbl cu iide e tun vuole spisi 
miie 

' Lo aventurato CoMeUo rovescia bocconi nella scena, ossia 
sull Olio della sui buca teatiale. 

" Corre allora la povera C olombina e ti scbiccbera una la- 
mentazonc sul cadavere fnttrno, che farebbe scorno al di- 
scorso di A< hille sull estmto amico , ma l' ira di lei non è 
simde a quella del grande eroe contro di Ettore. E3ìa va do- 
loiando s) il periuto tiatello ma quel!' eternissimo amore che 
non liùc a i eanehe le " Bagattelle „ la famio compassionevole 
vereo il suo Pulcinella. — Invano, — Fatto palese 1" omicidio, 
i^aponl Fasub personaggio tragico piti del Filippo d'Alfieri, 



Ho^tedby Google 



LE TRADIZIONI CAVALLERESCHE POPOLARI 337 

vleae con modi imperiosi a chieder conto dell' accaduto al 
reo. Credete voi che quesli si avvilisca o discenda alla has- 
sezza d'una discolpa ? — Oibò : queste cose accadono nella 
società umana, non nelle "Bagattelle,. In quella vece Pulci- 
nella risponde all'aspro soldato impugnando di bel nuovo Ja 
spada ed invitandolo a misurarsi seco. Ed ecco un secondo 
duello, nel quale Pulcinella manda all' altro mondo questo se- 
condo avversario nello stesso modo del primo. 

" Quest' altro omicidio rende implacabile la Giustizia contro 
Pulcinella. Vengono i birri , te lo acchiappano ■ lo gitiano in 
una prigione; di lì è menato alla forca — con grande soddi- 
sfazione degli uditori, ciascun de' quali vorrebbe appiccarvi 
ben altri rei che Pulcinella. E statevi bene , '. 

Il lettore sostituisca alle voce Bagattelle la voce TutUi, a Co- 
viello, 'Nofriu, ed avrà la medesima storia in Palermo e in 
altre parti dì Sicilia. 

Le bastonate sono un ingrediente necessario, indispensabile 
nel Tutiti, e bisogna vedere come fiocchino sulla nuca (es- 
sendo di legno soltanto la testa, i colpi non si potrebbero al- 
trimenti sentire se fossero dati sulle spalle) di chi le tocca. 
Qualche volta l' intruso, il seduttore è addentato dal cane, o 
portato via — e questo è il marav^lioso del Tutài — da BìrUe- 
thi e Birìic hi due d avoli di sp(,ondo o terz ordine pronti 
a qualunque chiamata h Mai^igi o d altro negromante 

A volte Puìcmelk ha in padrone brontolone e fastidioso, 
dal quale ad ogni pirola ad ogn Ho f' angjrnt > d spettato, 
picchiato 



h più e e e ng o o tuttav 
Oidi vitt I 



. . . . panacelo 
leggia Ina 



» Db Bourcaro, uh e Costumi, v. I, p. 2tì4. 
fl, PiTKÈ — Usi e Coslitmi, voi. I. 



Ho^tedby Google 



corti' ebbe a cantare G. B. Fagiuoli a proposito delie Feste 
date ali Cardinale de' Medici nella sua villa di Lappeggi d^ve 



Altro ingrediente un pò piccante sono i lizzi e le facezie 
messe per lo p u in bocca a Pulcinella che come il Nofnu 
dell Opra «bilia di continui equivoci 

* La piacevole illusione che si prova nelh maggiore o ininoi 
destrezzi di chi fa muoveie bunttm su! teatro e fuori dub 
bit minore li quella che si ha dal casotto de fantocci in 
quanto non appai endo di e-ssi se non la metà superiore del 
colpo 1 loro moviment r escono privi il griza, od ■ìvendo 
per agire uno spazio i sai hmitato esenzi ta\ ciato non può 
ottenei i la varietà dello scenario né possono mimetlersì se 
non due o al pm tre personaggi insieme qumdi povertà e 
monotona dmtreccio nei! ai^omenlo rappresentito , ' 

Tuttav t il popò! no i-i si diveite molto e quanti passano 
per una via o per uia piazza e vedono il T/ììh <!i fermano 
a guii laie e a iideie ntmto che un compagno del buiatti 
nio ì il burattm-Ho ste\, o n pcisot i ocn ui piattello in 
mano va 

Tomo torno cogliendo il soldarelln; 
e quand il osoldarello non viene,Ia rappresentazione è precipitata 
con una catastrofe inattesa, ovvero e strozzata nel meglio. 

Il Tutài, come si è potuto vedere innanzi, è le Bagattelle 
de' Napoletani, il Castello de' hurattini de' Toscani, le Théa- 
tre de Guignol de' Francesi. 

' Giambattisiii Basila, an. I, n. 4. Napoli, 15 aprila 18S3, 



Ho^tedby Google 



LE TRADIZIONZ GATALLERESGHE POPOLARI 339 

APPENDICE V '. 

I TEATRINI DI MARIONETTE \ 



La zia, la nonna, la fantesca, :l servo 
A! nipotino o al signorin narrato 
Haimo racconti molli di befane, 
D' orchi, d' mcanlj, di dragon, di streghe : 
Tutto quanto è impossibile e sconnette, 
Purché in lui desti meraviglia, è hello, 
Preferibile al ver, che ancor gli è ignoto. - 
Così un sustrato preparossi adatto 
Per modo, che il fanciul vispo temenza 
Abbia dell' ombre e d' ogni strana fole... 
D' opra sennata e pia stimabil frutto I 

Menino vanto i narra-stone, e vanto 
I teatrin dagli alti personaggi 
Che son gli automi 1 T opra loro incede. 
Lo scapatello figUo del borghese, 
Trascurando lo studio e la scola. 
Accanto a' mascalzoni e a' borsaiuoli 
Seduto stassi su la dura srranna 
Della platea del teatrino, a rischio 
D' esservi colto dal fratel, dal babbo, 
Che, in casa non veggendol quella sera, 
Cercando il van perlutto; e il briconeello 

li a p. 2T7. 

jia di Giovanni D'AIbis da Palermo. 



Ho^tedby Google 



USI E COSTUMI 

Stassen là rimpiattato tutL' orecchi, 

E con gli occhi sbarrati a ciò un rapirò 

Di Caflomagno e dei suoi paladini 

un gesto sol di mente non gli sfu^a. 
Cosi i! fighuol dello spazzino e quello 
Del lustra-scarpe e d' ogni altro operaio 
Si educano a sognar di spade e lance 
La formidàbil possa, e dei guerrieri, 

Da magic' arte invulnerahil resi, 

Ccntuplicatamente esagerato 

Il corano, il valor 1 L' opre più folli, 

1 lascivi amorazzi, gì' incantati 
Palagi, le lucenti anni affatale, 

Gli stupendi certami, e nelle guerre 
Il troncar delle teste, quasi biade 
Dalla falce recise, un sorprendente 
Quadro formando dai color vibranti, 
Impressi'on gradita oltre misura 
Lascian del volgo ignorante nell' alma. 
Come da impercettibile uovicino, 
Su tenerello frutice immaturo 
Lasciato, sviluppar vediam vorace 
Orrido bruco, tal nocivo un tarlo 
Addentrasi nel cor di chi ha potuto 
Bere si grosso con diletto immenso. 
Ecco onde viene di funesta pi^a 
L' origin prima. Noi vediamo ovunque 
Come, imitando Rinaldo o Ruggiero 
il furioso Orlando, ogni monello, 
Provocante a disfida il suo compagno, 
A minaccia atteggiato, batte i piedi, 
E l'avversario incalza, e con la mano, 
Ch' egli immagina armata, i colpi vibra. 



Ho^tedby Google 



LE TBADIZIOKI CAVALLERESCHE POPOLARI 

Cosi, in lutto imitando i burattini, 
Quei figliuoletti dell' infima plebe 
Stimansi pari ai cavalieri erranti. 

Bello è vedere Ferraù ed Alante 
E Rodomonte, giganteschi tutti, 
Per Macometto far grandi prodezze! 
Belli i prodigi della fata Alcina ! 
Bello il valor dei cristiani eroii 
Nel teatrin dì marionette, entr' esso 
Le menti e i cuori formansi... (!!) 



Ho^tedby Google 



Homdb, Google 



SONATORI E BALLI 



Homdb, Google 



Homdb, Google 



I sonatori di violino in Sicilia sono quasi tutti ciechi^ 
e perciò chiamati per antonomasia orbi. Dire orbu , e 
dire sunaturi o ninariddaru, è lo stesso. L'orbo, nato 
o divenuto tale nei primi suoi anni, non sapendo che 
cosa fare per vivere, impara da fanciullo a sonare, e 
non solo a sonare, ma anche a cantare , giacché egli 
è ad un tempo sonatore e cantatore, sebbene non tutti 
i cantatori siano sonatori. Le molte feste popolari del- 
l' anno, per ìe quali 1' opera sua è indispensabile , gli 
danno sempre qualche cosa da guadagnare , specie 
quando il sonatore sia conosciuto da' popolani ed a})bia. 
una clientela. In Palermo le sole orazioni fraziom) 
bastano ad occupare parecchie dozzine di orbi per tutta, 
una settimana : il lunedì per le Anime del purgatorio, 
il martedì per Sant'Anna, il mercoledì per S. Giuseppe 
e per la Madonna del Carmine, il giovedì pel SS. Sa- 
cramento , il venerdì per la Passione di G. Cristo , il 
sabato per Maria, la domenica, quando non altro, per 
un santo di cui ricorre la festa. Vi sono poi i tredici 
mercoledì di S. Giuseppe, i tredici venerdì di S. Fran- 
cesco di Paola, la novena del Natale, quella di S. Giu- 
seppe, quella di S. Rosalia, V altra della Immacolata, 



Ho^tedby Google 



346 CSI E C0STCM3 

la tredicina di S, Antonino, oltre le DìasilU ed altri 
suoni e cantilene devote '. 

Andando in giro per le case de' clienti (parrucciani) 
è condotto a mano da un ragazzo qualunque, che ad 
■ogni sonata trova sempre con chi baloccarsi a fare a 
pari e caffo, a far meglio aì muro, alle buche, a' cinque 
sassi a ripigliare ^. In certe occasioni all'orbo si associa 
un sonatore di citarruni, cioè di violoncello ', o un 
pifferaio e un cantatore. 

Nel 1661 gii orbi di Palermo sì costituirono in con- 
gregazione con rendite proprie per donazione di pie- 
tosi protettori. S'adunavano nell'atrio di Casa Professa 
sotto la direzione de' Gesuiti, coi quali però ben presto 
si guastarono, fino a diventare acerbi nemici. Ci vol- 
lero dei rescritti sovrani perchè la congregazione non 
venisse scacciata dalla sua residenza e non fossero ma- 
Jiomessi i diritti che ella vantava in faccia alla Com- 
pagnia. " I congregati orano trenta , tutti suonatori e 
cantanti, altri trovatori di novelle rime, altri rapsodi, 
che quelle ripetevano e diifondevano ,. Si obbligavano 
a non sonare in luoghi inonesti, a non cantare poesìe 
profane per le strade, a " recitare ogni giorno la Co- 
ronella delle cinque piaghe di N. S. , il rosario della 
sera, pagare ogni anno grani 10 pe' funerali de' ciechi 

I Vedi a questo proposito i miei Canli v I p 33 e Spettacoli 
•e Frste, p. 431 e seg 

• Cfr. Gifw Ji ; jc nn 27 47 55 

' Il cilarrui v 1 n elio d q e t so ato n buia t nveoe 
di quattro ha t e o de e j andò del e 1 elio e sorai- 

SUtuite molto ai contrai bas^ 



Ho^tedby Google 



SONATORI E BALLI 347 

defunti a 2 novembre, e tari uno per la festa dell'Im- 
macolata a 8 dicembre. Avevano un cappellano , che 
lor celebrava la messa ogni giovedì; un padre diret- 
tore ch'era gesuita, a cui si confessavano ogni giovedì 
di mese ; costui esaminava le lor poesie, e ne permet- 
tea la pubblicazione. Li reggevano un Superiore, due 
Congiunti, sei Consultori : vi era un Visitatore de' fra- 
telli infermi e un ammonitore, il quale adempiva l'uf- 
ficio dì Censore. Pieni di nobile orgoglio per la loro 
Società , vantavano sodalità con la Congregazione dì 
S. Maria Maddalena di Roma, e aver ottenuto dallo 
Arcivescovo Mormiìe di godersi 40 giorni d'indulgenza 
chiunque facea recitare una poesia spirituale ad un 
cieco... Era debito dì ogni confratello in ogni anno 
agli 8 dicembre, ricorrendo la festività dell'Immacolata, 
presentare alla congregazione una poesia novella in lode 
della Madonna; quest' obbligo da qualche tempo tras- 
curavasi; ma quando avveniva la ragunata , era bello 
vedere a cerchio seduti i ciechi in attitudini stranis- 
sime, contendersi 1' un 1' altro il pubblico suffragio, e 
l'un dopo 1' altro sfoggiare la nova musica e il canto 
novello, mentre i fantolini, che loro servivano di guida, 
sospeso alquanto il fastidio di condurli, si agglomera- 
vano tutu insieme e abbandonavansi ai fanciulleschi 
trastulli „ '. 

Nel sinodo diocesano di Messina dell'anno 1663 or- 
dinavasi che nessuna nuova canzone od orazione ve- 
nisse recitata o cantata che non fosse stata prima ri- 



Ho^tedby Google 



veduta dall'autorità ecclesiastica '. Ma che cantatori 
e sonatori non ne facessero nulla, Io danno a vedere 
le orazioni, le cantilene, le storie popolari tutte o quasi 
tutte giunte fino a noi , le quali sono di troppo mo- 
desti, di troppo ingenui poeti e cantastorie perchè non 
possan dirsi approvate da persone eulte ^. Un ricordo 
di ciechi sonatori ambulanti troviamo in un poeta si- 
ciliano del sec \VII, Paolo Catama 
Si vidi un cecu rantaii pii via 

\ sonu d arpa, o chitina o liutu 

E benchi pnvu di k vista sia, 

Cerca cintandu succursu ed aiutu, 

Leta la vita in canti e puisia 

La passa è lu stiumentu !u so aeutu 

Buicandu lu guadagnu Éjiu=!lamenti 

'Ntia li misppi 'joi l'ampi cuntenti ' 



' « Cantilenas aut oiatioaes memoiitei leuta e aut cantare hujue- 
moJi hommes nou audeaiit mai pnua reMsae et a nostro Generali 
Vicario approbatae fuermt » Const Synodi Dioece-!. par. ]. e. XV. 

' Pei pareixhi dei-anmi di questo secoto molte delie nuove poesie 
cantate dagli orbi di Palermo sono state composte dal celebre poeta 
popolare Stefano La Sala. Pare che egli non sia stato trattato bene 
dagli orbi, perchè nella seguente ottava li accusa di rifardaria, come 
quelli che gli chiedono poesie a pagamento e poi non lo pagano : 

BincM di musa lu pueta 'un servi, 
A fari chisti versi si riservi; 
Nmi cei su' tanti dàini né cervi, 
Nun <x\ au' tanti acuii né oorvi, 
Nun coi Bu* tanti pampini 'ntra l'ervi, 
Nun cc'è 'ntoa li spitali tanti morvi, 
Nun cci Bunnu a lu munnu tanti servi 
Quantu rifardi si taiiva 'nti'a Porvi. 



• Teatro delle miserie humane, p. I, n 



Ho^tedby Google 



SONATORI E BALL[ 349 

n sonu ' (piur, sònura, sùnira; sona in Noto), o sdalu 
come si dice a Novara e altrove , è un gran diverti- 
mento del nostra popolino. Uno o più sonatori di vio- 
lino, di violoncello, o di friscaleUu (zufolo), o di chitarra, 
nelle ore pomeridiane delle domeniche o delle yrandi 
feste locali e generali, chiamati o spontaneamente, si 
mettono a sonare in una stanza a pianterreno , sullo 
spianato di una casa, in una piazzuola, in un cortile. 
Uomini e donne, per lo più giovani, della casa o del 
vicinato, accorrono a ballare dove la fasola, la napu- 
Utana (S. Agata di Militello) ^ , lu diavulicchiu (Sicu- 
liana) *, la' tarantella * o la puUciusa- (Cefalo); dove lu 
taraseuni, la 'ngrisina, ìu 'lannisi (l'olandese ?), la sata- 

' Sonu noi caso nostro significa ballo; tèniri sonu, tener ballo; 
finiu lu sonw, finì il ballo; finivi a lena-sonu, finir male, con gran 
confusione, scbiamazzo, comò quando si cessa dal sonare. 

• Come di suono na fa menzione il Meli nel suo Diliram.;nit, 
àove Sarudda dice : 

Si vuliti cli'eu cantu 'na canzuna, 
Vogghiu sunata la napuliiana 
C'un tammureddu chinu di cirimuli, 
Cu lu liatu e la citM'i'a chiana. 

' Lu diavtilicoMu, ballo favorito de' pescato]! e de' contadini di 
Siculiana, e uno de' più graditi baili eantadineschi d" alcuni paeà, 
(Mnsiste in un girotondo che a suoi) di piffero, di cembalo o d'altro 
strumento rueticaie si fa tra uomini e donne. I ballerini sono a 
braeoetto tra loro, e ciascuno con ie proprio mani tocca l'ascella dei 
compagno; una donna tra due uomini, un uomo tra due donna (Si- 
culiana). 

' È il noto bailo popolare del mezzogiorno d' Italia. Però il Pas- 
qualino, Vocab. sii-,. V, IT9 : a Tarantella, sorta di sonata, creduta 
dalla baaaa gente rimedio opportuno a cM è morso dalla tarantola ». 



Ho^tedby Google 



350 USI E COSTUMI 

riata; dove la cafona ', lu chiovu o lu chiuviddu (Menfi), 
lu trasi-e-nesci, la mrduUdda *, lu lupulà (Ragalmuto, 
Menfì) % la pituta, la papariana, la raggerà, lu ma- 
niettu , (minuettu , minuetto) cu lu suspiru e qualche 
altro ballo *. Ciascun pezzo da ballo è detto ballettu , 

Ne s 101 OiUìi, p t t i voi. XIV, n. 3, il Villabianca. scrisse 
con la sua solifa ingenuità « La c/ìpona, suono di taverna ohe fa 
intro iotto da u 1 tivernaio e però si dice caupona, presane !a voce 
dal ialino (wpo clie v lol dire oste ». 

' Snono canto e ballo insieme Sulla frase Cantari la vird.ulidda 
vedi Pasqi ALINO Yocab fif , V, 325. Come suono vedi innanzi a 
p 354 

, Lupulu tiipu lu ballo da pecorm con grandi salti e mimica, 
grotte^ica 

Si noti che alcuni suoni e balU andati in disuso sono oggi n- 
cordati per interzo e burla, appunto perchè non se ne conosce più 
1 orifei le e la strina tale e p e , la gianganga, « sorta di suono o 
canto che scmpie leplica la stessa armonia (Pasqualino, II, 219)», 
e neglin la jroierbiale Calata di Balda, che in fono canaonatono 
Bi domanda a <,hi suona e per lo pm ai uieofii. Questa Calata di Baida 
era un suono o for^e una strimpellata che ai faceva la notte di San 

ovanm Batt (24-S5 Giugno) nella via di Baida a Palermo, quando 

1 Paìernntani rtomivino da festeggare con un pellegrinaggio e 
insieme con ribotte li Sinto Venei do ^lu le ragazzo portavano sul 
capo fardelli di tela e biooche p ene d acqua studiandosi di tenerle 
in eqiihbno e di non lasciarle cadere donde traevano argomento 
di buono o di cattivo augnilo di prossime o di lontane nozze. Vedi 
m proposito miei ipettacoli f Feste pp 289-90. 

• Del Twimeii< lesta memoni nella ii;ase:Pari ^Mmanieifti cu lu 
tuipii u (Palermo) la quale significa ; mangiare a poco per volta 
aspettando che si sbr gh h tale vivanda una porzione di essa per 
poter jrcsegmre a mangiare e a dice anche in aìti'i sensi e per 
alti e occasioni iella v ta domestica. 

Un cenno dt balhcame\ale''chi in Sicilia è nel presente voi., p. 81; 
mi cenno dei balli nuziali nel voi. H, p. 83 e seg. 



Ho^tedby Google 



SONATORI E BALLI 351 

e ciascuna sonata, figuratamente caddoszu '. Una so- 
nata si paga «n baiocco (cent. 4) o un soldo; ma che 
sonate , Dio mio ! Appena i ballerini han preso l' aire 
che il pezzo è strozzato, e buona notte. Allora un mor- 
morio generale di disapprovazione comanda un' altra 
sonatina; ma i sonatori, duri; e se cedono, lo fanno per 
crescere nella comitiya il desiderio e la smania di con- 
tinuare a ballare '. Il seguente canto è dei ballerini 
contro questi furbi di ciechi, che ad ogni sonata esi- 
gono il prezzo dovuto , vuotando le scarselle altrui e 
riempiendo le proprie per tutta una settimana : 
Pr' ogni Bunata chj l'orvu vi sona, 

Pronti vi l'addumanna li dn' grana; 

Fa un eadduzzeddu tanta di fascia ', 
., E almenu coi mittiasi bona gana 1 

Cu la ruggera la testa vi stona, 

La smenna tutta la papariana; 



' Cadiloasu, rocchio, per lo più di s. 

• Sul proposito, ceco clie cosa dica un sonatore di chitarra bat- 
tente in Chiaramonte (Guastblla, Vestru, p. 4Si,Traduco alla lettera 
da quel dialetto; i Una volta sì che c'era il pane. Nei pomeriggi di 
Luglio e d' Agosto ci vedevamo come assaliti da uno sciame d" api 
(non avevara tempo da soddisfare a tuttì i ballerini) (allora le an- 
nate correvan meglio, e il pezzo di dodici tari (L, 5, 10) non man- 
cava neanche a' più meschini : Paolo PassarieMu con la chitarra 
battente, io facendo da secondo, e mastro Setticasi con quel violino 
che egli facea proprio parlare. E che vedevate? Tutto quel bestiame 
(i contadini) si raccoglieva per ballare, e manritta e urtoni noa ca 
n'eran pochi; ma un balletto durava quanto si ata a dir cornuto ad 
uno. Appena un villano si toglieva il berretto (p;^ ballare) e facea 
tre giravolte, che mastro Giovanni cessava di sonare ecc. ». 
s Fa una brevissima sonata dì fasola. 



Ho^tedby Google 



352 USI E COSTUMI 

Ma la sacchetta si l'addubba bona, 

L'accoddu sì iu fa pri 'na simaiia ! ' 
Altra ottava d'un poeta popolare di Catania biasima 
ì sonatori, non già delle ìarevi sonate, ma dello stesso 
loro mestiere, pel quale vanno di casa in casa cantando 
di Dio e dei Santi: 

Sti 'mpacciddcri di [lì] sunaturi 

Vaunu pigghiannu lana ppi cardari; 

Nèscinu di la casa, chi è onuri ? 

A ghiri 'n casa d'autru a sunari, 

A li Santi frustannu e a lu Signuri, 

Ppi amuri di vuscari gualchi sanari; 

E giustu dissi Mastru Sarvaturi -: 

Tutiu, a lu mnnnu, è modu di nianciarl ", 
Ma non è solo nelle case private e ne' cortili , né 
solo ne' giorni di festa che i sonatori vanno eserci- 
tando il loro mestiere per divertimento del popolino. 
Se ti capita a passar da una bettola o da una taverna 
specialmente di campagna, tu ve li trovi seduti o in 
piedi, e li senti a strapazzare quel loro strumento per 
una tarantella o per una fasola qualunque. Non sem- 
pre essi ne sono richiesti dagli avventori del luogo; ma, 
richiesti o no, la loro fatica e sempre compensata 
*on qualche soldo e con un bicchier di vino, perchè è 
ben raro che restino a dente asciutto. Nelle case di 

' SALOMONB-MABmo, .*'oA'3JÌ di costumi coiiiadineschi siciliani; 
^éVArchiaio delle trad. poi>., v. I, p. 553. 
> « Cieco di Catania clie insegnava agli altri crocili a suonare il 



Ho^tedby Google 



SONATORI E BALLI 353 

dubbia fama , poi , la loro presenza non è quasi mai 
rifiutata; ma non ogni cieco è disposto a recarvisi , e 
molti riimnziano volentieri a questi piccoli e non in- 
frequenti guadagni. 

In generale nelle grandi città il ballo non lo chiama 
nessuno; i sonatori fanno a piacer loro, salvo che non 
vengano invitati a mutare o a proseguire. H ballo è sen- 
z'ordine e senza regola; pure v'è del regolare. nella ese- 
cuzione di esso, e sopratutto nella mimica che l'accom- 
pagna. Le donne particolarmente, ^rano, si fermano, si 
danno le mani, le alzano, le abbassano, le portano in- 
nanzi reggendo le cocche dei grembiali \ sempre con 
una regolarità ed un'armonia di movenze e di pose che 
ha del grazioso. Chi smette di ballare fa una specie di 
riverenza come chi comincia, e va a sedere. Ma se uno 
della comitiva sa chiamare i balli, e li chiama, la fac- 
cenda va diversamente : ed egli è padrone e donno della 
festa. Guai per noi che vi assistiamo se egli chiama 
in francese! La nostra serietà verrà compromessa. 

Degno di particolar menzione è questo : che in Raf- 
fadaìi, !à dove si celebri uno sposalizio, può liberamente 
entrare ogni onesto giovane conducente de' sonatori ; 
si tratta di s<mu di zita e basta. Se egli vuol ballare, 

' Questa maniera di ballare e nnordati m uni poesìa , non già 
canto, di Mineo lUacc ampi , n 708) 



B cmnJitu modi thi sagiti fan ' 
Oh Dm SI V avisBi ppi mugghien' 
Si,mpn a lu sonu v avis&i a puitan' 

G. PiTKB ~ Usi e Costumi, voi I 



Ho^tedby Google 



354 USI E COSTUMI 

non è tenuto a chiederne permesso ai padron di casa; 
ordina senz'altro a' sonatori, e balla e invita a ballare. 
Ritto in piedi in mezzo alla stanza , al cominciar del 
suono butta il berretto ad un amico e s'abbandona ad 
uno de' balli comuni. L'interromperlo (stagliari) è offesa, 
e se egli non è amico della persona che si permette 
questo, la può finir male \ Solo il padron di casa può, 
quando la cosa gl'incresca ed i ballerini sien troppi ed 
esigenti, mettern fine alzandosi e ordinando : f<yra Iw 
sonu! 

La maggior parte dei pezzi ballabili, come la briga- 
riota di Palermo, \a^piMa e ^ la virduUdda cit?.+? ', le 

' Un raffadalese mi diceva una volta ; Lu stagliari è o/fisa grossa : 
e si lu gtagliatw nun è amim* tU cui lu staglia, finisai ajocu di 

' A. Dionisio palermitano. Amorosi sospiri, u. ì, so. 3, fe dire e 



E più sotto parla di u 



Lo stesso autoi*, loc. cit., fii cenno della pilula. 
' Un canto popolare raccolto in Borgetto ricorda ce 
loia di lieti amori la virduUdda: 



La XLV» poi delle Leggende vs^colte da! Saiomone-HiIahino (nfr. 
questi Usi, V. n, p. 315): 

Cu la dtarra 'a coddu 
Vennu du sunatura. 
La virdulidda Bonauu, 
Saminu la capuiia. 



Ho^tedby Google 



SONATORI E BA!,LI 355 

cascardi calavrisi ', erano una volta accompagnati dai 
canto : oggi non piìi, e se n'è quasi perduta la memoria. 
Non v'è nessun dubbio che alcuni di essi, come lo stesso 
titolo dice , siano stati importati da fuori in Sicilia o 
imitati sopra altri esteri; ma solo uno studio compara- 
tivo potrebbe dar luce. Il Villabianca parla di una sa- 
vochetta, suono che sì facea " dal popolo a eerta can- 
zone chiamata la savocheita, comechè stata inventata 
ed esercitata da un cameriere di casa Garsia del ramo 
dei marchesi di Savocheita » ^; ma non sappiamo se si 
trattasse di canto-ballo, né possiamo stare a certe sue 
eLimologìe , che hanno molto dell' ingenuo. Il pìu cu- 
rioso tra tutti questi balli è forse quello che si dice 
comunemente hi ruggeri o la ruggera, e che si fa nel 



Secondo ìa descrizione che me ne ha favorita G. 
Crimi-Lo Giudice, il ruggìeri non serba, come ci diede a 
credere l'autore della Raccolta amplissima (p. 69), " il 
nome del benefico fondatore della nostra monarchia „, 
né può dirsi che tragga " principio dall'epoca norman- 
na „ ; ma da rogglu , per la maniera onde gli attori 
girano coi piedi, in tutto simile ad una ruota di oro- 
logio. 

Canto , ballo e pantomima , il ruggeri si fa da due 
uomini e due donne ad un tempo. I due «omini si al- 
zano, e al suono d' uno o più strumenti (violino, chi- 

' Ne fa cenno un diarista di diiaiamonte, sotto l' an. 177S , ed 
erano in uso nel Napoletano, per lo meno, fin dal aec. XVD, Vedi 
GoASTELLA, L'antico Carnevale, pp. 4-5. 

' Opusc. sic, V, XIV; ms. della Biblioteca Comunale di Palermo. 



Ho^tedby Google 



356 USI E GOSTDMl 

taira) fanno parecchi giri di fasòla, e con un inchino 
invitano ciascuno una donna a far da compagna. Le 
due donne si collocano in modo che vengano alternati 
i sessi come nelle contraddanze, e continuano a bal- 
lare fino a quando gli strumenti non faccian sentire la 
musica del ruggeri. A questa si fermano , e 1' uomo 
che si trova più vicino a' sonatori comincia a cantare 
coll'accordo dei compagni i primi due versi della sua 
canzone, battendo i piedi e movendo il corpo secondo 
la cadenza del suono : cosa che fanno contempora- 
neamente anche gli altri. Quando egh ha finito di ri- 
petere per duo volte la strofe , tutti fanno un movi- 
mento di rotazione da sinistra a destra , e in questo 
modo al posto dell' uomo che cantò va a trovarsi la 
sua compagna, la quale ripete uè più né meno quello 
che egli ha fatto. Così V uno dopo l'altro fan tutti; e, 
cantato che ognuno abbia per intiero la propria can- 
zone, tornano a ballare girando sempre da sinistra a 
destra ^ 

I sonatori non si possono aver dappertutto : ed an- 
che là dove si hanno, usasi spesso di ballare a suon 
^ tammureddu ^, strumento sempre caro e favorito 
delle ragazze in tutta l'Isola. II tammureddu ha forma 
di staccio più meno piccolo : un cerchio di sottilissimo 
i^no, largo da sei a nove centimetri, con vari buchi 
nel mezzo ed in giro, nei quali, legate a un filo di ferro, 
oscillano dei sonagh e delle girelline di lama, e sopra, 
all' un dei lati, è teso un fogho di pergamena avente 
' VeiJi Archivio delle trad. jiop., v. IV, p. 133. 
' Vedi V. Il, p. 83. 



Ho^tedby Google 



SONATORI E BALLI 357 

una figura dipinta, che nelle intenzioni dei fabbricanti 
vuol esser donna ^. Le donne, battono questo stru- 
mento con la mano destra reggendolo con la sinistra. 
Il rumore dei sonagli e delle girelline ora si alterna, ora 
si accompagna colle battute, e cresce col rumore d'ana 
collana di altri sonagli che in quel di Novara certe fa- 
miglie agiate dedite alla pastoi'izia sogliono unirvi. " Nei 
mesi autunnali , al tempo della vendemmia , il tam- 
huellu è lo strumento più accetto agli uomini e alle 
donne della campagna. Dopo dodici ore di continuo 
lavoro , hanno essi ancora forza' sufficiente da occu- 
parne parecchie della sera , al suono di questo stru- 
mento , intrecciando una danza sì allegra ed umori- 
stica, che saprebbe destare l'ammirazione del piii in- 
differente spettatore. Le timide villanelle , tinte la 
fronte d' incantevole pudore , mischiate a baldanzosi 
pastorelli, danno un quadro magnifico, quando intrec- 
ciano la loro danza modesta al suono di questo stru- 
mento, che non si può dire punto angelico. Si resta 
quasi presi da meraviglia, osservando la sveltezza nel 
salto, l'agilità dei movimenti, l'esattezza delle cadenze, 
segnando più che perito maestro di orchestra il tempo 
dal principio sino alla fine della danza. 

" Nelle campagne e nei sobborghi tutte le feste fini- 
scono con lo scialu, che consìste in questa specie di festa 



' Da questa goffissima Agora ha origine la qualificazione avvili- 
tiva dialettale : Pupa di fammttreddn, che si dà a qualunque pit- 
tura di donna maledettamente eseguita ed anciie a donna vestita e 
caricata con pompa e goffamente. 



Ho^tedby Google 



358 TISI E COSTUMI 

da ballo, tenuta al suono del tambuellu, sullo spianato 
della casa che mette nella pubblica via ^ „. 

A chi abbia vaghezza di conoscere qualche altro stru- 
mento popolare da suono , mi limito a ricordar sola- 
mente le castagnette {scattat/netti), che accompE^nano 
in tutta Sicilia le novene del Natale ed in Palermo an- 
che i balli carnevaleschi ^; il triangolo {azzarinu), pre- 
ferito ne' notturni e nelle serenate °; il flauto {fUmitu, 
farautu), buono ne' balli e ne' suoni d'ogni genere, e 
sopra tutti, lo scacciapensieri, che ne' suoi molti e sva- 
riati sinonimi di mariolu (Palermo), marrucchìnu (Ge- 
falù), marranzanu (Gastrogiovanni), calarnini (Licata), 
(ximarruni (Frizzi), 'ngangarrwni (Regalmuto), ganga- 
mamtni (Cianciana) , 'nningalarrtmi (Vittoria), marì- 
gàrruni (Palma) , magarruni (Girgenti) , malucarnuni 
(Vicari), 'ngannalarrutii, marauni (Gatania), tarantula, 
racchiude tutta una storia leggendaria. Un proverbio 
dice che 

Marioli! e viulinu 
Ti diverti a lu matimi "; 
ed una credenza popolare lo esalta per la sua virtii 
di fare addormentare se abbia la linguetta d' argento 
chicchessia ", 

■ Di PiETRO-PuGLiSi , Novara di Sioilia ; in Nuove Effmn. sic., 
serie III. V. IV , p. liT. Uà ballo in S. Nicola Ganzirri , presso 
Messina, desci'ive A. Dumas, Le Speronare, 1 ; Le pesce spada, pp. 
I43-H4, Paris, Lévy, Ì8K. 

' Vedi a p, ii, e Spettacoli e Peste, p. 436, e Giuochi fanc. □. 318. 

' Canti, Y. r, pag. 3*. 

' Giuochi fanciulleschi, n, 298, 

• Sui ciechi sonatori e cantori in Bologna vedi Gubbbini, / cieohi 



Ho^tedby Google 



SONATORI E BALLI 359 

;; nella Gazzetta Musicale, an. XXXIX, n. 21. Milano, 25 
maggio, 1884.— In Toscana le note del 'L/Mom &\ Màlmantile, t. I, 
pp. 65-67 . la Prato MDCCCXV. Stamparla di L. Vannini. — In Pe- 
rugia, D'Ancona, I canterini dell' antico comune di Perugia; -asMa 
Varietà storiche e letterarie; Prima serie, pp. 39-73. Milano, 1883. 
—Sui ciechi in generale, Pico Luiti di Vassano, Modi di d%re j» o- 
verblali, n, 806. Roma, 1875. 

Sui balli popolari in Terra d'Otranto vedi G. Cei a-Griwaldi, 
Itinerario da Napoli a Lecce, p. 39, Napoli, 1831,- L. G Dbsimonb, 
op. dt., in Rivista Eur., v. Ili, fase. I, Luglio, I876.-ln Napoli, eec 
M. MoNNiEB, op. cit., e. Ili; P. Lamoni nelle note al MalntanUle, 
V. Il , p. 89 ; \M. LrfBRANi , nella Bivisla sicula, mi. Ili , v. VI , 
p. 172-75. Palenno, 1871. — In Roma, Bresciani, Edmondo, e. TV. 
— In Sardegna, Usi, costumi e dialetti sardi; nell' Archiìiio delle 
Trad. pop., a V, p. £5. — In Milano, Cubrubini , Vocabolario mi- 
lanese, V. I, p. 59, col. 2. 



Ho^tedby Google 



Homdb, Google 



LE VOOI DEI VBNIDITOKI 

E DELLE CAMPANE 



Homdb, Google 



Homdb, Google 



I. Sulle gridate dei venditori. 

Cwriosità da non trascurarsi ;nel campo de' nostri 
studi sono le abbanniati , o abbanniatini , cioè le voci 
con le quali i venditori gridano la loro rot)a a coloro 
che vorranno comperarla. Un vecchio proverbio , che 
pur s'intende in senso figurato, dice cl\e il venditore 
grida quel che ha in vendita: 

Lu putiaru zocc'havi abbannia. 

L'importanza di esse è riposta nelle formole tradizio- 
nali, nel iìnguaggio eminentemente, impareggiabilmente 
figurato, nella espressione della gente che le ode e com- 
prende pur non prestandovi attenzione. Le figure son 
cosi naturali alle voci che il parlar proprio sembre- 
rebbe una freddura; e pili si scende al mezzogiorno, e 
pili il linguaggio s'allontana dal sìgnifl,cato proprio per 
dar luogo a motti, dove il traslato, la figura di pensie- 
ro, la figura di parola scoppietta e rifulge; donde ne 
nasce che le voci riescono quasi sempre inintelligìbiji 
per chi non sia del paese o della provincia dialettale. 

Carattere delle gridate è il sottinteso, il doppio senso, 
che porta l'equivoco, anche licenzioso. Qualche volta, per- 
chè venga chiamato sulla merce l'occhio e l'attenzione 
della gente, non manca la sgarbatezza e la sgut 



Ho^tedby Google 



364 USI E COSTUMI 

gine. Il tempo e l' occasione determina le voci. Una 
voce fuori stagione è una stonatura, e basta ad attirar 
la curiosità dei passanti che la sentono e ne restano 
stranizzati. In Palermo un venditore di semi di zucca 
salati e tostati (simenza), che di tanto in tanto cerca 
farsi ad ogni costo sentire gridando la sua roJa come 
la si grida ne' giorni del Festino di S. Rosalia, è ac- 
colto a fischi, a schiamazzi e a certi suoni imitativi della 
bocca, che sono indubbi segni di disprezzo. Vi son voci 
le quali esse sole ci fanno accorgere dell' avvicinarsi 
di una nuova stagione , come della primavera ci av- 
verte il fiorir degli alberi e il sorriso della natura tutta, 
onde r animo si allieta. Tutti poi abbiam provato la 
triste impressione di certe gridate, che ili popolo qua- 
lifica per voci di cattivo tempo. 

Le voci non sono frequenti, accentuate , numerose , 
efficaci dappertutto e alia stessa maniera. Mi pare, e 
forse m'inganno, che anche nei mercati più popolosi 
le voci non sono mai m ragione dei venditori e della 
loro merce. I popoli meridionali, come troppo imma- 
ginosi , espressivi , eccitabili , possono ben vantarsi di 
sapere vociar {ahbanniari) più e proiferir più poetica- 
mente, più artisticamente , le loro mercanzie. Chi ne 
vuole una prova fuori Sicilia vada ai mercato di Na- 
poli, o legga di quella città un poco noto manoscritto 
della Biblioteca del Museo Nazionale nella Certosa di 
S. Martino, ove " La ntera Colluzione de li termeni de 
li vennituri napulitani co la loro spiegazione , ne reca 
la bellezza di cinquecento \ 

' e. Padiglione, La Biblioteca del Museo Nazionale ecc., ed i 
suoi Mss. esposti e descritti, p. 582. Napoli Giannini 1S76. 



Ho^tedby Google 



LE VOCI DEI VENDITORI E DELLE CAMPANE 365 

Le grandi città , com'è da supporre , ne hanno più 
de' piccoli comuni, dove le poche gridate de' venditori 
sono in ragione inversa del suono incessante delle cam- 
pane; ma questa faccenda delle voci e degli striUi è 
pure subordinata a regolamenti municipali , che nelle 
città spuntano come funghi a flagello de' venditori di 
comestibili, di stoviglie, e di qualsivoglia merce. 

Molte voci son tradizionali, molte altre non io sono, 
perchè temporanee, occasionali, personali. I.o studio 
di novità porta a disprezzare il passato ; ma se una 
gridata tradizionale e' è, essa non si perde pel nuovo 
ribeUe venditore: e per uno che la trascuri, vi son dieci 
che la faran sentire. Le tradizionali hanno vita lunga 
ripetendo la loro fortuna dalla felicità della qualifica- 
zione, dall'arditezza della iperbole, dalla esatta rispon- 
denza della perifrasi all'oggetto che sì vocia anonimo, 
ma pili che da altro dalla misura in che si chiudono 
e dalla particolar cantilena che le accompagna. Dopo 
cento anni, la maggior pEU'te delle voci di Palermo si 
ripetono inalterate, testimonio un ms. della nostra Bi- 
blioteca Comunale, ove il parroco Alessì ebbe cura di 
conservarci alcune espressioni dei venditori dei suoi 
tempi ^. Solo poche se ne son perdute, e solo pochis- 
sime di quelle che si udivano mezzo secolo addietro 
i nostri vecchi sono dolenti di non «dire più. 

Parole e cantilena vanno sempre insieme; e, più an- 
cora che il canto popolare , ogni formola ha la sua 
cantilena propria, che non facilmente si toglie o si dà 

' Albssi, Notizie delia Sieilia. Ms. Qq, H, 44. 



Homdb, Google 



ad imprestito. Le parole si contraggono, si allungano, 
si spezzano senza pietà né regola per tradursi e per- 
dersi in note infinitamente strascicate, stemperate. La 
nota più comune è la malinconica, la lamentevole; ma 
non manca l'allegra, che ritrae dallo schiamazzo chias- 
saìolo de' vicoli e dei mercati ne' quali si vuole far sen- 
tire. Ve ne hanno di brevissime , che si traducono in 
un iato acuto che non dice nulla; e ve ne hanno di 
lunghe, ma non troppo perchè si possali dire una fila- 
tessa di parole : queste voci inclinano alia ilarità, alla 
gaiezza. Allora bisogna pensare che è la buona sta- 
gione, quella in cui la natura sorridente ha moltipl!""*= 
i prodotti commestibili e con essi i venditori. Parecchie 
di queste gridate lunghe da cerretani raccomandano ai~; 
passanti ed ai presenti la mercanzia con motteggi ta- 
lora salaci e sboccati. 

Bisogna nelle ahbanniatini di frutta, di cqmestibili, 
temporanee e di stagione, considerare due stadi: il 
principio e la fine. In principio se n'esagera la novità; 
nella fine la rarità e l'oggetto che venne a mancare; 
neir uno e nell' altra se ne vuol giustificare il prezzo 
accresciuto. 

In un paese ealdo come il nostro le cose fredde o 
fresche sono gridate con maggióre efficacia : 1' acqua 
p. e., la zucca , le fragole , i cedrioii , il cocomero, le 
uova, le pesche, e. tutte le frutte che dà Pomona. 

Le gridate sono di giorno, fino alle 2, alle 3 p. m. 
Nelle ore mattutine sono d' una contagiosità acuta e 
compromettente l'udito e la pazienza. Rade e scarse 
sono nelle ore serotine in città. Nei piccoli comuni tace 



Ho^tedby Google 



LE VOCI DEI VENDITORI E DELLE CAMPANE 367 

tutto dalle ore pomeridiane in poi : od all' aveniaria , 
come le galline, si è chiusi, e si avrebbe un bel gridare. 

Gli strilli sono in due tempi; in due versi, per lo più, 
e quasi sempre la prima parola è ripetuta in fine tanto 
da rafforzare Vabbanniata, la quale perderebbe, senza 
di tale ripetizione, il suo valore. 

Nei comuni il banditore municipale è lo strillone di 
certi generi nuovi o importanti, il quale è un tambu- 
rino (tcmimurinaru), spesso ereditario. 

L'ultimo e piii famoso di Palermo fu Cacicia, la cui 
celebrità passò nel titolo e nella testata d'un giornale 
umoristico ^. Un' ordinanza sbadacale vietò il tamburo, 
che però egli, e con lui i suoi consorti, sostituirono con 
un campanaccio di latta; ma dal giorno in cui dovette 
smettere il suo enorme tamburo, alle cui battute al- 
ternava i suoi esilaratiti, piccanti strilli, egli perdette 
la sua potenza, anbnata e sostenuta dal più fmo umore, 
da' frizzi più arguti. — Il banditore dì Palermo col suo 
campanaccio, o dei comuni col suo tamburo alterna U 
suono con le voci: il snono per chiamar gente sulle 
strade, alle ringhiere, alle finestre; le voci per gridare 
del cacio p, e., della carne, del vino, della pasta, delle 
petronciane, generi tutti che egU o altri per lui porta 
solennemente parati; ed ecco la sua vociata : Ora '« 
sapUi à Yanedda (e qui il nome della strada), 'ncostu 
'a (e qui il nome d'una casa o d' una bottega cono- 
sciuta) : virnt a .... 'u quartucdu; ovvero : Quagghi 
a di^ rana V una ecc. E dopo ciò un nuovo tambus- 
sìo da rompere il timpano. 

' Caciaia, o il banditore. Palei-mo, I86I. 



Ho^tedby Google 



368 USI E COSTUMI 

La gridata è crecluta necessaria e raccomandata da 
qualche proverbio. In fatti si dice : 

Robba abbanniata, menza vinnuta. 

Una certa importanza anche etnografica non può 
negarsi alle gridate quando si cerchino presso i vari 
popoli , e se ne mettano a confronto i significati, È 
degno di nota il fatto che alla distanza di centinaia 
di migha , passando da un dialetto ad un altro, anzi 
da una ad un'altra lingua, le qualificELzioni, gli appel- 
lativi degli oggetti che si vendono ricompariscono gii 
stessi. In Palermo i venditori di pomidoro gridano : 
Va facUimUu 'u mcu nìmiru ! ed in Firenze : Fate i sughi 
rossi!— 1 cocomerai palermitani: Lampi di fuoeu mi 
jèttanu, taUee ! e i napolitani : Busse, russe! Nce sta 'o 
fuoco 'a dinto .' e ì milanesi : Fochi ! Fochi ! ecc. Per la 
nostra festa de' Morti i fieranii, venditori di ninnoh, 
giocattoli e gingilU : Chiandti, picciriddi, cà la mamma 
vi l'accatta! e per la festa della Befana in Firenze e 
altrove : Piangete, haniMm, che la mamma la ve li c<mi- 
pra ! V'è anche di più. Come i nostri venditori di semi 
di zucca gridano in estate S&ia-tóM/ (svia-alloutana- 
ozio) e queUi di Napoli 'V spassaHempo ! e i fiorentini: 
Semina trastullino! così gli Egiziani del Cairo : Oh i 
consolatori dei iribolatì, oh i semi! '. 

Un sàggio di siffatte voci non ispiacerà a' lettori; i 
quali avranno certo da esilararsi nel sentir gridare, p. e., 
l'amarena: Ma chi è araba? e la ricotta: Ma ehi è 
quagghiata? e la quagghiata (giuncata) : Ma chi è ri- 

I Amaki, stoni dn Mumlmoniin Sicilia, voi. Ili, par. Il, p. 8M. 



Ho^tedby Google 



LE VOCI DEI VENDITORI E DELLE CAMPANE Sijfà 

cotta? c le petronciane fritte, dalla pienezza che han- 
no di coturnici: Quagghi'. 

IL Gridate di Venditori ^. 

1. Erbaggi ,, Lesumi , Fiori ecc. 

1. Agli. Si vendono in estate, a reste (« tritasi) e si 
gridano : 

1 Riscontri colle Bostfe hanno le gridate napoletane in Imbruni, 
Xn CatiH 'pomiglianesi, p, 72 e seg. ÌMapoIi , MDCCCLXXVn ; in 
DeBourcakd, Usi e Cùstumi, in enti'ambi i volumi; G. Marulli eV. 
LiviQNr, Ouida pratica del dialetto napolitatu), che vi consacra un 
capitolo ; alcune delle romane in L. Palomba, Ià Romani de Roma 
pp. 92, 95, 115; Roma, 1884 (riprodotte neH'jircftiuiOiieWe tradizioni 
pop. V. IV, p. 559) e nelle varie pubblicasioni di Giosi Zanazzo ; le 
fiorentine in PaLvKitim, Modi di dire di a&uni venditori antìm- 
lanli fiorentini, nel Borghini , an. III, pp. 121-124 e 152-156 ; Fi- 
renze, 1876; Salami, Si morirà e non s'intenderà mai nulla : frissi 
di Gius, nani, p. 40 e seg.; Fireni,e, Salani edit., in Imbkiani 
Novellc^ja fiorentina, 2> ediz. p., 48; le milanesi in Fontana, Vita 
di strada, nel v. II dell'opera: Medinlanu-m, ^. 131; Milano, 1881; 
le fen'aresi ne La Rana , lunari frarés pr' al 1882 d' da bona 
lana iT Ghir.. con Vajtit ad so oumpar Da.., pp. 11-13, 17-18, ^- 
23, 27-28. Tipografia socciàl. In Zvèea 1882. Gridate di varie province 
d'Italia pubblicai io stesso nell'^J-cAiuio, v. I, p. 465. 

' Il dialetto è guasto e non c'èda fldardsi. Le varie gridate d'un 
medesimo oggetto ho numerate con le lettere deli' alfebeto ; tutte, 
poi ti'adotte in italiano letterale. 11 peso ó computato a rotoli (gr, 
800) ; la moneta e ora l'antica napoletana, cioè i grani ed i tari 
(1 grano='ì&xL 2 circa; I fari=;cent. 42), ora la nuova d'Italia. 

Sul caro di certi viveri e' è da sti'abiliare. Dal 1860 in qua la vita 

in Palermo costa tanto da lichiamare il ftimoso motto poeto in bocca 

alla statua di Carlo V. Imperatore in Piazza Eologni : Palerm,u m« 

sdccM tantu! Vedi Fiabe, Nov. e Itaco., v. IV, n. CCLXVUI. 

G. PiTRÈ. ~ Usi e Costumi, voi. I. 24 



..Google 



370 USI E COSTUMI 

a) A tri suordi 'a trizza agghi! b) Ora viriti ca cci 
vuonnu l'agghi ! (Palermo). 

a) A tre soldi la treccia agli! h) Ora vedete (^ba- 
date) che ci vogliono gli agli ! 

% Alloro. Si vende sul princìpio dell'inverno , a ra- 
museelli verdi. 

Chi l'haju pampinutu 'addmuru ! (Pai.). 

Come l'ho pampinoso 1' alloro ! 

3. Centauria. Si vende in inverno, a inazzettini. 
Cu' voli aprocchi! tiènnirl 'apruocchi! {Pai.}. 
Chi vuol centauria ! tenera la centauria ! 

4. Basilico. Si vende in piccolissimi mazzettini o in 
assai piccoli vasi (grastuddi), in maggio e giugno. 

a) Va chiantativìllu 'w basilico ! b) Un guranu 'uà 
grasta 'i basilico ! e) 'Na grasta nn' haju hasilicò ! 

a) Andate a piantarvelo ii basilico! b) Un grano an 
vaso di basilico ! e) Un vaso ne ho basilico ! 

5. Borrana. Si vende nell' inverno , e si porta in 
certi sacchi. 

Haju 'a vurrània , haju 'a dcuòria ! (Pai.). 
Ho la borrana, ho la cicoria ! 

6. Broccoli. Si vendono sui carri o sopra somari, in 
autunno ed inverno. 

a) Kaju chiddi duci, vruòccuU ! b) Chi beddi fieri ri 
vruòccuU! e) Gom' 'i puma l'hajw sii vruòcRtdi ! (Pai.), 
d) Bruòcculi mammi mammi ! (Noto). 

a) Ho quelli dolci, broccoli! b) Che bei broccoli! e) 
Gli ho dolci c.om.e le mele questi -broccoli! d) Broccoli, 
cesti cesti. 

7. Dolcickini. Questi' piccoli tuberi ovali dolciastri. 



Ho^tedby Google 



LE VOCI DEI VENDITORI E DELLE OAMPAME 371 

provenienti dall' Africa (arab, habbhaziz; Linn. cype- 
rus esctdentus) si vendono e mangiano in autunno e 
prosperano nel Trapanese. 

jfc' su' di Trapani li eabhasid. E li cabbasisi a edit- 
rici grana ! (Pai.). 

E son di Trapani i dolcichini ! E i dolcichini a 12 
grani il rotolo! 

8. Ceci brustoliti {calia). Li vendono i putiari , cioè 
i ■venditori di frutta. 

a) Ck' h bella quann' è càuda! Chi sciàvuru ca fa! 
(Catania), b) CMia tènnira ! Chi bella calia ! e) Càiia 
coinu li puma ! (Noto). 

a) Com'è bella quando è calda 1 Che odore che fa ! 
b) Calia tenera ! Che bella oàlia! e) Calia come le melel 

9. CedriuoU (citrala). Si vendono in estate sopra certe 
paniere bislunghe e larghe alla bocca. 

a) Chisti 'a nuotti v'alluònganu I b) Chi sorii ri gran 
citruola! e) Un suordu è unu, du' suordi è unu! Ora 
calanti d) Ma chi su' stanghi '% puorti /... e) Sapiti chi 
sorf 'i stanghi a un suordu! f) Cttrola conw palàmiti! 
PcUàmiti vi vinnu pi citruola ! (Pai.). 

a) Questi cedriuoli vi allungano la notte ! b) Che gran 
cedriuoli ! e) Un soldo è uno, due soldi è uno ! Adesso 
calarono ! (=sono scesi di prezzo), d) Oh che sono stan- 
ghe da porte !... e) Sapete che stanghe da porte a un 
soldo! f) Cedriuoli come palamiti {=■ scomher palamis). 

10. Cappero. Si vende in inverno. 
Mnuiidda è la chiappava nova! (Pai,). 
Minutino è il cappei'o nuovo. 

11. Gaggia {càssia). Si vende specialmente in estate 



Ho^tedby Google 



372 usi E COSTUMI 

a mazzettini , infilzati per un lungo stecchino ad una 
petronciana fresca. 

Càssia, oh càssia ! Un gurò un mazsetiu càssia ! (Pai.). 

Gaggia, oh gaggia! Un grano un mazzetto gaggia! 

12. Cavoli. Si vendono in primavera ecc. a mazzi, 
sopra carri, zimmìli, panieri ecc. 

a) Chiddi virdi virdi l'kaju! b) Cannameli vi vinnu 
pi emuli ! (Pai.), e) Cavuli trun^uti! (Noto). 

a) Quelli verdi verdi li ho ! 6) Gannamelle vi vendo 
per cavoli! e) Cavoli torsoluti ! 

13. Cavoli perfUati {cavuUeeddi veri). Si vendono in 
inverno. 

'N'àtra manciata nn'haju cavuUcieddi! LÀ vieri haju 
cavvliàeddi! (Pai.). 
Un'altra mangiata ne ho cavoli ! I veri cavoli ho ! 

14. Careiofi (cacòcciuU). 

a) E ct^ vudi cacuòccitdi 'i àuriera! b) Baju la du- 
rerà r' H caeuòcciuli I e) Chi cacuòcduli, chi cacuòcciuli! 
Càspita chi cacuòcciuli ! d) Caspita chi trunzu ch'hannu 
sH cacuòcciuli ! Accuminsaru nìvuri nhuri ! e) On suor- 
du e èn hajoccu, senza varba su' ! {Pai.}, f) Carciuòfili ri 
spina! Mammi mammi caì'duòfili! (Noto). 

a) E chi vuole carciofi da flora ! b) Ho la flora de' 
carciofi ! e) Che carciofi, che carciofi ! Caspita che car- 
ciofi! d) Caspita che torsi hanno questi carciofi! Co- 
minciarono noli neri ! e) A un soldo e a un baiocco , 
senza barba sono ! f) Carciofi da spina ! Cesti cesti 
carciofi ! 

Cardofi bolliH. 

CuidUivò! Cacuòcduli vudduti! Cacò..! (Siculiana). 

Chi li vuole ! Carciofi bolliti 1 Carciofi ! 



Ho^tedby Google 



LE VOCI DEI VENDITORI E DELLE CAMPANE 37^ 

15. Cipolle. Si vendono a mazzi ed a reste come 
gli agli. 

a) On gurà ò mazzu ! Duvirrìanu jiri òn carrìnu 
vieru! b) Haju li 'ran cipuoddi ! e) Cipuddi! ifappiz- 
zàUvi 'i cipuddi I d) Hc^u chiddi ri Calawla, cipuddi ! 
(Pai.), e) Cosi novi, cipuddi a mazzu! (Ragusa). 

a) Un grano il mazzo ! Dovrebbero andare a'un car- 
lino davvero ! b) Ho le gran cipolle ! e) Cipolle ! Appen- 
dete (alle volte, alle pareti) le cipolle! d) Ho cipolle 
di Calabria, cipolie! e) Cose nuove, cipolle a mazzo! 

16. Cocomeri. Si vendono in estate. 

a) Io l'kaju russi e duci ! b) Vampi di fuocu mi jèc- 
canu, tale! e) Va tagghia ch'è rìissu.' Io v' 'i vinnu a 
prova ! (Pai.). Sussu comu lu fuocu l'haju .' (Noto). 

a) Io lì ho rossi e dolci ! h) Vampe di fuoco mi get- 
tano, guarda ! e) Va a tagliare , che è rosso ! d) Io 
ve li vendo a prova ! e) Rosso come il fuoco l'ho ! 

Cocomeri a fette. 

a) Ma vet-u russu è! un guranu 'a fedda vaì^PaX.). 
b) XJn suU affaccia e 'n àutru uni cudda ! (Termini), 
e) Own guranu manci, vivi e H lavi 'a facci ! (Pai.) \ 

a) Ma davvero rosso è ! un grano la fetta va (costa) ! 
h) Un sole affaccia e un altro ne tramonta ! e) Con 
un grano mangi , bevi e ti lavi il viso ! 

17. Erbe. Si portano e vendono entro sacchi e sul 
braccio sinistro. 

La marva^ la cardiedda ! La eardedda timnira, 'a mar- 
»/(Pal.). 

' Dumas, Le Corriooio, e. Vili, p. 96; Paris, C. I.évy, 1878, scrisse : 
« Avec le cocomero on mango, on boit et on se lave, à ce qu' aa- 
sure le marcliand». 



Ho^tedby Google 



374 USI E COSTUMI 

La malva, il sonco ! II sonco tenero, la malva ! 

18. Fagiolini. 

a) Quanf 'augghi l' haju ! (Pai.)- 
Gli ho quanto gli aghi ! 

19. Farro e riso. L' Alessi nel sec. passato raccolse 
questa gridata, oggi poco comune : 

Lu farru aun carrinu! TaUch'èvrancu,oh.' (Pai.). 
Il farro a un carlino (il rotolo) ! iì riso a dodici 
(grani) ! Guarda com'è bianco, oh ! 

20. Fave fresche. 

a) In aprile: Mieli su' sti favi! b) In maggio: On 
sm-du calar», e su' heUi! e) Chi bella fava, cavuoliun 
vugghin ! Ma chi è ciampieddi .' (Pai.), d) Favuzsa di 
ingna ! (Termini), e) Ha' li favi, ha' li favi ! e su' cu li 
chirchi virdi. Ha' li favi ! (Castelvetrano). 

a) Miele sono queste fave ! J) A un soldo calarono, 
e son belle ! e) Che bella fava, che vuole un bollore ! 
Ma che è piastrelle! d) Favella da vigna! e) Ho le 
fave , ho le fave ! e sono con le chieriche verdi ! Ho 
le fave! 

21. Fave nuove tostale. 

a) Vera nuova è ! (Pai.), b) Oh li cannillini novi f 
(Messina), e) Belli sunnu a cafè ! A cafè li favi, a eafè ! 

a) Davvero nuova è (questa fava) ! 6) Oh i cannel- 
lini nuovi ! e) Belle sono a caffè (tostate come caffè) ! 
A caffè le fave, a caffè! 

22. Fave bollite (gnòcculi). Le vendono le donne por- 
tandole entro una pentola,e andando in giro per vico- 
letti e chiassuoli del loro rione. Le danno a conto. 

a) Moddi muoddi p' 'i vicehiarieddi, moddi muoddi ! 
b) Sfatta.l'haju p' 'a vecchia I e) Un gurò tri vinttni 



Ho^tedby Google 



1 VOCI DEI VBNDITOm B DELLE CAMPANE 375 



gniiòcculi ! d) Cu lu latti e la simwUdda vi li scinnivi 
li gnuòccull ! e). Belli sfaltuliddi e sdacquatieddi! (Pai.). 

a) Molli molli per le vecchierelle ! b) Sfatta la ho 
(la gnbccula, la fava cotta) per la vecchia ! e) Un grano 
tre ventine gnòcculi ! d) Gol latte ed il semolino ve li 
ho eotti i gnòcculi I e) Belle sfatte e appariscenti ! 

Quest'ultima gridata è intraducibile in italiano. 

23. Finocchi. Si vendono a mazzi da uno, da due o 
più. 

a) E l'haju 'mossi e tunni ! (Pai.), b) Lu hellu finuòc- 
ciu ri Sarausa ! (Noto). 

a) E gli ho grossi e rotondi! h) Il bel iìnocchio di 
Siracusa ! 

24. Fior d'arancio (zàgara). Si vende in primavera a 
mazzelti, a solo o con rose ed altri iìori. 

Wzàarà e ruosil Haju ruosi! {Pd\.). 
Ho 0or d'arancio e rose ! 

25. Fragole. Si portano in certi panieri molto stretti 
e lunghi, che formano poi il distintivo delle botteghe 
da frutti, 

a) A vintiruraniedda li fràtdi ! (Pai.), b) Quattru sor- 
di lu quartaruni li fràuli ! (Messina). 

a) A 22 grani le fragole ! Così nel 1858; nel 1888,- a 
48 grani, h) Quatfa-o soldi un quartaruni fragole! 

Uh quartaruni di Messina corrisponde a un quarto 
di rotolo, cioè a 3 once di Palermo: grammi 200. 

25. Funghi. Si vendono in piccoli panierini. 

'-N'atra pKanza mi' haju funci ! (Pai.). 

Un' alfrfi pietanza ne ho di funghi ! 

27. Garofani (Piajticelle di). Si vendono in prima- 
vera. 



Ho^tedby Google 



376 USI E COSTUMI 

'Na bella chianfimi 'i gcduòfari haju ! {PaX.). 
Ho una bella pianticella di garofani ! 

28. Indivia {scalora). Sì vende, come le altre verdure, 
a mazzi, entro il solito paniere. 

La 'ran scaluora ! (Pai.). La grande indivia ! 

29. Lattuga. 

a) Cu l'uova ineru l'Kaju! On gurò l'una, cu V moìio 
Vha^u ! b) Veri cu l'uova veru V haju ! e) L'haju cap- 
pucci! d) E quando è fiorita o qifxsi fit)rita : Senisa pi- 
muru^^a! (Pai.). 

a) Con le uova davvero le ho ! Un grano l'una, con 
le uova le ho ! b) Quelle con le uova davvero le ho ! 
e) Le ho cappucce! 

Quando però la lattuga è ancora tenerella si grida : 

a) Lattuckina, eh' è vera fina , lattuchina ! (Pai.). 

a) Lattughina, che è davvero fina, iattughina ! 

30. Patate cotte. 

Haju patati vuggkiuti cuotti e càuri ! (Pai.). 
Ho patate bollite eotte e calde ! 

31. Petronciane. 

■ a) I/kaJu 'ruossi e nìmi, e va frijHvilli ! b) Haju l'ur- 
tmii milincianieddi! Milincianeddì nichi haju! 

Petronciane fritte. 

e) Novirinari 'na quaggkia! Haju lu veru uoru di 
guagghi ! (Pai.). 



d) Chi ciàuru chi fannu 'i milincianeddi 
chi ciàuru ! 

a) Le ho grosse e nere, e andate a friggervele ! 6) Ho 
le ultime petronciane ! Petronciane, piccole le ho! e) Tre 



Ho^tedby Google 



LE VOCI DEI VEMDITORI E DELLE CAMPALE 377 

centesimi una quaglia. Ho il vero oro per quaglie! 
(Così prima del 1860; adesso il prezzo è iì doppio). 
d) Che odore fanno le petronciane a stufato, che odore ! 

32. Piselli. Si vendono in grandi canestre, in pri- 
mavera. 

Comu jinchieru 'i pisieddi a uoUu Va' .' (Pai.). 
Come si son riempiti ì piselli, a 8 grani il rotolo! 

33. Pomidoro. 

a) Cu' s'Ita fari 'astrattu?!h) Chi matinaii di fari' 
sàum ! Pwmadamuri, chi l'haju russi I (Pai.), e) Lu sìntiti 
Iv, dauru ? Su' iddi ! si^ iddi ! Mnu a lu piricuddu 
su' russi ! (Messina). 

a) Chi s'ha a fare la conserva ! h) Che mattina da 
far salsa ! e) Lo sentite l'odore ? Son quelli, son quelli ! 
Fino ai picciuolo son rossi ! 

34. Prima. È una cicoria prìmaUccia, la quale si gri- 
da con una maniera che la rende grata e come di 
buon ai^urio. 

'Nzalata ch'è di la prima ! (Pai.). 
Insalata che è deOa prima ì 

35. Bamólacce. Si vendono a mazzolini, e si portano 
entro i panieri innanzi descritti per le verdure, 

a) Megghiu di li mènnuli rapanelli ! (Catania), b) Ba~ 
murassedda noea ! Comu li pira! (Pa!.). 

a) Meglio - delle mandorle rafani ! h) Ramolaccina 
nuo:\; ! Come le pere! 

36. Rigano. Si vende con altre fronde ed erbe aro- 
matiche e odorose in vari tempi, ma specialmente in 
primavera e in estate. 

a) Un guranu un massu rienu nuotm! b) Ma iddu 



Ho^tedby Google 



378 USI E COSTDMI 

cci vuoli 'u rimu nuovu ! e) Va sarvativillu 'u rienu 
nuovu ! (Pai.). 

a) Un grano un mazzo rigano nuovo ! b) Ma ci vuole 
i! rigano nuovo 1 e) Andate a conservarvelo il rigano 
nuovo ! 

37. Rosolacci. Vedi v. Ili, p. 270, ii. 50. 
Paparini picctuotti ! Hamu, chiummu, piezzi , mosso-, 

■mtru vi cànciu ! (Pai.). 

Rosolacci, fanciulli ! Rame, piombo, cenci, ossi, vetro 
vi cambio (baratto i.miei rosolacci con questa roba). 

38. Sarvaggia o sanaggióla. Non è , come dicono i 
nostri vocabolaristi , una mescolanza di piii erbucce, 
ma una sola erba , della quale non so il nome offici- 
nale, e che si mangia in insalata. ■ 

Sarvaggia he e di la tiènnira ! Oh ehi sarvaggia ! (Pa- 
lermo). 
Sarvaggia ho e della tenera ! Oh che sarvaggia ! 

39. Sedano. Non sì vende quasi mai per le vie in 
Palermo; ma presso gl'insalatai. 

Acci tiènniri I Acci cini ! (Noto). 
Sedani teneri ! Sedani pieni ! 

40. Verdure varie. 

a) Haju cavuli e finuocchi ! Haju trunza quantu 'i cu- 
nuocchi ! (Siculiana), b) Ooo... ,chi va' catte cicuoira ! Ooo 
chi vuò hurraim / (Nicosia). 

a) Ho cavoli e finocchi! Ho torsi quanto le conoc- 
chie ! h) Oh chi vuoi comprar cicoria ! oh ! chi vuole 
borrane ! 

41. Zucche. Le xacche lunghe, dette da noi longki, 
si gridano : 



Ho^tedby Google 



LE VOCI DEI VENDITORI E DELLE CAMPANE 379 

a) Anciddi di jardinu ! (Pai.). 

a) Anguille da giardino ! 

Le napulUani, le quaji si mangiano affettate, fritte 
e coi naaccheroni al pomidoro : 

b) Chi su' belli 'tnmenzu 'a pasta 'i cucussi l (Pai,). 
6) Come son belle in mezzo la pasta le zucche! 

. e) Va manciativilla cu li favi ! (Pai.). Dicesi delle 
rosse, che per lo più si cuociono con le fave sgusciate e 
la pasta. 

% Frutti. 

43. Amarena. 

a) Amarena , eh' è comu drusa ! Chi l'haju biedda 
nìura th) E cu In scurii mi parsi cirasa ! Ch' è bedda 
mura Maddalena I (Pai.). 

. a) Amarena , eh' è come ciliegia ! Come l' ho bella 
nera! b) E al buio mi parve ciHegia! e) Com'è ben 
nera Maddalena ! 

43. Sagole {cuccami). È il frutto dal loto {lotus ja- 
coboeus, L.), la cui polpa dolcigna i fanciulli mangiano, 
cacciando fuori il nocciuolo a traverso la canna, che 
chiamano trmnma, tromba. 

HS trummi e caccami ! (Pai.). 
Ho trombe e bagole ! 

44, Castagne crude. 

a) Mapt marruna 'ruossi a ottu 'rana. Vieri ri Na- 
puli ! (Pbì.) h) Ogni castagna ed n' è mezzu ròtulw! 
(Catania). 

a) Ho marroni grossi a 8 grani. Veri di Napoli ! b) In 
ogni guscio di castagna ce n'è mezzo rotolo! 

Castagne bdlite. 



Ho^tedby Google 



380 USI E COSTUMI 

Mamma ^fuossi, ca vùgghintL VUgghinu e vitgghinu ! 
(Pai). 
Marroni grassi, che bollono. Bollono e bollono ! 

45. Castagne bruciate. 

a) Comw russa r'ova ì>tennu 1 b) Comu fussiru 'nfur- 
nati viennu ! uora vi li scinnivi li càuri. Ora sii mièn- 
nuli ! (bis) (Pai.) e) Castagni càudi tiriti ^riti tìrUi (Pie- 
traperzia). d) Ch'è bella quann'è oàitral chi ciàura chi fa! 
(Noto). 

a) Come torli d'uova vengono ! &) Diventano come 
infornate 1 Adesso ve le ho scese (tolte dai fuoco) le 
calde. Ora queste mandorle ! e) Castagne calde tiriti 
ecc. d) Com'è bella quando è calda ! che odore che fa ! 

46. Castagne al forno. 

Eaju chiddi d' 'u prievUu ! (Pai.). 
Ho quelle del prete ' ^ 

47 Ciliege prime Si vendono i mizzcttuii di b S 
10 il grano legati ad una canna o ad un bastone 

' Si diu)no di Iw pfmti le castagne puma ^olllle e io ne=&e 
al forno e 'i chumino cosi per la acguent tiadizione 

Un piete moto feUiotto di castisjne nfo nate ogn giorno nello 
uaoire di ea.'ja racco nandavi alla sin, can onera di non dimenticare 
di metteie al torno qiesto sio (lutto predile! o Un giorno li ut 
meriera invece che U foino k m oe a b Une quando e ebbe cotte 
però SI licoidò de h oi-dini del padrone e confusa non is^pcndo 
come nparare le lise beli e boi ite m foino Quando il padior e le 
mangiò le trovò i [msite più del ajlito e ci iettane la ragione e sa 
putala volle che d iliora m poi le t.astagne pr aa che infoi nate gli 
fossero boli te Cos le astagie li (iiPitn i, neio sun eh ama''e rfi ?m 
prèvitu ! 

Il fatto sarebbe avvenuto in Napoli londe il mine 



Ho^tedby Google 



LE VOCI DEI VE\mTORr L DELIE L iJlPlNE 381 

bj Cianciti, picciriddi, (.a in mamma v'accatta lagi- 
rasal (Catania), b) Comu li puma la girasa! (Noto). 

h) Piar.ge!c bambiri, che ìa mamma ta ve la com- 
pra la ciliegia ! b) Come le mele le cibege ' 

48. Cotogne. 

Cutugna e l' haju meri mìticchima' Su' eirticchiara 
e gruossi U cutugna! Va imntituìlh 'nt' £ Cantarano ! 
(PiU.). 

Cotogne e le ho vere virt'tcchiare Andate a niet- 

terveie nei cassettoni ! 

Sulle cotogne vedi v. [II, p; 284, n. 70. 

49. Datteri (gràttuli). 

Chi bedda 'ràUula ! 'Ràttula H rialu ! (Pai.). 
Che bei datten! Datteri da regalo! 

50. Fichi. 

Parckitani V haju e di lu Parcu ! Tale , ca vìnniru 
«ora, tale.' (Pai.). 

Mcki Parchetani ho e del Pareo i Guarda che son 
venuti adesso, guarda ! 

Fichi mesmned. 

a) Missinisi haju frischi e duci ! Gubhàita mnnu^ 
cubhàita! (Pai.), b) Catalaneddi, cakilaneddi ! cà di vi- 
gna sunu catalaneddi veri ! (Catania). 

a) Fichi messinesi ho freschi e dolci ! Gopeta sono, 
copeta ! b) Catalanelli ! che son di vigna veri e. ! 

51. Fichidindia. Si vendevano a un grano cinque, fino 
a dopo il 1860; poi lincararono tanto che per due anni 
di seguito (1882-83) si vendettero a peso: cosa che 
fece grande sensazione al popolo. Adesso con un soldo 
se ne hanno da 3 a 4 in Palemio. In certi comuni si 
disprezaano. 



Ho^tedby Google 



aS2 USI E COSTUMI 

a) Haju li cosi duci. Haju li cunfetti ri l'cirvulu vie- 
ru! b) Ah! ca su' di Calamigna! (e una volta di Ca- 
paci ! ). e) Ma chi su' mustassuoli I (Pai.), d) Sunnu 
mieli ! e) Frischi jà duci ! f) Faturnisi peri I (Catania), 
g) MiMpali 'mossi e frischi! (Noto). 

a) Ho le cose dolci ! Ho i confetti dell' albero dav- 
vero ! h) Oh che son di Ciininna ! e) Oh che son dei 
mostaccioli ! d) Sono miele ! e) Freschi e dolci ! f) Veri 
di Paterno ! g) Fichidindia grossi e freschi ! 

52. Gelse bianche. Si vendono entro corbe sormon- 
tate da un ramoscello di gelso. 

a) Donna Busidda, chi cc'iera, chi cc'iera, chi ctfiera! 
b) Chi su' belli 'i cttsusnii nuovi ! L'kaju nìuri e duci. 
Oh ehi cièusi ! e) Id scarpara s'ammaszaru. Oh chi dèu- 
si ! (Pai.) d) (Musi nìuri! Ammunacati dènsi! 'Nzu- 
caraii cièusi ! (Noto). 

a) D.^ Rosina che c'era ! b) Come son beile le co- 
sette nuove! Le ho nere e dolci! Oh che gelse! e) I 
calzolai si uccisero per queste gelse ! Oh che gelse! d) Gelse 
nere! Monacate (=biaviche e nere come le monache, 
aventi tonaca nera e soggolo bianco) gelse ! Zucche- 
rate gelse! 

53. Gelse more. Si vendono entro panierini nelle ore 
pomeridiane dell' estate. Si ritengono efficaci a rin- 
frescare gU ammalati. 

a) E l'haju sano-malati e su' nìuri! Ah li citru- 
ledda ! (Pai), b) Chiosa niri, chiosa ! (IMessina). 

a) Le ho sana-malati e son nere ! Oh i cedriolini ! 
b) Gelse nere, gelse ! 

54. Limoni. 



Ho^tedby Google 



LE VOCI DEI VENDITORI E DELLE CAMPANE 383 

a) Kaju la vera sciuorta! (Pai.), b) Chi hellv. Umuni 
friscu chi haju ! (bis). Che frescura I (Messina). 

a) Ho la vera scelta {di limoni), b) Che bel limone 
fresco che ho ! Che frescura ! 

55. Lupine. 

Haju mènnuUL. Luppini comu mènnuU ! (Pai.). 
Ho mandorle! lupini come mandorlo! 

56. Mandorle verdi. 
Cavaliera è, cmaliera! (Pai.). 

57. Mele {puma). 

Comu la eira puma ! (Pai.). 
Come la cera mele! 

58. Melarance. 

a) Camùedda su' ! E l'kaju v&ri duci ! b) CMddi lisci 
haju paHualli ! Di l'arvulu su' partualU ! e) Un gurò 
rui, un gurò tri partualU ! d) Haju li fràuli, chidài cor- 
tasi vieru ! e) 'Nfraulati vierw V haju I (Pai.). 

a) Cannella sono ! le ho veramente dolci ! 6) Que' lisci 
ho Portogalli ! Son dell' albero {non caduti per terra) 
Portogalli ! e) Un grano due, un grano tre Portogalli ! 
d] Ho le fragole, quelle {arance) afre davvero ! e) Fra- 
golate davvero le ho! 

59. More di macchia. SÌ vendono in estate in piccoli 
panierini, 

Àmuridduzzi fatti ! Fatti 'amurieddi fatti ! (Pai.). 
More prugnole mature ! mature le more prugnole, 
mature ! 

60. Mortslla. Sì mangia in novembre e dicembre, 
specialmente per la fesl.a della Immacolata e por quella 
di Natale. 



Ho^tedby Google 



a) Pi divozioni si mancia 'a murtidda ! b) MuHidda 
ch'è 'na vera pasta ! (Pai.). 

a) Per devozione si mangia la mortella! b) Mortella, 
che è una vera pasta ! 

61. Nespole, 

a) BeUi fatti all' arvulu ! b) La nanna si li mancia 
fatti! e) Di Musulunteli! megghiu di la racina, pirata I 
(Pai.). 

a) Belle mature all'albero ! h) La vecchia le mangia 
mature ! e) Dì Misilmeri 1 meglio dell'uva, pere ! 

62. Nespole del Giappone. 

Fatta l'kaju; miricana è 'a nespula ! (Pai.). 

L'ho matura; modicana (di Modica) è la nespola ! 

63. Nod nuove. 

a) Y&ra vranca è! (Pai.), b) La janca, lajanca! (Mes- 
sina). 
a) Veramente bianca è ! 6) La bianca, la bianca ! 

64. Nod e nocciuole. Per le feste Natalizie si gridano: 
a) La mici l'kaju vranca ! E la mènnula cavalera ! Di 

PvUzzi èni sta ruohha! b) Nucidda pulizzana vera! (Pai.). 
a) La noce la ho bianca! E la mandorla cavaliera! 
Da Polìzzi è questa roba! b) Avellana veramente po- 
lizzana ! 

65. Olive bianche. 

a) Cu' sala, aliva nuova cu' sala ! b) L erha d' 'u 
pitittu è! Lu gran spaventu d'uliva! (Pai.). 

a) Chi sala 1' oliva nuova, chi sala ! ò) L'erba dei- 
l'appetUto è ! H grande spavento d' oliva ! (l'oliva piii 
meravigliosa ! ) ' 

66. Olive nere. 



Ho^tedby Google 



1.13 VOCI DEI VENDITORI E DELLE CAMPANE 'SS5 

a) Haju almi comu prunaìh) Chi sorti d'aliva a du- 
ri ! e) Ma chi è ràttuli?! 

a) Ho olive come susine ! b) Che sorta d'oliva a fiore! 
e) Oh che è, datteri?! 

67. Pere " azzoU „ . 
, a) Oh la eira di Vinezia! Oh la eira meru! b) A 
ottu Va' la eira! (Pai.). 

a) Oh ia cera di Venezia, oh la vera cera ! b) A otto 
grani il rotolo la cera ! 

6S. Pere butiro. 

a) Pira butiri—Si mancia e si vivi ! b) Pira buiiri 
ca vi squàgghianu 'nf 'à vuccmza vieru ! (Pal.^, 

a) Pere butiro— Si mangia e si beve ! b) Pere butiro, 
che vi si squagliano davvero nella boccuccia ! 

69. Pesche. 

a) Oh la giarnididda / jG s' 'un è duci, arrieri m' 'a 
pigghiu! h) Di Carini sia bella persica giarnididda! 
e) E chi su' sbergi 'i Napuli ! {Frizzi). 

a) Oh la gialletta ! Se non è dolce, me la riprendo ! 
b) Di Carini questa pesca gialletta ! e) E che sono al- 
berge di Napoli ! 

70. Sorbe. Per io più ì venditori di sorbe le barat- 
tano con cenci. 

a) Io tf H canciu 'i pieszi. Oh U puma ! b) Oh li puma, 
li puoma ! e) Haju li sorbi di Catania ! (Pai.). 

«) Io ve lì scambio i cenci! Oh.ie mele! b) Oh le 
mele ! e) Ho le sorbe di Catania ! 

71; Susine. Si vendono e barattano come le sorbe. 

a) Aranci vi vinnu pi rapparini, aranci! Ammazzati 

0. PiTHÈ. - Usi e Costumi, voi. I. 25 

Ho^tedby Google 



38f> USI E COSTUMI 

'i pruna ! Ammazzati 'i varcuoca ! '- e) Vi canciu peezi 
viecchi pi puma ! (Pai.), d) Cit la panna su' ! (Messina). 
a) Arance vi vendo per snsine , arance ! b) Mezzo 
mahtte le susine , mezzo mature le albicocche ! e) Vi 
baratto con i cenci le susine ! d) Con la panna sono! 

72. Susine di cuore (pruna di cori). Si credono buone 
agli ammalati. 

a) Va arrifriscati li malati ! b) Pruna di cuori cuo- 
mu dlìeppu ! (Pai.). 

«) Andate a rinfrescare gli ammalali ! h) Susine di 
cuore come giulebbe ! 

73. Uva (radna). Del sihbihbo, una specie d'uva, si 
grida : . 

a) Er è brunnu comu l'uoru lu sibbibbu ! Oomu l'uoru 
è a durici 'rana! 

a) Ed è biondo come l'oro il zibibbo ! Come l'oro è a 
12 grani! — ìù dei trihboti, che frutta tre volile l'anno; 

b) L'arrifriscu ri li malati! Lu vera tribboti l' annui 

b) n rinfresco degli ammalati ! il vero tre-volte l'anno 1 

74. Uva duracina (duràca). 
Duràea comu pruna di cori ! (Pai.). 
Uva duracina come susine dì cuore ! 

75. U})a moscadella. 

Oh'è bedda sta muscateddal—Ca lapurtau Fuddici- 
nedda! {Caten anuova). 

Gora' è bella questa moscadella ! Che la portò Pul- 
cineìla ! 

e le zz di mezzo, metà. 



Ho^tedby Google 



LE VOCI DEI VENDITORI E DELLE 



3. Pesci e f 



76. Acciughe fresche. 

Oomu li quagghi sunu a menza lira li màsculi ! 
(Catania). 
Come le quaglie sono a mezza lira i maschi 1 

77. Acciughe salate. 

A ciàuru f/ 'i mnnu, a dàuru ! Oh ehi eiàwru d'an- 
dovi! {fai). 

A (prova di) odore ve le vendo , a odore. Oh che 
odore d'acciughe ! 

78. Aringhe. È la clupea di L,, che ci viene secca, sa- 
lata e affumata. 

Veri chiddi cu l'uova. Belli arenghi cu' l'uova f (Fai.). 
Quelle veramente con le uova. Belle aringhe con le 
uova! 

79. Aselli (asineddi). 

Sasizsa di mari. lÀ veri asinieddi ! (Pai). 
Salsiccia di mare, I veri aseìli ! 

80. Gidreddu. È un pìccolo pesce minuto e sottile 
lucido e di color d'argento senza squame, dei quale in 
certi giorni dell'anno, specialmente a mare agitato, si 
fa abbondantissima pesca nel mare di Palermo, e che 
si vende a prezzo vile. 

Sciala, puvirieddw ! — Un rotulu se" 'rana cicirieddu! 
(Pai.). 

Sciala, poverello ! — Un rotolo 6 grani cioireddu! 

Prima del 1860 lo ricordo io in vendita per 1 grano 
il rotolo. 



Ho^tedby Google 



USI E COSTUMI 



81. Gronghi. Vedi v. IH, p. 370. 

Haju grunchi megghiu d'anciddi ! (Pai.). 

Ho gronghi migliori delle anguille ! 



a) Va stufativi H pisci, va frijtivi 'i pisci ! b) Sé pisci 
'i lenza vivi haju, (bis) Sé ppisci ! (Pai.), e) Ha' la 
viva, ha' la viva ! (Frizzi). 

a) Andate a cuocere in umido i pesci, andato a frig- 
gervi i pesci ! h) Ho pesci da lenza vivi ho. Ho pesci ! 
e) Ho la viva la viva ! 

83. Pesciolini da 'fiume. 
Minusa viva I (Noto). 

84. Pdiin. 

Unu nicarieddu nicarieddu (o majuUnu) nn'haju, ccà 
ce' è 'u puorpu ì (Pai.). 

Uno Piccolino piccolino (o di maggio) ne ho , qui 
c'è il polipo! 

85. fiicct marini (Biszi). Vedi v. Ili, p. 307. 
Haju chiddi veri cAim.' (Pai.). 

Ho quelli veramente pieni ! 

86. Sarde. È la clupea sprceUus di li. 

a) Viva d'uora è sta sarda ! (bis), b) Sardi di la ma- 
ravigghia ! (Pai.), e) Sardi di Tartachiara: - A ddwrici 
'rana valunu, — E vapigghiativilli—Càfìm-mineddi su'! 
(Catania). 

a) Viva d'adesso è questa sarda ! b) Sarde della ma- 
raviglia ! e) Sarde (della contrada) di Tartachiara , — 
A 12 grani vali^ono, — E andate (venite) a prenderle, — 
Che son femmine ! 

87. Sgombri. 



Ho^tedby Google 



LE VOCI DEI VENDITORI E DELLE CAMPANE 389 

Scunni Vieri! Haju fileiii, costi d'arrìtsUri .' (Pai,). 
Sgombri veri. Ho filetti, costole da arrostire ! 

88. Tonno (tunnina). Vedi v. IH, p. 503. 

Aciriu Favignana ! — Ducentu tunni e du' pisci-spati. 
— Trapanisi, vinìtila a 'ccattari, — Oà a ottu soddi 
'un sunnu cari.' (Trapani). 

Uccise Favignana ! — 200 tonni e 2 pesci-spada. — 
Trapanesi, venitela a comprare (la tunnina),— Che 
ad otto soldi non è cara! 

89. Tonno salato. 

Ccà è ìa vera surra ! (Pai.). 
Qui è la vera sorra ! 

4. Carni, Latticini, Pani e Paste. 

90. Cacio. Si vende sopra una larghissima canestra, 
sorretta a' due manichi da un uoino e da un fanciullo, 
che porta pure all' altra mano un lungo paniere coi 
pesi, 

A trentase' 'rà stu 'ncannistratv ! (Pai.) 
A 36 grani U xotdo questo formaggio ! 

91. Carne. Si vende alle beccherie {chianchi). 

Cu' l'ha faitu sfabhunnanza ! Primu Ddiu e poi 'Seppi 
LanzaI (Erice). 

Gridata d'un macellaio di Erice, Giuseppe Lanza, il 
quale sarebbe vissuto ne' primi di questo secolo. - 

92. Carne di pecorella al forno. 

Cosi duci, mandati! È megghiu dili biscotta ! Avanti ! 
s'haia a fari'na fissoHa facitHa, cà è 'na cosa bona. 
(Prov. di Catania) ^ 
■ Sbb. Salomone , Le provincìe siciliane , v. Il, pai*. Ili, ÌV, V, 



Homdb, Google 



390 USI E COSTUMI 

Cose dolci, mangiate ! Questa carne è migliore dei 
biscotti ! Avanti ! Se avete a fare una mincliioneria 
fatela, perchè questa carne è una cosa buona ! 

93. Chiocciole. Vedi v. Ili, p. 308. - 

In Palermo questi molluschi si vendono in estate, e 
si mangiano bolliti, all'olio, al pomidoro e a una certa 
salsa detta piccM-paccMu. Vedi v. IV, p. 357. 

a) CoMU crastuna 'i babbaluei ! b) Haju lu piccM- 
pacckiu, e chi su' gruossi ! (Pai). 

a) Come chioccioloni le chiocciole ! b) Ho il picchi- 
pacchiu, e che son grossi ! 

94. Chìocdolom , maHinacci ecc. Si vendono in pri- 
mavera e in autunno. 

a) Haju crastuna, cm' li fa a l'agghuiatta !'b)A 'gghiuot- 
ta, à 'gghiuotta ! Megghiu di pisci, cu' li fa a la 'gghiuot- 
ta! (Pai.)- 

a) Ho raartinacci , chi li fa (= cuoce) a tocchetto ! 
b) Al tocchetto, al tocchetto ! Migliori dei pesci, chi li 
fa al tocchetto ! 

95. Chioccioloni neri o marinalle (attuppateddi). 
'Na pitanza nn' haju, ca ruòrminu ! Ah ca nn' haju 

'na pitanza ! (bis) (Pai.). 

Una pietanza ne ho , che dormono ! Ah che n' ho 
una pietanza! 

96. Cialde {nèvuli). I ciaìdonai le vendono a 4 il grano, 
e le portano entro una corba ad armacoUo. 

Nièmdi, tiènniri / O è 'u nivularìo ! (Pai.). 
Cialde, tenere 1 C è il cialdonaio ! 

97. Ciccioli dd majale (frìttula). 
Chi bella frUtula! 

Che bei ciccioli ! 



Ho^tedby Google 



LE VOCI DEI VENDITORI E DELLE CAMPANE 391 

08. Focacce (vasfeddi). Vedi v. IV, p. 360. 

a) Haju vasleddi càuri ! Cu la mènsa, la frìtìula, la 
ricotta ìli li cuoHzu ! h) E di '« cvlu ed sgriccia la ri- 
cuotta! e) Ah ca vìnniru, ah ca vìnniru ! Senza jìri a 
Murriali , ce' è muffuleita ! (Pai.), d) Oìànnanu , ciùn- 
nanu ! (Monreale). 

a) Ho focacce calde! Con la mìlzi (di majale a 
fette), i ciccioli , la ricotta ve le concio ! i) E dal culo 
schizza loro la ricotta ! e) Ah che vennero ! Senza an- 
dare a Monreale, c'è pan buffetto ! d) Graffiano ! 

La gi-idata e) è fatta por le focacce in vendita fuori 
Porta Nuova, per la festa dell'Assunta, la cui statua si 
portava dalla Chiesa dei Cappuccini al Palazzo reale 
e dal Palazzo reale alla Chiesa. 

L' allusione a Monreale è fondata sull'uso comune 
del pan buffetto (muffulettu) in quella città. 

99. Focacciuóle bislunghe {caciotti), che si mangiano 
di sera. Vedi v. IV, p. 359. 

Pani franósi e càuru) Oascacaddu, saimi; cacduotti! 
Càcciuotti ! (Pai.). 

Pan francese e caldo! (Io ve h concio con) cacioca- 
vallo, strutto; focacciuóle ! Focacciuóle ! 

100. Frittelle (sfinci). Vedi v. IV, p. 365. 

Allura UjeUat — Sfinci e cacuòccitdi a pastietta ! (Pai.). 
Ve le getta in padella subito che le cerchiale! Frit- 
telle alla pasta! 

101. Galline. 

a) Haju quattru gaddtni di casa, haju! b) Gaddini 
marsalisi haju I ' (Pai.). 
' Sulle galline e i galli di Marsala, y, If'A/,BLLO, Be Rebus iiaulis, 



Ho^tedby Google 



392 USI E COSTUMI 

a) Ho quattro galline allevate in casa , ho ! &) Gal- 
line marsalesi ho ! 

102. Giuncata (quaggkiata). In Palermo la portano, 
specialmente le donne, entro una pentola di latta sor- 
montata da un manico a semicerchio mobile; e la ven- 
dono prendendola a fette con cucchiaio appiattito e 
posandola sul pane affettato che in un piatto presen- 
tano loro i compratori. 

a) Ch' è bella cmra 'a quaggkiata! b) Ma chi è ri- 
cuotta ?! (Pai.). 
a) Com'è ben calda la giuncata ! Ma che è ricotta ? ! 

103. Orecchi, grifi, piedi di majale. 

a) Chi vennu ruci a stufatu, aricchi 'i puorcu ! b) Arie- 
chi e mussa ! ' U cappucceddu càuru ! e) Haju piruzsi, 
pirmzì ! (Pai.). 

a) Come vengon dolci a stufato , orecchi di porco ! 
b) Orecchi e grifo ! I! cappuccetto ealdo ! (l'orecchio del 
majale che fa una specie di cappuccetto), e) Ho pie- 
duzzi, pieduzzi ! 

104. Fané. 

a) Uajii '« panuszu ri casal b) Pani comu la eira 
veru haju ! (Pai.), e) Jancu e cùoétu pani ! (Noto). 

a) Ho il panetto di casa ! Pane davvero come la 
cera! e) Bianco e cotto pane! 

105. Polmone mccim. 

Haju 'u prumuni pi la 'alta .' (Pai.). 
Ho il polmone pel gatto ! 

106. Eicùtta. 

dee. I, lib. VII, cap. I.; V. M. CiMARELLi, Risoluzioni filosofiche 
e. VII, ]i. 6i; MoNfliTORE, Della Sicilia ricerc v. I, lib. H, cap. X(I. 



Ho^tedby Google 



LE VOCI DEI VENDITORI E DELLE CAMPANE 393 

a) Haju chidda càura càura, 'a ricuottó ! b) Ma ehi é 
quagghiata?.' a) Ma chi èrascu sta ricuotta? ! d) Sicuoiti 
di piècura ricuoUi I Bicuotti frischi, ricìioiti ! (Noto). 

a) Ho quella calda la ricolta ! b) Ma che è giuncata?! 
e)- Oh che è panna questa ricotta ?! d) Ricotte di pe- 
cora, iicoite fie'^che ! 

107 Sangue di majale. 

Sancieh cauru ' Oh lu hellu sancieìi càuru! (Noto). 

Sangue di maiale caldo ! Oh il bel sangue caldo ! 

103 Sangmnaccio (sangunazzu , sancelì). Vedi p. 74 
del pi esente volume, e p. 365 del IV. 

Er è 1 urtimu ' er è l'uHtmu ! 

Ed è l'ultimo ! 

109. Schiacciate {sfinciunedda o vera - unciova). Si 
vendono sull'imbrunire, specialmente ai fanciulli. 

a) Su' megghiu d' H sfinci ! Dw" suordi di cuonza ce' è ! 
-b) Uè II veri eassaii ! Vera andava ce'è ! (Pai.). 

a) Sono migliori delle frittelle ! Due soldi di concia vi 
è ! J) Ho le vere cassate ! Vera alice e' è ! 

HO. Scotta (seru). 

Megghiu ri latti è sieru ! Comu 'u latti sieru / (Pai.). 

Meglio di latte è siero! Come il latte siero! 

111. Uccelli vivi, 

a) Belli cardiddi, belli pinzuna! Dui grana 'na pi- 
spisa ! (sec. XVIIl). Du' suordi 'na pispisa ! (Pai). 

a) Bei cardellini, hei pincioni ! b) Due grani (o rìne 
soldi) una cutrettola! 



Ho^tedby Google 



USI E COSTUMI 



5. Acqua e \n 



112. Acqua. I venditori d'acqua ambulanti vanno' 
per Io pili vestiti di bianco (una volta, in Palermo,"' in 
mutande , con i calzoni rimboccati suite gambe) ed 
un cappello di paglia. Portano a una mano un de- 
schetto con bicchieri sorretti da cérchi di latta, ed 
una boccettina di anice (gammù), dal cui tappo esce 
fuori un lungo tubicino di latta per versare 1' anice 
nell'acqua, che portano in una grande brocca (quar- 
tara), o in una cantimplora (boszu). 

a) Maria ! ch'è bella quann'è frisca ! b) Acqua, ch'i, 
veru gilatu ! e) Oh chi ghielu , chi gkielu I d) Arrivò 
bella f ridda ! e) Ah, chi gilatu ! chi gilatw I Sciala, curusszu ! 
f) Ah oa stignu friddu friddu. Acqua ! g) Airiettu, acqua 
ec'è. Airiettu ! h) Un guranu 'na huttigghiella l-^Tàstala, 
e viri ch'è bella ! (Pai.). 

a) Maria ! (=Madonna SS. ! ) com'è bella quando è 
fresca (quest'acqua ! ) b) Acqua, che è vero sorbetto ! 
e) Oh che gelo, che gelo ! d) Arrivò (= è arrivata) ben 
fredda ! e) Ah che sorbetto, che sorbetto ! Sciala , co- 
ruccio ! f) Ah che son freddo freddo ! g) Agretto , ac- 
qua c'è ! (= c'è colui che vi vende l'acqua col limone). 
Agretto ! h) Un grano una boccettina ! Saggiala e vedi 
com' è bella ! 

Quest' ultima gridata si fa per le grandi feste di e- 
state, in cui gli acquacedratai ambulanti vendono in 
boccetta l'acqua colorata in rosso a 1 grano. 
113. Vino. 



Ho^tedby Google 



LE VOCI DEI VENDITORI E DELLE CAMPANE 395 

Sulla fine del sec, XVIII, secondo l'Alessi e secondo 
il Meli, Fata Galanti, e. II, in Palermo si gridava : 

a) Vinìt, veni tasta I Tasta ch'è di Carini, veni tasta ! 
Vinu di Gastedduvitranu ! h) Adesso abbiamo come 
gridate caratteristiche questa per le feste della " Ma- 
donna degli ammalati , il 12 luglio, in Siculiaiia : 

'TI vinu di Sicidiana — È ghiuntu a Eaffadaìi! — 
Arrivatu è '« mnw: — Viniti a manciari ! (Siciiliana). 
e) Tàstalu lu vinu di Bnsciana, tàstalu ! E cu' Iw tasta 
arre eci torna ! (Gasteivetrano). 

a) Assaggia, ch'è di Carini , vieni assaggiare ! Vino 
di Gasteivetrano ! h) Il vino di Sìculiana — È giunto 
a Raffadali ! — Arrivato è il vino : — Venite a mangiare ! 
e) Assaggialo il vino di Bresciana , assaggialo ! E chi 
lo assaggia, di nuovo ci torna (da me a bere) ! 

6. Mestieri e venditori diversi. 

114. Argentiere, che va in giro pei paesi comprando 
oggetti d'oro e d'argento rotti o fuori d'uso. 

Aviti argentu e uoru vecchiu ri vìnniri! 
Avete allento e oro veccliio da vendere ! 

115. Arrotino (ammola-cutedda). Costui fa anche il 
mestiere di acconciare vassoi (lemmi), tegami, pentole, 
piatti e stoviglie rotte, e perciò è anche chiamato ccmza- 
lemmi. 

a) Ammola-cutiedda ! Oonsa-Uemmi .' (Pai.), b) Cun- 
^amu li piatti ! (Noto). 
a) Aguzza-coltelli, concia-vassoi ! h) Gonciamo i piatti! 

116. CaWertìiw (gM«mràrM). Questi concia-tegami ven- 



Ho^tedby Google 



396 USI E COSTUMI 

goiio per lo più di Calabria, e si hanno per persone di 
malaugurio. 

a) Coma-quadari,c(msa-p(tdeddÌ.'{T's.].).b) Cumamu 
pareddi ! Im caurararu passa! (Noto). 

a) Concia-caldaie , concia-padelle ! b) Conciamo pa- 
delle ! li calderaio passa ! 

117. Cappellaio. Compra cappelli vecchi e ne vende 
ritinti e racconciati. 

Cu' hmi cappieddi mecchi ri vìnniri?! (Pai,). 
Chi ha cappelli vecchi da vendere ? ! 

118. Carbonaio. 

a) Caibbunil Hajuchiddu ri Gmua, caibbunUlo) Senza 
fumaiora; caibbuni ! (Pai.), e) Orauni di listinv,, crauni ! 
(Noto). 

a) Carbone! Ho quello di Genova, carbone ! b) Senza 
fumacchio, carbone! e) Carbone di listino, carbone. 

Non so che cosa sia questo listino, ma lo credo un 
legno. 

119. Cenàaiwdo {pezzi-vicehiàru). 

a) '1 pezzi viecchi vi cànciu : favi e calia ! b) Ciir- 
rubbi! Vi cànciu 'i cosi mecchi pi carrubbi! (Pai.). 

a) Le pezze vecchie vi cambio (per) fave e ceci ab- 
brustoliti ! b) Carrube ! Vi cambio le cose vecchie per 
carrube! 

120. Giabaithìo (solichianeddu). 

Si) Scarparu!^ Va cunzàtivilì scaìpi ! {FaX.). b) Citonzu 
li scarpi! (Noto). 

a) Scarparo ! Andate a conciarvi ìe scarpe ! 6) Con- 
cio le scarpe ! 

' Si risponde dai monelli ; 

Ogni pjtntu nni fazm un pam I 



Ho^tedby Google 



LE VOCI DEI VENDITORI E DELLE CAMPANE 397 

121. Cieco cantastorie. Canta per Io più cose religiose, 
e i! 1° lunedi di ogni mese in suffragio dei defunti un 
die si re. 

Oggi, ch'èprimur lùniri di misi, la diasilla all' Armi 
Santi .'(Pai.). 

Oggi, che è primo lunedi di mese, (fatevi cantare) il 
desire alle Anime Sante ! . 

122. Capelli di donna {Compratrice di). 
Cu' havi capiddi di vìnniri?.' (Pai.). 
Chi ha capeUi da vendere ? ! 

123. Cocchiere. Quando è sulla carrozza, per avver- 
tire i pedoni che si guardino, dice ad alta voce: 

Guarda, maistru ! (Pai.). 

Guardatevi, maestro ! 

134. Venditore di rosari. Le cose sacre , come s' è 
detto altrove, non si vendono, ma si riscattano; e però 
chi vende rosari giida : 

a) Va 'rriscattativiUa la curuna ! b) BiniriUa r" '« 
Papa l'haju la curuna ! (Pai.). 

a) Andate a riseattarvela la corona! b) Benedetta 
dal Papa la ho la corona ! 

125. Facchino (vastam). Quando i facchini sono o- 
ziosi , gridano : 

Cu' mi cumanna, ca sieru ! (Pai.). 

Chi mi comanda, che siedo ! (= non ho nulla da fare). 

126. Falegname (mastru d'ascia). Cammina con tutte 
le sue ferramenta e la sega alla spalla. 

Hc0u tuoppi 'i cantarana e chiavuzzi 'i puorti ! Qfè 
'u mastru r'ascia ! (Pai.) '. 
' I monelli rìeordandoai d'uà famoso taiegiiain!!, i^!ie essi ingiuria- 



Ho^tedby Google 



398 USI E COSTUMI 

Ho toppe da cassettoni e chiavine da porte ! C è il 
maestro d'ascia ! 

127; Compratore di scarpe e siwali vecchi. 

a) Cu' kavi acarpi viecchi, ca if 'i pau a ddu' suordi 
'u ruòtulu l b) Cu' havi stivali meechi ! (Pai.). 

a) Chi ha delle sCEirpe vecchie , che ve le pago a 
due soldi il rotolo ! b) Chi ha stivali secchi ! 

128. Confraternita di Gesù e Maria. I coiifrati si riu- 
niscono a tarda sera d'inverno, per pr^are; e di sera, 
anzi di notte, alcuni di essi van gridando : 

Fì-aUlluzzi nuostri, ri Gesù e Maria ! La Santa Cun- 
gurazioni vi chiama, cà tardu è, cà tardu è! (Pai,). 

Fratellini (confratelli) nostri dì Gesù e Maria ! La 
Santa Congregazione vi chiama, che è tardi ! 

129. Fiammiferaio (cirinaru). Vende i fiammiferi di 
legno, zolfo e fosforo. 

a) On ffuranu quaUru mazza cirina ! (Pai.), h) Senza 
focu addìimanu! (Siracusa) ^ e) Pbspiri, ca addumanu! 
(Noto), d) Accenni, accenni ! (Messina). 

a) A un grano 4 mazzi fiammiferi ! h) Senza fuoco 
accendono ! e) Fiammiferi che accendono ! d) Accendi 
accendi ! 

130. Fieraiuolo (firanti). Per la fiera dei Morti e per 
quella di Pasqua , questi venditori vi. assordano alle 
grida : 

a) 'A tavulidda l'haju, 'a tulittedda l'haju, 'u scrusci- 
scrusci Vkaju, 'upanarieddu l'haju, 'a paridduzza l'haju! 

vano col soprannome di chiarvA-a-nanna (piange-la-nanna), aggiun- 
gono questo stesso nomignolo ad ogni (^legname clic grida. 
' MacaloSo-Stokaci, Vocabolario, p. 187. 



Ho^tedby Google 



LE VOCI DEI VENDITORI E DELLE CAMPANE 399 

E tutu cosi haju ! b) Chianciii, piecirlddi, ca la.mamma 
vi l'accatìa ! e) Mi chiàndnu, comu mi chianoinu ! (Pai.)- 
a) La tavoluccia l'ho, la tolettina ì'ho, il tamburino 
l'ho, il panierino 1' ho, la padellina l'ho ! E ogni cosa 
ho ! b) Piangete , bambini, che la mamma ve U com- 
pra ! e) Mi piangono (i bambini) , come mi piangono ! 

131. Gabhiaro (chiddu di la gaggia pi li gaddini). 
Aggia p' 'i 'addini ! Pi li 'addini la 'àggia ! (Pai.). 
Gabbia per le gaUine ! Per le galline la gabbia ! 

132. Granatalo {seuparu). Porta parecchie dozzine 
di scope a fascio, in mano e sulle spalle, che vende a 
tre grani l'una, e le grida : 

a) Raju chiddi di curina buoni ! b) Ccà è lu par- 
Tucciamt ! e havi li 'ran scupi ri curina ! e) Haju chiddi 
mafitisi veru ! (Pai.). 

a) Ho quelle (scope) di cerfnglione buone ! b) Qui è 
l'avventore ! e ha le grandi scope di foglie di cerfn- 
glione! e) Ho quelle mafiose (— pregevoli) davvero! 

Vedi V. IT, p. 290 e III, p. 236. 

133. Ombrellaio (paracquaru), il quale accomoda om- 
brelh, pettini di tartaruga e ventagh. 

Cu' havi paracqua viecchi ri rìnniri! Cu' havi pa- 
racqua rutti, ca cci li cuonsu?! (Pai.). 

Chi ha ombrelli vecchi da vendere! Chi ha ombrelli 
rotti, che glieli accomodo ? ! 

134. Palio {Banditore del). Le corse dei cavalli si 
gridano da un banditore per tutta la contrada e ì co- 
muni vicini. Ecco una di quéste gridate quale la udii 
nel giorno i3 ott. 1877 per varie.corse di cavalli che poi 
ebbero luogo due giorni dopo a Mondello, comune riu- 
nito di Palermo. 



Ho^tedby Google 



WO OSI E CIOBTDMI 

Sabbatu e Duminica {15, 16) a Partanna 'i Mun- 
nieddu. JRàrici unsi ri cursa, tri unsi 'i yialu. E dui 
Uri e menza pi l'uòriu ! 

Sabato e Domenica a Partanna di Mondello. Dodici 
onze di premio per corsa, tre onze di r^alo. E due 
lire e mezza per l'orzo (da dare al eavallo vincitore) ! 

135. Pettinagnolo (pittinaru), che vende pettini di 
bossolo di corno. 

F' 'a canigghiuda, chi pieitini I (Pai.), 

136. Questuante. Per accendere le lampade innanzi 
alle immagini d' una Madonna o d' un Santo gli abi- 
tanti della contrada gridano : 

'A Bedda Mairi 6 scuru è, ddivuUeddi ! (Pai.). 
La Bella Madre (== Maria) al buio è, divotini ! 

137. Questuante per le Anime del Purgatorio {armi- 
santàru). Porta in giro il bossolo e grida : 

Armi santi! Anime sante'. Al quale rispondono i 
moneìli : Arricogghi unu e mancianu tanti ! (Pai.). 
Raccoglie uno, e molti ci mangiano sopra. 

138. Riffatore (chiddu d' 'a riffa). Per le foste di 
S. Pietro, de' Morti, di S. Martino in Palermo vanno 
in giro degli uomini che riffano , per un gl'ano , una 
grossa chiave di pasta dolce (29 Giugno), delle pope 
di zucchero (festa de' Morti, strenna dei fanciulli), nn 
tacchino o un paio di rotoli di biscotti di S. Martino; e 
gridano ; 

a) Haju 'a chiavi 'mossa ! Va pigghìativUla la chiavi! 
b) Un guranu 'na bella pupa, vaja f e) A la furtuiia, 
vaja ! O un guranu vi pigghiati un beliti gadduì 
■oaja ! (Pai.). 



Ho^tedby Google 



LE VOCI DEI VENDITORI E DELLE CAMPANE 401 

a) Ho la chiave grossa ! Andate a prendervela la 
chiave t b) Un grano una bella pupa , via ! e) Oh la 
fortuna, via ! Con un grano pigliate nn bel tacchino, 
vìa 1 

139. Bimpagliatrìce {vajinchUivi li seggi, o ckidda chi 
ghinchi U seggi). 

Cu' ha ghìnohirl 'i sieggi, parruceiana ? ! (Pai.). 
Chi ha da riempire le sedie, avventerà! 

140. Scaccino (massàru). È un uomo o una donna, 
che per lo più suole putire la chiesa, e tenervi per conto 
suo o in appalto delle sedie , per le quali , nei giorni 
di festa, udendo messa i fedeli pagano un grano per 
uno di elemosina. Lo scaccino, nel vestirsi il sacerdote 
a messa , o nel salire che fa suU' altare, o prima del 
vangelo, grida innanzi la porta della chiesa e nelle vi- 
cinanze di essa: 

a) 'A missa niesci, 'a missa ! Va' sintìtivi 'a missa, cu 
nisciu ! e) Prima ca vuota, caminamu 1 d) Sta vutannu 
'a missa sta vtdanntiì (Pai.). 

a) La messa esce , la messa ! b) Andate a udire la 
messa , che usci (il prete è sull'altare) ! e) Prima che 
volti (il messale dal lato del vangelo), camminiamo ! 
(affrettatevi, fedeli), d) Sta voltando la messa (il mes- 
sale) sta voltando ! 

141. Seggiolaio {siggiàru). E lo stesso mestierante di 
sopra , il quale nelle grandi feste pubbliche , special- 
mente nel Festino di S.» Rosolia in Palermo , grida !e 
sedie da lui messe a disposizione del pubblico : 

Jamu siriennu, jamu siriennu J Franchi ri cimici su', 
jamu sirienitu ! (Pai.). 
G. PiTKtì, — TJgi e Costumi, voi. I. 26 



Ho^tedby Google 



Andiamo a sedere (venite a sedere) ! Senza pimici 
sono (queste sedie), venite a sedere I 

142. Smarrimento di bambino. Quando si smarrisce 
un bambino o una bambina un uomo va gridando, con 
grande rammarico delle madri che lo sentono e si affac- 
ciano innanzi i loro usci : 

A cu' ha asciatu un picciriddu ?! (Pai.)- 

Chi ha trovato un bambino?! 

E v' è chi risponde per ischerzo : 

Cu '«a testa di cuniggMu ! Con una testa di coniglio! 

143. Stovigliaio. Porta entro grandi corbe sulle spalle 
entro un siimmìli sull'asinelio piatti , catìnelìe, pen- 
tole, tegami, urinali, vasi da notte ed altro e grida : 

a) Un bellit liemmu haju, wn bellu rinati ! b) Vn ma- 
nichieddu finu, un sirvituri vrancu! e) Haju un rinati, 
haju un vacili! (Pa!.). BUmmuli e guartàri di Marta! 
(bis) (Messina), 

b) Un bel vassoio ho, un bell'urinale ! b) Un pitalino 
fino, un pitale bianco ! e) Ho un urinale, ho un bacile ! 
d) Bombole e brocche di Malta ! 

144. Spacciatore di numeri del Lotto. Non ha un no- 
me proprio, ma è un facchino, che va gridando degli 
ambi e dei terni per le strade : 

Va jucatìvillu 'ti timiceddu di San Giuseppi : novi , 
ricinnovi e quaranta! (Pai). 

Andate a gioearvelo il terno di S. Giuseppe: 9, 19 
e 40. 

Vedi v. IV, p. 300. 

145. Venditore di gatti (gattàru). Va in giro per la 
città con un sacco alle spalle nel quale raccoglie dei 
gatti comprati o da vendere. 



Ho^tedby Google 



LE VOCI DEI VENDITORI E HELLE CAMPANE 4G5 

a) Cu' havi 'atti ?! b) Haju un beddu 'aitarwneddu ! 
a) Chi ha gatti ?! b) Ho un bel gattino ! 

146. Venditori d'inchiostro (chiddu di Finga). Lo porta 
in una brocca, e Io vende a misura. 

Inga ch'è di chidda nìura, inga ! (Pai.). 
Inchiostro, che è quello nero, inchiostro ! 

147. Venditore di ''pajuU„.È un venditore ambulante 
di- certe stoine di funicella intrecciata, che si mettono 
sotto il collo dei buoi, de' muli, degli asini che arano 
per sostenere il loro giogo e difendere il collo stesso. 

a) Haju 'ipàjìdi! (Sciacca e Frizzi), b) Haju 'i polii. ' 
(Vicai-i). 

148. Venditore di stuoie. 

Haju li 'assìni pi la càmmara ! (Pai.). 
Ho le stuoie per la camera! 

149. Venditore di pelli da letto. 

a) ' Na bella peddi a matarazzinu haju ! h) ' Na peddi 
granni p" 'u liettu haju ! e) 'Na bella peddi di cunig- 
ghiu haju ! (Pai.). 

a) Una bella pelle a materassino ho! b) Una pelle 
f?rande pel letto ho ! e) Una bella pelle di coniglio ho ! 

150. Venditore di sabbia. È un uomo , che con un 
biroccino va spacciando sabbia raccolta sotto i sega- 
tori del marmo, come pure sabbia bianca {rina d'ar- 
gentu) e una pietra friabile, che serve a pulire legname 
e metalli, detta comunemente sciàvasu. 

a) Haju la rina pi strieàrivi 'u ramu ! Haju 'u scià- 
casu l b) Haju la rina d'argimtu I e) Bina, beUa rina! 
(Pai.). 

Ho l'arena per pulire il rame ! Ho lo sciàcasu! b) Ho 
l'arena d'argento ! e) Arena, bell'arena ! 



Ho^tedby Google 



404 USI E COSTUMI 

151. Venditore di sparto. Per lo più è un vecchio 
marinaio , che vende a pezzi i cavi vecchi di sparto , 
che le massaie usano per la encina, e pomici. 

Haju la spartu pi U piatta ! Va 'ccattativillu, fimmini I 
b) Haju lu spartu pi li piatta ! Haju li petri fìtmici ! 
(Pai.). 

a) Ho lo sparto per i piatti ! Andate a comprarvelo, 
donne ! h) Ho ecc. Ho le pieti-e pomici 1 

152. Zingara {addimina-vinturi). È un uomo o una 
donna povera, smunta , che per un grano o due, tenen- 
dovi l:i mano, ed esaminandone la palma, vi indovina il 
passato e vi presagisce l'avvenire. Essa por farsi sentire 
grida: 

Addivina-vinturi ! (Pai.). 

Indovina- venture ! — Vedi v. IV, p. 216. 

Ili. Le insegne dei venditori. 

A compimento del capitolo sulle gridate do' vendi- 
tori stimo opportuno questo sulle insegne che essi «- 
sano mettere innanzi le loro botteghe per Io spaccio 
della loro roba. 

Tra le insigne in Sicilia ve ne ha per quasi tutti i 
mestieri e per molte circostanze ed occasioni della 
vita. 

Per cominciare ab alto e ab antico, ricorderò i co- 
lossali mortai degli aromatari, come si chiamavano 
allora i fai'macisti. 

" Era sistema dei farmacisti nei passati tempi di 



Ho^tedby Google 



LE VOCI DEI VENDITORI E DELLE CAMPANE 405 

tenere fuori della loro farmacia vicino la porta d' in- 
gresso un gran mortajo di selce poggiato su di una 
colonnetta. Questo mortajo serviva per pestare l'erbe 
secche, e diverse radici, onde ridurle in polvere e darsi 
poi per rimedio agl'infermi „ ', 

I mortai sono aboliti in Palermo , dove fu celebre 
fino a ieri quello stragrande della farmacia dell' Ospe- 
dale oggi di S. Saverio ; ma resta sempre la insegna 
delle vecchie Spisiarìi consistente in un caduceo al 
quale è attorcighato un serpente. 

I barbieri sogliono, da tempi molti lontani da noi , 
tenere davanti la bottega, appesi all'altezza d'un uomo, 
dei vasi (grasti) con piante d'asparagi e varie collane. 
di denti molari di cavahi o di buoi : segno, che il bar- 
biere sa cavar denti , e forse sa fare il cauterio , che 
in Sicilia dovette , se non mi fallo , medicarsi con le 
foglie d'asparagio piuttosto che con quelle di ellera, 
siccome oggidì usa '. E vo' avvertire di passaggio che 1 
foniicoli dovettero essere tanto comuni e frequenti da 
lasciare quel modo di dire che suona ; I/hai a vìdiri tu 
lu tò quatèriu... 'K manca lu ciciru! (ci hai a pensar 
tu al tuo cauterio... Ti manca il cece per medicarlo). 

Nelle grandi città di Sicilia vanno un po' alla volta 
spai'endo queste due insegne *, e con esse anche eerti 



' G. Caminnbci, BrcBì cenni storici , hiograflei , artistici delle 
maschere siciliane in Palermo che msieio (sic) dui 1750 m poi, e di 
quelli (sic) esistenti sin'oggi, p. 26 Palermo, Bairavewhia I88( 

' Cn-. V. Ili, p. 270. 

' In Palermo questa spede di roaai i di denti "n \ ette anche oggi 
presso molti barbieri , i quali da medici , quali si ciedon davvero , 



Ho^tedby Google 



406 USI E COSTUMI 

recipienti, chiusi alla bocca da tela, contenenti san- 
guisughe entro argilla; ma rimangono tuttavia nei pic- 
coli paesi di provincia, ove ì barbieri tengono pure ap- 
pese allo stipite dell'uscio due o piìi catinelle di rame 
scollate in un lato per far la barba. Il salasso , fuori 
di Sicilia e Napoli permesso soltanto a' chirurgi e tra 
noi a' barbieri, diede luogo ad un'altra insegna ; un uo- 
mo nudo coricato , con le vene maggiori degli arti 
aperte, che sprizza» sangue in varie direzioni. 

I tabacchini, a' lati della bottega, nelle pareti esterne, 
mettono due tavolette dipinte con un moro o un in- 
glese che fuma un lungo sigaro o dentro una pipa. 

Nelle taverne l'alloro o l'ulivo è insegna immanca- 
bile fin da tempi molto remoti. I seguenti quattro pro- 
verbi ne fan fede: 

A l'addàuru si conusci la taverna. 

Unni viditi addàuru si pigghia menzu, 
cioè si beve mezzo quartuccio di vino. 

A putla vecchia nuii eircari addàuru. 

Taverna vecchia 'ii' ha bisognu d'addàuru (o frascuni). 

Quest' ultima variante ci richiama , ad altre fronde 
di alberi solite attaccarsi anche oggidì innanzi le oste- 
si do)gono che pochi li cliiamino come una volta a far cauteri, mi- 
gnattazioiii e salasai. É proverbiale lu scippa-' a*>ghi (il cava-mole) di 
Porta di l^i-miniìa Palermo stesso (via Lincoln , n. 133J, un bar- 
tnere che ha una botteguccia adorna di una gran quantità di denti : 
monsù adibito dal basso volgo. 

In Sicilia ì barbieri hanno il titolo di monsù fnmnsieur'J, come i 
cpcohieri di gnuri (signore) ecc. 



Ho^tedby Google 



LE VOCI DEI VENDITORI E DELLE CAMPANE - 407 

rie. Uno degli antichi Capitoli del Comune di Gastro- 
nuovo, approvati da Martino II" e da altri re arago- 
nesi, vietava che si tagliassero rami albanorum et po- 
pulorum ecc., per mettersi come insegne nelle osterie '. 
Una delle Assise dì Corleone proibiva agli osti d'in- 
cidere o far portare canne, alberi, rami fruttiferi o sil- 
vestri, per metterli alle porte delle taverne o in altri 
luoghi ove spacciavasi vino : sotto pena dì due tari in 
caso di trasgressione '. 

Qua e là vedesi pure una tabella, simile agli ex-voto, 
dipinta in entrambe le facce, che rappresenta ora un 
popolano , il quale brandito un bicchiere di vino è in 
sul trincare, ora gente che mangia e sbevazza , ora un 
cappuccino questuante; le più semplici, una bottiglia 
un bicchiere con vino e sopra o sotto il prezzo in 
cifre. Il motto ordinario è : Sema viulinu, motto fur- 
besco che parrebbe riferirsi ai gesto del suono del vio- 
lino, e vuol dire che non si fa credenza, come sta scritto 
altrove {nun si fa viulinu). Vi sono poi proverbi e sen- 
tenze a tutt'andare ; ed eccone due, comuni anche a 
qualche altra bottega; 

Noi! si fa credenza. 

Oggi cridenza no, dumanì si : 

Veni dumani, e truvirai aceussi °. 

' Capituta et Staìuta ordinata per Umversilaiem, Castronovi, 
n. 23; nelle Consttetwdini e Capitoli municipali, v. I, fliac. II (Pa- 
lermo, 1877) de" Documenti per servire alla Storia di Sicilia. 

' Assisa, ossia Istruzioni per regolamento della Terra di Cor- 
leone, n. 68, fase I, v. II delle Fonti del Dritto siculo, nei Docu- 
menti citati; Palermo, 1880. 

I Vabronb, Sai. menipp. reliq. edit. Oeliler, p. 206, nota il motto 



Ho^tedby Google 



408 OSI E COSTUMI 

Clii d'invidia campa disperato muore. 

Viva la Divina Previdenza ! 
Ma bisogna vedere con quali lettere sieno scritte allo 
spesso queste parole! 

I calzolai tengono appesa una forma di legno ; le 
levatrici l'antica sedia delle pai'torìenti, detta vancu, e 
ricordata ne' canti popolari '; i maniscalchi, che da noi 
sono ferrai , coprono i) davanti della loro fucina con 
ferri di cavalli ". 

IV. Le voci delle campane. 

Lo spirito di osservazione conduce sempre gli uo- 
mini a fermare la loro attenzione sui vari fenomeni 
della natura ; e non v' è cosa che cada sotto i sensi , 
e sulla quale essi non abbiano esercitato i loro pen- 
sieri e la ìoro parola. Tutto ciò che colpisce partico- 
larmente l'udito, e si ripete a periodi più o meno re- 
golari e in certe occasioni, rimane vivamente impresso, 

latino : Cras credo, non hodie, dal quale discende in linea retta il 
nostro. In molti pesi da bottegai trovati in Pompei si legge la iscri- 
aone ; Eme et habebis, che equivale appunto al detto siciliano. Dico 
fiioiliano e dovrei dii-e, in generalo , italiano , per quel che si legge 
nel Proptignatore di Bologna del 1881, diap 2-3, p. 439, alla voce 
Credenza, in Toscana poi i macellai, gli osti ecc. sogliono tener di- 
pinto un gallo e la leggenda sotto : 



' Cfr. questi Usi, V. Il, p. i34. 

' Vedi il mio scritto; Gesti e Insegne del popolo siciliano, nella 
Rioista di Letteratura popolare, an, I., pp. 41-43. Roma, 1877. 



Ho^tedby Google 



LE VOCI DEi VENDITORI E DELLE CAMPANE 409 

e gli echi si ravvicinano, si assimilano traducendosi in 
analogie con altri echi differenti o diversi. Così pre- 
stando orecchio al canto degli uccelli si è andati mec- 
canicamente a formare il loro linguaggio ed a ripro- 
durne le misurate cadenze di trilli e di gorgheggi con 
suoni articolati che corrisponderebbero a questo ed a 
quel canto. Così il tal rullo di tamburo , o squillo di 
tromba, o suono d'altro strumento si è tradotto in una 
frase, in una formula, in una barzelletta qualsiasi, che 
ha stretta relazione con la vita e le abitudini militari. 
Così parimenti si è creduto d'interpretare il suono delle 
campane tirandone fuori motteggi quanto bizzarri al- 
trettanto diguti per le allusioni che contengono a cir- 
cosianzf, di luoghi e di persone. 

Dove son campane, son donno di malaffare, dice un 
proverbio siciliano , e , acconciandone al caso nostro 
il senso, potrenmio dire che, dove son campane , son 
motti e adagi legati al iorO suono. E questo è natu- 
rale ; perchè dal periodico rintocco o martellio d'una 
campana, quando non si trae una prova, che giustifichi 
la nostra affermazione nello istante che si parla ^, sì pi- 
glia occasione di pensare a chi lo fa, alla chiesa dove 
si fa, alla occasione per cui si fa, a ciò che comune- 
mente a quell'ora si suol fare; ed in relazione a tutto 
questo s'improvvisa o si adatta un verso che risponde 
a tutte o a qualcuna di codeste circostanze. Se la cam- 
pana è d'un monastero, le monache son sempre chia- 
mate in ballo, e le si fan pai'lare per bocca della cam- 
pana con le intenzioni e i desideri che il popolo ad 
• Vedi V. II, p. 411. 



Ho^tedby Google 



410 



USI E COSTUMI 



esse attribuisce. Siccome di monasteri e di conventi 
non fu mai scai'sezza in Sicilia e fuori , e conventi e 
monasteri non eran molto distanti tra loro, cosi ne 
nacquero de' veri e propri dialoghi di campane, inter- 
locutori, per loro mezzo, i frati degli uni e le monache 
degli altri; dialoghi pepati e salati quando non lubrìc 
e lascivi. Questo è il fatto pili ovvio e più frequente 
nei suoni delle campane monastiche: il tema è per- 
ciò facile a indovinarsi. Qualche volta la campana e- 
sprime tendenze e convinzioni private; qualche altra 
volta sputa sentenze , o ricanta crude verità, che la 
gente a modo suo ripete tentennando, per evidenza 
della triste realtà, il capo; e scoppiettano i giuochi di 
parole e gli spiritosi caleìnbours. 

Una raccolta dei motti applicati a questi suoni sa- 
rebbe molto curiosa, fornendo un buon numero di fatti 
locali, non privi di significato per chi, a formarsi una 
conoscenza completa della morale del popolo, consulti 
con amore la tradizione orale. 

Limitandomi a sfiorare quest'argomento per chia- 
marvi sopra le ricerche di qualche studioso, io invito 
il lettore a stare un po' a sentire qualche campana, 
grossa o piccola che sia, e ciò che il popolo le fa dire 
secondo che la fune di essa, dondolata da braccia ro- 
buste o da mani gentili , suoni a distesa, a tocchi, a 
doppio , a predica , a messa, a comunione, a terza, a 
mezzogiorno , a vespro , ad avemaria , a sposalizio, a 
morto. 

Cominciamo gli esempi con un proverbio siciliano , 
nel quale una campana castrogiovannese raccomanda 
di vedere e toccare con mano prima di giudicare : 



Ho^tedby Google 



LE VOCI DEI VENDITORI E DELLE CAMPANE 411 

Dici la campana di Castrugiuvanni i 

Tocca e pisami, seinni e pisami. 
■ ProverÌDÌaii sono in Palermo le battute dello campane 
delle Croci, di Suor Vincenza e del Monte : tre reclu- 
sori , alle cui ricoverate si davano e si danno escla- 
mazioni diverse. Le campane deUe Croci , reclusorio 
una volta fuori di mano, dicevano: 

Senio tutti ai-raggiati ! — Semi! tutti arraggiati M 
Quelle di Suor Vincenza rispondevano nella medesima 
ora: 

Semu tuUi malati ! — Semu tutti malati I 
ma le altre del Monte, meno tristi e più spigliate delle 
altre, se ne impipavano perchè più vicine alla città : 

E a nui chi noi cuntatiP^Eanuìchi noi cantati? 
E su questo tono, non ostante che le condizioni topo- 
graiìche sieno un poco mutate anche per le Croci, pic- 
chiano tuttavia fino a rompere il timpano con la stessa 
fretta e rapidità di quelie dì S.^ Agatuzza la Guilla , 
le quali precipitosamente domandano : 

Figghioli, chi successi? — Fi^hioli, chi successi? 
Senza allusioni morali ed erotiche, una campana di 
via Macqueda, se mal non ricordo, quella della chiesa 
d^H Scolopi, sino a quando avea voce in capitolo 
(1866), e quella delie scuole de' Gesuitinel Gassaro, oggi 
corso Vitt. Em., con monotonia insopportabile rican- 
tava all'ora di vespro come il serotino tamburo della 
ritirata de' soldati borbonici : 
' Siam tutte arrabbiate ! 



Ho^tedby Google 



412 rsi E COSTUMI 

Cu' cam-pa pàa! — Cu' cain-pa pàa! '; 
ed un'altra delle ore matutine, quella dei Gesuiti : 

Don Pepe, — Scola ce' è; 
Ma dumani — Nuli cci nn'è. 

Ad una campana della Cattedrale e ad un'altra della 
chiesa dell'Annunziata in Messina, quando suona a 
morto sì fa dire : 

Don Cìqcìu e Donn'Anna 
'Mpiceiati a 'na canna, 
La nanna cadfu, 
Don Gicciu muriu. 

E ad un' altra di Palazzo Adriano, dove molti hanno 
il nome di Giorgio (Giòngi) : 

Sona sona, Giòngi, 
Chi vennu li Greci ! 

E basta qui, se non vogliamo venire a motti indi- 
screti, che fanno arrossire, 

V. La voce dei tamburi ^ 

" 11 popolo dà anima e vita a tutto, ed azione, e pa- 
rola : anche i tamburi , perciò , hanno la voce ; e con 

' Vedi WiiOtie Effemeridi Siciliane , selle 111, voi. I, p. 255; Pa- 
lermo, 1875; e Prov. Sic. v. Il, p. 43. 

» Quepto capitolo è tutto del Salomone-Marino, che lo inserì nel- 
V Archivio delle tradizioni pop., v. II, pp. 601-603; Pai. 1883; in se- 
guito alla inchiesta da me iniziata con io scritto sui Motti applicati 
al suono dille oampane. 



Ho^tedby Google 



LE VOCI DEI VENDITORI E DELLE CAMPANE 413 

quei rulli, con quei colpi rapidi o compassati, mesti o 
allegri, dicono tante cose , parlano un linguaggio che 
il popolo sa tradurre in parole accessibili a tutti e i- 
dentiche nel suono al suono de' tamburi. Spesso è 
alla satira che aguzza l' ingegno, che dobbiamo la in- 
terpretazione di que' suoni, i quali con la loro mono- 
tona e clamorosa cadenza rompono discretamente il 
timpano e la pazienza de' poveri mortali; altre volte è 
lo scherzo che fornisce le voci rappresentanti le idee 
suscitate dalle bacchette su la pelle battitora. General- 
mente sono i ragazzi quelli che sogliono ripetere le voci 
de' tamburi ; ma agli adulti non dispiace, nelle bete 
brigate, di far concorrenza a' ragazzi. 

" Il tamburo è abolito nelle città principali di Sici- 
lia; ma vive vita rigoghosa ne' piccoli comuni e chi 
sa ancora quanti anni! perocché è ritenuto indispen- 
sabile nelle solennità e pe' pubblici bandi. Intanto, 
prima che una ragione od un'altra le disperda , rac- 
cogliamo alcune delle sue voci; io riferisco a titolo di 
saggio, quello che so... 

" Il tamburo è in giro per un bando pubbhco : quali 
parole dic'esso allora ? Queste né più né meno, rivolte 
al banditore : 

JÈttalu, jèttalu, Mìnic'Arc;mg'..I 

oppure queste altre, dirette sempre alto stesso : 

Jèttalu, jèttaki, jòtta lu bàn'...! 

" Il tamburo va intorno per le vie del comune ac- 
compagnando i deputati della festa che van facendo 



Ho^tedby Google 



USI E COSTUMI 



questm di dinaio "> L allora esso ripete, senza un mi- 
nuto à\ pausa que&t^ antifona : 

Mi LU Mmici baccilà' 
Pi un ^uranu t mu fa' ; 

oppuu queat iltn 

Fimmina, fìmmina, métti ccà. 
Nni facèmu 'iia sciala*... 

oppure questa terza : 

Tùiiimina lOmmtna sìmnu li giiàj, 
Lu pani è picca e iì fimmini assai; 

ma in questo caso, nel suono c'è un po' di varietà dalla 
prima Tolta ; come con un'altra variazione esso tam- 
buro dice , quasi mettendo in guardia ii pubblico su 
le promesse di cui sogliono esser larghi i deputati delle 
feste : 

Nù nni criditi nènti! ibis). 
E uènti nènti nènti I 
Nù nni criditi nènti 1 
" Quando il tamburo suona a festa, in Alcamo, per 
la Santa patrona, ch'è ia Madonna de' Miracoli ; sic- 
come i deputati spostano di frequente i giorni già de- 
stinati a essa festa, e vogliono e disvogliono cento volte, 
secondo i popolani de' comuni circonvicini sogliono af- 
fermare; il tamburo, dico, per non mancare alla qua- 
lità sua di fedele interprete della verità e de' senti- 
menti popolari, intuona questo ritornello che freccia i 
deputati : 



Ho^tedby Google 



LE VOI 


[il DEI VENDITORI E DELI 


.E CAMPANE 


Si fa, i 


^i fa.,. 'Un si fa cchiù ! 




Si fa, : 


5i (k... 'Un si fa echiù ! 





" Quando invece accompagna la celebre processione 
di Santa Fara in Cinisi, esso ispirasi aila gravità e so- 
lennità del momento, e imitando ì' andare e il suono 
dì voce de' Cinisari, dice : 
Santa Fara ghichi-ghi ! 
Santa Fara, ghichi-glii ! 
" Nelle processioni di Borgetto usa invece altro ìin- 



Papà !.. !a Santa è ccà ! 

Papà !.. la Santa è ccà ! 
" Quando, in Borgetto ancora, il tamburo suona la 
tuhhiana ' per accompagnare lo maschere nel Carno- 
vale, il suo intercalare è : 

Tiripitfimpiti, tìimpiti, tiimpiti, 

Milli ca.rdùbuU 'n ctilu ti pCiacinu ' I 
" In alcuni comuni della provincia di Girgenti il tam- 
buro precede le processioni con un ritornello di na- 
eura più allegra: 

Ttà, ttà, ttara-ta-tà ! 

Unni la mèltn.idda cci sta: 

Ttà, tlà ttara-ta-tà ! 
" C è poi il tamburo militare (ora soppresso) , che 
contava anch' esso assai bene le sue occorrenze. Le 

' Vedi a p. 24 dei v. 1 di questi Osi. 

' Che possano pungerti mille calabroni nel sedere 1 



Ho^tedby Google 



4] 6 USI E COSTUMI 

battute della ritirata seguile dal rullo, volevano espri- 
mere un lamento de' poveri soldati per il rancio sem- 
pre uniformemente lo stesso ; 

Zuppa e bródu 1 

Zuppa e bródu I 

Brri' ! 
oppure ripeteva, applicandola alla milìzia, la sentenza 
proverbiale : 

Cu' campa, paga ! 

Cu' campa, paga ' ! 

BrnT ! 
E quando sonava la (generale , esso dava quest 'in- 
vito: 

Va', va', jamu a marcia' ! 
oppure : 

Va', va', tutti pri cà' I 
" Il tamburo della Guardia Nazionale di buona me- 
moria, girando la mattina il comune (e in questo caso 
eran due voci, !a sua e quella della tromba, che con- 
correvano a dire la stessa cosa), avvisava così i citta- 
dini militi: 

■ Jam' a muntari la guàrdia, 

La guàrdia naziunà' ! 
" E quando li esercitava alle prime prove del passo, 
diceva loro, sorridendo delle grottesche mosse dì quegli 
stagionati militi impossibili : 

Sbràcca,... sbràcca,... pezzu di baccalà' ! 
' Vedi innaQzi, p. il2. 



Ho^tedby Google 



LE VOCI DEI VENDITORI E DELLE CAMPANE 417 



A queste voci raccolte nella provincia di Palermo 
dal Salomone-Marino ne aggiungo un'ultima della pro- 
vincia di Girgenti. 

Per le quarantore il tamburo del banditore munici- 
pale di Sambuca dice : 
Me niputi Peppi 
Nenti mi detti ; 

Me niputi Ninu 
Mi detti un carriou ', 

' Varianti e riscontri di suoni di campane per l'ItaJia e fuori pub- 
blicai io atesso miVArchivio delle tradis. po^., v, 1, p. 333 e se- 
guenti; per Napoli, Correrà, Archivio, ivi, p. 508; per Toscana, G. 
Nerccci, V. IH, p. 295; pel Piemonte, G. Pinoli, e per l'Italia in ge- 
nerale C. Severino, pp. 296-g?7. 



G. PiTBÈ. — Usi e Costumi, voi. I. S7 

Ho^tedby Google 



Homdb, Google 



OOSTXJMI ED UTENSILI 



Homdb, Google 



Homdb, Google 



Costumi ed Utensìli ^ 

La Commissione palermitana eletfa dal signor Sin- 
daco per far rappresentare non solo Palermo, ma an- 
che la Sicilia all' Vili" Gruppo, Sezione 50=- dell! Espo- 
sizione Industriale Italiana di Milano nel 1881 [Indu- 
utria casalinga e manifatture caratteristiche delle singole 

■ Verso la meià dei mese di marzo 1381 U signor Sindaco di Pa- 
lermo, Barone Niccolò Tunisi-Colonna, Senatore del Regno, riceveva, 
a, nome del Comitato Centrale dell'Esposizione Industriale Italiana di 
Milano, invito di ter partecipare la Città alla Mostra etnografica 
di detta Esposizione. Il Sindaco eleggeva una CommiBsione, la quale 
avesse cura di proporre e fer eseguire qualche costume dell' Isola 
e dì mettere insieme tutti quegli attrezzi ed utensili della vita dome- 
stica, che essa stimasse acconci a rappresentare le fogge di vestire 
e le maniere di vivere del popolo ^cillano. 

La Commissione, sotto la presidenza del signor Sindaco, rispose 
nel modo che potè migliore all' invito ; e forni ii suo compito pub- 
blicando il pres^te Catalogo ragionato di tutto ciò che fu mandato 
alla Mostra. La Commissione era composta de' signori : Principe 
DI Scalea, Assessore Municipale; P. Salvatore Lanza di Tkabia; 
Conte Lucio Tasca d'Almbrita ; Prof. Antonino Salinas; CaT, 
Andrea D'Ondes Reggio; Di'. Salvatore Salomoke-Mabino; ed 
io ne fui Relatore. 

Ristampando ora quelle mie pagine vi fo le modiflcazioni che sti- 
e all'opera. 



Ho^tedby Google 



i d'Italia) noa ebbe tempo bastevole a prepai-are 
ciò cbe di caratteristico offrono le varie province del- 
l'Isola. Sarebbe stato suo desiderio,, ove troppo tardi 
non fosse venuto al nostro Municìpio il gentile invito 
del Comitato Centrale, di apprestare i costumi del car- 
rettiere, del pecoraio, della contadina di qualche altra' 
provincia , della massara del Medicano e di qualche 
donna del Messinese , che presentano alcune partico- 
larità ; e con essi alcuni saggi di quei tessuti che nelle 
città son quasi del tutto scomparsi , e ne' piccoH co- 
muni si conservano con molta cura ; e gli svariati og- 
getti d'ornamento del capo, de! colio, del petto di uso 
popolare. Benché limitati in certi siti e tra certi campa- 
gnuoli, non pochi strumenti ed utensili agrari, insieme 
con istrumenti ed utensili da pesca e da caccia, avreb- 
bero potuto prender parte alla Mostra; la quale da 
una terra come la Sicilia , ove ogni passata domina- 
zione lasciò profonde tracce di sé , avrebbe ragione 
di attendere quel che i Siciliani seppero o trovare o 
adottare per procurarsi i mezzi necessari alla vita e 
nel mare e nei eampi. 

Si sarebbe , quindi , apprestato qualche modello di 
casa di campagna, e i differenti veicoli per terra, come 
il " carrozzone „ tirato da buoi. Curiosi, tra le varie spe- 
cie di armi da taglio, sarebbero stati i coltelli di S.» Mar- 
gherita; curiose le bisacce di Frizzi e certi prodotti del- 
l'arte tradizionale e dell'industria del popolo, che, stu- 
diati su larga scala, possono riuscire di qualche inte- 
resse all'etnografo non meno che al cultore della psi- 
cologia popolare. 



Ho^tedby Google 



Costretta pertanto a far quello che potè meglio e più 
prestamente, la Commissione, avutane facoltà e mezzi 
dal Municipio dì Palermo, di opere egregie ed onorate 
promotore operoso, sì limitò a preparare ed ammanire 
gli oggetti che qui si vengono annoverando e descri- 
vendo : 

1. Carrettu, carretta da trasporto; 

2. Guarnimentu, fornimento ^. 

Il carro, di mezzana grandezza, è di quelli a' quali 
sì attacca per lo piìi un asino o un mulo; e serve non 
soloper vÌE^gio,ma anche per trasporto di checchessia: 
vino, zolfo, carbone, sonimacco, agrumi, verdure, pietre,, 
sabbia, mattoni e perfino spazzatura. La sua forma è 
comune e tradizionale in tutta i'Isola, e qui non è nes- 
suna aggiunta o abbellimento particolare. Quel che di 
questi carri non isfugge a chiunque visiti Palermo sono 
le rappresentazioni che vi sì dipìngono. Vi lavorano 
successivamente il carrozziere che lo fabbrica di tutto 
punto, r indoratore che lo colora in giallo e ne fa gli 
scompartimenti e gli ornati , e il pittore che dipinge 
nelle spallette imasdddara) quattro scene di una stessa 
storia che a lui piace o che a lui si domandi : opera, 
questa, la piii delicata , benché fatta sempre da per- 
sona volgare. 

Nel nostro carro il fabbricante Giuseppe Montalbano, 
il cui nome, secondo l'uso, va consacrato insieme con 
quello del pittore d'ornato nelle spallette, ha fatto né 
pili né meno quello che è solito fare. Nelle assi che 
sormontano la cassa del carro ha inteso scolpire le fì- 

' Eseguiti per cura iJell'autore di questi Usi. 



Ho^tedby Google 



ili USI E COSTUMI 

gure di V. E., Cavour e Garibaldi da un Iato, di Um- 
berto 1, di Margherita e del Principe di Napoli dall'altro; 
di due Generali in quelli di dietro; al di sotto, sul fuso, 
della Sicilia e di Palermo: armonizzando cosi le più spic- 
cate figure dell'Unità d'Italia con l'emblema dell'Isola 
e con quello dell' antica Capitale di essa. E poiché il 
carro è stato eseguito in Palermo, l'indoratore Roso- 
lino Castellano.dopo di aver largheggiato, come si suole, 
di figure del Sole e della Luna ecc., ha ritratto il Monte 
Pellegrino , che fronteggia da tramontana la Città , e 
in cui la pietà dei fedeli addita il tempio di Santa Ro- 
solia, patrona del Comune. 

La rappresentazione più ovvia, che si vede cinquanta 
volte su cento carri, è tolta dalla Gerusalemme liberata 
del Tasso : " Tancredi che combatte con Argante; — 
Tancredi con Clorinda; — Tancredi ferito „ ecc. Seconda 
in ordine di frequenza, è la rappresentazione del nostro 
carro. I quattro scompartimenti rammentano un argo- 
mento storico siciliano : " Ruggiero il Normanno che 
distrugge i Saraceni;— Rudero che riceve le chiavi di 
Palermo dal Senato palermitano;— Ruggiero nel palazzo 
dell'Arcivescovo;— Coronazione di re Ruggiero ,. 

Altri temi sogliono trattarsi dai pittori in queste spal- 
lette; temi tradizionah, oppure riguardanti fatti clamo- 
rosi recentissimi, specialmente guerre, e quanto abbia 
dello spettacoloso. Basterà notare; Furio Camillo. — 
Malek-Adel— S'." Genovefa.— Cristoforo Colombo alia 
scoperta d' America, — Coronazione di Ladislao. — La 
guerra franco-prussiana. ■ — Costumi napoletani per la 
Madonna dell'Arco. — Corse di cavalli. 



Ho^tedby Google 



COSTUMI ED UTENSILI 425 

La parte comica del carro in parola come di qualun- 
que altro carro s' inconixi per via sono le leggende, 
sulle quali il membro della Commissione che ne prese 
cura non osò osservar nulla al pittore, pur di serbare al 
carro la sua originalità. E notisi che la parte letteraria, 
tutt'altro che edificante, della pittura è devoluta al se- 
condo de' due artisti popolari, al piii valente, il quale 
non vi appone giammai il proprio nome, contentandosi 
di far conoscere quello di ehi l'ha preceduto. Nicola Car- 
rozza, l'ignoto artista, dipinge con la mano sinistra; egli 
non sa di lettere, né studiò mai disegno di sorta; le fi- 
gure spuntano sotto il suo pennello senza nessuna linea 
precedente che ne stabilisca le proporzioni, o che gliene 
faccia presentire la intonazione. 

Leggende dipinte sopra o sotto ciascun quadro, tanto 
per farlo capire, sono del seguente tenore, secondo la 
maggiore o minore ignoranza di chi dipinge. Dì argo- 
mento biblico per ciascuna delle quattro spallette sono: 

1. a) Scigrificio di Gioditta; — b) Gioditta presentata 
innanzi a Leoferno; — e) Gioditta uccide la testa (sic) 
a Leoferno; — d) Gioditta pt'esenta la testa di Leoferno. 

2. a) Omer arrestato per ordine di Assuero,-— -b) To- 
let di JSsiest=toletta dì Ester); — e) 'Bgione'di Estes; 
— d) Coronazione di Estes. 

3. a) Gesù scaccia i mercanti del tempio; — b) Gesù 
che benedisce i fanciulli; — e) La pesca miracolosa ; — 
d) La donna adultera. 

Di argomento leggendario e storico : 

4. a) Gogliermo Tel occide Ageder;—b) G. T. rifiota 
=salutare) il berriUo;—c) G. 7. tira alpomo 



Ho^tedby Google 



42b USI E COSTUMI 

SI* la testa di suo figlio (ovvero Coglermo Teìli tira l<t 
fileccia a suo figlio); — d) Fuga di G. T. 

5. a) Ferdinando riconcilia i Limeora; — b) Rachico 
uccide in duello al Conte Cornas; — e) Cid henedise la 
saa bandiera; — d) Trionfo di Cid. 

6. a) Francesco primo è creato Cavaliere di Baldas; 
— b) Savardo occondattì {= circondato) di t5 uomini 
sostiene gli sforzi dunèsercito intiero. 

7. a) IMonfo di Ladeslno e la regina Maria ; — b) 
Ladeslao salisce le mora della regina Maria; — e) La- 
deslao fu recevoto sotto umÒardachino inoro; — d) La- 
deslao e la regina Maria cavalcano percaita. 

S. a) Arrestamento di briganti spagnuoli; — b) L'ex 
brigantaggio spagnuolo (seguono altre scene senza ti- 
tolo). 

Nelle rappresentazioni della vita di Napoleone 1 no- 
tevole è : 

9. a) Palsagio del ponte d elcole ( = Arsole) (segnono 
altri episodi della vita di Napoleone). E in quelle degli 
ultimi fatti ; 

10. a) Bombardamento di Parigi; — b) Carica e pis- 
sodio dei Pursiani; — e) Carica dei Turchi (^Turcos); 
— d) Napoleone sira (=sì dà) pricionieri al re di Pursia. 
Spaventevole da ultimo La battaglia di Sianna (= dì 
Sédan) in alcune carrette dipinte in Monreale. 

Uno dei più ricercati pittori di queste spallette in 
Palermo è Vincenzo Genova, che nei carri stessi serba 
memoria di sé con la leggenda : Carro colorito di Vin- 
cenzo Genova, Abbila Corso dei Milli. In questo Corso, 
chi ne voglia conoscere , abitano parecchi pittori di 



Ho^tedby Google 



COSTUMI ED UTENSILI 427 

carri, come altri lavorano ed abitano in via de' Car- 
rettieri, via Alberto Amedeo, via Bandiera ecc. 

Queste stesse rappresentazioni, che nei carri di Pa- 
lermo vanno dipinte, nei carri di Monreale sono scol- 
pite; onde il lavoro acquista maggior valore, sebbene il 
veicolo serva agli stessi bassi «si di qualunque altro 
carro appena pitturato. 

Sotto il davanzale del carro {tavulazzu) è attaccata 
una grossa reto (rutuni) a comodo del carrettiere, il 
quale vi tiene dentro la brusca e la strìglia ecc. e spesso, 
nei viaggi, un bottaccio di vino, I nodi di questa rete 
son così inestricabili che a persona strana e dì sconnessi 
ragionamenti sì dice per frase : Ma chi si' cumminatu 
a gruppu di rutuni?! 

Il fornimento che accompagna il carro, per quanto 
bello possa parere, non ha nulla di più sui fornimenti 
ordinari. Quanto giova alla solidità e alio splendore 
tutto v'impiega i! maestro che lo esegue; e nel siddimi 
(basto), nel pitturali (pettorale), nella listerà (testiera), 
se non nel suttapansa (sottopancia), è vera profusione di 
specchi, orpello, sonagli, fiocchettini, nastri, piastre, den- 
telli, galloncino argentato, bullette di rame, frange, e di 
quant'altro dà agli occhi di chi riguardi. Di questi forni- 
menti se ne vede tuttodì e dappertutto, e dei flocchi se 
ne adorna cavalli, muli, asini per lo più nei giorni di fe- 
sta, nelle sagre, ne' pubblici mercati, nelle gite di pia- 
cere che si fanno a questo o a quel sito fuori la città o 
il comune. Antonino Màngano del sestiere del Borgo in 
Palermo è il giovane guarnamentaro che ha eseguito il 
fornimento che si presenta ; ma di maestri come lui 
ve n'è molti in Palermo. 



Ho^tedby Google 



428 USI E COSTUMI 

Tra' veicoli mossi sull'acqua è anche un disegno ad 
acquarello dì una 

3. Varca di pcdàngaru, barca, cioè, con la quale si 
va alla pesca del merluzzo per mezzo del palàngaru. 

Questa barca è quasi il doppio de' gozzi ordinari. A 
prua, attaccato alla ruota, si leva per piià di un metro 
e mezzo il campiuni (continuazione e appendice ester- 
na del tE^liamare) il quale serve parte per appoggio dei 
pescatori, parte per adornamento. Alla sua base, dalla 
parte intema, è dipinto, secondo l'uso, una immagine 
di Santa Rosalia; al campione di poppa, più basso e al- 
l'esterno, un ostensorio, altrove una sirena e de' pesci. 
In giro, sull'opera morta della barca , sono pitturati 
festoni di fiori, uccelli ecc., e a poppa e a prua, verso 
il tagliamare, angioletti ^. 

Barche da trasporto sono la lancia (lancia), il caìccu 
(caieo), il guzzu (gozzo): le prime due per uso dei ba- 
stimenti ; la terza per uso del pubblico che ne abbia 
bisogno. Il marinaio che tiene il gozzo (come il coc- 
chiere la carrozza) si chiama guzzialorw (Palermo). 

4. Littica , lettiga con relativa forca. Siffatte letti- 
ghe son quasi del tutto scomparse nell'Isola ^. 

Tra' vari costumi, notevoli sono quelli delie quattro 
coionie albanesi, le quali tuttora sopravvivono alle molte 
già esistite in Sicilia; e notevoli del pari i costumi della 
gente del contado e de' paesi non solo delle province 
più lontane da Palermo cùme Messina, Galtanissetta, 

' Di questo disegno pi'ese cura il prof. Antonino Salina». 

' Questa lettiga fu apprestata dal sig. Conto Lucio Tasca d'Al- 



Ho^tedby Google 



COSTUMI ED UTENSILI 4sy 

Girgentì, ma anche della stessa provincia palermitana. 
Non son da trascurare quindi i seguenti : 

5. Costume di gran festa delle donne albanesi di 
Piana dei Greci (Ckianioti). Eccone qui le parti: 

a) Una zUona, veste di seta ricamata in oro; 

b) Due mSngkSte, maniche di seta ricamate in orò; 
e) Un crax'étS, busto di seta ricamato in oro; 

d) Una lign'éy camicia di tela con ricami e mer- 
letti; 

e) Dodici scocat'è di mbSdiet, cioè nastri; 

f) Un scocetste jisst, nastro pel petto; 

g) Un plexaturi, nastro da intrecciare i capelli ; 
h) Uno sch&^, velo: 

i) Una ehecza, cuffia ricamata in oro; 

j) Un hrezo o bresi , cinto con iscudo di argento. 

Questo costarne, come in parte anche il seguente, si 
indossa nelle maggiori solennità , più che nelle altre 
colonie albanesi di Contessa e Palazzo Adriano , in 
qu3lla di Piana dei Greci. La checza pende dietro le 
spalle insieme con le trecce coprendole ; il cinto suol 
rappresentare, nel mezzo , ora la Vergine, ora S. Nic- 
colò arcivescovo di Mira e patrono delle Colonie Alba- 
nesi, ora S. Giorgio, ora la Madonna dell'Odigitria, tu- 
telari della Piana, ed ora altro patrono dei comuni ita- 
lo-albanesi. Si vede a prima giunta che questi costumi 
sono di grande spesa, e che non si fanno da chicches- 
sia, né si rifanno agevolmente; anzi l'uso comincia ad 
esseme limitato a sole poclie feste ed alle nozze. Le 
famiglie che li possiedono li guardano scrupolosamente. 

6. Costume di mezza feda delle donne di Piana d^ 
Greci, composto de' seguenti oggetti: 



Ho^tedby Google 



430 USI E COSTUMI 

a) Una gegonS, gonnella di seta rossa ricamata in 
argento; 

h) Un rax'éte, busto di seta rossa ricamato in ar- 
gento; 

e) Un gipuni, busto di velluto ricamato in oro; 

d) Uno scamandili, pezzuola da seno; 

e) Un vantere, grembiale; 

f) Una scuf,a, cuffia; 

g) Uno scpàghere, manto di seta bianco ricamato 
in oro. 

Quest'abito porta il cinto d'argento e la checza (n. 5, 

§•). 

Vuoisi notare che la gegonS è veste da signora, spez- 
zata alla vita, ricca di frange quando appiccicate e 
quando ricamate nel drappo stesso, che suol esser tutto 
di colore rosso. La silona (n. 5, § «) è invece una ve- 
ste intera, che sogliono indossare le spose nel dì delle 
nozze ; è di vario colore e ricamata qui e qua d' oro 
o d'argento, o dell' uno e dell'altro; le signore l'usano 
nelle feste pasquali. 

Nel costume giornaliero delle donne albaniisi, esse ra- 
ramente lasciano il nastro rosso come acconciatura del 
capo; e tutte portano veste corta, maniche molto larghe, 
gonfie e come a sbuffi alle avambraccia; ed hanno una 
lor maniera particolare di coprire il seno con un fazzo- 
letto bianco (n. 6, § d), che mal colma e non fermamen- 
te copre il vuoto lasciato dal piccolo busto. 

7, Costume d'inverno del Massaro della Contea di Mo- 
dica: 

a) Cammisa, camicia di tela senza polsini; 



Ho^tedby Google 



COSTUMI ED UTENSIU 431 

b) Causi, mutande di tela da legarsi coi lacci; 
e) Causi, calzoni a ginocchio, d'albagie {abbràciu); 

d) Quasùna, gambali strettissimi d'albagio ; 

e) aieccu, panciotto di panno nero; 

f) Bubbuni d'albagìe a sei ale ; 

g) Birritta, berretto nero d'albagio a mortaio; 

h) Scarpe a punta rotonda senza tacchi né bullet- 
te: cosa che le differisce dalle scarpe di qualunque al- 
tro campagnuolo siciliano. 

A questo costume d'inverno aggiungi ìa.giucca o man- 
tello d'albagio con cappuccio che sporge e sta teso in- 
nanzi il volto, ornato di strisce di panno verde. I ca- 
pelli dei massaro sono a zazzera, quelli della donna 
tirati in su, come nelle statue greche. 

Giova notare che questo costume, così com'è, diffe- 
risce poco da quello di S. Fratello , il quale ha una 
cintura di cuoio con una placca e un crocifìsso nel 
mezzo, proprio sullo stomaco. 

La massarà dell' antica Contea di Modica ha veste 
corta, per lo pili celeste, a fiorellini bianchi; pittlgghia, 
cioè busto allacciato stretto senza maniche in està; 
mantali, lai^o grembiale di panno verde-smeraldo at- 
taccato con fìbbìoni d' argento ; mantellina blu sino 
al ginocchio, e anche più corta; scarpe con bottone. 

8. Costume d'estate dello stesso Massaro della Contea 
di Modica: 

a) Calzoni di frustagno con brachetta che si af- 
fibbia con bottoni di rami rappresentanti Napoleone I; 

b) Gambah bianchi di tela; 

e) Farsetto di tela con maniche ; 



Ho^tedby Google 



432 US 

d) Panciotto di tela ; 

e) Fascia di tela per cinto. 

A questo costume, perchè sia completo, mancano la 
camicia, le mutande, le scarpe e il berretto del costume 
precedente (n 7, §§ a, b h, g) 

I seguenti costumi di Dolcetto sono comuni alla 
mag^or parte de paesi della piovincia di Palermo e 
di altre provmce siciliane 

9. Costume nuzt<de delia Bmgi'^a. Questo costume si 
compone : 

a) di una havìtina, bubto con falde di seta rossa a 
fiori di vario (.oloie, aperta, al davanti, ove resta at- 
taccata con un laccio di seta blu; 

b) di un fadillinu, gonneUa dì raso rosso, ornata 
alla parte inferiore di una fettuccia color celeste; 

e) di un fadali, grembiale di i>do d^Tndla bianco 
con fregio alla parte inferiore, e merletto in giro, incre- 
spato molto; si lega aila vita con un nastro bianco; 

d) di una eumrtina, di velo bianco, la quale si a- 
datta a coprire la scollatura, lasciata dalla hasckina, ed 
il petto; essa viene sottoposta alla baschina, ed è tenuta 
ferma sul petto dai lacci di seta blu, che incrociandosi 
)' attraversano; 

e) di un paio di calze cerulee di cotone, che re- 
stano visibilissime stante la brevità del fadiUinu, che 
giunge qualche centimetro piìi in su dei malleoli; 

f) di scarpini di XBSO bianco a fiorelUni cerulei e 
rosetta di nastro rosso al davanti. Queste scarpine fini- 
scono a punta smussata e mancano assolutamente di 
tacco; 



Ho^tedby Google 



COSTUMI ED UTENSILI 433 

g) di una mantellina di seta gialla a fiori di va- 
rio colore. — A questo costume vanno uniti: la spa- 
tuzza d'argento pe' capelli (n. 17, § K), i fiuccagghi, pen- 
dagli d'oro a filigrana (n. 17, § a), numerosi anelli 
alle dita, e guleri, collane di corallo e d'ambra al collo" 
(n. 17, § i). ^ 

10. Costume festivo della Burgisa. Questo costume si 
compone : 

a) di una tudischina, busto senza falde, di velluto 
turchino, ornato di trina di seta gialla, aperta sul petto, 
ove è riunita per mezzo di cappi dell'istessa trina sopra 
bottoncini di acciaio, talora d'argento; 

h) di una sinàva, gonnella di seta e filo di color 
verde-pisello, preparata e tessuta dall' istessa hurgisa. 
(La parte anteriore, che vien coperta dal grembiale, è 
tessuta di solo filo, a risparmio di seta); 

e) di un fadali di mussola bianca con nastro, per 
legarsi in cinto, di seta gialla; 

d) di uria oumriina di mussola bianca, che si a- 
datta sul collo e sul petto, sotto la tudischina; 

e) di calze di coione turchino; 

f) di scarpe di cuoio rigato; 

g) di una mantilUna di saia bianca. 

A questo costume vanno uniti : la spatuzza d'allento 
pei capelli, i circeddi d'oro, od orecchini a barca, una 
gulera (collana di coralli) e molti anelli alle dita; di che 
Tedi n. 17, ~ A proposito di mantiUina deve ricordarsi 
la piddèmia o piddemi, coperta delle popolane, nell'u- 
scire di casa, di lana o cotone; e il mantu, lunghissimo 



G.'PiTRa. - Usi e Coslum 



Ho^tedby Google 



434 USI E COSTUMI 

mantello nero , nel quale si avFolgoiio le donne fuori 
le grandi città, 

11. Cosiume giornaliero deUa Burgisa. Questo costu- 
me si compone : 

a) di un jìppuni (busto) di barracani di casa (tes- 
suto bambagino a quadretti), rosso e blu; 

6) di una fadedda (gonna) di rìgatinu, tela di casa 
a righi bianchì e turchini ; 

e) di un fadali di rigatimi scwu ; 

d) di un paio dì papmci, scarpe di cuoio di vitella, 
con punta acuta e tacco bassissimo; 

e) di calze turchine di cotone ; 

f) di un fazzoletto di cotone a fiori, che si avvolge 
intorno al collo e sul petto, facendo l'ufficio di cuvir- 
tina, al disotto del jifpuni. 

Con questo costume vanno la spatuzza d'argento pei 
capelli, i circuna d'oro (n. 15, g e), grandi orecchini a 
cerchio, e due o tre anelli. . 

12. Costume del Burgiat. Questo costume sì compone 

a) di \in eiliccuni, giacca dì velluto turchino ; 

b) di un cileccu, panciotto dello stesso velluto; 

e) di una càusa curia , calzone corto con la bra- 
chetta pur di velluto turchino, con fibbia d'argento al 
ginocchio e bottoni di bronzo ben puliti. Simili bot- 
toni stanno sul ciliccuni e sul cileccu ; 

d) dì calze bianche di filo (in inverno, di lana); 

e) di un berretto bianco di cotone, doppio o a due 
punte, una delle quali s'introduce nefi'altra ; 

f) di scarpe di vitella ad un pirtusu, con nastrino 
nero e bullette sul tacco ; 



Ho^tedby Google 



COSTUMI ED UTENSILI 435 

g) di una einceddarussa,is.s(i\d.,ài cotone; altre volte 
di lana, talora di seta, ma sempre rossa e con qual- 
che striscia di turchino, bianco, giallo, verde ecc. 

h) di una camicia di tila di casa , con largo col- 
laretto, che rimbocca sul eìleccu, e senza polsi. 

Con questo costume, come col seguente, sì portano 
nelle due tasche del ciUccuni due muccatura (mocci- 
chini) di color rosso e giallo, o rosso e verde, o ver- 
de e giallo, con le punte pendenti al di fuori: a cia- 
scuna punta una piccola nappa di filo del color de! 
moccichino. 

13. AUro costume del Burgisi. Questo costume si com- 
pone : 

a) di un cilìccuni di velluto oglino ; 

b) dì un cileccu di velluto oglino; 

e) di una càusa curia pur di velluto oglino con 
fibbia d'argento al ginocchio e bottoni d'acciaio bru- 
nito. Simili bottoni sono nel ciUccuni e nei cileccu; 

d) di stivali di vitella con piccola nappa di seta 
alla parte anteriore e superiore del gambale : 

e) di un berretto nero di cotone ; 

f) di una dncedda russa, come nel costumo n." 12. 
Non solo gh uomini , ma anche talvolta le donne 

sogliono in inverno coprirsi con un lungo cappotto. a 
testiera, detto: 

14. Scappularu d' ahbràciu, cappotto di albagie. Lo 
mettono sopra qualsiasi costume maschile nell' in- 
verno ^, e quando copre soltanto il capo e le spalle 
si chiama listerà. " 

' 1 costumi 8, 9, 10, 11, 12, 13 furono caccolti o fatU eseguire dal 
Dr. Sai V. Salomone-Marino; e cow pure ì nn. 18^24. 



Ho^tedby Google 



4-36 USI E COSTtTMI 

Altro cappotto è : 

15. Cappottu di ràisi, grande capperuccio da pesca- 
tore, che per lo più suol essere guarnito con lana rossa 
in giro '. 

16. Nella provincia di Messina dianzi ricordata sono 
costumi femminili pittoreschi forse più che quelli della 
provincia di Palermo. La maggior parte delle donne 
di quella città e de' comuni vicini portano in capo la 
rizza, specie di cuffia a maglia, che copre e raccogUe 
i capelli, sulla fronte forma con rialzo caratteristico 
per chi lo vegga la prima volta. Le ragazze poi, per 
non dire delle donne maritate , coprono il petto con 
una pezzuola candidissima, un po' alla foggia delle Al- 
banesi, verso- la metà superiore; e lo chiudono bizzar- 
ramente verso la metà inferiore sino alla vita con un 
grazioso bustino , allacciato davanti in guisa da la- 
sciare uno sparato a imbuto od a cono rovesciato. Sul 
bustino indossano una glacchetlina tutta orlata, a 
largo bavero, abitualmente aperta, la quale dalla cinta 
in giù si continua con una caduta di vesta , gonnella 
dove a laiche, dove a strette pieghe, che nel costume 
delle Cesarotane (del comune di Gesarò) è corta per 
lasciar vedere certe lucenti fibbie che esse portano sul 
tomaio delle scarpine. Questo costume poi vien com- 
pletato da un bel paio di orecchini a flocchi e da un 
vezzo di granati o d'altro che tutto o quasi tutte cin- 
gono al collo. 

17. Copiosissima sarebbe la raccolta delle minuterie 
' Fu fornito dai signor Conte Tasca d'AìmeiitA. Ctv. Qoaìag^gMuc- 

ca di Noto in Atolio, Canti, p. ii. 



Ho^tedby Google 



COSTUMI ED UTENSILI 437 

onde sogliono adornarsi le donne , se tutta si volesse 
fare e per tutte le province dell'Isola. Basteranno, co- 
me saggio, i seguenti oggetti d'oro ; 

a) Oncehini a fiuccagghi, o semplicemente fiuo- 
cagghi, orecchini a fiocchi; 

6) Oricchini a circeddi , o circeddi, piccoli cerchi; 

e) Cireuna d'oru, cerchioni, comunissimi fuori Pa-^ 
termo ; 

d) Gulera o cullaita, con 24 pallottine d' oro ; o 
anche composta di pallottine di corallo ; 

e) Orueetta, crocetta per collo ; 

f) Aneddi o einturetti, anelli ; 

g) Uno spillone per capo ; 

h) Spatuzzi d'argento, arnese che lo donne tengono 

in capo per adornamento o per avvolgervi le trecce ^. 

Venendo agli attrezzi ed utensili d' uso domestico , 

particolarmente per la cucina, non son da trascurare 

i s^uenti : 

18. Cufuni (metatesi di fucuni), bragiere, focone di 
terra cotta. 

19. Cucehiararu, cucchiaiera, con quattro cucchiai di 
legno di varia grandezza, cioè : cucchiaia graniti, cuc- 
chiara di ministrari, ouechiara di sarsa {un po' piatta), 
e cucchiaredda ^. 

20. Murtareddu , mortaio di Ugnu col suo pistuni , 
pestello. 

' Vedi V. II , p. 39. Questi oggetti d' oreflcevia furono scelti dal 
prof. A. SalinaB, 

' Ho (atto cenno nel v. IV, p, 343, delia vivienna tf 'ii ftuscainu 
di Mela, 



Homdb, Google 



438 rsi E COSTTTM! 

21. CuìioccMa, conocchia da filare, 

22. Bocca, rocca da filare. 

23. Fmu, fuso. 

24. Pane di varie forme '. 

25. Patti , S. Stefano Camastra ed anche Palermo 
hanno delle fabbriche dioggetii di terra cotta; anzi gli 
abitanti de' primi due paesi son proverbiali appunto 
per esse. Tralasciando la serie non iscarsa di pentole, 
di tegami, di piatti, che sogliono ordinariamente po- 
sarsi sulla gasena ', e di qualche vaso tutto siciliano 
destinato ai più bassi usi, giova far cenno di vari pezzi 
della medesima terra cotta : 

a) Quartàra (nel Trapanese òàcara) , detta da 8 
pezzi ciascun capo; 

b) Quartàra xtagnata, brocca invetriata, da 12 ; 
e) Quartàra, brocca, detta da due pezzi; 

d) Quartàra da un pezzo ; in alcune parli detta 

e) Biimmulu, bombola, da un pezzo. Questi tre re- 
cipienti d'acqua sono di Sciacca. 

f) Biimmulu da 8 ; 

g) Ciascu, da 12; 

h) Pirciaiuri o culapasta , colino invetriato da 6; 

i) Cannatum,boccale invetriato da vino da Vi capo; 

;') Cannat-unif boccale invetriato da acqua da un 
capo; 

k) Vivituripi li palummi. arnese nel quale rì versa 
dell'acqua per far bere le colombe ; 

' Questo pane è descritto a p. 332 del v. iv, 
' Gasena, jasena, jazzena, jizzeita, jizzana(}ivi:9j&\is&) o piattera, 
cansia praticata sul muro ad uso di credenza : 



Ho^tedby Google 



COSTUMI ED UTENSILI 439 

I §§ d-k sono per Io più delle fabbriche di S. Ste- 
fano di Camastra, 

l) Lemmu stagnatu (di Patti), concola nella qnale 
si lavano stoviglie od altro ; 

m) Due caruseddi, salvadanai delie forme di Pa- 
ìemio e Borgetto ; 

m) VivitUri di cuva (Palenno), bevino per gli uc- 
celli di cova i 

o) Vmturi d'oceddi (Palermo), bovino per gli uc- 
celli ; 

p) Cannila di crìta, lucerna (Palermo) ; 

q) CafiUera, caffettiera (Patti) ". 

26. Tra gli oggflti che si riferiscono al culto sono : 

a) Frutti di eira, frutta in cera : melarance, grossi 
limoni {pirittuna), limoni, lumie e fichi d'India, entro 
i quali sono o il bambino Gesii o S. Rosalia ; 

b) Vari ex-voto in cera rappresentanti : testa , 
occhi, mammelle, braccia, gambe piagate, che si vanno 
ad appendere nelle chiese a' simulacri a' quali si è 
tatto il voto ; 

e) Vari mMscaiora, ventagli rappresentanti: altri S^ 
Rosalia e S. M. I.auretana, detta della Mìlicia; altri 
la stessa immagine di Maria e i SS. Cosimo e Damiano, 
protettori degli ammalati; 

d) Due miràcidi, ex-voto dipinti sopra latta '. 

27. Gli attrezzi da pesca piià comuni pei mari di Si- 

' Questi oggetti furono Taccolfi dall'Autore di questi Usi. 

' Questi oggetti del n. 24 furono apprestati dal'Rev. P. Salvator» 
Lamia e dal prof. Salinas.Una lunga rassegna e descrizione di tabelle 
votive ai legge a pp. 10-H dal v. IV di questi Usi. 



Ho^tedby Google 



440 USI E COSTUMI 

cilia sono, oltre !a lenza e la 'fiimedda (canna alla cui 
estremità è legata una lenza) : 

a) Ooppu, reticella in forma di sacco con un ma- 
nico lungo, per raccogliervi pesciolini in acqua ed an- 
che qualche cosa che voglia prendersi in mare. È la 
racchetta o cucchiaia. 

b) Angameddu o gangameddu, dim. di gànganm, 
rete da pescare, rotonda , larga alla bocca , stretta al 
fondo, a secco e di maglie fìtte. 

e) Palàngaru, arnese pescareccio, fatto di un filo 
di canapello (rumaneddu), lungo parecchie migliaia di 
metri, al quale di tratto in tratto è legato un pezzo 
di canapello di un metro circa , che si finisce con un 
amo, e a cui va attaccata (anniscata) l'esca. 

d) Tunnàra, v. Ili, p. 500 e seguenti. 

e) Cannàra, arnese da pescare formato di reti 
arghe due metri circa , alternate , legate e tenute a 
galla da canne della medesima larghezza, tra le quali, 
saltando fuori dell'acqua, vengono a cadere e ad im- 
pigliarsi i mvletti (mugil cephalus, L,); alla pesca di 
essi la cannava si adopera per lo più enti'o i porti e i 
mari riparati, 

f) Sciàbbica, è Ja nota sciabica o rezza , per la 
quale non occorre descrizione. — Un minuto ragguaglio 
però si deve dare qui degli ultimi tre arnesi da pescare: 

g) Tartaruni. Risulta di un sacco di rete {manica), 
lungo metri 36 con 1200 maglie da 18 nodi ogni palmo 
(28 centimetri) fino a 80 nodi; nel quale si raccolgono 
i pesci. Questo sacco ha due specie di ale {lati) di 
metri 95 ciascuno, di maglie 600 di 15 nodi per palmo 



Ho^tedby Google 



COSTUMI ED UTENSILI 441 

sino a 4 nodi. La parte superiore di queste ale che 
resta a galla pe' pezzettini di sughero che vi sono at- 
taccati, è detta hremi di supra ; quella di sotto , col 
piombo, bremi di sutta. Due pezzettini di legno (stanzi) 
sono legati a queste ale, che si tìniscono con un cavo 
{capu) di 60 metri per lato , cui prendono ìn mano 1 
pescatori nel tirare il tartaruni. Il sacco "ha un pezzo 
di sughero più grosso degli allri legato alla sua imboc- 
catura, e concorre a tenerlo aperto. 

k) Tfoita o Traita-spissa, rete lunga 300 metri circa, 
di 16 nodi per ogni palmo siciliano (26 centim.), cioè 
65 nodi per ogni metro, alta metri 36 con maglie 920. 
La parte superiore ha dei pezzettini di sughero legati 
da hracciuoli di canapello {bremi di somma, o summa); 
quella di sotto ha piombo (bremi di funnu, o funnu). 
Le due estremità della rete hanno dei sugheri piìi 
grandi degli altri (jaddeddi). Per ogni 20 metri di lun- 
ghezza la rete ha una fune di 84 metri. L' estremità 
che prima va gettata in mare è il frenu d'orza di la 
cuda; V altra che rimane ultima attaccata alla barca, 
e daUa quale si comincia a tirar poi la rete, è il frenu 
d'orza di la varca. 

La tratta serve a pescare piccole acciughe (anciu- 
varivi) e sardelle {sardedda). Tesa in mare, il pesce 
conficca la testa nelle magUe della rete, e vi resta at- 
taccato per la gola. Si cala in mare in forma semi- 
lunare. 

i) Rizzagghiu, giàcchio, rete tonda, la quale gettata 
nell'acqua sì apre, e avvicinandosi al fondo si rinserra 
racchiudendo i pesci ritrovati. Alto metri 5 da otto 



Ho^tedby Google 



442 USI E COSTUMI 

nodi sino a cinquanta per palmo siciliano (m. 0, 26 
cent,), e largo metri 16, da sedici maglie sino a mille 
con 40 centimetri di rete legata , il rizsagghiu ha un 
canapello nel centro e dei pezzettini di piombo in giro *, 
27. Cuddàni di la vacca campanara , campanaccio 
della mucca. Questo collare va sempre dipinto, e da 
un lato presenta S. Pasquale protettore degli armenti, 
e dall'altro una vacca ^ 

' Questi tre ultimi oggetti da pesca furono eseguiti per cura del 
cav. D" Ondes Reggio e forniti per gentilezza del Big. Comm. Ignazio 

Nel V. Ili di questi l'si sono descritti usi e strumenti per la pesca 
del tonno e del pesce spada. 

» Per cura dello sciittore di C[uesti Usi. 



Ho^tedby Google 



I ZOLF^TA.1 



Homdb, Google 



Homdb, Google 



I Zolfatai K 

I lavoratori nelle miniere di zolfo sono: ì''ipirri(i- 
tura, picconieri, che estirpano col piccone lo zolfo, od 
anche con le mine , che i regolamenti permettono in 
alcuni casi rari ; 2*> ^W spisalora, presi da' picconieri , 
che però lavorano alla ricerca di novelli strati, o a 
fare dei ventilatoi od acquedotti, o a seguire le opere 
giornaliere per la manutenzione delle miniere ; 3° gli 
acqualora, acquaiuoli, che liberano gli strati dello zolfo 
dalle acque in cui questi giacciono, quando la miniera 
non sia fornita di un acquedotto (emissario); il loro 
lavoro si compie con le " sguarre „ , trombe p altra 
macchina idraulica, o con otri, o recipienti di creta 
cotta {qaartàri o lanceddi), od anche con barili di le- 
gno; 4° gli searcaratura, detti anche jinckitura, e car- 
cartinara, che riempiono di zolfo ì calcaroni per la fu- 
sione , e indi raffreddata la cirugia , li vuotano per 
riempirli nuovamente; 5" gli orditura, arditori , che 
curano di ricevere lo zolfo fuso nei truogoli (gàviti): e 

' Devo queste notizie, preziose specialmettte per chi studia ie con- 
dizioni morali e sociali de' zolfetai, al Comro. Gaetano Di Giovanni, che 
oltre ad essere il dotto illustratore di memorie patrio quo tuLti cono- 
sciamo , è un abile amministratore delle sue zolfere di Ciaaciana , 
dove rdccolse questi appunti. 



Ho^tedby Google 



44G US 

sono, alcuni pel giorno, altri per la notte; 6" i carmi, 
ragazzi dai 7 ai 18 anni, che trasportano lo zolfo estir- 
pato dai picconieri all' esterno delle miniere , o nei 
posti dove comincia la stradella, in quelle zoifare dove 
sia una stradella; perchè dove non è una stradella {bi- 
nario con lamine di ferro come la ferrovia), sono i car- 
rittera poi che da li conducono fuori lo zolfo a mezzo 
di vagoncini (carri). Molti carusi hanno gli spisalora 
pel trasporto del materiale che essi estirpano nel loro 
lavoro : e carusi e caruse hanno pure gli scarcaratura. — 
Gli acquaiuoU e gli ardiiori lavorano a solo. 

Tutti questi operai partono dal paese prima che 
spunti il sole, e s'avviano alla miniera. Li dividonsi in 
due gruppi : quelli che debbono lavorare nell' interno 
(pirriaiura, spisalora , acqualora , carrlU&ra e carusi), 
e quelli che debbono lavorare all'esterno: scarcaratura, 
orditura, carusi (maschi e femmine). 

Questi lavoratori estemi si siedono attorno o vicino 
al calcarono s fan colezione; indi si fanno il segno 
della croce, e si mettono al lavoro; mangiano a mezzo- 
giorno, si riposano circa due ore, e tornano al lavoro 
restandovi sino al cadere del sole. Gli arditura non sono 
a gruppo, ma se ne stanno, ciascuno per sé, presso il 
proprio calcarone, e nessuno parte alla sera se non ven- 
ga un altro a surrogarlo per lanette. CoAVardituri che 
in una settimana ha prestato servizio di notte, ha di- 
ritto di lavorare di giorno nella settimana successiva. 
Qualcuno per guadagnare molto si presta a lavorare 
di notte e di giorno , riposandosi nei momenti che il 
calcarone non dà olio. Ed olio {ogliu) è lo zolfo fuso 



Ho^tedby Google 



1 ZOLFATAI 447 

che caldo caldo esce dal calcarone e viene raccolto, 
nelle gàvitì, dove dopo parecchie ore si rassoda, ed è ' 
tolto dalla gàvita, per essere situato a catena sulle 
halate , precedentemente ottenute. La " balata „ è lo 
zolfo in pane o in formelle. 

Gli altri lavoratori, cioè quelli che debbono scendere 
nell'interno delle zolfare, si raccolgono tutti attorno 
all'apertura della miniera; fanno coiezione, e poi in 
lunga processione , accese le candele {spiccia , lumen, 
vasetti di terra cotta con il moccolo dì cotone alimen- 
tato da olio di uliva, o da altro olio), scendono nella 
miniera, segnandosi ciascuno con la croce appenamesso 
il piede nel primo gradino, e qualcuno, oltre la croce, 
recitando l'atto di fede. 

Giù all'ultimo f^radino della scala questi lavoranti si 
avviano ciascuno per il proprio locu , cioè pel posto 
assegnatogli. Ivi giunti, i carusi si spogliano , toglien- 
dosi dapprima le scarpe, e poi le altre' vestimenta, solo 
ritenendo chi la sola camicia , chi i soli calzonetti di 
tela, chi camicia e calzonetti. 

Nel locu è già estirpato, dal giorno innanzi , tanto 
zolfo quEinto basta ad essere trasportato nel primu 
viaggiu i e questo zolfo ì carusi mettono o negli stir- 
raiura, cofani, o nei sacchi di canapo, secondo che lo 
zolfo sia in pezzi o in pezzetti; indi, tornando a farsi la 
croce, aiutati da! picconiere, s'adattano sulle spaile quel 
carico, baciano la mano a! picconiere stesso, e via per 
l'esterno della miniera o pel luogo di deposito , nelle 
miniere fornite di stradella. Sotto lo sUrraturì o il 
sacco i carusi mettono la chiumazzata, che è un sac- 



Ho^tedby Google 



44S USI E 003TUMI 

chetto pieno di paglia o di sUtppa di lino. Questo nei due 
lati superiori è trattenuto da una correggia di cuoio, in 
cui s'introduce la testa, in modo che la correria tocchi 
la fronte ed esso cada sulle spalle. 

Quando i carusi camminano nell' interno della zol- 
fara quello tra essi che va innanzi porta in mano la 
lumiera voltando la mano in modo che la luce illu- 
mini dietro di lui , là dove sono gli altri carusi. 

Questi carusi, secondo la maggiore o minore distanza 
da percorrere, debbono fare al giorno un numero de- 
terminato di viaggi ; ordinariamente una ventina. Ar- 
rivati ad un certo numero , nel ridiscendere sogliono 
cantare cosi : 

Quattru li vaju a pìgliu, ed è daùra ': 
Sidiei mi nni restanu di pena ; 

E cosi vìa via : 

dneu li vsyu a pigliu, ed è daùra: 
, Quinnid mi nni restaau di pena. 
Uno che ha da fare diciotto invece di venti viaggi 
canta : 

Deci U vaju a pigliu cu rurfana: 
E oUìt mi nni rRstanu di pena. 
Al decimo viaggio prendono un tozzo di pane, che 
tengono nella pitturina (quel vuoto che è tra la camicia 
ed il petto), o nella sacchetta delle mutande, e lo ven- 
gono mangiando al cominciare dell'undecimo viaggiu. 
All'uscir fuori bevono, in inverno, di qualunque acqua 

' Dàura, pertenipo, non tardi. 



Homdb, Google 



1 ZOLPATAI 449 

loro capiti per via, anche di quella che corre sotto i 
ginesi (resti dello zolfo fuso), o che corre nei torrenti. 
Quando vedono che scende in miniera il capomae- 
stro cantano: 

Piglia la cannila e facci lusti'u, 

Cà cala In bon'omu capumastru. 
Quando qualche carusu va per l'acqua da bere o 
per altra incombenza ordinata dal suo picconiere, altri 
cantano : 

E li carusi di i 

Unu all'acqua e l'àtru appizzutari ' ! 
Quando il carusu è giunto all'antipenultimo viaggiu, 
col cuore pieno di speranza canta : 

Chi lustru chi mi fa la me lumèra ! 

Ghissu è lu-.signu ca vaju a livari. 
Al penultimo: 

E stu vi^u cui lu vaju a 'ppirau: 

A la vinata, li robbi ed un tozzu ' I 
All'ultimo : 

CMstu chi vaju a pigliu ', e a la vinuta 

Gei vaju a leva cu la me jurnata. 
Oppure : 

» Uno va a rrendere ac^ia nella Tnmboh per uso del proprio 
pii-comeie 1 xltio dal ler aio per faie acconciare o fare rimettere 
la punta del p ci-one 

= E q esto viaggio ce Io vado a perdere (=a lare): al ritorno 
(prend i i) il vestito ed un tozzo di pane 

' Intendi (Jueato zolfo che vo i prtr den, e 1 altiu o che mi resti. 

G PiTKÈ ~ Usi e Costumi voi I gg 



Ho^tedby Google 



450 



USI E COSTUMI 



Gei l'haju a diri a lu me pirriaturi 

Ca chislu è rultimu e si nni pò acehianari. 
Od anche per sollecitare il compagno a far presto 
anche lui; 

Lu me curapagnu, eh' è fattu di llgiiu, 

Si nun mi porta a livari mi nni allagnu. 
Durante il faticoso ed opprimente viaggiu questi po- 
veri carusi, carichi del loro cofano o del loro sacco, 
gemono, piangono, che è una pietà a sentirli, e può solo 
indovinarli chi legga i distici innanzi riferiti. 

Alla fine dei venti viaggi, si segnano di nuovo, ba- 
ciano altra volta la mano al picconiere, prendono gli 
abiti, e usciti fuori della miniera si vestono , si cari- 
cano il piccone, il sacco, il cestino e la ckiumazzata, e 
tornano a! loro paesello tutti ilari e contenti cantando 
le solite canzoni popolari, e spesso questa : 

Ch' è beddu 'u me patruni quannu veni, 

Quaimu ini porta li grana a li mani! 
quest'altra : 

E lu suli è juntu all'Inni, 

Su' palruni, jerauninni '. 
Parliamo ora del picconiere. Questo, giunto nel posto 
{locu), si spoglia, e rimane in mutande con le scarpe: e 
mentre i ragazzi trasportano fuori lo zolfo lasciato bel- 
lo e pronto la sera innanzi, fattosi la croce comincia 
la nuova estirpazione, in modo che ogni volta ì carusi 

1 Ed il sole è giunto alle Iiiclie (comincia a dedinareì; signor pa- 
drone, andiamcene. 

Una variante di questo canto l'hanno i campagnuoli. Gii", v. IH, 
p. HO. 



Ho^tedby Google 



! ZOLFATAl 451 

trovino tanto materiale quanto basti al viaggio ordi- 
nario. Se nel posto è molto calore, allora il picconiere 
si toglie tutte le vesti, sino al berretto e alle scarpe, e 
lavora nudo, portando via il sudore della braccia, delle 
gambe, del petto, ecc. con un pezzo di legno in forma 
di coltello. E allora v'è chi offre al Signore questo la- 
voro penoso, in penitenza de' propri peccati, ma v'è pu- 
re chi bestemmia maledettamente imprecando a Dio ed 
alla Madonna; e cosi anche esclamando: MmalidUta me 
matri chi mi figlia ! Por cu lupa irinu ckimivattià! Gri- 
stu era megliu ckimifacivaporcu, alumenu aU'annumi 

scannavanu, e la pigliava 'n e e muHa!... E qualcun 

altro ancora : Dieinu ca cci sunnu diavìdi : jò a nud- 
du viju ; e vurrìanu vèniri, quantu coi parlw tanUc- 

^hia E cosi su questo tono di indicibile disperazione. 

, Ad una certa ora il picconiere prende un altro boc- 
cone, e cinicamente sconfortato esclama : Vaju a bili- 
narmi! (vado ad avvelenarmi) e finito di mangiare : M 
'ntussichiavu.'iaà sono attossicato I); espressione di pro- 
fondo dolore per la vita che egli è costretto a menare. 
Finito il lavoro, sì veste dei suoi abiti, risale ' a rive- 
der le stelle , consegna il piccone, la lumiera e il va- 
settino dell'olio (iigUaloru) al carusu, e torna verso le 
3 p. m. ai comune, dove lo aspetta un parco desinare. 
Questi picconieri a zolfo sogliono lavorare per conto 
loro, non mai a giornata; ed il contratto ha luogo o i 
cas'ii a canco a cassa cioè ncevendo tai to per 
ogi 1 assi di zolfo giezzo chp essi condegne: anno e tu 
p^to e tias^oitato a o as=!um i do o i 1 b 

La ca^sa e dt s a, co venz onale che vana pe o in lun. 
ghezza altezza e larghezza prese temeiUe in Ciane ana una cassa 



L oogle 



bligo delia fusione e facendosi pagare tanto per ogni 
carico di zolfo fuso. 

I picconieri a spese lavorano a giornata o a canna. 
A giwnata hanno un tanto al giorno per il loro lavoro 
e per 1' olio ; lavorano un poco più dei picconieri a 
zolfo, e ritornano ai comune 2 o 3 ore dopo degli altri; 
ma il Joro lavoro è meno pesante. Lavorando a canna, 
essi possono smettere quando vogliono, perchè il paga- 
mento si fa a tanto per canna di avanzamento; e tjnc- 
sto contratto si suol fare allorché devesi nella marna 
{twffu) eseguire un tentativo, un ventilatolo, un acque- 
dotto, un corricolo qualunque. 

Gli scarcaràtura son pagati a tanto per ogni cassa 
di zolfo messo nel calcarone o di cinigia vuotata dallo 
stesso: essi su questo prezzo pagano i carusi e le caruse, 
le quali, siccome il lavoro è all'apertp, sovrabbondano 
più che i varusi. Il loro lavoro comincia alla mattina 
e finisce alla sera, con quel po' di riposo di cui sopra 
si è detto. 

Questi lavoratori esterni sono più moderati dei la- 
voratori interni ; non bestemmiano , non imprecano ; 
ma pazienti sì mettono al lavoro di buon mattino , 
che pacificamente compiono alla sera. 

di zolfo deve essere alta metro 1 OS, Ibrmando un quadrato avente 
i lati larghi metr-i2 42 ciascuno;in tutto metri cubi 6 SO.Nelle miniere 
che hanno stradelle, cinipe vagoncini formimo una cassa. Gli sterri, 
cioè lo zolfo in polvere o minuto, si misurano con un ottavo formato 
di legno, e otto di questa misura formano la cassa. 



Ho^tedby Google 



IL M^EB 

LA BARCA, I PESCATORI. 



Homdb, Google 



Homdb, Google 



I. Il Mare, la Barca, i Pescatori, 
1. Il Mare '. 

Quando Bio creò l'universo, il mare pregò Dio che 
volesse farlo crescere un'ugna 6 jomu; ma il Signore gli 
rispose : — ■ " Io voglio che tu iiighlotta un uomo al 
giorno, piuttosto che tu cresca di un'ugna,. Perciò 
il mare fa tante vittime (Nossoria). 

L' acqua del mare non è tutta salsa. Scendendo a 
una grai\de profondità, la si trova dolce (Palermo), 

Nella notte dell'Ascensione, a mezzanotte in punto, 
l'acqua del mare diventa dolce e calda. 

' Nato sul mare in Palermo e figlio di marino, io dovrei qui dar 
lut^o al FolK-lore marittirao sidliano, la cui materia, presao che 
l^ncluUo, cominciai indirettamente ad apprezi^ai'e ra<M^oglicndo voci 
e modi di dire per un Vocabolario tn^rinaresco siciliano, rimasto 
finora inedito (una sola, lettera ne pubblicai nel 1863 : Saggio d'ttn 
Vocabolario ài marina, Firenze, IjOgge del grano; in-8°, pp. 20J. Ma 
I argomento e troppo largo perchè io possa comprenderlo nella pre- 
sente opera, ini ero grande di mole. Però ri mandaci do ad un lavoro 
speciale tutto cift che ho messo e potrù ancoi'a mettere insieme, mi 
hmito a pochi appunti di cose caratteristiche, che il lettore benevolo 
potrà ravvicinare agli altii di pp. 387 e 440 del presente volume, 
della Zooloffia del v, lll^ della Stretta de! IV, ecc. 



Ho^tedby Google 



456 USI E COSTUMI 

A quest'acqua, sia nella medesima notte, sia in quella 
di S. Giovanni, vanno a cercare e trovano salute i ti- 
gnosi, gli scabbiosi ed altri ammalati. La guarigione 
la ottengono con un bagno. 

Indovinelli sul mare : 

1. Quaniiu è vecchiu è rabbìusu, 
Quaniiu voli, si fa amurusu, 
Senz'arvuli e senza sciuri 
Fratti fa di bon sapuri {Aàreede) '. 

2, Haju 'na tuvàggia larga e lata, 
'Un la pò accaltari ne 'u Re, né 'u Papa (Noto) K 

Proverbi prò e contro il mare : 
Lu mari è vecchia assai. 
Lu mari è ricca. 

Nenti cc'è ccbiii riecu di lu mavì. 
Lu mari (è utile) pri cui lu navica, la terra 
[pri cui la zappa. 
Loda lu mari cui lu trova bonu. 
Lu mari è amaru. , 

Loda lu mari, 
E aifèrrati a li giummari. 
Cui pò jiri pri terra, nun vaja pri mari. 
Cui navica pri lu mari, 
Pò li piriculi cuntari. 

' Race, ampi., n. 39T6. 

' Ho una tovaglia lunga e larga; e non può aaiuistarla ne il l'è 
né il papa.- Vedi Canti, v. Il, n. 840. 



Ho^tedby Google 



IL MARE, Là BARCA, I PESCATORI 457 

Mari, foca e fimmini Ddiu nni scanza! 
A lu mari vói triivari funnu? 

2. La Barca ed il suo varo. 

Ecco ima versione letterale d'una leggenda sulla ori- 
gine della barca, quale si racconta in un comune della 
provincia di Girgenti; 

C'era una volta un vecchio , che abitava qui in Si- 
culiana, in una casetta presso il Golfo di Giallonardo. 
Questo vecchio allevava conigli, galline, tacchini. Po- 
veretto, viveva delle galline, delle pollastre e de' co- 
niglieli che vendeva. 

Una volta ammalò e s'ebbe a fare del brodo. Tirò 
il collo a una gallina, la' cosse e, cottola , si sedette 
per mangiarla. Finito di mangiare, prese le ossa e le 
buttò a mare. Di questi ossicini , quello del petto ri- 
mase a galla. Spirava un venticello fresco di ponente 
e l'osso s'avviò verso levante. A questa vista il vecchio 
scese di casa,- raccolse quella corazzina d'osso, ne fece 
una de! tutto simile in legno e la buttò a mare; la 
quale, col venticello che spirava se ne andò via. Ma- 
ravigliato di tanto il vecchio fabbricò una barca più 
grandicella, dandole la forma dì quelle ossa , e cosi 
ebbe origine la barca qual'è al presente (Siculiana) \ 

Altre origini consimili ricordo di aver udito in Pa- 
lermo, dove però non sì tratterebbe di monaco (che 
nella nostra leggenda io interpreterei nel significato 

1 Fiabe e Leggende, n. CLII. 



Ho^tedby Google 



458 US 

di filosofo), ma di un uomo ingegnoso, il quale visto 
non so che gusci con entro delle formiche galleggiare 
suU'acquii, avrebbe costruito le prime informi barche 
da navigare. 

Comunque, ecco gli usi dei nostri pescatori quando 
s'è costruita una barca e s'ha a varare. 

" Nel momento di vararsi una barca, il costruttore 
comincia a recitare un paternostro e un avcmaria alle 
anime del purgatorio , poi un credo a Gesfi , indi un 
altro paternostro ed un'altra avemaria a S. Giuseppe 
e finalmente domanda (al padrone che gliela ha com- 
messa) : — " Siete contento del mio lavoro ? mi bene- 
dite il danaro che mi avete dato ? „ Il padrone della 
barca risponde:—" Sì ,, Il costruttore ripiglia :—" Ed 
io vi benedico la barca; e (rivolgendosi a questa) io 
ti benedico le prime parole che dissi per te ; ti be- 
nedico tutte le volto che son passato dalla poppa alia 
prua. Il mio pcnsiei'o è stato sempre quello dì farti 
ben diritta; io ti benedico tutti i colpi d' ascia che ti 
ho dati ; ti benedico tutti i chiodi che ti ho piantati; 
ti benedico, o barca, nel nome dell'Arca Santa e della 
SS. Trinità „. E così dicendo dà due colpi d'ascia in 
croce sulla poppa, e la barca si vara „. (Messina) '. 

Com'è in Messina, così in Palermo, in Trapani e al- 
trove ; ma un po' pertutto non si fa il varo senza la 
benedizione d'un sacerdote; ed ecco quel che ne scrive 
per Mazzara il Castelli: 

" Costruita una barchetta da pesca, e portata qui 

' T. CiNNiZKARO, nella Mélusine^ t. II, a. 5, col. 236, Paris, 1885. 
Cfr. pel varo de' legni in Sorrento, Amalfi, Usi marini in Piano 
di Sorrento; nd Pensiero dei piovani, $.l,n. 10; Lanno, 16 ag. 1886. 



Ho^tedby Google 



IL MARE, LA BARCA, 1 PESCATORI 45g 

alla sponda del (fiume) Mazaro, prima di essere varata, 
chiamasi il prete a benedirla ed imporle un nome, che 
per ordinario è quello di un santo. Questa pia ceri- 
monia però non si fa gratis : al buon prete tocca la 
sua ricompensa, un paio di lire a un dipresso , piii o 
meno secondo la liberalità o la facoltà del donatore, 
È inutile il dire che l'allegra comare e l'allegro marito 
non hanno mancato d' invitare amici , parenti ; vicini 
di casa. Dopo il rito religioso che chiamano battesimo, 
entrano nella barelietta alla rinfusa quanti piìi ne pos- 
sono di coloro che sono presènti; non vi manca il tam- 
buro, che non manca mai nelle feste popolari ; e tra 
le grida della moltitudine che assiste allo spettacolo, 
e gh strepiti dell' assordante tamburo, si dà mano ai 
remi , e si percorre una o due volte un buon tratto 
del Mazaro. Quando i rematori sono stanchi (e stan- 
cano ben presto, perchè per far onoro e cosa grata al 
padrone vogano totis virihus) si scende in terra, e tutti 
coloro che sono stati invitati vanno a casa del pa- 
drone, dov'è preparata la solita calia, cioè fave, noci, 
mandorle e ceci abbrustoliti, la quale s'inaffia con bi- 
bite di vino più o meno larghe secondo la liberalità 
del padrone di casa, a cui resi infine i ringraziamenti, 
le congratulazioni e gli augiirii di uso , la brigata si 
scioglie > „. 

3, Padroni di barche e pescatori. 
Il pubblico ikcanto del pesce. 



Il Castelh prosegue descrivendo cosi le relazioni 
• Cfr. con l'uso della lavatura della lana all'acf^a d'oru in Ter- 



Ho^tedby Google 



iW USI E COSTUMI 

tra i padroni di barche ed, i pescatori che ne l'orinano 
la ciurma per la pesca nel mar di Mazzara : 

" 11 padrone correda la sua barchetta di vele, remi e 
reti a sue spese i quanto alle nasse, il padrone è ob- 
bligato di fornirne il doppio di quante ne fornisce cia- 
scuno degli uomini della ciurma. Ciascuno di questi 
poi ha l'obbligo di acconciare le reti nel caso che ven- 
gano lacerate, ma non vi concorre che solo coU'opera. 

" Tutto il guadagno della pesca si divide in questo 
modo. Al padrone ne tocca una parte pel suo lavoro, 
un'altra parte per la btirca, ed una o due o tre parti 
per l6 reti , secondo che una o due o tre se ne ado- 
perano. Ciascuno dogli uomini della ciurma ha diritto 
ad una parte sola : a' ragazzi spetta una metta o un 
terzo di quanto ne spetta agli altri, secondo l'età. 

" Quando il padrone o per la sua età o per altra ca- 
gione non va alla pesca, affida le sue veci ad un altro, 
al quale spetta una parte uguale a quella di ciascun 
uomo della ciurma; un quarto poi gli dà il padrone di 
quanto gli spetta per le reti e per la barca. Talvolta 
la barca appartiene ail'uno, le reti ad un altro. 

" Dopo la pesca, venuta la barchetta nel Mazaro,lutto 
il pesce si espone e si vende al'incanto in grosso. Né il 
padrone né alcuno della ciurma si cura della vendita al 
minuto dei pesce ; dopo di avere vegliato e lavorato tutta 
la notte o gran parte di essa, se ne vanno a dormire, ed 
indi ad attendere a' loro lavori per la nuova pesca- 
gione. 

" Nell'incanto ci è il pubblico banditore: è sempre lo 
stesso, ed è un pescatore, che lasciata la fatica ed ì pe- 



Ho^tedby Google 



IL MARE, LA BARCA, I PESCATORI 4f>l 

ricoli del mare vive di quanto ricava dal nuovo e comodo 
mestiere. Alla morte del padre succede per lo più in 
questo ufficio it figlio, ii nipote. Al banditore tocca un 
pesce o più, secondo la quantità di quello messo in ven- 
dita, da prelevarsi però prima dell'incanto. L' offerta si 
fa nell'antica moneta siciliana onze e tari. Notevole è la 
gridata: " Du' umi mana'unu! du' unzi e cincu maneu 
unii .' i e così sempre, e ciò vuol dire, che il compratore 
non paga, per esempio, onze dve e tari cinque, ma onze 
due e tari quattro. Mi si dice che ci mettono quella coda 
per comodità del gridare, o a dir meglio, per dare, io 
credo, una certa cantilena alla gridata, ovvero per al- 
lungarla. Il pesce è comprato o da altri pescatori, che 
fatto già un gruzzoletto vivono delia speculazione di ri- 
venduglioli (rtgaUerl in dialetto) o da' cavallari, da co- 
loro cioè che lo comprano per andarlo a rivendere nei 
paesi vicini non marittimi, dove lo portano a schiena 
di animale ' „. 

Chi vuoi conoscere i! vero siciliano e la sua acu- 
tezza e furberia nelle compre e nelle vendite, la sua 
mimica portata al più alto grado, venga in Palermo 
ad assistere a questo pubbhco incanto dei pesci a 
Piedigrotta, e dica poi se ha visto al mondo scene più 
chiassose, più assordanti, più vertiginose e insieme più 
divertenti nel genere. 

4. -La PESCA. Ganti di pescatori e di marinai. 

' I pescatori, oltre che per mezzo delle stelle, cono- 
scono l'ora approssimativa della notte, gittano le reti 
1 Castelli, Crederne, pp. 23-25. Pai. 1880. 



Ho^tedby Google 



462 USI E COSTUMI 

al loro levarsi, e quando non fanno pesca, aspettano, 
a pittarle nuovamente, il levarsi d' un' aìtra non nata 
ancora , imperocché dicono che i pesci e massime le 
sardelle non fanno mai le loro peregrinazioni che al- 
l'apparizione Jegh a&tri „ (Mazzata) ^ 

Indovinello sul pescp, il pescatore ed il giacchio : 
Su' prisicutu di dui mali miimici, 
E chistu dmtra la me slissa cdia. 
Ed m saitai 'ntra li so' hne&tn 
E listai prigiuneri for di casi {L'titmi) 
Variante dello stesso mdovmello, sul ^es^e entro le 
reti: 

I latri m art ri int a a ds 
La ua^a si nni Sem pi 1 fine&c 
Ci lU air tal p igliiunien e senza casa {Noto) *. 

Tra' molti canti dei peccatoli ne scelgo due sola- 
mente, che iigaiidano un pò dxvucino le abitudini 
e Io spirito dei pescatori : 

Nun chianciri, cà partu n cuiniagnia 
Cu li to' frati, ed è cainiu lu man 
A Capubonu, 'n facci Baibai a 
Funnu dumani sira avemu i dan 
Ddà, ccu la Santa Viigini Maria 
Gran pìsca di curaddu fienili a fin 
Cu lu me guadagueddu gioiti mia 
A lu rìtornu nn'avemu a ns,ngf,iaii {Trapani). 

' Castelli, Crederne, p. 21. Pai issn 

' Race, ampi., il. 4050.— La fo) ra ntije ildìli italiana. 

° Di Martino, Enigmes, n. SXXI 



Ho^tedby Google 



IL MARE LA BAR A I FE^riTORI 40.i 

SuHctu hi tjccu à lanta Catalina 
E quo.'!! laiba bdativi picciotti 
La vatcuzza pre&tu avanti chi allatina ' 
Tiramu a man si no semu cotti 
Sardi aneiovi e mirruzz echm di tina 
Piocaii nu putenu ment i è notti 
santu Baum uni fi stamalina 
Di lu putiaru a anziii li botti ■» (Snte i) \ 
Dice li proveilDio 

<jui nua sapi piigaii vaja a man, 

e non v'è uomo più religioso e devoto del marinaio dello 
stampo antico; il quale non parte mai per un lungo 
viaggio senza che si confessi e comunichi. In mare, al 
tramontar (cuddari) dei sole tutti i marinai s'inginoc- 
chiano sulla tolda , ed il capitano recita questa pre- 
ghiera , facendo recitare un paternostro ed un' ave- 
maria : 

Lu siili cuddau, 
La vìmmaria sunau, 

Salo tamil e riagi'aziamu 
La santissinia Nunziata, 

Ca cci ha mannatu la bona juraata; 
Glissi cci manna la bona miltaU; 

Un patrimiosti'u ed una vimmaria 
Pri sta bona cumpagnia. 

' Movetevi, levatevi, giovinetti. 

' La barelietta presto innanzi, cliè già è giorno cliiaro, 
" cui sia questo protettore de' marinai in Sciacca, il quale li salva 
da" colpi del venditore di coininestibili, io non. ho. 
* Race, ampi., nn. imi e 4677. 



Ho^tedby Google 



464 USI E COSTUMI 

E l'equipaggio : 

C rista la manna, 
L'aiigiulu la saluU, 
Chistu e l'àutru viaggiu faremu 
Si Din voli. — Ammenl {Acireale) '. 
" Celesma o celeuma è un canto o grida di marinaj 
insieine, per animarsi a vicenda al remigio, o a varare 
le barche ' „. Da celesma (KÉJ.!uo{to;), celeuma, cìaloma 
viene cialumari, il farsi con la voce da uno degli uomini 
che alano un segno convenuto e ripetuto ad intervalli, 
affinchè gli altri alino insieme. I canti dei marinai in 
questo senso sono por Io piii un misto strano di can- 
zoni di lingue straniere ; tra' quali il seguente fram- 
mento : 

Urrò, simarò, 
Simarella Carolina... 

Pani e latti 
Jna e latti. 

5. Il Tattuaugio. 

Molto comune tra' marinai è il tattuaggio, che cosi 
si fan praticare alle braccia o al petto quando si re- 
cano all'estero e specialmente in America. I pescatori 
di Palermo non vi hanno veruna simpatìa; quelli di 
altre parti dell'Isola, ve ne hanno poca. 

Il tattuaggio si esegue anche in Sicilia, nella seguente 
maniera : Si prendono tre aghi delle medesime dimen- 

1 Race, ampi., nn. 4648^349. 

' Cesabe Qaetani, Pescagioni (cit. a p. 503, v. Ili), p. 8S. 



Ho^tedby Google 



ÌL MA.RG, LA BARCA, 1 PESCATORI 465 

sioni, si mottoiio pari e si legano insieme con un filo 
di cotone lasciando libere soltanto le tre piinte. Que- 
ste si bagnano di saliva, s'intingono di polvere sotti- 
lissima di carbone vegetale, e si applicano fortemente 
e ripetutamente sul braccio o sopra altra parte del 
corpo- che voglia taltuarsi. La pelle viene pigiata con 
le due prime dita della mano sinistra nel momento che 
la destra punge ed inocula. Alcuni sogliono stringere 
con la mano sinistra il braccio da tattuare, e passarvi 
sopra con la destra, pungendo, un grosso ago arroven- 
tato , e spolverizzando subito sull'ago-puntura il car- 
bone (Trapani e Hoianto) o succo di ciliege nere {cirasi 
cappucci), che lascia pure tracce indelebOì (Palermo). 
I disegni son vari e diversi; ma per lo più si ridu- 
cono all' anno di grazia in cui si fa il tattuaggio , ad 
una |)0(| (Maria), alle lettere G. M. G. (Gesii , Ma- 
ria, Giuseppe), e, in quei marinai che si fan tattuare 
in America, a due bandiere americane incrociate alle 
aste con le stelle all'intorno. 

Altri tattuaggi riporta dal nuovo mondo o dalla ga- 
lera certa gente pericolosa per la società; ma di essa 
del suo tattuaggio discorse da pari suo il prof Ce- 
sare Lombroso. 



FIKE EL.L PRIMO VOLUME. 



Ho^tedby Google 



Homdb, Google 



INDICE 



DEL PRESENTE VOLUME. 



Dedicatoria pag. V 

Avvertenza - - „ VII 

Paesi nei quali sono stati raccolti gli Usi e Co- 
stumi „ XV 

Spiegazione di alcune voci dì differente significato 
nella presente opera , , . . „ XIX 

Il Carnevale. 

I. Il Carnevale in Sicilia nei secoli passat 

Atto del castello e Mastro di campo 

Giuoco dell'oca o della papera 

Guerra di Lassari 

Ballo di schiavi . 

Duelli di Lazzari , 

Mamma Lucia 

Balla-virticclii 

II. Maschere e mascherate d'oggi . 
ITI. Nomi ed usanze de' giorni di Carnevale. „ 

IV, Cucina e convito , giuochi e scherzi , motti e 

facezie, scioglilingua, nenie. Lu Nannu „ 

V. Il primo giorno di Quaresima e la Mezza Qua- 

resima ...,...„! 



Ho^tedby Google 



4fj8 INDICE 

Appendice I. — CariievaSata de' pulcinelli in Pa- 
lermo „ IVS 

Appendice 11. — Società del Cariievale in Palenuo. 
Anno quinto. Programma delle feste del- 
l'anno 1878 pag. 117 

Le Tradizioni popolari cavalleresche in Sicilia. 

I. Il Teatro delle Marionette . . . „ m 
n. I Contastorie . . . , . „ 177 

III. La poesia popolare ...... 217 

IV. Tradizioni varie „ 241 

V. I Cantastorie in Kalia . . . . ,,250 
VL Natura delle tradizioni cavalleresche in Sicilia. 

Conclusione , 265 

Appendice I. — Scenari dell'Opra . . „ 281 

„ II. - La morti di ìi Paladini . „ 287 

„ Ili. — Storia di Fieravanti e Rìzzeri „ 300 

IV. — Lu tutui . . . . „ 334. 

V, — I teatrini di Marionette , 339 
Sonatori e Balli ,343 

Le voci dei venditori e delle campane. 



Sulle voci dei venditori 
Gridate di venditori . 

1. Erbari, Legumi, Fiori 

2. Fruiti . 

3. Pesci e frutti di maie 
i. Carni, Latticini, Paui e 



Ho^tedby Google 



5. Acqua e Vino. 
(i. Mestieri e venditori 
in. Le insegne dei venditori 

IV. Le voci delle campane 

V. Le voci dei tamburi . 
Costumi ed utensìli 

I Zolfatai. 



Il Mare, la Barca, i Pescatori. 



1. Il Mare. ..,...„ 455 
-2. La Barca ed il suo varo. . , 457 

3. Padroni di barche e pescatori. 11 pubblico 

incanto del pesce. . . . „ 456 

4, La pesca. Canti di pescatori e di marinai , 461 
0. Il Tattna^io _, 464 

Musica che si eseguisce nei teatri dei burattini in 
Palermo (tavola). 



Ho^tedby Google 



Homdb, Google